La prima intervista dopo il boom ai rocker di cui bene o male parlano tutti: le origini, i bot, il prezzo del successo, i progetti. Questo non è un gruppo costruito a tavolino, ma una band che vuole ribaltare il tavolo
Al Governors Ball c’è di tutto. Rapper, popstar, photo opportunity e attività dei brand animano il parco del Queens dove nel primo weekend di giugno si sono ritrovati decine di migliaia di newyorkesi. Ci sono chioschi che vendono bevande alla marijuana, food truck di hot dog artigianali e ogni pezzo che senti ti sembra la canzone dell’estate. Ma c’è una cosa che Max Bassin non riesce proprio a trovare: un buon caffè. Per questo un’oretta prima di salire con la sua band sul palco principale del più grande festival musicale della città è attaccato a una macchinetta per espresso da 700 dollari in un trailer del backstage.
«Sono due o tre ore che Max fa caffè», dice una delle persone che si trovano nella green room, una decina di amici e membri della crew.
«Il bro sta facendo un turno di otto ore», dice un altro.
«Mica sto cazzeggiando!», ribatte Bassin.
Il batterista dei Geese sorride e chiacchiera allegramente chino sulla macchinetta. Indossa pantaloni neri larghi, t-shirt bianca con la scritta “E Is for Evil”, occhiali da sole stilosi appoggiati sui capelli spettinati, e ha un accenno di pizzetto sul mento. Sul tavolo accanto ci sono un bong in vetro trasparente e un grinder pieno d’erba verde e odorosa, oltre a un cartone di latte d’avena. Non deve essere male la vita del batterista della rock band newyorchese più cool degli ultimi anni.
Foto: Jason Nocito per Rolling Stone US
Cameron Winter è sdraiato su una poltrona, in un altro angolo della stanza. Fissa assorto il telefono che ha una sola, grande crepa sullo schermo. Non è vestito in modo appariscente, camicia blu e jeans neri. Sta in silenzio mentre gli altri parlano di chi c’è in lista e degli amici che potrebbero passare più tardi. Lo si noterebbe a fatica se non fosse per il suo metro e 90 di altezza e per il carisma che è ancora più evidente quando sta zitto.
Qualcuno gli chiede che cos’è successo al telefono. Winter alza lo sguardo. «È stato investito da un autobus», dice.
«Cosa?», fa un altro membro della comitiva, preoccupato.
«Il mio telefono è stato investito da un autobus», ripete lentamente Winter, col suo baritono profondo. «Mi è caduto per strada. L’ha trovato una signora, me l’ha riportato e mi ha detto di fare attenzione».
Ridono tutti mentre il cantante racconta quella che potrebbe essere oppure no una storia inventata sul suo telefono. Dall’altra parte della stanza la conversazione torna sul set che la band farà al festival. Si avvicina l’ora dello show e un membro della crew rientra dopo aver dato un’occhiata al posto in cui suoneranno.
«È un palco bello grosso», dice.
Bassin sorride. «Anche noi siamo una band bella grossa».
I Geese lo sono, almeno in una certa misura, è un dato di fatto che nell’ultimo anno ha entusiasmato e lasciato perplesso il pubblico in parti uguali o quasi. È successo da quando il terzo album Getting Killed li ha catapultati nel bel mezzo di una guerra culturale tutta interna all’indie. All’improvviso appare questa band formata da gente che conosce alla perfezione i fondamentali del rock, al punto da poter infilare un frammento di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd nei loro concerti. Una band che allo stesso tempo è dotata di una vena sperimentale talmente spiccata da risultare spiazzante. Che suonino a tutto volume oppure piano, i Geese fanno musica dotata dell’intensità prodigiosa che manca a tante altre band. E quando Winter caccia quel suo urlo inconfondibile, ti sembra di guardare dritto dentro il suo animo tormentato.
Non sono spuntati dal nulla, anche se il loro boom potrebbe far pensare il contrario. Sono in giro e apprezzati da una decina d’anni, da quando Winter, Bassin, la chitarrista Emily Green e il bassista Dominic DiGesu, che oggi hanno tutti 24 anni, erano adolescenti. Il loro pubblico è cresciuto in maniera costante anno dopo anno e quando nel 2023 è uscito 3D Country, il secondo album accolto molto bene dalla critica, erano ormai vicini al massimo livello di successo a cui un gruppo di ragazzi che fa rock può realisticamente aspirare oggigiorno.
