Quando gli capita di fantasticare, Brandon Flowers spesso immagina una versione alternativa della sua vita tipo Sliding Doors in cui non ha fondato i Killers, non ha scritto Mr. Brightside, non ha passato l’ultimo quarto di secolo alla guida di una delle band più grandi del pianeta. «Un tempo il mio obiettivo era fare il parcheggiatore al Bellagio o al Wynn», dice. «Pensavo che fosse quello il mio destino. Ora che ho 45 anni, mi fanno male anca e ginocchio e non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe stata la mia vita se avessi passato le giornate a scorrazzare dietro alle auto».
«Lo so, la gente mi massacrerà se dico una cosa del genere», continua prima di prendersi una pausa per decidere se portare fino in fondo il ragionamento. «Ma a volte vedo gente che fa il meccanico o lavori simili e una parte di me li idealizza e vorrebbe fare la loro vita».
Non ha alcuna intenzione di sciogliere i Killers e di mettersi a parcheggiare automobili o fare il meccanico, ma il suo nuovo album solista Thrasher, il primo al di fuori dei Killers in 11 anni, racconta le vite difficili di persone a lui molto vicine, famigliari compresi, strade che in una realtà alternativa avrebbe potuto imboccare facilmente anche lui.
Il disco l’ha registrato a Nashville con Rado e Shawn Everett e, anche se sembra un disco di country contemporaneo, molte canzoni richiamano le atmosfere di icone del genere tipo George Jones e Waylon Jennings. «Quando la gente ha letto che mi ero avvicinato al country, ha pensato al peggio. Forse immaginavano che avrei scritto canzoni alla Morgan Wallen».
Il tour di Thrasher partirà il 28 agosto da Salt Lake City, un altro album solista è previsto per il prossimo anno, anche se nel frattempo i Killers stanno lavorando a un disco e hanno in programma un’unica data il 26 settembre all’Ocean Way Festival di Santa Monica. Ora però Flowers è seduto al tavolo appartato del bel ristorante di un hotel a Lower Manhattan. È ora di pranzo, ma ordina soltanto una tazza di caffè nero mentre parliamo per un’ora di Thrasher, del disco successivo già completato, del tour solista, del futuro dei Killers, della situazione del chitarrista Dave Keuning e del bassista Mark Stoermer e dell’incredibile vita dopo Mr. Brightside.
Il primo disco solista l’hai fatto nel 2010 perché la band voleva sciogliersi o perché volevi far musica che pensavi non fosse adatta ai Killers?
Perché la band voleva prendersi una pausa. Era la prima volta che sentivo la parola hiatus. Sembrava una cosa piuttosto seria, ma non pensavo che ci saremmo sciolti. Sapevo solo che, ok, la quantità di concerti che stavamo facendo cominciava a pesare, parlo del numero di concerti che devi fare quando sei quel tipo di band. Io, però, avevo circa cinque anni meno degli altri e avevo ancora questa… ero nel pieno della mia corsa, volevo continuare.
E com’è stato? Succede che i fan fatichino ad accettare che il cantante stia lontano dalla band, persino per uno come Mick Jagger è stato quasi impossibile farlo.
Non ero particolarmente preoccupato, la vedevo come una continuazione di quel che facevo. Non riesco a credere che sia passato così tanto tempo, ma è stato un periodo molto proficuo. Ho lavorato con Daniel Lanois e Stuart Price, una combinazione divertente, yin e yang. Poi ho chiuso le ultime due canzoni con Brendan O’Brien che mi ha molto colpito visto che poco prima aveva prodotto The Rising di Springsteen ed era richiestissimo. Ma sì, mi sono divertito un mondo e ho imparato molto dai produttori. È un periodo che ricordo con piacere, idem Crossfire. Ecco, quella sarebbe stata una grande canzone dei Killers. È il mio unico rimpianto.
All’epoca hai fatto anche dei tour da solista. Com’è stato esibirti per la prima volta senza gli altri?
