Il terzo giorno del Graspop Metal Meeting comincia nel punto più lontano possibile dal rumore dei Main Stage. Il Metal Dome accoglie le Faetooth e, fin dalle prime note, il tendone smette di assomigliare a un festival per trasformarsi in un tratto di mare aperto.
Le linee vocali si diffondono come il richiamo tetro di antiche sirene, quello che promette salvezza mentre conduce lentamente verso il cuore della tempesta. Poi, senza alcun preavviso, quell’incanto si spezza sotto il peso di urla che ricordano il lamento di un’intera schiera di banshee. Fascino e inquietudine finiscono per condividere lo stesso spazio, alimentandosi a vicenda anziché annullarsi.
I riff avanzano con la calma inesorabile della marea, tutto procede seguendo un ritmo che sembra ignorare il resto del festival, trascina lentamente il pubblico sempre più in profondità. Doom, sludge e shoegaze smettono di essere semplici coordinate stilistiche e diventano gli strumenti con cui il trio californiano costruisce un paesaggio sonoro sorprendentemente coerente, ulteriormente affinato in “Labyrinthine”, un secondo album che considero senza esitazioni tra le uscite migliori del 2025. In un cartellone dominato da breakdown, circle pit e scariche di adrenalina, scegliere di iniziare la giornata con le fate del doom equivale a imboccare una rotta completamente diversa.
L’arrivo al North Stage coincide con gli ultimi due brani della scaletta dei P.O.D., e difficilmente avrei potuto immaginare una conclusione migliore. “Youth of the Nation” e “Alive” rappresentano due lati della stessa identità artistica: la prima nasce da una delle pagine più tragiche della cronaca americana contemporanea, la seconda sceglie invece di celebrare la vita.

Conoscere ciò che ha dato origine a Youth of the Nation cambia inevitabilmente il modo di ascoltarla. Il brano nasce dopo la sparatoria del 5 marzo 2001 alla Santana High School di Santee, in California. Quel mattino i P.O.D. si stavano recando stavano recando in studio di registrazione a poche centinaia di metri dalla scuola e rimasero bloccati dal traffico provocato dall’arrivo dei mezzi di soccorso. Da quell’esperienza prese forma una delle canzoni più significative della loro carriera, una riflessione sulla fragilità della vita e su una tragedia che, a distanza di oltre vent’anni, continua purtroppo a conservare una drammatica attualità.
Intorno a me gli occhi lucidi non sono affatto un’eccezione.
Poi arriva “Alive” e l’atmosfera cambia. La speranza prende lentamente il posto dello smarrimento, senza cancellarlo del tutto. È forse questo il più grande traguardo raggiunto dai P.O.D.: riuscire a trasformare due canzoni in esperienze condivise da migliaia di persone, concerto dopo concerto, festival dopo festival.
Siamo al terzo giorno e Dessel “feels so alive”, ma la giornata è ancora lunga.
“I think this is the biggest show we’ve ever played.”
Alex Taylor si ferma un istante a osservare il South Stage, il sorriso che accompagna quella frase vale quanto il boato che arriva dal pubblico e non è difficile immaginare cosa stia passando nella sua testa.
Davanti ai Malevolence si estende un colpo d’occhio destinato a rimanere impresso nella memoria della band ben oltre la fine del festival.

Migliaia di persone restituiscono l’immagine più nitida possibile del momento che la band di Sheffield sta attraversando: la quantità di gente che si innamora della loro musica cresce live dopo live e loro sembrano esserne consapevoli.
Più della violenza del loro impatto, però, a colpirmi è il modo in cui i Malevolence costruiscono le proprie canzoni, spezzando continuamente gli stilemi dell’hardcore e del metalcore contemporaneo.
Le strofe corrono veloci, serrate, violentissime, sostenute da riff che sembrano non concedere un solo istante di respiro. Poi, all’improvviso, tutto cambia.
I chorus dimezzano il tempo, le chitarre rallentano acquistando ancora più peso e la voce di Konan Hall mi trascina dalle parti del bayou, tra il fango della Louisiana e quella solennità che ha reso i Crowbar un punto di riferimento assoluto dello sludge.
È una sensazione che continua a sorprendermi ogni volta che li vedo dal vivo: dentro una delle band più feroci della nuova scena si nasconde un’anima che profuma di New Orleans.
«Avresti mai pensato di vedere i Sepultura alle quattro del pomeriggio in Belgio?»
La domanda di un grandissimo collega dell’area stampa mi accompagna fino al North Stage. Ci penso per un istante… la risposta è no, probabilmente no.
Eccoli lì, alla loro ottava e ultima apparizione al Graspop, impegnati nel tour che metterà la parola fine a quarantadue anni di storia.

Lo ammetto: prima dell’inizio del concerto nutrivo un pizzico di scetticismo. Per quanto Derrick Green abbia ormai trascorso più tempo nei Sepultura di quanto abbia fatto Max Cavalera, continuerò ad associare quei brani alle voci e ai volti che li avevano portati al mondo.
Nonostante ciò, bastano “Roots Bloody Roots” e “Ratamahatta” per ricordarmi che certe canzoni conservano intatta la propria forza indipendentemente da chi le interpreta. L’impatto resta feroce, tribale, fisico.
Derrick Green non prova a imitare nessuno e probabilmente è proprio questo il suo punto di forza. La sua interpretazione guarda più verso il metal che verso quel groove sporco e quasi animalesco che caratterizzava l’era Cavalera, ma riesce comunque a rendere quei classici credibili e tremendamente potenti.