Eppure è successo qualcos’altro, qualcosa di più misterioso. Oggi si esibiscono davanti a platee più ampie, i biglietti vanno a ruba, riempiono le sale di tutto il Paese, la gente reagisce alla loro musica con una sorta di estasi sfrenata. «Dai, basta», ha detto Winter con fare schivo al pubblico che cantava il nome della band durante un concerto sold out a New York lo scorso autunno (la gente non ha smesso di farlo). A gennaio sono stati al Saturday Night Live dove hanno suonato di fronte a un pubblico televisivo di milioni di persone Au Pays du Cocaine, la ballata più straziante di Getting Killed, seguita da Trinidad, quella dove Winter continua a urlare “There’s a bomb in my car!”. Sono diventati immediatamente gli ospiti musicali più chiacchierati dello show da un sacco di tempo. Una parte della conversazione su di loro era animata da scettici che si chiedevano se anche l’esibizione fosse uno sketch comico. Coi Geese va così. Per tutto l’anno sono stati al centro di accese discussioni nei online: alcuni li hanno celebrati come i salvatori del rock, altri hanno espresso dubbi, come succede ogni qual volta che un gruppo esplode.
Sono cose che accadevano in un’epoca del rock ormai lontanissima, non oggi, ed è questo il vero enigma. Questi quattro ragazzi stanno facendo impazzire la gente usando chitarra, basso, batteria e voce, più o meno gli stessi strumenti dei Beatles e degli Stones, e lo stanno facendo ora, negli anni ’20 dei 2000. Teoricamente non è una cosa che dovrebbe succedere, eppure basta guardarsi attorno per capire che invece è così. Quindi, che diavolo sta succedendo? Possibile che i Geese siano semplicemente bravi?
Jack White ne è convinto. «Sono una vera band americana, una vera band newyorkese», dice il musicista diventato uno dei loro fan più entusiasti. «Lo capisco dal mood, dall’atteggiamento, dal modo in cui fanno le cose. In quest’epoca in cui i content creator succhiano l’energia a chiunque riesca a emergere anche solo per un secondo, loro sono riusciti a catturare la magia che succede quando la gente si entusiasma in modo sincero e viscerale per una band… Sono esplosi, vuol dire che c’è ancora speranza».
I Geese hanno iniziato a rendersi conto che le cose stavano cambiando subito dopo l’uscita di Getting Killed, il 26 settembre 2025. Il giorno dopo, un sabato, hanno festeggiato con un concerto gratuito a Banker’s Anchor, una piazza di Greenpoint, a Brooklyn. «Mi girava il cazzo doverlo fare», dice Winter, «pensavo che non sarebbe venuto nessuno e che ci saremmo ritrovati a suonare tipo busker». Ovviamente non è andata così. ««Quella mattina siamo arrivati e ci siamo detti: al massimo verranno 500 persone», ricorda DiGesu. «E invece ne sono arrivate almeno 2500».
Per la band l’impennata di attenzione è stata a tratti disorientante. «All’inizio metteva paura», dice Winter. «Non sembrava una cosa positiva. Non sapevamo perché stesse succedendo e ancora non lo sappiamo, immagino. Viviamo in un’epoca e in un posto inadatti affinché un disco del genere abbia successo su una scala più grande, perché diventi la cosa che fa venire a tutti voglia di comprare un biglietto per il concerto… Non so, probabilmente erano dei robot o qualcosa del genere».
Già, i bot. Se questa primavera avete fatto anche solo un giro online, avete probabilmente sentito parlare della spiegazione complottista del successo dei Geese. L’accusa è emersa per la prima volta a marzo, quando che due tizi di una società di marketing digitale dal nome fin troppo perfetto, Chaotic Good, hanno parlato con Billboard dei servizi offerti dalla loro azienda. I due praticano una cosa che chiamano “simulazione dei trend” ovvero usano una vasta rete di account social creati ad hoc per alimentare le conversazioni sui loro clienti. «Possiamo orientare i clic su qualsiasi argomento», si è vantato uno di loro. «Sappiamo come far diventare virale una cosa, controlliamo migliaia di pagine».

Chaotic Good si è attribuita il merito di aver fatto campagne promozionali per superstar come Coldplay e Travis Scott, eppure nessuno di quei grossi nomi ha suscitato indignazione accostato al gergo da marketing tanto quanto i Geese. Forse perché i fan dell’indie si aspettano dagli artisti che amano un altro livello di autenticità, qualunque cosa significhi. Forse perché si sono sentiti traditi e manipolati, fino a provare il tipo di vulnerabilità di cui canta Winter. Fatto sta che la conversazione sulla band ha preso una brusca svolta il 31 marzo, quando la cantautrice e podcaster Eliza McLamb ha pubblicato su Substack un articolo intitolato “Fake Fans”. Due settimane dopo è precipitata all’inferno quando Wired ha pubblicato un’inchiesta dal titolo provocatorio “The Fanfare Around the Band Geese Actually Was a Psyop” (il clamore suscitato dai Geese è in realtà un’operazione psicologica).