Anche solo salire sul palco comporta un certo livello di vulnerabilità, ma quando non avendo la mia gang con me mi sono sentito solo. Le canzoni erano diverse, meno fisiche, meno calde, più lente e quindi dovevo dare un senso nuovo allo stare lì di fronte al pubblico. È stato un esercizio interessante.

Negli ultimi dieci anni hai lavorato esclusivamente coi Killers. A un certo punto hai capito che non avevi bisogno di collaborare con tutti e quattro contemporaneamente perché la band esistesse?
Abbiamo trovato un modo di organizzarci che funzionava, non erano previste lunghe pause tra un disco e l’altro, ma poi mi sono ritrovato in questa situazione particolare in cui abbiamo scritto Pressure Machine e io ero cambiato.
In che senso?
Non avevo mai scritto una cosa del genere. Abbiamo avuto un grande successo. Ho vissuto uno quei momenti incredibili, un unicorno o come vuoi chiamarlo, ma Pressure Machine era proprio diverso. È stato un periodo creativo intenso a cui non volevo mettere fine.
Quando l’ho ascoltato per la prima volta sono rimasto sbalordito. Era una svolta totale, molto cinematografica. Però poi ho pensato: come faranno portarlo in tour?
Non può funzionare.
Bruce non ha nemmeno provato a portare Nebraska in tour.
Lo so, è più intelligente di me, io speravo che qualcosa di questo album potesse funzionare, ma non è fatto per i grandi spazi.
È stato frustrante? Voglio dire, potete riempire per più sere il Madison Square Garden, avete questa fantastica nuova raccolta di canzoni, ma non potete proporle dal vivo, a parte una o due…
Un bel dilemma. Voglio che la gente conosca il disco, potrebbero esserci ancora persone che sono fan occasionali dei Killers e non sanno nemmeno che esiste Pressure Machine.
Non hai pensato di prenotare dei locali piccoli per suonarlo?
Ronnie [Vannucci] ogni tanto ne parla, credo che dovremmo farlo.
Potreste prenotare il Beacon e altri splendidi teatri facendo il disco per intero.
È una buona idea. È solo che è successo questo: dopo il Covid c’era una domanda enorme di quell’esperienza collettiva che sono i concerti. Così nel 2022 e nel 2023 eravamo in tour, e subito dopo è arrivato il ventesimo anniversario di Hot Fuss e della band. Poi c’è stata la raccolta Rebel Diamonds, quindi la residency a Las Vegas. Arriviamo così al 2025, ci sono ancora alcuni concerti da fare e stiamo scrivendo, e semplicemente non si è ancora presentata l’occasione. Succederà. Credo che un giorno ci sarà un tour di Pressure Machine nei piccoli teatri.
Circa tre anni fa hai spaventato parecchi fan dicendo di essere in crisi.
Oggi lo definirei più un dilemma.
Dimmi.
Beh, anzitutto fammi dire che c’è la stampa britannica ama il sensazionalismo, non è un segreto. Avevo fatto un servizio fotografico, belle foto, ne avevo viste alcune ed ero soddisfatto. Poi però ne hanno presa una che non era la migliore e… non è una cosa facile da raccontare, è personale, diciamo che sono arrivato a un’età in cui tutto comincia a diventare molto reale. I miei figli si stanno preparando a lasciare casa. Mio padre sta per compiere 82 anni. Mia madre non c’è più da parecchio tempo, inizio a perdere le persone a cui voglio bene. Acquisti una nuova prospettiva e una nuova consapevolezza di quanto poco tempo abbiamo su questa terra. E ho fatto un po’ fatica, non sono ancora riuscito a venire completamente a patti con questa cosa. In An American Dream chiedo a Elvis se ne è valsa la pena e non so la risposta. Non so se vorrei fare questo per altri 25 anni, a questo livello, come gli U2 o i Rolling Stones.
Tre anni fa avete pubblicato la nuova canzone dei Killers, Your Side of Town.
Un brano synth pop totalmente sottovalutato.
Sono d’accordo, però poi hai detto che non volevi continuare a fare canzoni di quel tipo.