Tra un brano e l’altro scorrono alcuni filmati d’archivio che ripercorrono le tappe principali della carriera della band, mentre Greyson Nekrutman continua a catturare la mia attenzione. Dietro la batteria è una macchina da guerra. Precisione, potenza, controllo: se non conoscessi la storia recente dei Sepultura, faticherei a credere che faccia parte della formazione soltanto da due anni.
Il momento che porto davvero con me arriva durante “Kaiowas”. Le chitarre si fermano e il palco viene conquistato dalle percussioni. Accanto ai Sepultura compaiono anche Maki e Richard dei Lacuna Coil, chiamati a prendere parte a una parentesi che la band ha deciso di riportare in scena proprio per questo farewell tour, recuperando uno dei momenti più iconici dei concerti dell’epoca di Chaos AD. Per qualche minuto sono soltanto i tamburi a raccontare la storia dei Sepultura, una storia che affonda le proprie radici nella cultura brasiliana molto prima che nel metal, e che continua ancora oggi a rappresentare uno degli elementi più autentici della loro identità.
Alla fine del concerto mi ritrovo a pensare di essere stato incredibilmente fortunato. Ieri ho avuto la possibilità di vedere all’opera Max e Igor Cavalera, e oggi saluto i Sepultura con Derrick, Andreas Kisser, Paulo Jr. e Greyson. Pochi possono dire di aver assistito a entrambe le performance, io semplicemente, mi considero uno di quei fortunati.
Il caldo all’interno del Metal Dome è ormai diventato una costante. Proprio nel giorno del compleanno di Chino Moreno, tocca ai Loathe raccogliere un paragone che li accompagna praticamente dagli esordi. È facile liquidarli come i “Deftones 2.0″. È anche il modo più superficiale possibile per raccontare una band che, dal 2014 non ha mai smesso di emozionare.
La prima cosa che colpisce è proprio ciò che manca. Nessuna scenografia imponente, nessun espediente visivo pensato per rubare l’attenzione. I musicisti restano quasi sempre in penombra, illuminati soltanto da tagli di luce bianchi e rossi, mentre alle loro spalle campeggia un’unica gigantesca scritta: LOATHE. È una scelta tanto minimale quanto efficace.
Il palco diventa un’estensione naturale della loro musica, lasciando che siano le atmosfere a riempire ogni spazio. Il risultato è ipnotico, intimo, quasi psichedelico, senza avere mai bisogno di ricorrere a effetti spettacolari.
Se dovessi riassumere la loro discografia in due parole, sceglierei proprio queste: minimalismo e intimità. Sono caratteristiche che li accompagnano fin dai tempi di “Two-Way Mirror” e che, oggi più che mai, sembrano rappresentare il cuore della loro scrittura. Lo shoegaze continua a essere uno dei linguaggi più sottovalutati della musica contemporanea, eppure poche band sono riuscite a reinterpretarlo con la stessa efficacia dei Loathe, fondendolo con metal, hardcore ed elettronica fino a ottenere qualcosa di profondamente unico.
Dopo un’attesa durata sei anni, il 2026 segna finalmente l’inizio di un nuovo capitolo. I singoli “Gifted Every Strength” e “Revenant” hanno aperto la strada ad “A Stranger To You”, il nuovo album annunciato poche settimane prima del Graspop, confermando la volontà della band di continuare a evolversi
Alla fine del concerto mi porto via soprattutto una certezza: i richiami ai Deftones esistono e continueranno a esistere, ma dopo aver visto i Loathe dal vivo mi sembrano il dettaglio meno interessante. La loro identità è ormai abbastanza solida da non avere più bisogno di essere spiegata attraverso quella di qualcun altro.
Lascio il Metal Dome con una certezza.
Poco importa a chi vengano accostati: quando una band trova davvero la propria identità, i paragoni smettono automaticamente di avere senso. È lo stesso pensiero che mi torna in mente quando sul palco salgono gli Hollywood Undead.

Per una quarantina di minuti il South Stage cambia latitudine: il caldo del terzo giorno fa già la sua parte, agli Hollywood Undead basta completare l’opera. Dessel si tinge dei colori della California, tra rap rock, alternative metal e quell’attitudine irriverente che accompagna la band fin dagli esordi.
“Undead” apre il concerto nel modo più naturale possibile. È uno di quei brani che non hanno bisogno di presentazioni e che, ancora oggi, riescono a fotografare perfettamente l’identità degli Hollywood Undead. Aggressiva, provocatoria, immediatamente riconoscibile e da lì in avanti il concerto procede con la leggerezza di una festa tra amici, senza mai perdere quella spontaneità che ha sempre rappresentato uno dei loro punti di forza.
Qualche ora più tardi, durante l’intervista, avrei riprovato esattamente la stessa sensazione. Le maschere, per anni simbolo della band, sono state abbandonate solo momentaneamente, ma ciò che non è mai cambiato è il rapporto con il pubblico.
L’atteggiamento degli Hollywood Undead resta sorprendentemente spontaneo per tutta l’esibizione.
Il momento che mi rimane più impresso arriva durante “Bullet”. Davanti a me si apre un piccolo spazio tra il pubblico e finisco quasi involontariamente a osservare un gruppo di ragazzi che canta ogni parola del brano. Si abbracciano, ballano, saltano e si muovono con la leggerezza di chi sta vivendo uno dei momenti più spensierati dell’intera giornata.