Da un certo punto di vista, l’accusa di avere dei fan finti è assurda. Non sta proprio in piedi. Se siete stati a un concerto dei Geese nell’ultimo anno, o avete anche solo visto su Internet un video girato col telefonino, sapete che il loro pubblico è composto da persone reali, in carne e ossa, appassionate di musica e che vivono sullo stesso piano della realtà in cui viviamo noi. «Venite a vederci in concerto, cazzo», dice DiGesu con un tono comprensibilmente esasperato, «venite al concerto e diteci quanti bot vedete».
Winter è meno sulla difensiva quando gli chiedo che cosa ha provato di fronte all’accusa secondo cui il successo della sua band sarebbe il risultato di una trama oscura. «Anch’io l’ho pensato, davvero», dice ridendo. «Mi sembrava una spiegazione ragionevole». Racconta che il dibattito infuocato attorno alla band in primavera ha provocato scompiglio all’interno del gruppo. «Ci dicevano: oh mio Dio, è tutto finto. Eravamo nel bel mezzo di una crisi. Poi abbiamo scritto una e-mail alla nostra etichetta, alle persone del team: “Da quanto tempo tutti i nostri cazzo di fan sono finti, figli di puttana?”».
Ora, nella loro prima intervista da quando sono stati accusati di essere una psyop, i Geese vogliono chiarire alcuni equivoci su ciò che Chaotic Good ha fatto e non ha fatto per loro. Anzitutto: «Abbiamo capito che dovremmo partecipare alle riunioni su Zoom in cui si parla di come verrà pubblicizzato il disco», dice Winter. Quando, con un certo ritardo, hanno chiesto spiegazioni, hanno ricevuto la rassicurazione che la società era stata ingaggiata solo per condividere e ripubblicare clip dal vivo, nient’altro. «Non si trattava di commenti, fan finti o bot», dice Winter. «Erano post su TikTok usati per dare una spinta all’algoritmo. Ci hanno mostrato degli esempi e mi sono sentito meglio anche perché facevano schifo».
Dominic DiGesu
In altre parole, che ci crediate o meno, quasi tutto l’hype attorno ai Geese è autentico. La voglia apparentemente inesauribile di discutere di questa band ha generato il contraccolpo che ne è seguito. «Alla fine sono contento che la gente abbia opinioni forti su di noi», dice DiGesu. «Per lo meno non siamo considerati noiosi e mediocri».
Ma lasciamo stare la storia dei bot. Il segreto dei Geese non è complicato, né esoterico: è la vecchia, semplice creatività. Sono quattro amici da sempre che hanno continuato a spingersi oltre e a spronarsi a vicenda finché non hanno fatto un salto che ha sorpreso persino loro. Quello che li spinge è la sintonia tra quattro musicisti che conoscono gli istinti e le esigenze degli altri tanto quanto i propri.
Per DiGesu è facile indicare il momento preciso in cui la sua vita ha preso la direzione che l’ha portato fin qui. Era il settembre del 2016, il primo giorno di prima superiore alla Elisabeth Irwin High School, un istituto progressista nel cuore di Manhattan. L’anno scolastico è iniziato con un viaggio di orientamento per le matricole in una località dell’Upstate New York. «Scendiamo tutti dal pullman, nessuno conosce nessuno, a parte i ragazzi che avevano fatto le medie insieme. Quindi si sono creati questi gruppetti di amici e poi c’eravamo noi, quelli ai margini e che non conoscevano nessuno».
Tra i nuovi arrivati c’erano lui e Green, che non ha perso tempo a presentarsi. «Ero lì nella zona delle strutture per arrampicarsi con un ragazzino che cercava di fare un salto mortale all’indietro. Arriva Emily: “Ehi, posso provare?”. Quando siamo ripartiti dal campeggio, eravamo già seduti vicini sul pullman».
DiGesu me lo racconta durante una passeggiata per Central Park, non lontano dall’appartamento dell’Upper West Side dove vive con la madre e la loro yorkshire terrier, Cheyenne («come la città del Wyoming»). È l’unico membro dei Geese cresciuto a Manhattan, gli altri tre sono di Brooklyn, dall’altra parte dell’East River, e si sono conosciuti alle elementari. Per molti versi, DiGesu è il tipico newyorkese. «Sono molto italiano. Tipo, italiano all’80%». La famiglia della madre viene da «una piccola isola al largo della Sicilia che si chiama Lipari», mentre quella del padre affonda le radici «in un paesino della Calabria che si chiama Cessaniti».
I suoi genitori si sono conosciuti nei primi anni ’90 a una partita dei Knicks, di cui anche lui è tifoso da sempre. Quando ci incontriamo, ai Knicks mancano due vittorie per conquistare il primo titolo NBA in 53 anni. DiGesu indossa orgogliosamente una vecchia t-shirt con la scritta “Go New York, Go New York, Go” che la madre ha comprato anni fa al Madison Square Garden. Ma la sua vera passione è il baseball e in particolare i New York Mets, per i quali nutre una devozione quasi religiosa. Quando a novembre Mr. Met, la mascotte dalla testa gigantesca, è apparso a sorpresa a un concerto dei Geese a Brooklyn, DiGesu non è riuscito a trattenersi. «Ho iniziato piangere».