Esatto. Si torna a Pressure Machine. Ci sono così tante strade diverse che puoi imboccare, e io apprezzo molto il synth pop e il lavoro che c’è dietro. Ci siamo divertiti a fare quelle canzoni, ma non mi appagavano nel profondo quanto una In Another Life.
È un bel problema visto che hai grandi canzoni a sufficienza da poter andare in tour nei palazzetti senza fare nulla di nuovo, come Billy Joel.
Già.
La maggior parte delle band venderebbe l’anima per essere nella tua situazione, però poi arriva la domanda: e adesso?
È il desiderio di continuare a crescere e ora so cosa significa. Voglio dire, ancora una volta, continuo a tornare a Pressure Machine. In quell’album non c’è una parola fuori posto. E quindi so cosa significa ingannarti, o almeno cercare di ingannarti. E nei primi giorni della band me la sono cavata alla grande, quasi senza meritarmelo. Ormai non posso più tornare indietro. Ho sete di sangue adesso, so cosa si prova. Non ho bisogno che sia un critico a dirmi che è bello. So che è bello. Non mi ero mai sentito così prima.
Coi Killers a Glastonbury nel 2020. Foto: Richard Isaac/Shutterstock
Passiamo a Thrasher. Ascoltavi country da ragazzo?
Mio padre ascoltava quella che lui chiamava country-western, ma erano Waylon e Willie, Merle e Johnny Cash e cose del genere. Ascoltava anche molto John Conlee, suggerirei a chiunque di andare ad ascoltare qualcosa di John Conlee. Era la musica che sentivo grazie a lui. Poi negli anni ’90 sono passato a cose più mainstream, semplicemente perché vivevo a Nephi, Utah, e quelle erano le canzoni che andavano in radio, che si sentivano negli stereo della gente mentre andava a pranzo, che si ascoltavano alle feste scolastiche. All’epoca non me ne rendevo conto, ma apprezzavo quel modo di raccontare storie e il mestiere che c’era dietro. Avevo semplicemente scelto la mia strada.
Ti sei reso conto subito che erano canzoni da solista o a un certo punto hai pensato che potessero finire in un album dei Killers tipo Pressure Machine?
È iniziato subito dopo aver scritto quei pezzi. Ho portato tutti a Nephi e non volevo più andarmene perché mi piaceva troppo. C’è una canzone che si chiama Tiger’s Blood che sembra venire da Pressure Machine. Man mano che i pezzi prendevano forma, Shawn e Rado continuavano a parlare di andare a Nashville, credo che il semplice fatto di aver piantato quel seme abbia spostato un po’ la scrittura. Le canzoni hanno cominciato semplicemente a trasformarsi e ad adattarsi a quel mondo.
E a quel punto ti è sembrato un disco solista?
Sì. È da un po’ che non facevamo un disco dei Killers con tutti e quattro i membri, quindi l’obiettivo per il prossimo è quello. Sapevo che, se avessi scritto un disco simile a Pressure Machine, non sarebbe stato necessario coinvolgere tutti i Killers.
Però non hai scelto dei produttori country.
No, lavorare con la mia squadra di fiducia significa mantenere il controllo. Shawn è semplicemente… non importa il genere, ha un entusiasmo e un apprezzamento per la musica fuori dall’ordinario e lo stesso vale per Rado. Erano loro i miei punti di riferimento.
Com’è stato registrare a Nashville, in un celebre studio di musica country? Ti ha aiutato a entrare nella mentalità di quella musica?
Credo di sì. Davvero, non sapevo in cosa mi stavo cacciando. Non sapevo quanto fosse seria la preparazione dei musicisti. Non ne conoscevo il livello. Sono rimasto sbalordito dalla loro preparazione.
Parlami di Charlie McCoy.
È ovviamente il mio preferito. È una specie di star del disco. Ha uno stile incredibile. Prima di registrare ogni canzone, leggevamo i testi sul mio telefono. Voleva rafforzare il significato delle parole con la musica oppure rappresentare ciò che dicevo a modo suo. Nessuno nella mia band mi aveva mai chiesto una cosa del genere.