La scena ricorda mi ricorda davvero uno Spring Break Party, finché realizzo quale canzone stiano accompagnando. “Bullet” racconta la depressione e i pensieri suicidari con un ritornello incredibilmente solare, trasformando un tema durissimo in un contrasto che soltanto gli Hollywood Undead riescono a rendere così naturale.
Guardando quelle persone divertirsi capisco perché questo brano continui a essere uno dei più amati della loro discografia: non perché nasconda il dolore, ma perché dimostra che perfino il dolore può essere raccontato senza rinunciare alla voglia di vivere.
Quelle parole diventano il motivo per cui decine di persone scelgono di stringersi ancora di più l’una all’altra. Gli Hollywood Undead prendono argomenti durissimi, li avvolgono in melodie luminose e lasciano che ognuno trovi il proprio modo di viverli.
Il finale è affidato a “Day of the Dead” ed “Everywhere I Go”. La prima occupa inevitabilmente un posto speciale tra i miei ricordi: è il brano con cui ho scoperto la band. La seconda, invece, chiude il concerto riportando il South Stage al clima di festa che aveva accompagnato l’intera esibizione.
Nemmeno a farla apposta, la mia prossima band in lista appartiene alla stessa era.
La mia adolescenza musicale è passata anche da YouTube, ho trascorso ore ed ore ad aprire un video dopo l’altro, seguendo i consigli degli amici o lasciandomi guidare da quel poco che Internet riusciva a suggerire in quegli anni. È proprio durante uno di quei pomeriggi che ho scoperto i Three Days Grace. Da quel momento “One-X” è diventato uno degli album più importanti della mia crescita
Quando Adam Gontier ha lasciato la band, ho fatto fatica ad accettarlo, ho continuato ad ascoltare la band anche con Matt Walst. “Painkiller” mi piace, è un ottimo brano e rappresenta l’inizio di un capitolo diverso, ma dentro di me la sensazione è sempre la stessa: quelli sono ancora i Three Days Grace, ma non sono più i “miei” Three Days Grace.
Subito dopo ho iniziato a seguire con interesse anche i Saint Asonia, ritrovando la voce di Adam, ritrovo molte delle emozioni che avevo imparato ad associare a lui, ma nemmeno lì ritrovo davvero i Three Days Grace. Per anni ho la sensazione di assistere a due storie rimaste incompiute, come se qualcosa appartenente a entrambe fosse andato perso nel momento della separazione.
Per questo, quando viene annunciata la reunion, la mia prima reazione è tutt’altro che entusiasta. Penso che sia soprattutto un’operazione pensata per riunire i fan delle due diverse epoche della band.
Mi sbagliavo tremendamente a pensarlo, Adam Gontier e Matt Walst condividono il palco con una naturalezza che non mi aspettavo. Vederli insieme mi fa abbandonare definitivamente lo scetticismo iniziale.
Non sembrano essere stati affiancati soltanto per riunire sotto lo stesso nome due generazioni di fan: le loro voci si completano, ciascuno conserva il proprio spazio e la band può attingere a ogni fase della propria discografia senza che uno dei due venga trattato come un ospite o come un sostituto. Sul North Stage, questa formazione a due cantanti appare così naturale da far pensare che i Three Days Grace abbiano sempre funzionato in questo modo.
Ammetto però che le mie orecchie sono più attirate da Adam, la sua voce continua a essere una delle più riconoscibili del rock moderno. È ruvida, intensa, imperfetta quando serve e riesce ancora a trasmettere la stessa fragilità che mi aveva fatto innamorare di “One-X”.
Allo stesso tempo Matt dimostra, una volta di più, di non essere mai stato un semplice sostituto. “Painkiller” trova il proprio spazio nella scaletta con la stessa naturalezza dei classici della band, ricordando quanto anche il suo contributo abbia ormai lasciato un segno indelebile nella loro storia.
Poi arriva “Never Too Late” e faccio quasi fatica a trattenere le lacrime (questo terzo giorno sta seriamente mettendo a dura prova la mia emotività).
Se solo potessi, mi tatuerei il testo di quella canzone parola per parola. Parla di depressione, dolore e pensieri suicidi con una sensibilità rarissima, scegliendo di tendere una mano invece di limitarsi a raccontare la sofferenza. Non cerca frasi a effetto, non spettacolarizza il dolore e non pretende di avere risposte. Ricorda semplicemente che, anche quando tutto sembra perduto, non è mai troppo tardi.
Ascoltarla dal vivo, con Adam di nuovo davanti al microfono, ha un effetto difficile da descrivere.
“Graspop, do you want to start a Riot with us?”
La risposta è solo una e si riprende a saltare più forte di prima, siamo di colpo tutti arrabbiati e con una voglia matta di rispondere male ai nostri genitori e sentirci ribelli come se avessimo ancora sedici anni.
La giornata procede con la stessa frenesia che ha accompagnato le giornate precedenti, ma io per la prima volta dall’inizio del Graspop decido di cambiare completamente prospettiva. Lascio il pit e mi allontano dal South Stage, scegliendo di seguire il concerto da molto più lontano. Attorno a me c’è chi cerca un po’ d’ombra dopo tre giornate di sole, coppie che si concedono una pausa, sedie da campeggio aperte una accanto all’altra e persone che preferiscono vivere il festival senza l’ossessione della transenna.
Da questa posizione i giganteschi schermi diventano quasi più importanti del palco stesso e, osservando quella distesa di persone raccolta davanti alle immagini del concerto, il pensiero va inevitabilmente ai vecchi cinema drive-in.