Quando ci addentriamo nel parco DiGesu indica un punto vicino al lago dove erano soliti ritrovarsi ai tempi del liceo. «A volte riuscivo a convincere Emily a venire qua dopo la scuola. Ci divertivamo. Venivamo al parco, fumavamo erba e poi guardavamo i cartoni animati». Più spesso, però, prendeva la metropolitana per andare a Brooklyn, dove Green, Bassin e Winter frequentavano lezioni extrascolastiche alla Park Slope Rock School. DiGesu, che nel frattempo aveva già fatto parecchi progressi con il basso in un altro programma della School of Rock a Manhattan, si è trovato subito bene. «Emily mi ha presentato Max e Cam e improvvisamente eccoci tutti e quattro a suonare in un seminterrato».
Quel seminterrato, ribattezzato The Nest, gioca un ruolo quasi mitologico nella storia dei Geese. Era il locale spoglio sotto l’edificio in brownstone della famiglia Bassin a Fort Greene, dove i quattro, appena quattordicenni, hanno iniziato a mettere insieme la band. «Era mezzo fatiscente, con un pavimento di cemento sgangherato», ricorda Bassin. «Mia madre ha fatto mettere del cartongesso, noi abbiamo appeso delle tende e un sacco di stoffa per assorbire il più possibile il suono, poi abbiamo aggiunto tappeti, lampade e altra roba. C’era una bella atmosfera».
DiGesu è cresciuto ascoltando i gruppi preferiti dei genitori come i Doors e i Led Zeppelin. I suoi nuovi compagni gli hanno fatto scoprire band come Radiohead e Animal Collective, e da lì gli si è aperto un mondo. È il genere di cosa che avrebbe potuto accadere in un qualunque seminterrato negli Stati Uniti negli ultimi 30 o 50 anni, solo che questo gruppo di adolescenti non si è limitato a formare una band, ne ha messa in piedi una che un giorno potrebbe ritrovarsi al fianco dei suoi stessi eroi. All’epoca, un sogno del genere sembrava a dir poco improbabile. Ora che sta diventando realtà, DiGesu sta cercando di abituarcisi. «È incredibile quanta gente viene ai concerti… Ci piace suonare dal vivo e adesso ci piace ancora di più vedere quant’è presa la gente. Cazzo, sì. Anche noi pensiamo che sia meglio».
Il sole splende sulla vasca vuota della Bethesda Fountain mentre DiGesu prova a raccontare chi sono oggi i Geese, a un passo dal 2027. «Sincero, credo tantissimo nei miei compagni di band. Abbiamo, cosa, tre album? Abbiamo ancora un sacco di strada da fare, sono curioso di vedere fin dove possiamo spingere la musica».
Qualche ora dopo, incontro Green nel Lower East Side, all’ombra del Williamsburg Bridge. Nuvole cariche di pioggia s’addensano sull’East River mentre saliamo sull’imponente struttura industriale dove nel 1959 il grande jazzista Sonny Rollins andava quando aveva bisogno di allontanarsi dai riflettori. «Mi piace camminare mentre parlo», dice Green. È alta, esile, vestita di nero. Iniziamo ad attraversare il fiume in direzione Brooklyn. «Mi aiuta a tenere a mettere in moto i pensieri».
Emily Green
La conversazione si interrompe ogni pochi minuti quando passano sferragliando i treno delle linee J, M o Z, ma anche perché Green sceglie le parole con cura. Quando durante l’ultimo anno di liceo i Geese stavano registrando nel seminterrato di Bassin Projector, il loro primo disco ad avere una certa distribuzione, lei non pensava certo alla carriera di musicista. «Non avevo aspettative. È raro che accada. Ci sono tantissime band e moltissime durano un attimo, non hanno pubblico». Sei anni dopo, fatica a rendersi conto di essere la chitarrista solista di una rock band conosciuta in tutto il mondo. «Voglio dire, la vita che faccio è ancora più assurda e improbabile».
Proprio l’altro giorno è entrata in un negozio di dischi a Ridgewood, nel Queens, e ha trovato gli album della band sullo scaffale del “Dad Rock”, vicino agli LP dei Wilco. «Nei negozi di dischi c’è una sezione dedicata ai Geese!», dice incredula. «Facciamo concerti grossi, sold out davanti a persone che desiderano vederci. Suonare in questa band è divertentissimo, cazzo». Non è sempre così: «No, ovviamente. Sono bravissima a trovare cose di cui lamentarmi».