È pazzesco che abbia suonato in Blonde on Blonde e John Wesley Harding e che sia ancora in attività.
Lo so, è incredibile. E ha certe storie su Leonard Cohen, su Simon and Garfunkel…
C’è anche David Rawlings.
Avevo sentito parlare di Gillian Welch e adoro La ballata di Buster Scruggs e cose del genere, ma non sapevo chi fosse questo tizio che faceva parte di quel mondo. Incarna la musica in un modo che mi ha ricordato molto Daniel Lanois.
Lavorare con i professionisti di Nashville significa fare le cose in modo diverso.
Li hai a disposizione per quattro ore e loro già stanno programmando di andare a suonare con Chris Stapleton subito dopo di te. Ti tocca finire il lavoro nei tempi stabiliti.
Parliamo delle canzoni partendo da An American Dream. Adoro l’immagine di te che parli con Elvis Presley.
In questa canzone mi sono messo al centro come mai prima. Torno a quella domanda che mi pongo: che cosa voglio? Una cosa posso dirtela: è vero che i soldi non bastano. Non bastano per la tua vita. Non è lì che trovo la felicità.
Elvis aveva tutto e alla fine la sua vita era diventata un disastro.
Mi piace il fatto che dica semplicemente: mettiamola nelle mani di Gesù.
Dice di non essere sicuro che ne sia valsa la pena.
È un dubbio sincero, è quello che sto provando in questo momento. Lo so che ci sono tante cose belle, momenti meravigliosi, a volte sento di essere un tramite per qualcosa di straordinario di cui è incredibile far parte. Ma ci sono esperienze importanti della vita che mi sono perso. Nel Vangelo secondo Marco si legge: “Che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua?”. È come se non volessi perdere la mia anima.
La gente sarà molto sorpresa di leggere una cosa del genere. Non è difficile sostenere che i Killers siano la rock band di maggior successo tra quelle nate dopo l’inizio del nuovo millennio. E tu stai dicendo che non sei sicuro che ne sia valsa la pena.
Ci sono momenti in cui sono grato per il lavoro e per le esperienze che ho vissuto. Ed è stato fantastico. È stato davvero fantastico.
C’è una parte di te che pensa che saresti più felice lavorando dalle 9 alle 5 nel completo anonimato?
Non avrei mai pensato di mollare tutto questo, ma desideravo disperatamente tornare a lavorare. C’è stato un periodo in cui facevo fatica, poco prima di Wonderful Wonderful. Il mio manager allo Spago lavorava ancora lì (Flowers in passato sparecchiava i tavoli al ristorante, nda). Si chiama Carlos. Io e mia moglie ogni tanto andavamo lì e lui ci faceva accomodare in un tavolo in fondo al locale. Avevamo il nostro posto. Mia moglie era talmente stufa di sentirmelo ripetere che diceva: «Fallo e basta». Stavo pensando di tornare a sparecchiare i tavoli. Ma è successo una decina di anni fa.
Capisco. Ma una volta uscito Hot Fuss hai imboccato una strada a senso unico, non c’era modo di tornare indietro.
Ero giovanissimo, non avevo grande esperienza.
Passiamo a Angel. Canti: “Non importa quanto lontano sei arrivato o quanto bene hai corso la gara, dovrai arrivare faccia a faccia con ciò che hai sempre saputo essere vero”.
È sulla stessa linea di Pressure Machine, il racconto cinematografico delle vite di queste persone. Questa, nello specifico, parla di mio cognato. È curioso. Pressure Machine era molto incentrato su Nephi. Qui sono andato ancora più a fondo e in un certo senso ho scritto della mia cerchia più stretta durante il periodo che ho trascorso in quella città. Miss America parla di mia sorella. One of Us parla di mia sorella e di mio cognato.
L’album diventa più positivo con Does It Ever Cross Your Mind?.