Non poteva esserci band più adatta degli Ice Nine Kills.

Il sipario si apre con “Meat & Greet” e la scaletta procede serrata fino a “Linoleum”, l’omaggio ai NOFX che interrompe momentaneamente le atmosfere horror e permette alla band di giocare con un classico del punk rock prima di trascinare il pubblico nel proprio universo.
Da lì in avanti il concerto assume sempre di più i contorni di una produzione cinematografica. Spencer Charnas domina il palco con una presenza scenica impressionante, cambia continuamente costume, viene affiancato da controfigure e personaggi che entrano ed escono di scena, mentre coltelli, sangue finto, arti mutilati ed effetti speciali costruiscono un immaginario volutamente sopra le righe.
Tutto richiama quell’estetica horror che ha reso celebri tanti B-movie / slasher e che gli Ice Nine Kills scelgono di celebrare senza inseguire il realismo, ma trasformando ogni eccesso in parte integrante dello spettacolo.
Guardando Spencer è difficile non pensare a un protagonista uscito direttamente da una serie di Ryan Murphy. Le atmosfere ricordano American Horror Story, l’ironia macabra di Scream Queens e quel modo di raccontare l’horror che alterna continuamente tensione, sarcasmo e spettacolarità. Anche chi intorno a me sembra conoscere poco la band continua a seguire con curiosità quello che succede sul palco.
Il brano “Welcome to Horrorwood” rappresenta perfettamente questa identità: il frontman guida il pubblico all’interno di una Hollywood immaginaria dove serial killer, sangue e citazioni horror convivono con riff taglienti e ritornelli immediatamente riconoscibili.
L’ultima canzone prima dei titoli di coda è “A Work of Art”. L’ingresso di Art the Clown, ormai diventato una delle icone dell’horror contemporaneo grazie al franchise Terrifier, completa un’esibizione costruita tra costumi, controfigure, sangue finto e omicidi in successione.
È il finale perfetto per uno spettacolo che sceglie deliberatamente di raccontare il cinema horror attraverso la musica, senza mai rinunciare a quella vena ironica che li caratterizza sin dagli esordi.
Mentre il concerto si avvia alla conclusione, continuo a pensare che un’esibizione del genere darebbe probabilmente il meglio di sé dopo il tramonto. Tutto ciò che hanno messo in scena, Le scenografie, troverebbe nella gelida notte un alleato naturale, amplificando ancora di più il loro immaginario horror.
Il film è finito, i protagonisti escono di scena e il drive-in che mi aveva accompagnato per tutto il concerto torna lentamente a essere il prato del Graspop. Se gli Ice Nine Kills dovessero passare dall’Italia in un contesto diverso, magari in un club o in un’arena dove il buio possa diventare parte integrante dello spettacolo, sarei davvero curioso di rivederli.
Dopo tre giorni trascorsi a rincorrere metalcore, hardcore e nuove leve della scena contemporanea, il Marquee mi riporta finalmente in un ambiente che conosco molto bene.
Il deserto arido che ti consuma, la palude che ti risucchia… questi sono i miei territori di caccia. Amo lo stoner, lo sludge e il doom, sono senza dubbio i generi che ho ascoltato di più negli ultimi anni e sono in missione per vedere dal vivo tutte le band storiche (o almeno quelle ancora in attività).
I Corrosion of Conformity fanno sicuramente parte di questa categoria, una band che dal 1982 ad oggi non ha mai perso un colpo, ottenendo uno status da leggenda.
Lo conferma anche il loro ultimo album “Good God / Baad Man” pubblicato lo scorso 3 aprile e ampiamente promosso dalla critica.
Con “Vote With a Bullet”, uno dei brani simbolo della loro carriera, il tono si fa immediatamente più politico. I Corrosion of Conformity portano sul palco un attacco frontale alla disillusione nei confronti del sistema politico americano e di una società in cui il cittadino viene spinto a credere che il proprio voto basti a cambiare le cose.
Il titolo è volutamente provocatorio: quel “proiettile” non è un invito alla violenza, ma la metafora di una protesta estrema contro un potere percepito come distante e corrotto. Quando Pepper Keenan scandisce “You vote with a bullet”, bastano quattro parole per riassumere tutta la rabbia e il cinismo che attraversano il brano, mentre il pubblico accompagna il ritornello trasformandolo in uno dei momenti più partecipati dell’esibizione. A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, il messaggio conserva una forza sorprendente e dimostra quanto i Corrosion of Conformity abbiano sempre preferito usare il groove e l’aggressività del loro sound per mettere in discussione il potere, piuttosto che limitarsi a descriverlo.
Da vero stoner boy, riconosco subito l’odore che si diffonde nell’aria del tendone, si tratta di un’aroma molto riconoscibile soprattutto durante concerti del genere (chi frequenta questa scena sa perfettamente di quale stia parlando).
L’esibizione dei C.O.C. è più che approvata, tengono il palco con naturalezza e sfacciataggine, hanno uno stile invidiabile. I riff sono lenti e pesanti proprio come me lo aspettavo, perfetti per un tipo di headbanging cadenzato e quasi ipnotico che mi riporta subito ai festival underground italiani dove generi come questo hanno ancora modo di fiorire.
Col cuore colmo di gratitudine per aver assistito a un loro live e con il collo un po’ incriccato, esco dalla mia comfort zone per ributtarmi nella mischia del North Stage, passando dalla Carolina del Sud alla terra dei Kaiju.
