Le canzoni di Maya Hawke cominciano ad avere una loro precisa identità sonora. Maitreya Corso combina musicalità alla Aimee Mann e testi confessionali iper-letterari, sinceri come un test della macchina della verità. In questa intervista per la serie Rolling Stone Studio Hawke racconta com’è nato l’album, parla della fine di Stranger Things e di molto altro.
Love of My Life parla della paura di ottenere quel che si vuole?
È che a volte desiderare qualcosa significa mancanza, assenza di qualcosa, altre volte è sogno, aspirazione. Quello che volevo dire è questo: se ottenessi davvero ciò che voglio, quello che penso di volere in questo momento, mi renderebbe felice oppure passerei semplicemente a desiderare qualcosa d’altro? E c’è modo di accontentarsi di quel che abbiamo, di quello che facciamo senza che questo limiti la creatività o la spinta ad andare avanti, a cercare? Perché è quella la cosa che ti fa venir voglia di alzarti dal letto la mattina. Dov’è il confine fra essere soddisfatti e arrendersi?
Come diceva la canzone, se ti rende felice, perché diavolo sei così triste?
Esatto, in pratica è un plagio (ride).
Perché l’album inizia con Love of My Life e si chiude con Dreamhouse?
Dreamhouse parla di gioia, di ottenere ciò che vuoi e costruire un posto in cui ti senti a tuo agio, in cui ti senti te stessa. Volevo che il disco sembrasse un viaggio ed è per questo che gli ho dato quel titolo strano. Volevo che sembrasse il viaggio di un’eroina di fantasia, un percorso che parte dall’aspirare a qualcosa – voglio stare con questa persona, voglio fare questa vita, voglio realizzarmi – e arriva alla realizzazione che quello che stai facendo ti fa stare bene.
Parlami del titolo.
“Corso” è un riferimento a Gregory Corso e “Maitreya” è un riferimento al bodhisattva e alle idee dei nuovi inizi e della combinazione tra divino e umano. Mi sembrava giusto per l’eroina che volevo affrontasse questo viaggio.
Ascoltando l’album sento l’influenza di Joni Mitchell dal punto di vista melodico e dei testi.
È una mia eroina.
C’è anche qualcosa di Taylor Swift nei dettagli presenti nei testi, anche se non è l’unica ad avere questo approccio.
Ha ispirato un’intera generazione spingendola a pensare grazie alle sue canzoni: wow, la mia vita è importante, quel che provo è importante. Sono importanti i dettagli, le storie personali. E ovviamente è una cosa alla William Blake, no? I minute particulars: più rendi qualcosa specifico, più in realtà diventa universale. Ma è vero che lei mi ha influenzata enormemente. Ascolto la sua musica da una vita. Fai partire qualsiasi sua canzone da qualunque parola e io ti do dire esattamente cos’è e probabilmente riuscirei anche a finirla. È un’influenza innegabile.
In Lioness parli di “guardare Sadie parlare con Dio attraverso il microfono lavalier”. Di che stai parlando?
Sto parlando proprio di quella Sadie. È divertente usate i nomi e alludere alla propria vita. C’è però una linea che non va superata: non bisogna scrivere fan fiction sulla propria vita o costruire enigmi da far risolvere a chi ascolta. O almeno, io non lo faccio, non voglio che le persone sentano le canzoni cercando di capire di cosa sto parlando. Voglio che le ascoltino e capiscano come si sentono loro. Però uno dei temi di questo disco, oltre all’amore e alla serenità, è fare i conti con l’ambizione. E Lioness parla proprio dell’ottenere ciò che vuoi e continuare a non essere soddisfatta.
In quella canzone canti anche del tuo viso su un poster. Forse sapevi già cosa comporta la fama visto l’ambiente in cui sei cresciuta, ma immagino che per capire le cose bisogna sperimentarle sulla propria pelle.
Credo proprio di sì. Questo è un mondo in cui è tutto estremamente glamourous, ma allo stesso tempo c’è una profonda solitudine. Stai seduta nove ore in una roulotte con una parrucca e il trucco che ti cola in faccia aspettando che arrivi il tuo turno alle 2 del mattino e ti chiedi: ma che ci faccio qua? Sto facendo arte, sto creando qualcosa? Il mio sogno si avvera eppure sono di cattivo umore. Com’è possibile che sia accettabile sentirsi in questo modo? Come potrei persino parlarne agli altri? Come potrei chiamare un’amica e dirle che sono frustrata mentre sto vivendo il sogno e mio e di tante persone? Ma ovviamente siamo tutti esseri umani e l’insoddisfazione fa parte della natura umana. Anche la persona più felice al mondo ha giornate no in cui è insoddisfatta e infelice. La canzone parla di quei giorni lì. C’è un motivo per cui non è né la prima, né l’ultima canzone: è perché la maggior parte delle mie giornate non va così. Sono molto fortunata e in questo momento anche felice.
