Tra le tante cose che ci si aspetta di vedere a un festival metal, una sessione di acquagym a pochi passi da Dessel, accompagnata da riff e doppia cassa probabilmente non occupa le prime posizioni della lista.
Eppure, è proprio una delle immagini che precedono l’inizio della ventinovesima edizione del Graspop Metal Meeting, dimostrando ancora una volta come il conto alla rovescia verso il festival possa riservare qualche sorpresa inattesa.
Il Day 1 si apre però con una notizia che nessuno avrebbe voluto leggere. Tom Morello è costretto a rinunciare alla propria esibizione per fare ritorno negli Stati Uniti, dopo aver appreso del peggioramento delle condizioni di salute della madre. Un’assenza pesante, non solo per il valore artistico del chitarrista, ma anche per ciò che rappresentava all’interno della line-up. Sono i Wind Rose a raccogliere il testimone, chiamati all’ultimo momento a occupare uno degli slot più prestigiosi dell’intera giornata, ma a quello ci arriveremo più tardi.
Per il momento c’è un altro avversario con cui fare i conti: il caldo.
Trentacinque gradi, un sole che picchia come un campione MMA e ben cinque palchi distribuiti su un’area enorme trasformano il primo giorno del Graspop in un triathlon. Quali sono le discipline? Crowd surfing, headbanging, two-stepping, sprint per il merch, stile libero tra fiumi di birra (e crema solare) e per i più audaci ci sono le gare di wall of death.
In questi festival ogni scelta diventa un piccolo compromesso, restare fino alla fine di un concerto significa inevitabilmente perdere l’inizio di un altro.
Le prime note arrivano dal Metal Dome, dove i Magnolia Park inaugurano la mia giornata. Il tendone è già sorprendentemente affollato e basta poco per capire il motivo.

La band statunitense porta sul palco la loro ultima release “Nights After Vamp” e il loro sound è un mix naturale di pop punk, nu metal, metalcore ed elettronica, bilanciato dalle ottime doti canore del frontman Joshua Roberts.
Affidare una delle primissime esibizioni della rassegna a questa band, credo sia una fotografia piuttosto fedele della direzione intrapresa dal Graspop negli ultimi anni: accanto ai grandi nomi continua a ritagliarsi spazio una nuova generazione di artisti che si diverte a distruggere e ricostruire i confini del metal con estrema maestria, contaminandolo con generi diversi.
Ma a Dessel, il tempo scorre in modo diverso. Mentre nel Metal Dome i Magnolia Park proseguono con il loro set, il resto del campo è già in movimento. Sul Jupiler Stage, spetta agli Slay Squad l’incredibile onore di scatenare i primi circle pit, e nessuno vorrebbe essere nei panni dei giardinieri della crew che per mesi hanno mantenuto in ottimo stato il prato e che ora assistono inesorabili al “devasto” sulle note di “GUMBO”.
Non avevo mai sentito il termine “ghetto metal”, questo è il termine che la band ha coniato per il proprio sound, e devo ammettere che calza a pennello. Ogni brano trasuda quella cattiveria e quel senso di appartenenza che solo la vita di strada ti sanno dare. Per comprendere al meglio l’estetica della Slay Squad, pensate ai Body Count dopo essere passati dall’officina di Pimp My Ride per diventare ancora più grossi, più groovy e decisamente più incazzati.

E sempre restando in tema groove, mi dirigo alla volta del South Stage per assistere all’esibizione degli Ego Kill Talent.
La giovane cantante Emmily Barreto si dimena sul palco belga con sicurezza, alternando grinta e controllo, diventando il punto di riferimento di una band che appare finalmente consapevole della propria nuova identità.
L’aspetto più sorprendente del concerto, però, è il legame che la band continua a mantenere con le proprie radici. Tra melodie hard rock e sfumature stoner, trovano spazio percussioni e strumenti tipici della tradizione brasiliana, inseriti con una spontaneità che va ben oltre il semplice elemento folkloristico
Intorno a me, i corridoi che collegano i palchi sono attraversati da un continuo flusso di persone. C’è chi corre per conquistare la transenna del concerto successivo, chi si concede una breve sosta nelle numerose zone d’ombra con una birra in mano e chi, applicazione del festival alla mano, prova disperatamente a incastrare più band possibili senza perdersi nel marasma.
Lasciarsi guidare dalla curiosità è probabilmente il modo migliore per affrontare il Graspop. Ed è proprio seguendo questo istinto che il pomeriggio prende una piega decisamente più… nu-metal!