Sta in silenzio per una trentina di secondi quando le chiedo di una cosa che mi ha detto DiGesu: nei Geese «ci stiamo divertendo da matti e allo stesso stiamo vivendo un periodo terribile». Lui l’aveva buttata sul ridere, ma Green sa cosa intendeva. «Non possiamo più fare le cose con la stessa libertà di prima. È strano, perché per certi versi abbiamo più libertà di fare quel che vogliamo, ma le decisioni che prendiamo hanno molta più risonanza e questa cosa pesa». Tra le cose che sopporta meno ci sono le sempre più frequenti riunioni di lavoro e le conference call necessarie per far funzionare la band. «Avere a che fare con l’industria musicale non mi sembra particolarmente utile a fare arte. Non sono riuscita a trovare niente, in tutto questo, che mi renda felice, entusiasta, stimolata o creativa».
Preferirebbe di gran lunga far musica ed è così che trascorre quasi tutto il tempo libero. Dal 2023 suona “Rock con la R maiuscola” negli Star’s Revenge, il progetto parallelo che ha con Olive Faber. Considera la co-fondatrice dei Sunflower Bean una specie di sorella maggiore. «Attacco la chitarra a un ampli e mi sparo 30 minuti di assoli sul palco. È divertente». A gennaio, quando Winter si è esibito da solo in un club di New York con il nome Chet Chomsky, Green ha aperto la serata con una serie di pezzi melodici e agrodolci che non avevano niente a che fare coi Geese. Erano quasi tutti nuovi, scritti in fretta e furia quello stesso giorno. «Quando scrivo una canzone c’è un intervallo di tempo molto ristretto in cui rispecchia chi sono in quel momento. Forse quando smetterò di cambiare così tanto riuscirò a scrivere canzoni che durano più a lungo».
Siamo ormai arrivati a Williamsburg e Green si ferma quando vede un negozio di dischi dall’altra parte della strada. «Ti dispiace? Solo cinque minuti». Dentro, come previsto, ci sono diverse copie di Getting Killed, compresa un’edizione limitata in vinile viola da 75,99 dollari. Green si dirige verso gli scaffali del folk e prende una copia dell’album di debutto del 1969 di Karen Dalton. Mentre la porta alla cassa alcuni ragazzi iniziano a bisbigliare e a lanciarle occhiate. «Magari hanno pensato che eri la mia guardia del corpo», scherza quando usciamo.
Sta facendo del suo meglio per stare lontana da Internet, soprattutto perché leggere sui social quel che viene scritto su di lei la fa sentire «malissimo». Anche perché «nella testa di tanta gente esiste una Emily che non corrisponde a quella che sono davvero, ed è strano vedermi restituire quell’immagine di me». Per quanto abbia un rapporto ambivalente con l’essere diventata un personaggio pubblico, è ottimista su dove possono arrivare i Geese. «Continuo a pensare che possiamo fare musica migliore. Soprattutto penso che sono passati quasi due anni da quando abbiamo registrato Getting Killed e che io sono un essere umano migliore. Lo siamo tutti. Siamo cresciuti».
La differenza più evidente? Sta imparando a fidarsi di sé stessa. «Avevo un sacco di ansie mentre facevamo il disco. Mi mettevo addosso da sola un sacco di pressione per essere brava… meglio prenderla alla leggera». Ci sono però degli standard a cui i Geese non intendono rinunciare. Ride quando le chiedo per quanto tempo andrà avanti la band secondo lei: altri dieci o vent’anni? «Finché riusciremo a fare buona musica. Chiuderemo la baracca nel momento esatto in cui inizieremo a fare schifo».

Dopo le chiacchierate con DiGesu e Green, la band parte per Manchester, Tennessee, per suonare al Bonnaroo. Sono affezionati al festival visto che conservano un buon ricordo del loro primo passaggio nel 2024. «All’epoca era uno dei pubblici più grandi davanti a cui avessimo suonato», racconta Bassin quando lo incontro il lunedì pomeriggio successivo nel suo posto preferito, una torrefazione danese a Bushwick. «Avevamo un posto folle in scaletta, di notte. Abbiamo fatto un concerto matto e poi, tipo alle 2 del mattino, ne abbiamo fatto un altro ancora più fuori di testa».
Quest’anno a quanto dice non è stato altrettanto memorabile: una toccata e fuga. Bassin è comunque di ottimo umore mentre passa in rassegna i chicchi monorigine esposti, leggendo ad alta voce le descrizioni sulle confezioni per prenderle in giro: «Fresco, tropicale, rotondo: no. Succoso: no. Molto floreale: no». Alla fine sceglie un sacchetto di Rutas Del Inca da 25 dollari, ordina un latte d’avena freddo e si siede, vestito come al solito con felpa rosso scuro con cappuccio, enormi occhiali da sole “a mosca” e una serie di grossi anelli d’argento alle dita.
