Immaginate di dover spiegare a un fan degli Yes della prima ora che la sua musica preferita ha qualcosa a che fare col trucco nero e le creste. O, viceversa, provate a raccontare a chi porta ancora la spilla dei Sisters of Mercy che il suo genere di riferimento discende, per vie traverse ma tracciabili, dal Moog e da gente che suona agghindata come Mago Merlino. In entrambi i casi otterreste, con ogni probabilità, un’alzata di sopracciglio. Sono due mondi che paiono costruiti apposta per respingersi: il progressive, figlio dell’utopia hippie, tutto luce che si rifrange e slancio visionario; il goth, prodotto diretto della disillusione post-punk, cresciuto rifiutando proprio ciò che il prog incarnava — virtuosismo, ambizione compositiva, ottimismo entusiastico verso il superamento della forma-canzone. Due estetiche agli antipodi, visivamente e compositivamente, due pubblici che raramente si sono incrociati per scelta.
E però. Se si scava sotto la superficie ostile, il paesaggio che emerge è tutt’altro che vuota: è fitta di sentieri nascosti, alcuni segnati da documenti precisi, altri solo intuibili per parentela di suono e di immaginario. Si può perfino ipotizzare, per quanto appaia eretico, che il goth così come lo conosciamo non sarebbe mai nato senza il prog — e che una parte del progressive rock contemporaneo non avrebbe la forma che ha, se il goth non fosse a sua volta rientrato dalla porta sul retro.
La playlist che trovate allegata prova a raccontare quella mappa, accostando brani lontani nel tempo secondo un criterio di prossimità (o distanza) sonora, per mostrare un filo — timbrico, tecnico, immaginifico — che lega questi due generi apparentemente antitetici in modo molto più stretto di quanto si racconti.
I pionieri
Quando si parla di ascendenze gotiche nel rock, tornano sempre gli stessi tre nomi — Van Der Graaf Generator, King Crimson, e più carsicamente i Comus — non a caso gli stessi che il pubblico extra-prog ha imparato ad ammirare malgrado l’appartenenza stilistica, quelli “salvati” a posteriori dal giudizio punk. L’influenza è tracciabile, per carità: ma è solo la punta di un fenomeno assai più significativo, che proprio quella selezione ricorrente finisce per oscurare anziché illuminare.
Il progressive è stato, semplicemente, il primo genere rock a esplorare senza remore le tonalità cupe — a liberare davvero le emozioni legate all’oscuro, all’opprimente, al macabro, e soprattutto a costruire gli strumenti tecnici per evocarle con metodo. Anche la psichedelia ci si era imbattuta, per lampi; ma è la forma espansa del prog, la sua quasi ossessione per il brano come percorso in profondità attraverso atmosfere mutevoli, a rendere possibile per la prima volta un contatto sistematico con quel territorio. C’è qualcosa di lovecraftiano nell’impresa: una spedizione verso una bestia sconosciuta, che impone di procurarsi gli arnesi giusti per andare a vedere cosa c’è nel buio — e tornare vivi per raccontarlo.
Il primo attrezzo è il tappeto di tastiere lente: nato dalle limitazioni tecniche del Mellotron, ma efficace tale e quale sugli string synth (Solina, Logan String Memory) e sull’organo. Crea un’aura torva e inquieta, statica eppure vibrante proprio per le imperfezioni del timbro — un impasto anomalo di luce e malinconia, capace di tenere insieme grandeur e desolazione. E in campo gotico sarà ripreso, tal quale, sui pad dei nuovi synth polifonici (Polymoog, Prophet, ARP Omni, …).
Anche uno dei tratti più riconoscibili del campo goth — il ruolo quasi angelico assunt della voce femminile — trova precursori in ambito progressivo, sia pensando a figure come Annie Haslam (Renaissance) e Sonja Kristina (Curved Air), sia soprattutto allargando l’orizzonte al progressive folk. I francesi Malicorne, in “La Fille aux chansons”, arrivano perfino ad anticipare (nel 1975!) tanto Enya quanto il trattamento “etereo” della voce che diventerà un marchio per tante band gotiche.
Ad arricchire l’armamentario sono poi altri utensili, più eterogenei fra loro: percussioni marziali, accordi minori, timbri taglienti, basso portato in primo piano. E qui la lista dei nomi si allarga parecchio oltre i soliti sospetti. Erano gli anni in cui “progressive” era ancora sinonimo di “underground”, terreno fertile abbastanza da far germogliare, fra le altre cose, le etichette postume di “dark prog” e “occult rock”. Anche concentrando l’attenzione sul suono sinfonico, tuttavia, bastano i nomi di Biglietto per l’Inferno, Novalis e Ange a mostrare che la rilevanza dei pesi massimi del genere non si esaurisce nel trio già chiamato in causa in apertura. Se si estende poi lo sguardo agli artisti meno in vista, la rosa si infittisce ulteriormente: i francesi Pentacle e Pulsar, i britannici Julian’s Treatment, Beggars Opera, Web e Gnidrolog, il cui esordio è forse il disco più vicino alle soluzioni goth di tutto il prog dei primi anni Settanta.