Il Marquee accoglie gli Snot come se fossero sempre stati una presenza fissa del festival. Eppure, quello belga è il loro debutto assoluto al Graspop. Per una band la cui storia è stata tragicamente interrotta nel 1998 dalla scomparsa di Lynn Strait, morto in un incidente stradale insieme al suo inseparabile cane Dobbs, ogni ritorno sul palco porta inevitabilmente con sé un valore che va oltre la semplice esibizione.
La loro energia è rimasta sorprendentemente intatta, così come quella miscela di attitudine punk e irriverenza che li aveva resi una delle realtà più originali della scena.
Continuo a considerarli una delle band più sottovalutate che il genere abbia mai prodotto e, proprio per questo, vederli dal vivo per la prima volta in assoluto è stato uno dei momenti che aspettavo con più curiosità dell’intero festival.

Pochi minuti più tardi è il turno dei Combichrist, e il North Stage si trasforma in una gigantesca pista da ballo industrial, grazie ai loro beat in pieno stile “aggrotech”. Sotto un sole che continua a non concedere tregua, assistere a un concerto del genere ha qualcosa di paradossale: sembra di trovarsi contemporaneamente in un club berlinese, oppure in un rave nei meandri di una foresta norvegese, paese d’origine del quintetto.
Il tempo di attraversare nuovamente il festival e il Marquee torna a riempirsi.

I Dying Wish sono una delle band più attese dagli appassionati della nuova scena deathcore e, dal vivo, confermano immediatamente il motivo. Emma Boster domina il palco con un’intensità impressionante, quasi animalesca, alternando ferocia e controllo senza mai perdere il contatto con il pubblico. I breakdown si susseguono senza soluzione di continuità, mentre davanti alle transenne iniziano a comparire i primi crowd surfer del pomeriggio.
Per chi segue da vicino la scena live italiana, il loro nome non è certo una novità. Lo scorso 8 giugno, proprio i Dying Wish hanno infiammato il New Age Club di Treviso insieme ai Malevolence, aprendo la serata dei Kublai Khan TX.
Vederli conquistare anche il pubblico belga, dà la sensazione di assistere alla definitiva consacrazione europea di una band destinata a ritagliarsi uno spazio sempre più rilevante.
E restando in tema di consacrazioni, il Metal Dome richiama nuovamente l’attenzione. Sul palco salgono i Funeral Portrait pronti a portarci direttamente nella loro “Suffocate City”. Fin dalle prime battute, diventa evidente come il termine “concerto” stia quasi stretto per descrivere ciò che succede davanti ai loro fan. Lee Jennings è un frontman impossibile da ignorare.
Non si limita a cantare: recita, interpreta, vive ogni singolo brano come se fosse qualcosa di più solenne. Il suo continuo dialogare con il pubblico trasforma l’esibizione in un’esperienza profondamente teatrale, capace di coinvolgere anche chi si trova davanti a quella band per la prima volta. Lee Jennings definisce i loro concerti come delle vere e proprie “cerimonie di devozione”, in cui ogni gesto ogni sguardo e trasformano un semplice live in un rituale collettivo.
I metri che separano il Metal Dome dal Jupiler sono fortunatamente pochi, ed è quindi facile per me inserirmi tra le migliaia di persone pronte ad accaparrarsi un posto sotto i nebulizzatori per il set dei thrown.