È una risposta a una frase di In Another Life, quella che dice: “Sono l’uomo che desideri o sono solo un tizio della tua città natale?”. Mi sono accorto che quella domanda aveva colpito nel segno, forse troppo nel segno, per molti uomini. Si stavano interrogando sulle loro relazioni: mia moglie sta con me solo perché sono nato a due isolati da qui? La gente parlava di lasciarsi e io volevo aggiustare le cose. Così ho scritto questa canzone sulla bellezza di nascere accanto a qualcuno con cui puoi vivere una vita.
Qual è la storia dietro In a Heartbeat?
È l’unica che, credo, non racconta una storia vera.
Cosa l’ha ispirata?
Sostanzialmente Kris Kristofferson. Sto semplicemente facendo del mio meglio per essere Kris. Mi ricorda anche un po’ Tom Waits prima che diventasse completamente Tom Waits.
Miss America è devastante.
È mia sorella Shelly. Da ragazza partecipava ai concorsi di bellezza nei centri commerciali. Anche mia sorella April partecipava. Nei nostri album fotografici c’erano delle foto. Erano semplicemente foto di famiglia e foto di scuola e poi c’erano le foto di Shelly e April ai concorsi di bellezza. Ha iniziato a frequentare un uomo quando era molto giovane. Ha avuto tre figlie da lui. Era una relazione violenta. Poi i miei genitori si sono trasferiti. Voglio dire, forse è capitato proprio nel momento giusto, perché si sono trasferiti a Payson, Utah. Era abbastanza lontano da permetterle di scappare. Nella canzone c’è lei che gli scrive una lettera mentre lui torna a casa dal lavoro e loro non ci sono più.
Che dice del fatto che hai scritto una canzone su di lei?
Non sta più con lui, ha 14 anni più di me, è parecchio più grande. Quando c’è una tale differenza d’età a volte sembra quasi una situazione zia/nipote. Ho provato empatia per lei e ho sentito una vicinanza che non avevo mai provato prima.
One of Us è su tuo cognato.
È morto inaspettatamente qualche anno fa. Era canadese. Adoro quel primo verso, che sottolinea la differenza tra lui e noi: veniva dal vero Nord, forte e libero. È nell’inno canadese. Ha sposato mia sorella quando avevo 6 o 7 anni, quindi è sempre stato presente nella mia vita.
Paradise parla di un parcheggiatore di Las Vegas.
Mio cugino.
Plans è un’altra canzone sui sogni giovanili.
È piuttosto autobiografica. Tutti facciamo delle promesse a noi stessi, arriva poi un momento in cui ti rendi conto di non essere riuscito a mantenere molte delle promesse che ti eri fatto, e questo porta con sé una certa malinconia. Quindi dico “stringimi tra le braccia”, che sembra una frase romantica, ma in realtà sto chiedendo aiuto.
Red Ground parla dell’accettazione della propria vita.
Del desiderio di tornare a casa. Credo sia più romantica delle altre, più orientata al romanticismo. Ho un album di canzoni sulla vita e un album di canzoni d’amore. Questo è l’album sulla vita. E una canzone d’amore si è fatta strada al suo interno ed è Red Ground, perché semplicemente sembrava stare bene in questo disco.
Tiger’s Blood è piuttosto cupa.
Parla di me che mi trasferisco in quella cittadina da outsider. Ma poi mi faccio degli amici e arrivo all’età di cui parlavamo, quando alcuni dei ragazzi con cui saltavo sul trampolino adesso sono al cimitero. È una sorta di esercizio per ricordarli.
Ora vivi nello Utah. La maggior parte delle persone nella tua posizione vivrebbe sulle Hollywood Hills o in qualche altro posto glamourous.
Mi sento a casa quando sono a casa. Invecchiando, il bisogno di approvazione e riconoscimento lascia lentamente spazio a una tranquilla soddisfazione e a una sicurezza interiore, ed è come se adesso la ricompensa fosse il lavoro stesso.
Negli ultimi 25 anni devi aver ricevuto parecchie conferme.
Ho letto una frase di Peter Buck. Parlava dell’ego e diceva più o meno: «Ho ricevuto abbastanza applausi per dieci vite, non ho bisogno di altro».
Stai per partire per un tour solista. Come sarà?