La città è ancora in fermento per la vittoria dei Knicks nel fine settimana e il batterista dei Geese non fa eccezione. DiGesu è di gran lunga il tifoso dei Knicks più sfegatato del gruppo – Bassin tiene per i Nets, Winter da ragazzino era più appassionato di football – ma i Geese, come tutti nei five boroughs di New York, si sono fatti travolgere dalla febbre delle Finals. Così, la sera dopo essere tornati dal Bonnaroo, si sono ritrovati con gli amici a guardare la gara numero 5 proiettata su un lenzuolo bianco nel cortile di Bassin. Attorno a mezzanotte, dopo che Jalen Brunson e compagni hanno conquistato il titolo, sono usciti a festeggiare.
«Qualcuno si è accorto che i Geese erano fermi a un angolo di Ridgewood e io ho pensato: ok, toccherà rientrare a casa in fretta», ricorda Bassin. Ultimamente cose del genere succedono sempre più spesso. Poco prima DiGesu mi ha raccontato, con un certo divertimento, di essere stato riconosciuto dal personale di un dispensario. A Bassin, che è cresciuto in un quartiere pieno di gente famosa, pare surreale essere considerato una celebrità. «Vedevi Jason Sudeikis camminare per strada in tuta e pensavi: “Ah, ma quello è il mio vicino di casa Jason”».
All’epoca faceva musica e per divertirsi con Winter e Green, suoi compagni alla Brooklyn Friends School: «Abbiamo iniziato a suonare insieme da piccolini», dice Bassin, ricordando session quando avevano non più di 9 anni. «Ci sono un sacco di registrazioni che fanno schifo. Nasce tutto a quell’epoca. A quelli che pensano che siamo una band costruita a tavolino dall’industria dico: 2011, bro».
Capitava spesso che i Geese si sentissero fuori posto rispetto agli altri adolescenti. «Essere in una band era la cosa meno figa del mondo», dice Bassin. Hanno acquistato un po’ di fiducia nell’estate del 2018 quando Bassin, Green e Winter sono andati a vedere gli King Gizzard and the Lizard Wizard al Brooklyn Steel (DiGesu non aveva ancora compiuto 16 anni e quindi è dovuto rimanere a casa). «Era tutto un pogo. A fine concerto ci siamo detti che era tornato il tempo delle band e che dovevano metterci sotto e fare come loro». Nel giro di pochi anni, i Geese hanno aperto i loro concerti.
Oggi Bassin ha un’infinità di passioni, a parte il caffè. È un fotografo dilettante (sta provando una vecchia compatta che gliene ricorda una che ha visto in Austin Powers), un fattone felice e un appassionato di tatuaggi. Sugli avambracci ne ha decine. Molti sono opera dell’artista visiva Charlotte Tampol, che da sei anni circa è anche la sua compagna. «In pratica le ho detto: vai, fai pratica su di me».
Max Bassin
Bassin potrebbe sembrare il membro più rilassato dei Geese, ma dietro la sua aria tranquilla si nasconde «uno che si fa troppe seghe mentali. Penso a tutto: a come veniamo percepiti, a che cazzo faremo in futuro, a cosa indossare ai concerti. È anche uno dei motivi per cui fumo tanta erba, mi rallenta un po’ il cervello».
Prima di salutarci gli chiedo se ha già sentito qualcosa del nuovo album solista di Winter. È il seguito del debutto Heavy Metal, la cui fama è cresciuta esponenzialmente da quando è uscito nel dicembre 2024. I fan dei Geese muoiono dalla voglia di ascoltarlo e così anche i suoi compagni, che hanno sempre appoggiato il suo lavoro solista, anche quando la loro stessa etichetta non sembrava particolarmente entusiasta. Winter ha già presentato alcune nuove ballate piene di richiami spirituali ed emozioni profonde nei suoi concerti solisti, compreso quello alla Carnegie Hall che uscirà in autunno come album dal vivo e documentario diretto da Paul Thomas Anderson. Bassin giura di non averne ancora sentito nessuna versione registrata in studio.
«Tiene tutto per sé», spiega parlando dell’amico che conosce da quando facevano la terza elementare. «Lo conosco, è fatto così. Ma so che ci sta lavorando come un pazzo».
Winter arriva verso le 6 di sera a un piccolo take-away cinese con le vetrine sulla strada, a Bed-Stuy. Indossa un’anonima t-shirt grigiastra e pantaloni scuri, con uno zaino nero e una busta di plastica in mano. Guarda le foto scolorite dei lo mein sopra il bancone e ordina una porzione piccola di ravioli di maiale al vapore, che paga in contanti. «Devo smettere di mangiare maiale», dice mentre intinge un raviolo nella salsa, «anche solo perché li torturano fino alla morte. Il fatto che continui a mangiare carne è uno dei punti deboli della mia vita».