Quindi quando canti di guardare Sadie Sink “parlare con Dio attraverso il lav mic”…
Mi riferisco a Stranger Things. Quel giorno ero irritata e poco ispirata. Sono arrivata sul set per una scena in cui c’era lei e mi sono ricordata di quanto è magica la recitazione. L’ho guardata far zittire l’intera stanza, dire la verità, sentire la verità e trasformare un “facciamo finta che” in una cosa autentica e toccante. È stato un bel calcio nel sedere per me. Mi sono detta: devi dare tutto, sempre, ogni secondo. Sì, stai girando per un anno intero, ma non impigrirti, ricordati quanto può essere magica questa cosa. Quando studiavo recitazione mi lamentavo: «L’80% della giornata è magia, ma il 20% è uno spreco di tempo». Poi ho iniziato a lavorare e ho pensato: wow, 80% è una percentuale altissima di magia.
Quel rapporto sta cambiando.
Sì, ma ho capito che ero io che stavo cambiando quel rapporto. Ero io che stavo perdendo il contatto con la magia. Ero io che stavo perdendo il contatto con ciò che mi fa venir voglia di alzarmi la mattina. Ero depressa, non era l’arte a essere depressa. Quindi penso che Sadie sia la più grande attrice della nostra generazione e adoro guardarla lavorare qualunque cosa faccia, ma quello per me è stato un campanello d’allarme.
Lei sa di essere citata?
Sì.
Le hai chiesto il permesso?
Non farei mai, mai nella vita una cosa del genere senza chiedere il permesso. Credo che potremmo parlare per un’ora intera dell’etica di scrivere di altre persone. E dello scrivere delle proprie esperienze, che tu faccia o meno dei nomi.
Quindi chiedi il permesso anche se non usi nomi?
A volte sì. È strano essere oggetto di una canzone. A me è successo con persone a cui voglio bene e che mi conoscono, che non hanno fatto il mio nome, ma hanno scritto di me. Ti fa sentire esposta, ti rende vulnerabile e io non voglio mettere nessuno in quella posizione, né voglio che qualcuno scopra da una canzone che cosa penso di lui o di lei. Miley Cyrus, un’altra enorme influenza e fonte di ispirazione, ha detto che le emozioni che provi e che esprimi non esauriscono la tua identità. Non sei solo arrabbiata, sei tante cose, però per scrivere una grande canzone devi concentrarti su un singolo sentimento, ad esempio la rabbia, quando è solo una delle emozioni che stai provando.
In Devil You Know canti dell’ambizione e di qualcuno che ti ci fa confrontare. Hai sentimenti molto complessi al riguardo.
Credo che l’ambizione sia meravigliosa, è una forza motivante, ti fa salire sul tapis roulant con la carota davanti. Ma ha anche un lato negativo. Mi sentivo insicura, non stavo bene me stessa, ero convinta che non stessi facendo abbastanza bene. «Non credo di avere abbastanza successo», ho detto a una persona. La sua domanda «E quando è abbastanza?» mi ha fatta riflettere. Ho pensato che affinché sembri abbastanza deve diventare… troppo, quando cioè il successo inizia a essere un problema, quando non riesci più a stare in mezzo alla gente in libertà. Ecco, in quel momento direi: ok, basta così, voglio continuare a essere una persona normale. E quindi è stato un campanello d’allarme: devo fare i conti con la mia ambizione, perché l’unica cosa che soddisferebbe il gremlin dentro di me sarebbe l’annientamento della mia libertà. Devo parlare con quel gremlin e trovare un modo per farci pace, in modo che si sia entrambi felici.
Quello è il diavolo della canzone.
Sì e dice: devi fare di più, devi fare meglio, guarda quella persona che ha più successo di te. Devi scenderci a patti perché la gelosia e la competitività non aiutano, non mi rendono un’artista migliore. Ecco di cosa parla la canzone.
In Maitreya and the Way Back riprendi il ritornello di Love of My Life, fa sembrare il disco un concept.
Il disco racconta anche una storia d’amore perché fare i conti con l’ambizione, con la paura e con il passato ti fa crescere come persona e ti rende più disponibile ad accogliere l’amore nella tua vita. Se non sei te stessa, non troverai mai la persona giusta. Devi fare i conti con lo specchio prima di poter tendere la mano a qualcun altro. Volevo raccontare una vera storia d’amore, ma non volevo che l’album durasse 20 canzoni. Così abbiamo cercato di comprimere una grande storia.
Sei riuscita a metterti alle spalle il capitolo Stranger Things?