Simile a quello che abbiamo fatto in passato, ma con una formazione più ampia. Abbiamo un chitarrista slide, un armonicista e cercheremo di rendere giustizia alle canzoni. Non vedo l’ora.
Utilizzerai membri della band che accompagna i Killers in tour?
Un paio di loro. Robbie Connolly passerà dalla seconda chitarra a quella solista. Jake Blanton sarà al basso. È sempre stato lui a suonare il basso con me, ho fatto più concerti con lui di quanti ne abbia fatti con Mark. Abbiamo un batterista diverso, che arriva dagli Howling Bells.
Cosa suonerai oltre al nuovo disco?
Credo alcuni brani scelti dagli altri album solisti, un paio di canzoni dei Killers e un paio di cover.
Sai già quali cover?
Ne abbiamo preparate un paio. Faremo Forever and Ever, Amen di Randy Travis, canzone meravigliosa.
E dei Killers?
Dato che suonerò in locali più piccoli, proporremo più brani da Pressure Machine. Potremmo inserire… ogni tanto mi capita di infilare Read My Mind. Non riesco a fare a meno di suonare Read My Mind ogni tanto.
A metà del tour suonerai a un festival con i Killers. Sarà strano dover improvvisamente risettarti n modalità Killers?
No, sono diventato piuttosto bravo a destreggiarmi tra i due mondi, non dovrebbe essere troppo difficile.
Quest’anno state programmando altri concerti dei Killers o ci sarà solo quel festival?
Quello è appena saltato fuori. Credo che sia successo perché Paul McCartney si è tirato indietro o qualcosa del genere e lo stiamo sostituendo. Non ce ne sono altri programmati. Credo ce ne sia uno a Singapore, c’è Santa Monica e penso sia tutto. Ho guardato il calendario e ho pensato: «Però, sono passati cinque anni». Dobbiamo smetterla di programmare concerti. È ora di fare un altro disco. Quindi siamo stati in studio con Shawn Everett e Ariel Rechtshaid.
Ci siete tutti e quattro?
Sì.
Com’è il disco?
Finora tutto bene. È ancora un po’ presto per parlarne, ma ci sono stati momenti molto buoni e buoni spunti creativi. L’obiettivo è semplicemente che tutti si assumano una parte di responsabilità e si sporchino le mani. È la prima volta con tutti e quattro noi dai tempi di Battle Born.
Foto: Anton Corbijn
Dave e Mark sono rientrati al 100% nella band adesso?
Sì, col tempo le prospettive delle persone cambiano e vale per tutti noi quattro. E forse non sarà al 100%, ma sarà sicuramente il primo disco dal 2012 in cui tutti e quattro suoneremo in tutte le canzoni. È piuttosto significativo.
Immagino che per loro sia stato salutare prendersi del tempo e tornare con rinnovata energia.
Il figlio di Dave fa il college e Mark si è sposato, credo che vedano carriera e futuro in modo diverso.
Hai creato un sistema in cui possono entrare nella band e fare un passo indietro quando vogliono, non succede spesso…
Credo dica qualcosa sulla nostra maturità. Abbiamo trovato un modo per far funzionare le cose. E credo che, per come stanno andando adesso, vedrete probabilmente molto più spesso Dave ai concerti. E lo stesso vale per Mark. È semplicemente una questione di quando vogliono esserci: può funzionare.
Col passare degli anni farai meno concerti? O ti piace andare in tour ogni anno, come hai fatto finora?
Non so come si faccia. Essere un animale da palcoscenico e andare in tour fa parte della mia identità, ma non so quanto ne abbia bisogno. Voglio solo vedere come funzionano le canzoni e quanto… Credo che tu riceva molta energia e che da lì venga anche una grande determinazione. Abbiamo alcune canzoni davvero belle che stanno prendendo forma, e credo che potrebbero essere sufficienti a spingermi a tornare in tour.
Ti immagini in tour a 70 anni, come Springsteen?