Sembra stanco. Mi dice di essere appena uscito da una sessione di registrazione per il suo progetto solista. Si è divertito al Bonnaroo nel fine settimana? «Più o meno. La prima volta era stato più divertente perché eravamo tutti fatti come merde. Tutti ci offrivano funghetti e noi accettavamo. Stavolta, invece, era solo lavoro». E la festa per le Finals la sera dopo? «Sono contento per i Knicks». Non sembra particolarmente euforico, soprattutto quando comincia a raccontare che quella sera è stato essere avvicinato per strada da un gruppetto di fan dei Geese. «Non so perché cazzo Max viva a Ridgewood», spiega riferendosi al quartiere dove, probabilmente, il numero di stream dei Geese per abitante supera quello del resto della città. «È il ventre della bestia. È come lanciare un mango dentro un formicaio».
Cameron Winter
Tutti gli altri membri dei Geese mi hanno detto che le loro vite sono cambiate radicalmente dopo Getting Killed («Ovvio», ha detto Green). Faccio la stessa domanda a Winter e lui non sa bene cosa rispondere. «Più o meno», dice. «Difficile dirlo. Per molti versi non è cambiato quasi niente. Le mie abitudini sono le stesse, per dire. Mi sembra che siano cambiati gli altri». Le abitudini di cui parla sono profondamente radicate: lavorare alla musica ogni giorno, procedendo lentamente e ostinatamente verso una qualche forma di trascendenza. Altrettanto radicato sembra essere un certo scontento. Persino l’ambiente favorevole in cui sono nati i Geese – nel suo caso un padre compositore e una madre scrittrice, entrambi ebrei, che fin da piccolo lo hanno incoraggiato a coltivare i suoi interessi – sembra avergli lasciato l’amaro in bocca.
«Ci hanno sostenuti contro la nostra volontà. I miei mi hanno obbligato a prendere lezioni di pianoforte da quando avevo 6 anni. Lo odiavo. Persino la scuola rock mi annoiava. Mi piaceva stare con gli amici e pestare sugli strumenti, ma la verità è che i miei volevano soltanto non avermi tra le scatole nel weekend. Siamo stati fortunati ad avere tutto quel sostegno, ma ho iniziato a stare bene solo quando è venuto meno, quando mi sono imposto e ho smesso con le lezioni di pianoforte, quando ho mollato maledetta scuola rock e abbiamo iniziato a fare tutto da soli».
Nonostante l’indipendenza, lo tormenta l’idea che le persone trovino difficile la musica della band, basti pensare alle reazioni all’esibizione al Saturday Night Live, ai commenti ostili degli spettatori che non avevano idea di cosa fossero i Geese. «Mi ha fottuto il cervello vedere quanto male l’ha presa la gente. Certo, c’erano un sacco di nerd della musica a cui è piaciuto, ma avevo la sensazione che a loro piacesse per prendere per il culo la gente normale che torna dal lavoro e guarda SNL. Mi ha depresso da morire, non era quello che volevo fare. Non è che volessi suonare una cazzo di canzone con un tempo strano, a tutto volume e ripetitiva, per poi dire: “Ah ah, voi non la capite come la capiamo noi”». Si porta il pollice al naso e agita le dita. «È una stronzata. Però molte delle cose che facciamo vengono percepite così. Non so come risolverla questa cosa».
Sta cercando di capire come gestire queste preoccupazioni mentre lavora alla sua nuova musica. Da una parte ha il desiderio di creare canzoni che esprimano un punto di vista personale, dall’altra vuole riuscire ad arrivare agli ascoltatori. «È difficile. Una volta scrivevo canzoni con accordi strani, quasi difficili, ora vado avanti a forza di I-IV-V». Ormai persino una scelta musicale appena fuori dagli schemi gli sembra pretenziosa. «Va sempre peggio. Se metto un accordo sul secondo grado della scala mi viene da pensare: “Bleah, credi di essere Keith Jarrett, pezzo di merda?”».
È una battuta divertente, ma non posso fare a meno di notare un filo di feroce autocritica sottesa a molte delle cose che dice. Comincio a sentirmi un po’ come uno psicoterapeuta senza abilitazione e gli chiedo da dove venga quest’atteggiamento. «Non lo so, dal mio lato semitico?», scherza.
A proposito della follia che ha circondato i Geese nell’ultimo anno dice che «ci sono cose che trovo difficili da gestire. Max riesce a gestire tutto molto meglio di me, io invece ci rimango male. Mi pesa questa cosa. È come dicevo prima: mi sembra che tutti gli altri abbiano perso completamente la testa e che tutto quello che mi è successo, di bello e di brutto, sia opera degli altri. È tutto un enorme cazzo di vortice e sinceramente preferirei non farne parte».
Quand’era più giovane, si chiedeva come sarebbe stato trovarsi nella posizione in cui è oggi. Ora non deve più chiederselo. «Tipo: perché le band si sciolgono quando sono popolari? Adesso lo so, eccome. La verità è che è un miracolo che le band non si sciolgano prima». Fa una risata amara e abbassa la voce. «Voglio soltanto sentirmi una persona, una persona vera. Non è bello sentirsi qualcosa di più di una persona».