C’è però un paradosso: alcuni dei cardini più oscuri del prog non sono affatto quelli più ripresi dal goth-rock sul piano sonoro. I Goblin sono stati cupissimi, “Tubular Bells” di Oldfield è entrato nell’immaginario nero grazie a “L’Esorcista” — ma quante band goth ne hanno davvero riutilizzato gli espedienti tecnici? Volendo arricchire il quadro, le connessioni significative corrono altrove, verso la frangia sperimentale continentale: Univers Zero e Art Zoyd, i paladini kraut Popol Vuh, con un suono costruito su una tavolozza più ostica e cameristica rispetto alle architetture melodiche degli artisti citati finora.

La luce nell’ombra
Addentrandosi nel goth propriamente detto, la sorpresa è dietro l’angolo. Tolti i toni abrasivi e urbani degli iniziatori più strettamente post-punk (Bauhaus su tutti), le band che hanno dato corpo e riconoscibilità all’estetica gotica cominciano molto presto a inserire elementi di contrasto: dilatazioni, spiragli luminosi, sviluppi che nulla hanno a che fare col punk e i suoi antecedenti diretti. Ma che, giusto qualche anno prima, avevano trovato un primo sbocco in campo rock proprio nelle esplorazioni progressive.
La connessione qui è sottile ma precisa e documentata, e passa attraverso un’influenza spesso rilevata ma raramente messa al centro: quella degli Yes. Keith Levene, futuro padre della chitarra post-punk nei PIL, si forma da adolescente come fan sfegatato di Steve Howe, di cui eredita un gusto per l’arpeggio esteso, lo slancio quasi ascensionale delle linee melodiche, una ricchezza armonica capace di aprire prospettive “panoramiche” dentro il singolo accordo. Quel vocabolario passa a John McGeoch, che gli succede nei PIL, prima di portarlo ai Magazine e poi ai Siouxsie and the Banshees — l’anello che salda il goth embrionale del post-punk più aspro a quello deliberato della sottocultura che presto sarebbe sorta. Da lì, attraverso i Banshees, quello stesso timbro tagliente ma cristallino arriva a Robin Guthrie dei Cocteau Twins, che lo scioglie in riverbero ed effetti fino a farne il paradigma sonoro dell’ethereal wave a venire.
Con lo sviluppo del filone prende corpo anche una via più maestosa, che recupera la grandiosità e la dilatazione epica da cui punk e post-punk avevano preso volutamente le distanze — e in cui il prog, invece, aveva sguazzato fin dall’inizio. L’evoluzione dei Cure verso atmosfere sempre più pinkfloydiane è un indubbio segnale. Il parallelo è tanto più curioso considerando che Lol Tolhurst, prima batterista e poi tastierista della band, è un dichiarato fan dei Genesis (e di “The Lamb Lies Down On Broadway” ha detto esplicitamente: “è molto goth”): proprio nei loro brani anni Ottanta più lunghi e progressivi, anche questi ultimi sostituiscono alla successione di sezioni una lenta intensificazione atmosferica, largamente costruita su quei pad tastieristici già incontrati più sopra.
Ma la prova più netta sta nei toni via via più magniloquenti assunti dai goth-rocker di seconda e terza generazione, pienamente immersi nell’immaginario romantico della sottocultura. Le atmosfere si fanno più mutevoli, gli sviluppi più ampi: Fields of the Nephilim e The Mission su tutti.
In parallelo, la frangia più psichedelica del filone abbraccia direttamente strutture progressive: i Chameleons (copertine eloquentissime, e uno stile costruito interamente sui cambi d’atmosfera) e i Sad Lovers & Giants, che non fanno mistero dei propri ascolti di Genesis e Pink Floyd. Il confronto col neoprog coevo, e in particolare col lato più oscuro del filone rappresentato dai Twelfth Night, mostra quanto la vicinanza sia stretta. Su un’orbita tutta loro restano i Legendary Pink Dots e l’inatteso, unico successo radiofonico dei Cardiacs, “Is This the Life?”: due dimostrazioni che la zona grigia fra i due generi è più frequentata di quanto la si ricordi.