È una possibilità. Ti dirò però una cosa: quando torno a casa dopo un tour, non penso a lui o a Bono, penso a Mick Jagger. Sono quei momenti di riflessione che capita di avere. Non sto dicendo che sono come Jagger, ma forse, per il modo in cui mi muovo sul palco, gli sono più vicino di quanto sia a Springsteen. E quindi, dopo un tour, mi metto lì e penso a quello che mi sono appena fatto passare e mi chiedo come abbia fatto lui a continuare tanto a lungo o perché lo abbia fatto.
Credo che Jagger dedichi gran parte del tempo lontano dal palco a fare in modo di poter continuare fisicamente a sostenere quei concerti.
Sì, vedremo. Sto anche percorrendo quest’altra strada con queste canzoni country, che credo mi daranno un po’ di respiro.
Parlami dell’altro disco, quello con le canzoni d’amore. È country anche quello?
La band è la stessa, ma il disco è diverso. È più… non so… rock americano.
Quando uscirà?
Non si sa, ma è finito e lo stiamo mixando.
Hai pensato di pubblicarli contemporaneamente come un doppio?
Se ne è parlato, ma sarebbe stato troppo. Il modo in cui fanno le cose lì (a Nashville, nda) è incredibile e quindi ho scritto altre canzoni country. Diciamo che hai un po’ canzoni, una decina, puoi andare a Nashville e registrarle in una settimana. Puoi fare due canzoni al giorno e tornare a casa con un disco come questo. Ne ho sei o sette in lavorazione e penso che magari a novembre andrò là per una settimana. È un modo incredibile di registrare musica.
Senti ancora la responsabilità di fare pezzi synth-pop che funzionano in concerto?
Non più di tanto. Mi sta bene fare la musica che voglio fare e che la band vuole fare. Non sento di dover mettere dei sintetizzatori in una canzone o altro.
È difficile tornare a una gestione democratica della band dopo essere stato l’unico a prendere le decisioni?
Comporta una certa difficoltà, ma è quella dinamica di confronto e scontro all’interno di una band che la rende unica. Gli altri dicono cose a cui non avresti mai pensato da solo, ed è questo, credo, che rende i Killers quello che sono.
Che effetto ti ha fatto salire sul palco al Madison Square Garden con Bruce e cantare Badlands?
È stato fantastico. Ero in hotel che mi stavo preparando. Avevamo provato quelle canzoni come mai prima. Eravamo prontissimi per quel bis. Non so se conosci la storia, ma quel giorno il nostro tour manager ha preso il Covid. Bruce aveva 73 anni, dovevo dirglielo. Così gli ho mandato un messaggio e ho visto i puntini, quelli che indicano che sta scrivendo. Mi chiedevo cosa avrebbe risposto, mi è sembrata un’eternità. E poi ha scritto semplicemente: «Vengo». È stato fantastico. Credo che non suonasse da un po’. Non credo avesse suonato affatto da quando il Covid aveva fermato tutto, ma era pronto. Abbiamo cantato assieme durante il soundcheck. Durante il soundcheck non sforzo troppo la voce, ma quella volta sembrava un duello, ci abbiamo dato dentro, quasi sputandoci in faccia. Era come se mi stesse dicendo: dimostrami che conosci questa roba.
Mi sono sposato qualche anno fa. Non abbiamo dato istruzioni al dj sulla musica da mettere. Ha semplicemente chiesto l’età media delle persone che sarebbero venute e alla fine puoi immaginare quale canzone ha messo.
Oh, sì.
Ho visto il volto di mia sorella illuminarsi. Dubito fortemente che conosca il tuo nome o sappia granché dei Killers, non è il suo genere di musica, eppure conosceva ogni parola del pezzo e lo ha cantato a squarciagola. È stato incredibile vedere tutto il locale che lo cantava. Quel pezzo è entrato nel dna di ogni abitante del pianeta.
A volte dimentico di averla scritta. Esiste e basta. Ci sono band che hanno parlato di questa cosa. Ricordo i Depeche Mode che parlavano in questi termini di Enjoy the Silence e i Duran Duran di Rio o Bruce di Born to Run. Ogni band che si chiude in un garage sogna che succeda una cosa del genere, ed è pazzesco che sia successo davvero.