Le Babymetal riescono in un’impresa quasi impossibile: convincermi a eseguire le loro coreografie, ma la mia side quest da ballerino è destinata a durare pochissimo.
Durante “Gimme Chocolate!!” provo a seguire i loro movimenti,ma dopo decine di chilometri percorsi tra un palco e l’altro, ore sotto il sole e una coordinazione che definire “rivedibile” sarebbe già un complimento, mi arrendo rapidamente all’evidenza.
Confesso anche un’altra cosa: con le Babymetal mi sento un po’… stupido, spensierato e disinibito. Ed è perfettamente normale così, è il bello di essere entrati nel loro universo. Le Babymetal vivono di contrasti che, sulla carta, non dovrebbero funzionare e che invece continuano a sorprendere.
Da una parte tre ragazze che trasformano ogni canzone in una coreografia impeccabile, dall’altra collaborazioni che sembrano uscite da un generatore casuale e che proprio per questo finiscono per essere irresistibili. Basti pensare a “RATATATA” con gli Electric Callboy, probabilmente i tamarri più adorabilmente fuori controllo dell’intera scena metal, oppure a “Song 3”, dove la loro voce si intreccia con i growl disumani di Alex Terrible.
Da una parte uno dei frontman più spaventosi che il metal moderno abbia mai partorito, tra presenza scenica e vocalità; dall’altra tre artiste che continuano a sorridere mentre sullo sfondo si scatena l’apocalisse.
Il trio nipponico prende tutto ciò che non dovrebbe convivere sullo stesso palco e lo fanno sembrare la cosa più naturale del mondo. Io, nel frattempo, mi dimentico di non saper ballare e lo faccio lo stesso, divertendomi come un matto prima che la realtà mi riporti poco dopo coi piedi per terra, anzi, col sedere per terra.
Al South Stage arriva il turno degli Architects, tra i capostipiti della scena metalcore britannica. Da vecchio intenditore del genere sono pronto a gustarmi questo live dal sapore un po’ amarcord. I loro primi dischi erano il volto più viscerale e brutale di quella scena che avevo iniziato a esplorare negli anni dell’adolescenza.

Il dibattito sulla voce di Sam Carter, quello che da anni anima commenti e social network, passa rapidamente in secondo piano. Dal vivo continuo a percepire soprattutto il trasporto emotivo che riesce a instaurare con il pubblico, ed è proprio osservando ciò che accade sotto il palco che mi rendo conto di quanto gli Architects continuino a occupare un posto speciale per moltissime persone.
Tra i tanti “surfisti” improvvisati, ce ne sono due che mi rubano decisamente l’occhio, si tratta di un padre e un figlio che navigano sulla folla verso il palco tenendosi per mano.
È una di quelle immagini che ti riempiono inevitabilmente il cuore di gioia e amore. Penso che, se un padre decide di condividere un momento del genere con suo figlio, allora forse il crowdsurf non è poi così folle e pericoloso come l’ho sempre immaginato.
Così mi convinco.
Due ragazzi mi sollevano, mi lascio totalmente andare mentre rivolgo gli occhi al cielo di Dessel e inizio il mio viaggio verso la transenna. Per qualche secondo, tutto fila esattamente come dovrebbe, poi la legge dei grandi numeri decide di presentarmi il conto. Davanti a me stanno facendo crowdsurf contemporaneamente almeno altre sette persone e la folla non riesce più a gestire tutti quei corpi nello stesso momento. Purtroppo i miei sogni di gloria si infrangono e cado sbattendo lievemente la testa. Mi rialzo con l’adrenalina alle stelle e mentre stringo a me telefono e marsupio, mi dirigo verso la transenna.
Dall’altra parte mi aspetta lo staff medico che mi assiste con tempestività. C’è chi si tiene un braccio, chi una spalla, chi cerca semplicemente di riprendersi dal caldo, dal moshpit o da qualche colpo ricevuto nel caos dei minuti precedenti. Mentre controllano anche me, una ragazza dello staff mi guarda la fronte, sorride e se ne esce con una frase che difficilmente dimenticherò:
“You have a badass scar, now you look like a rockstar.”
Non so se quella piccola cicatrice mi faccia davvero sembrare una rockstar. So però che gli Architects riescono ancora oggi a creare quel tipo di concerto in cui un padre accompagna il figlio in quello che probabilmente è il primo crowd surf della sua vita e, pochi minuti dopo, qualcun altro esce dalle transenne con un cerotto sulla fronte e una storia in più da raccontare.
Vado a darmi una ripulita al volo e cerco di riprendermi dal piccolo spavento, fortunatamente sono tutto integro e sono pronto ad affrontare le ore finali della giornata, quelle che attendevo con più curiosità per motivi diversi.
Devo essere sincero: arrivo al concerto dei Bad Omens più da osservatore “critico” che da fan.
Conosco abbastanza bene la traiettoria del loro successo, so quanto abbiano inciso sulle nuove generazioni e quanto “The Death of Peace of Mind”, insieme a “Just Pretend”, abbiano contribuito a trasformarli in uno dei nomi più idolatrati dell’intera scena.
Negli ultimi anni è stato praticamente impossibile non imbattersi in un loro video su TikTok, Instagram o YouTube. Anche senza volerlo, i Bad Omens sono sempre rimasti lì, sullo sfondo eppure non li avevo mai ascoltati davvero.