Gli ultimi due anni hanno rappresentato una sorta di laurea emotiva per me, è stato il più grande sconvolgimento emotivo della mia vita. Ero terrorizzata all’idea che finisse proprio quando avevo finalmente trovato un equilibrio e mi ero messa alle spalle la sensazione di essere l’ultima arrivata. Proprio quando mi sono sentita a mio agio, tutto stava finendo. Ero spaventata. Era diventata una forza stabilizzante, una famiglia, un personaggio che amavo interpretare. Avevo paura che finisse tutto.
Di cosa avevi paura?
Di perdermi. Di non avere più una base sicura a cui tornare. Di perdere quelle amicizie, forse. E poi c’è sempre quella vocina che ti dice: forse non lavorerai mai più. Era una combinazione di tutte queste cose. E poi la domanda: sono davvero brava? Ho interpretato questo personaggio per tanto tempo, magari ho solo avuto fortuna a ottenere la parte e poi hanno costruito il personaggio su di me in modo da farmi riuscire bene. Magari sono una pessima attrice e non merito di stare qui. La classica sindrome dell’impostore. Abbiamo passato un anno a celebrare i funerali della serie. È stato intenso. Funerali privati e funerali pubblici. Molto triste. E spaventoso e confuso. Adesso sto meglio. E una parte dipende dal fatto che siamo ancora tutti amici, e questo è rassicurante. E ho continuato a lavorare dopo la serie, anche questo conta. Per ora sembra che vada tutto bene. Vedremo. Ti terrò aggiornato.
Per gli spettatori i finali delle serie rappresentano un po’ la morte, ecco perché tendono a reagire in modo estremo. In questo caso alcuni si rifiutavano persino di credere che il finale fosse tale.
Hanno attraversato le fasi del lutto. Non li prendo in giro, anch’io ho attraversato le fasi del lutto, li capisco, le sto ancora attraversando. Credo di essere vicina all’accettazione, ma se domani mi chiamassero chiedendomi se voglio tornare risponderei di sì. Internet è un posto strano, c’è tantissima informazione falsa, sentimenti falsi, indignazione falsi, qualsiasi cosa falsa. Ognuno di noi ha un suo internet progettato su misura per il proprio cocktail di odio per se stesso. L’ho capito confrontami con i miei amici: «Tu leggi cose terribili su di te? Io vedo cose terribili su di me, mentre di te leggo solo quanto vai alla grande». È come se Internet stesse cercando di distruggere la nostra amicizia. Quindi sto cercando di starne fuori e di vivere la fine della serie senza filtrare quel che provo attraverso le reazioni e le emozioni di persone che manco conosco. È complicato e le persone si fomentano a vicenda, e poi c’è la comunità dei fan… non lo so…
Però è anche divertente avere allucinazioni collettive.
Sì, è divertente.
Tornando alle canzoni: all’inizio scrivevi solamente i testi, poi hai iniziato a scrivere anche la musica.
Avevo paura.
Di cosa?
Di non essere abbastanza brava. E poi ho ho avuto la fortuna, ma anche la complicazione di iniziare a collaborare abbastanza presto con musicisti straordinari e questa cosa mi ha inibita. Se non avessi incontrato persone del genere, probabilmente avrei registrato demo da sola nella mia stanza e le avrei caricate su YouTube. E invece è stato: «Vieni qui, c’è il più grande chitarrista del mondo che vuole scrivere una canzone con te». Ero insicura e spaventata, pensavo di non essere all’altezza, né capivo perché le mie idee dovessero contare quando nella stanza c’erano chiaramente idee migliori e più competenti delle mie. Ci è voluto del tempo e molto incoraggiamento da parte di persone a me vicine per convincermi che anche le mie idee avevano un valore. Non perché fossero migliorie, ma perché erano mie. Si tratta di esprimere sé stessi. E solo quando ti esprimi fino in fondo le persone riescono a entrare in connessione con quel che fai.
Quali sono secondo le canzoni migliori di sempre?
Golden Slumbers è una delle più grandi canzoni di tutti i tempi, Try a Little Tenderness è un’altra, anche Being Alive di Stephen Sondheim, che è uno dei più grandi autori della storia. E ti dirò, anche Love Story.
Perché fra tutte le canzoni di Taylor proprio Love Story?
Perché è originale. Strutturalmente semplicissima, ma con una melodia potentissima. È piena di riferimenti, è la reinterpretazione di un grande mito. E ha una sua urgenza. La ascolto da, non so, vent’anni e non perde mai di forza. Non annoia mai, non sembra mai abusata. E ha dentro una scintilla umana essenziale.
Ne volevi dire un’altra?
Dirò questa perché ne parlavo proprio stamattina: God Bless the Child di Billie Holiday, una delle più profonde di sempre.
Da Rolling Stone US.