Fino a questo momento Winter ha risposto a tutte le mie domande con una franchezza ammirevole. Ma la sua espressione cambia quando tiro fuori un altro degli argomenti più discussi a proposito dei musicisti dei Geese: le fotografie dei paparazzi che lo ritraggono con Olivia Rodrigo mentre camminano sorridenti fianco a fianco dopo aver cenato assieme a Los Angeles ad aprile (da allora non sono più stati fotografati insieme). Di cosa hanno parlato a cena due delle voci più originali della loro generazione?
Esita a rispondere, ha l’aria infelice, gli dico che non è obbligato a parlarne se non vuole. Lui respinge l’offerta con un gesto: «Oh, abbiamo parlato dei Padri fondatori. È un argomento vastissimo».
«Se è furbo, raddoppierà su quella diagonale con l’Alfiere», dice Winter. Sono passati due mesi, siamo a inizio agosto. «Ma quello che non sa è che posso mettere la Regina in E7 per bloccarlo».
Lui e DiGesu hanno appena tirato fuori i telefoni per una veloce partita a scacchi nella sala che i Geese usano per provare e registrare. Sono seduti alle due estremità di un divano rosso-arancio consunto, con Bassin e Green in mezzo. La posizione esatta della sala non può essere rivelata per via di quello che potremmo chiamare il fattore mango-formicaio, ma non è niente di speciale, è soltanto una piccola stanza da qualche parte a New York piena di strumenti musicali e oggetti vari (una maglia da basket col nome di Nic Claxton dei Nets, un mazzo di tarocchi dei Geese, una fanzine anti-tech chiamata Summer of Ludd). È la prima volta dai tempi del seminterrato che hanno un posto tutto loro e Winter in particolare quest’anno lo ha sfruttato parecchio, lavorando poco alla volta al disco solista in una specie di cubicolo, dove una minuscola armonica è su una scrivania accanto al monitor di un computer e a un paio di chitarre.
Non ha ancora fatto ascoltare ai compagni nessuno dei pezzi a cui sta lavorando e non è nemmeno sicuro che le canzoni che ha fatto alla Carnegie Hall finiranno nel disco. «La gente mi dà fin troppo credito. Posso anche fare una cagata e comunque diranno “yeah!”», spiega fingendo di applaudire. Cerca perciò di ignorare le reazioni della gente, sia positive che negative, ma il risultato è modesto. «È una cosa che si intromette nel mio lavoro. Lo sentirete nella quarta traccia di questo nuovo progetto. Andate al secondo 45 e ascoltate molto attentamente: sentirete tutto quel casino che si mette in mezzo».

Le canzoni che i Geese hanno iniziato a registrare direttamente su nastro l’anno scorso con Kenneth Blume, un tempo noto come Kenny Beats e già produttore di Getting Killed, sono finite in un limbo. «Potrebbero uscire prima o poi, ma non credo succederà», dice Bassin, che le definisce «sostanzialmente dei demo ma di altissima qualità… Stavamo più o meno andando a tentoni».
Se mai dovessero tornare a registrare insieme quest’anno, non accadrà prima dell’inverno («È il periodo in cui tendiamo a concentrarci di più», dice DiGesu). In autunno partiranno per il Getting Killed Again Tour, che comprende i concerti più grandi mai fatti dalla band nella propria città: due sere a ottobre al Forest Hills Stadium del Queens, 13mila posti.
«Stiamo mungendo Getting Killed fino all’ultima goccia», dice Bassin.
Green, seduta accanto a lui, concorda: «È rimasto qualcosa da mungere».
Iniziano tutti e quattro a ridere per i giochi di parole sempre più assurdi che fanno sul latte.
«Io questa cazzo di cosa la mungo», ripete Bassin mentre gli altri ghignano. «Mi metto a quattro zampe e la mungo».
«La mammella non è ancora secca», dichiara Winter con un sorrisetto furbo.
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On-set styling: Alex Badia
Hair and makeup: Melissa Dezarate for A-Frame Agency using SK II
Set Design: Rosie Turnbull
Production: Patricia Bilotti for PBNY Productions
Photographic assistance: Rowan Liebrum, Calvin Reboya
Digital Technician: Sara Lewis
Hair and Makeup assistance: Ruth Black
Set design assistance: Tyler Gilbert and Laila Ibrahim
Production assistance: Jeff Cecere
Motion Portrait DoP: Diego Donival Garcia
Photographed at: VanderVoort Studio
Video Interview DoP: Will Chilton
Video Interview Camera Operators: Haley Snyder and Steve Franchek
Audio Engineer: Grace Galletti
Da Rolling Stone US.