Quindi quale modo migliore per rivalutarli se non lasciarmi trasportare dalla loro musica?
Quando il concerto inizia, il cielo conserva ancora gli ultimi colori del tramonto. Io mi trovo davanti al South Stage. Il North Stage è distante, ma la visuale rimane ottima.
È proprio lì che inizio ad accorgermi del livello di cura riservato allo spettacolo. I contrasti delle telecamere, le luci, le immagini proiettate e quella fotografia quasi “a infrarossi” restituiscono al concerto un’identità ben precisa.
Nel frattempo, il cielo cambia lentamente colore e quello che all’inizio è ancora un crepuscolo luminoso, nel giro di un’ora diventa notte.
Lo storytelling dello show contribuisce a rendere tutto più coinvolgente: i momenti principali vengono introdotti da brevi filmati che ricordano vecchie VHS. Non sono semplici intermezzi: sembrano veri e propri capitoli, ognuno più criptico del precedente che accompagnano il pubblico da una parte all’altra del concerto, preparando quello che sta per accadere sul palco.
Il primo momento in cui sento davvero di aver sottovalutato questa band arriva con “The Death of Peace of Mind”.
È qui che capisco quanto il loro successo non dipenda soltanto dalla viralità di qualche ritornello. Il vero punto di forza dei Bad Omens è aver trovato il coraggio di abbandonare progressivamente molti degli stereotipi del metalcore moderno per scrivere canzoni molto più personali. Non cercano di dimostrare quanto sappiano essere pesanti, preferiscono mettersi totalmente a nudo su un tappeto sonoro formato da sintetizzatori e riff.
Prima di “Concrete Jungle”, Noah Sebastian interrompe per un momento il concerto. Racconta che il caldo, la polvere e l’erba del Graspop lo stanno stanno mettendo a dura prova a causa della sua allergia e che la sua voce non è esattamente quella dei giorni migliori. Mi viene quasi da sorridere, perché fino a quel momento non me ne ero minimamente accorto.
Dal vivo continua a sembrarmi uno dei frontman più completi dell’intera nuova generazione. Le linee melodiche sono impeccabili, gli scream conservano tutta la loro aggressività e il controllo che mantiene sulla voce fino alla fine del concerto è impeccabile.
Poi prende il microfono ed esclama: “Concrete!”, la nostra risposta non tarda ad arrivare e urliamo tutti: “Jungle!”.
Sono un grande fan di questi piccoli rituali tra le band e i loro seguaci più fedeli, dei momenti ricorrenti a ogni concerto che solidificano ancora di più il loro legame.
“I climbed to the sun and fell in a concrete jungle” richiama inevitabilmente il mito di Icaro, l’uomo che, spingendosi troppo vicino al sole, vede sciogliersi le proprie ali e precipita. Eppure, osservando oggi il percorso dei Bad Omens, viene quasi spontaneo leggere quel verso in controluce.
Negli ultimi anni la band ha continuato a inseguire traguardi sempre più ambiziosi, allargando continuamente i confini della propria musica e raggiungendo un successo che sembrava impensabile soltanto pochi anni fa.
La differenza è che Noah, Nick, Nicholas e Joakim compagni hanno imparato a spingersi sempre più in alto senza perdere il controllo del volo, trasformando quella che nel brano è una caduta in un volo ostinato verso nuovi orizzonti.
Quando arriva finalmente il turno di “Just Pretend” penso inevitabilmente a una cosa: per colpa dei Bad Omens, dire semplicemente “ti amo” sembra quasi essere diventato riduttivo. La vera dichiarazione d’amore è quel ritornello. Basta intonare “I can wait for you at the bottom, I can stay away if you want me to…” perché chiunque abbia vissuto questa band capisca immediatamente il significato di quelle parole.
Prima di lasciare il palco, Noah Sebastian guarda il pubblico e sorride: “Immaginate di dover vedere i Bring Me The Horizon dopo il nostro live…”
È una battuta pronunciata con l’umiltà di chi ricorda perfettamente da dove è partito e chi ha lottato anni per potersi levare dalle spalle l’ingiusta etichetta di copycat.
Il Graspop non lascia il tempo di metabolizzare quello che è appena successo, il palco accanto è pronto ad accogliere quella che è forse la band più attesa dell’intero festival.
“This concert contains scenes of explicit violence and gore.”
Questa è la prima frase che compare sui ledwall del South Stage, mentre attendiamo l’inizio del live. Mi rendo subito conto di come questa frase rappresenti al meglio quello che i Bring Me the Horizon sono riusciti a costruire nel corso degli ultimi anni.

I ragazzi hanno costruito un universo narrativo in cui musica, videogiochi, cinema e storytelling convivono in perfetta simbiosi. Ancora prima che Oliver Sykes salga sul palco è già chiaro che il concerto non verrà raccontato soltanto attraverso le canzoni, ma anche attraverso una trama che ci accompagnerà dall’inizio alla fine. Ma la storia che mi lega a doppio filo con questa band, comincia molto prima del Graspop.
Il primo capitolo viene scritto più di dodici anni fa, quando scopro “Sempiternal” e, senza rendermene conto, inizio un percorso che mi porterà prima a recuperare tutti i dischi precedenti e poi a seguire ogni evoluzione della band fino a oggi.
Se torno ai primi post pubblicati su Instagram ritrovo proprio quel periodo: il ciuffo, un’estetica inevitabilmente influenzata dal metalcore e una quantità imbarazzante di riferimenti ai Bring Me the Horizon.