Interessante, e poco battuto, anche il contatto con il neoprog giapponese (Outer Limits, Gerard). Un dialogo reso possibile dal ruolo di riferimento svolto dalla rivista Fool’s Mate, ugualmente bendisposta verso la musica gotica e il progressive europeo (e, non a caso, incubatrice diretta del fenomeno visual kei). Più tardi ancora, esperienze divergenti come Cinema Strange, Rasputina e Miranda Sex Garden ibridano stilemi ed estetica goth con il dark cabaret, arrivando a una sintesi solo obliquamente legata al prog sul piano filogenetico, ma non meno policroma nei risultati.

La fusione
Negli anni Novanta iniziano a farsi avanti esperienze che ibridano i due mondi in modo pienamente consapevole. Il gothic metal, anzitutto, che fin dagli albori riprende elementi tanto dal goth-rock quanto dal progressive propriamente detto, per costruire toni sepolcrali sì, ma anche sinfonici nell’ambizione e fortemente dinamici. Moonspell e Tiamat sono fra gli esempi più espliciti: gli uni per la teatralità di sviluppi e arrangiamenti, gli altri per il debito quasi dichiarato verso il rock psichedelico-progressivo degli anni Settanta. Tracce dello stesso incontro sono già ben visibili anche nei primi passi di due band come Anathema e Gathering, che di lì a poco intraprenderanno un percorso che li renderà riferimenti ineluttabili per il pubblico progressive contemporaneo. Con loro la costruzione per lenta intensificazione atmosferica, erede diretta delle dilatazioni dei Cure, a diventare uno degli schemi portanti del filone post-progressive.
Esistono poi progetti che nascono già rivolti a un pubblico progressive e che, fin da subito, incorporano vistosamente elementi gotici — in certi casi facendone quasi un biglietto da visita. Se il dialogo fra Robert Fripp e Lisa Gerrard dei Dead Can Dance in “Flowermouth” dei No-Man di Steven Wilson resta un unicum sostanzialmente irripetibile, altre esperienze puntano più sistematicamente su questa commistione. Appoggiandosi ai rimandi del dark cabaret, nel frattempo diventato ingrediente essenziale dell’estetica steampunk, progetti come Major Parkinson, Moulettes e Accolade integrano toni oscuri, immaginario circense, gusto per l’artificio e per il decadente in visioni dal taglio retrofuturistico e fuori asse.
Cresce, nello stesso periodo, anche l’ambizione compositiva in esperienze figlie della darkwave eterea come Collection D’Arnell-Andrea, This Ascension, This Mortal Coil — se non tracciabilmente riconducibili al prog, certamente assai vicine nelle soluzioni. Un caso a parte, più tardo ma non meno significativo, sono i The Eden House. Il progetto coinvolge componenti dei Fields of the Nephilim e dei Burning Effigy, insieme all’ingegnere del suono dietro “Script For A Jester’s Tear” e “The Final Cut“. La somma è, senza troppi giri di parole, progressive rock costruito sulle architetture sonore del goth, adatto a entrambi i pubblici (ma forse poco noto a entrambi).
In Italia le assonanze sono se possibile ancora più marcate, complici tanto la storica rilevanza del progressive nostrano quanto il sorgere di etichette dedicate espressamente al revival del genere. La genovese Black Widow è la casa naturale per commistioni dark/prog come quelle di Malombra e Dunwich, che grazie a uno sposalizio piuttosto originale fra ethereal darkwave, prog e metal sono catalogati da Rateyourmusic addirittura come primo caso di gothic metal in assoluto (con il loro Ep del 1988). Restando nel goth metal nostrano, la spinta concepire il brano come percorso è ben in vista anche nei Novembre, probabilmente la band italiana più apprezzata del settore a livello internazionale.
Ripercorrere attraverso la playlist un intreccio lungo decenni lascia aperte molte domande su cosa avvicini davvero questi due mondi. “Chi ha influenzato chi” è la più naturale, ma forse non la più utile. I due generi non si sono mai davvero ignorati, anche quando hanno finto di farlo, e condividono uno stesso bisogno: costruire, con mezzi tecnici solo in parte diversi, una topografia dell’oscuro che sia anche abitabile, non solo spaventosa. Il prog l’ha attrezzata per primo; il goth l’ha resa un’identità e l’ha sviluppata fino alle estreme conseguenze, arrivando in qualche caso anche a chiudere il cerchio, ritrovandosi vicino a ciò che aveva deliberatamente lasciato alle spalle Dal canto suo, il progressive contemporaneo non ha mai smesso di cercare il buio. E ogni volta che torna su quella via, lo fa passando, consapevolmente o no, dalla porta che il goth ha lasciato socchiusa.

Antonio Santini for SANREMO.FM