Bruce ci ha messo dieci anni a scrivere Born to Run, tu hai scritto la tua nel momento stesso in cui si è formata la band.
Sì, incredibile. Cantavo un po’ alla Lou Reed. Avevo 20 anni e sul quel modo di cantare monotono e inarrestabile stavo già lavorando in altre canzoni e l’ho semplicemente appiccicato alla strofa e al pre-ritornello di Dave. Poi ci ho messo sopra un ritornello.
Avevate quella canzone, ma per sfondare avete dovuto fare un numero assurdo di concerti.
E ci è costato caro, ma ci sentivamo fortunati ad essere in quella posizione. Ricordo che Win degli Arcade Fire ha detto: «Non invidio i Killers». Per la prima volta ho provato un po’ di animosità nei suoi confronti, ma stava semplicemente dicendo che si rendeva conto di quanti concerti stavamo facendo rispetto a loro, che pure ne facevano parecchi. Ho sempre pensato che facesse parte del gioco. Mi ero rassegnato all’idea che avrei lavorato in un casinò e quindi facevo quello che andava fatto.
Prima hai parlato del dilemma che stai vivendo riguardo al tuo futuro. Puoi spiegarmelo un po’ meglio?
Non so, è un periodo in cui sono malinconico. So cos’è la vera depressione, l’ho vista con mia moglie, diciamo che sto vivendo un periodo… il modo migliore che ho per descriverlo è questo: è come se ci fosse una specie di filtro su ogni cosa.
Cosa pensi che sia?
Non so. Forse dipende semplicemente dall’essere un uomo di una certa età o dall’essere arrivato a questo punto. Mi sento come Tony Soprano nel primo episodio, hai presente? È che i figli stanno crescendo. Ho appena iniziato a guardare I Soprano con la famiglia, è stato curioso identificarsi con Tony. Sono più o meno in quello stato d’animo. Dicono che la vita degli uomini abbia un andamento a U. Sei qui, poi attorno ai 40 anni arrivi in fondo e dopo cominci a salire. Quindi io sono più o meno lì, in attesa di risalire.
Tornando alla versione di te alla Sliding Doors, se la band non avesse sfondato e tu avessi passato la vita a parcheggiare auto al Wynn, pensi che ti sentiresti comunque così?
Me lo chiedo. No, avrei avuto un altro tipo di problema. Credo che molte delle cose migliori della mia vita dipendano dalle scelte che ho avuto la fortuna di fare: la persona che ho sposato, i figli, le basi che mi ha dato la religione… una benedizione per la mia vita.
Ti sei mai pentito di aver fondato la band e di aver scelto questa vita?
No, è più che altro un sogno a occhi aperti.
Stare lì dove vivi aiuta a rimanere coi piedi per terra.
Sono tornato nello Utah, sono vicino a quella città. Mia sorella vive ancora a Nephi. Io e mia moglie facciamo dei piccoli viaggi in auto e andiamo da quelle parti, mio padre vive laggiù, andiamo a mangiare nei posti in cui mangiavo da ragazzo. Sono piccole cose, ma non vedo l’ora di farle più di qualsiasi altra cosa.
Quando uscirà il prossimo disco dei Killers? Nel 2027?
Se uscirà nel ’27, sarà verso la fine dell’anno, ma direi che è più probabile che esca all’inizio del ’28.
E poi un grande tour?
Sì, se decidiamo, lo facciamo.
I Killers faranno qualche data nel 2027 o sarete in pausa?
Dobbiamo prenderci una pausa. Magari qualche concerto qua e là, ma non ci sono piani per un tour finché non ci sarà l’album.
E quando uscirà il disco solista di canzoni d’amore?
L’anno prossimo.
Farai un tour anche per quello?
Forse, ma potrebbero essere solo pochi concerti.
Mi pare che tu abbia trovato un buon equilibrio: puoi incidere le canzoni alla Pressure Machine da solista, continuare a fare dischi dei Killers e avere entrambi le cose allo stesso tempo.
Sono viziatissimo.
Da Rolling Stone US.