Nel frattempo, siamo cambiati entrambi. Io ho iniziato ad ascoltare generi diversi, loro hanno deciso di allontanarsi progressivamente dal metalcore più tradizionale per costruire un linguaggio sempre più personale, attirandosi critiche da chi vedeva ogni cambiamento come un tradimento.
Io non l’ho mai pensata così e riascoltando la loro discografia continuo ad avere la sensazione che i Bring Me the Horizon non abbiano mai rinnegato il proprio passato.
Hanno semplicemente imparato a usarlo in modo diverso, mantenendo quella componente estrema che li ha resi celebri e inserendola in una scrittura molto più ampia, inevitabilmente influenzata anche dal percorso umano di Oliver Sykes, dai problemi vocali, dalle dipendenze, dalla depressione e da una maturità che oggi passa anche attraverso la sua vita da padre.

Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di imbattermi in un trend che sosteneva come, crescendo, si inizino finalmente a vivere i concerti che il proprio io adolescente poteva soltanto immaginare. Mentre aspetto l’inizio dello show continuo a ripensare a quella frase.
È vero che sono qui come reporter, ma sarebbe inutile fingere che questo sia un concerto come tutti gli altri. Il ragazzo che una decina di anni fa consumava “Sempiternal” non avrebbe mai immaginato di vedere per la prima volta i Bring Me the Horizon proprio sul main stage del Graspop.
L’avviso lascia spazio a una schermata che sembra uscita direttamente dalla PlayStation 1, poi compare la scritta “PRESS START” e siamo tutti pronti a immergerci in questa esperienza interattiva.
Il filmato iniziale richiama l’estetica dei survival horror più iconici e raccapriccianri: Oliver viene trasformato nel protagonista di un videogioco impegnato a combattere zombie e creature demoniache all’interno dell’universo di GENXSIS, mentre il pubblico osserva quasi imbambolato.
Qualcuno preme “START” e dà il via alle danze, prima però occorre impostare la difficoltà che può essere solo e soltanto una: “EXTREME”. Ed è in questo momento che entra in scena Eve, narratrice onnisciente e antagonista dell’intero spettacolo, che inizia a scandagliare il pubblico attraverso una serie di scanner e interfacce futuristiche.
I volti vengono analizzati, distorti, trasformati in presenze demoniache e catalogati come se ogni spettatore fosse un personaggio del videogioco appena iniziato. Perfino i moshpit vengono monitorati e il responso, comparso sui maxischermi con un eloquente “WEAK AS FUCK”, provoca la prima vera reazione collettiva della serata. È una provocazione studiata alla perfezione, destinata però a essere smentita sin da subito.
La scelta di aprire il concerto con “DArkSide” conferma definitivamente questa impressione. Eve continua a parlare del lato oscuro nascosto dentro ognuno di noi e il significato del brano si intreccia perfettamente con il primo episodio della storia che ci viene raccontata. Da lì in avanti ogni filmato, ogni intermezzo e ogni canzone contribuiranno a sviluppare la lore della Chiesa di GENXSIS, trasformando una scaletta già straordinaria in qualcosa di molto più ambizioso.
Ogni intermezzo, ogni filmato e ogni canzone sembrano occupare un posto preciso all’interno della storia, seguendo una sceneggiatura degna delle migliori serie tv sci-fi.

È un equilibrio difficilissimo da raggiungere, soprattutto per una band che negli ultimi vent’anni ha cambiato pelle più volte, ma che dal vivo riesce a far convivere tutte le proprie anime senza creare alcuna frattura.
“The House of Wolves” arriva quando siamo ancora impegnati a capire dove voglia andare a parare la narrazione, eppure bastano poche battute per riportarmi esattamente nel periodo in cui “Sempiternal” era il disco che ascoltavo più di qualsiasi altro.
Ascoltare questo brano all’interno di uno spettacolo così diverso da quello che i Bring Me the Horizon avrebbero potuto proporre più di dieci anni fa mi fa capire quanto la loro evoluzione non sia mai stata una rottura con il passato, ma piuttosto un modo per vestirlo con abiti diversi. “The House of Wolves” non viene trattata come un classico da rispolverare: diventa un capitolo perfettamente coerente con il mondo costruito dalla band, come se fosse sempre appartenuta all’era di Post Human o di Nex Gen.
Questa sensazione si rafforza ancora di più con il filmato relativo a “Project Angel Dust”, preludio a “Kool-Aid”.
Quando Angel Dust compare alle spalle della batteria di Matt Nicholls, il tempio di Genxsis viene demolito beat dopo beat, dando vita a uno dei passaggi meglio coreografati dell’intero concerto. È impossibile non ripensare a quante volte ho sentito quel brano nei migliori DJ set alternativi del Nord Italia.
Mentre la storia di Genxsis continua ad avanzare, mi accorgo di una cosa che fino a quel momento mi era completamente sfuggita. Tutta quella costruzione narrativa, i filmati, i livelli, i richiami ai videogiochi e i continui cambi di scenario stanno funzionando esattamente come dovrebbero: hanno smesso di farmi pensare alla scaletta.
Ora dobbiamo scappare via da Angel Dust, la chiesa è distrutta e abbiamo bisogno di un condottiero che ci conduca fuori dal pericolo, che ci recluti nella sua battaglia. Ed è proprio in quel momento che Oliver prende in mano un fumogeno rosso e lo accende, tenendolo sospeso in aria.
“Can you tell from the look in our eyes / We’re going nowhere…”
Le prime note di “Shadow Moses” bastano per riportarmi esattamente nel punto in cui tutto è cominciato. Per chi, come me, ha scoperto i Bring Me the Horizon grazie a “Sempiternal”, quella non è semplicemente una delle canzoni più rappresentative della loro carriera, ma un brano che finisce inevitabilmente per definire in maniera sempiterna una parte della propria adolescenza, della propria vita.
È difficile raccontare cosa significhi ascoltare dal vivo questo brano, senza cadere nella retorica. Posso soltanto dire che, in quel momento, il Graspop scompare quasi completamente e torno nella cameretta a casa dei miei. L’attesa durata oltre dodici anni è finalmente finita.

Il concerto, però, continua a spingere senza concedere un attimo di respiro e giunge il momento di “Kingslayer”, sblocchiamo dei nuovi personaggi: le Babymetal.
Il loro ingresso in scena sprigiona una contagiosa esplosione di energia, lo scream lacerato di Oliver si sposa perfettamente con i cori delicati delle supereroine giapponesi, non sembra esserci alcuna differenza tra la versione live e quella in studio.
Ci trasformiamo tutti in ballerini improvvisati ed è tutto così cyberpunk, colorato, e sopra le righe come fossimo teletrasportati nel pannello di un manga.
L’atmosfera cambia ancora con “Antivist” e sugli schermi compare un’interfaccia che richiama chiaramente Guitar Hero e, nel giro di pochi istanti, una ragazza di nome Emily viene invitata a salire sul palco per partecipare all’esibizione. Trovo sia un altro momento leggero, quasi ironico, che interrompe la tensione costruita fino a quel momento.
La fan si diverte nonostante qualche strafalcione (sicuro la difficoltà del brano non aiuta), il pubblico la sostiene alzando il dito medio al cielo. Il crowd surfing continua imperterrito, nonostante Oliver sia questa volta co-protagonista della scena.
Nessuno pretende la performance perfetta, tutti vogliono semplicemente vederla divertirsi, perché per qualche minuto rappresenta chiunque, lì sotto, avrebbe voluto essere al suo posto.
Con l’uscita di scena di Emily, il concerto cambia ancora una volta pelle. L’energia caotica di “Antivist” lascia progressivamente spazio a un’atmosfera completamente diversa, segno che i Bring Me the Horizon stanno entrando nella fase più emotiva della loro scaletta.
Se “Shadow Moses” rappresenta il punto di partenza della mia storia con i Bring Me the Horizon, “Can You Feel My Heart?” ha accompagnato tutti i capitoli successivi.
Negli anni ci sono canzoni che entrano nella tua playlist, ci fanno le radici e diventano un punto di riferimento. Ogni volta che la vita cambia, ogni volta che attraversi un momento particolarmente difficile o semplicemente senti il bisogno di isolarti dal resto del mondo, finisci sempre per tornare lì. Per me “Can You Feel My Heart?” è sempre stato uno di quei brani.
Quando Oliver Sykes intona il ritornello e chiunque sotto al il South Stage canta fino a sgolarsi, mi rendo conto di aver finalmente dato un volto a tutti quei ricordi che, fino a quel momento, erano rimasti legati esclusivamente a un paio di cuffie, a una camera o a un viaggio in macchina.
Attorno a me ci sono persone della mia età, ragazzi molto più giovani che probabilmente hanno conosciuto la band con “amo”, “POST HUMAN” o “Nex Gen” e fan che li seguono da quando Oli, Lee Malia, Matt Kean e Matt Nichols seminavano il panico tra le strade di Sheffield con “Count Your Blessings”.
Ogni generazione trova una canzone nella quale riconoscersi e, in sere come queste, tutte convivono sullo stesso prato, mischiando le linee temporali.
La storia costruita da Eve e dal culto di Genxsis si avvia verso la conclusione mentre il concerto entra nell’ultimo capitolo di questo videogioco distorto.
È in quel momento che parte “Doomed”.
Oliver si avvicina al microfono e canta “So come rain on my parade…”. Quasi fosse una sceneggiatura già scritta, proprio durante quel ritornello inizia a piovere. È una pioggia prima leggera, poi sempre più pesante ma nessuno vuole schiodarsi da là, nessuno cerca riparo. Migliaia di persone continuano a cantare sotto l’acqua senza distogliere lo sguardo dal palco, regalando una delle immagini più suggestive di tutto il Graspop.
Con “Drown” e “Throne” il concerto arriva naturalmente ai titoli di coda. Le luci si abbassano, la musica lascia spazio per l’ultima volta alla narrazione e in quel momento compare una delle ultime scritte:
“I SURVIVED BRING ME THE HORIZON.”
Ripenso immediatamente alla prima diapositiva della serata, a quel disclaimer che prometteva scene di violenza esplicita e gore, e mi rendo conto che il cerchio si è chiuso esattamente come i Bring Me the Horizon avevano immaginato. La missione è finita, Genxsis non è riuscita a esorcizzarci, noi che per loro siamo dei demoni. È tutto finito e ne siamo usciti vincitori.
Ripensando a tutto quello che era successo nelle ore precedenti, il caldo infernale, la frenesia del dover correre da un palco all’altro, il crowdsurf con gli Architects, il graffio sulla fronte, le coccole severe dei Bad Omens e tutto quello che c’è stato nel mezzo… capisco di essere sopravvissuto anche al terzo giorno del Graspop.
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Daniel D`Amico for SANREMO.FM