Anche per la formazione svedese è la prima volta al Graspop e dalle retrovie qualcuno esclama: “It’s always party time!”, ovviamente il boato e le risate del pubblico non tardano ad arrivare.
I thrown. non aspettano che il pubblico si scaldi: arrivano con la delicatezza di un tir senza freni, e il primo breakdown è sufficiente per travolgerci.
Il pit non si apre: implode grazie al carisma di Marcus Lundqvist e nel giro di un battito di ciglia il Jupiler diventa un gigantesco organismo in continuo movimento, dove ogni spinta ne genera altre dieci e ogni breakdown viene accolto come un nuovo comando.
Gli ultimi due brani sono la sintesi perfetta di ciò che rende gli svedesi una delle realtà più interessanti dell’hardcore contemporaneo. Nessun virtuosismo fine a sé stesso, nessuna ricerca dell’effetto spettacolare: soltanto una morsa sonora serrata che attanaglia il Jupiler.
Ogni festival ha quei concerti che ti ricordano perché certe band vengono definite “storiche”, ed è ciò che accade quando il South Stage accoglie gli Accept con il rispetto che si deve a una band capace di attraversare cinque decenni di heavy metal senza perdere un grammo della propria credibilità.
Gli Accept celebrano cinquant’anni di carriera senza trasformare il concerto in un’operazione nostalgia, al contrario, è quasi un promemoria. Mentre il Graspop continua a guardare al futuro con band come thrown, Dying Wish o President, il South Stage ricorda a tutti da dove è iniziato il viaggio.
Il traguardo del mezzo secolo non si fermerà al palco. Il prossimo 4 settembre la band pubblicherà infatti “Teutonic Titans 1976–2026“, un album celebrativo che ripercorre la propria storia attraverso diciannove reinterpretazioni dei brani più iconici del repertorio, impreziosite dalla partecipazione di oltre cinquanta ospiti provenienti da ogni angolo della scena metal.
Tra questi spiccano nomi del calibro di Phil Anselmo, Kirk Hammett, Rex Brown e K.K. Downing, a testimonianza dell’enorme influenza che gli Accept continuano a esercitare anche su musicisti appartenenti a generazioni diverse.

Poco più tardi arriva uno dei momenti più belli della giornata anche per noi italiani.
La cancellazione di Tom Morello aveva inevitabilmente lasciato un vuoto importante nel programma del festival, ma a raccogliere un’eredità tanto ingombrante sono i Wind Rose.
Chiamati all’ultimo momento a occupare uno degli slot più prestigiosi dell’intera giornata, i toscani rispondono con una prestazione all’altezza dell’occasione.
Ormai è risaputo, l’epic e il power metal hanno i loro rituali non scritti e tra un ritornello e l’altro c’è chi si siede a terra e inizia a remare come se si trovasse su un drakkar lanciato verso una nuova razzia. I Wind Rose, però, giocano un campionato tutto loro.
Davanti al North Stage migliaia di persone si trasformano improvvisamente in una colonia di nani: picconi gonfiabili impugnati con convinzione, braccia che si muovono all’unisono come se fosse iniziato un gigantesco turno di lavoro nelle miniere di Moria. Per qualche minuto il Graspop smette di essere un festival metal e diventa la più rumorosa cava di mithril mai vista in Belgio.
Il sole inizia finalmente ad abbassarsi e, insieme alla temperatura, cambia anche l’atmosfera del festival.
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Gli A Day To Remember non sono semplicemente una delle band più attese del giovedì, perché per chi è cresciuto tra la fine degli anni Duemila e l’inizio del decennio successivo, questa non è una semplice band, ma il sottofondo di un’intera adolescenza. Ricordo ancora le compilation Pop Goes Punk, i pomeriggi passati su Youtube a guardare i video del Vans Warped Tour, i loro videoclip assurdi e pieni di ospiti.
Ritrovarli oggi davanti a decine di migliaia di persone significa rendersi conto che, nel frattempo, siamo cresciuti tutti, o forse no. E, guardando il South Stage trasformarsi in una gigantesca festa da college tra coriandoli, fiamme, amici che si abbracciano e un improbabile Super Mario armato di cannone spara-merch, viene quasi da sperare che una parte di noi non lo faccia mai.
Gli highlight arrivano puntuali grazie al celebre breakdown di “Mr. Highway’s Thinking About the End”, anticipato dall’ormai iconico urlo “Disrespect your surroundings!”, scatenando un’esplosione collettiva che, negli ultimi anni, è tornata virale anche ben oltre i confini della scena metalcore.
Poco dopo è il momento di “All I Want”, un brano che, per molti è diventato un ricordo condiviso, un pezzo di strada percorso insieme.
Tra un coro e l’altro ci si abbraccia, si solleva da terra chi vuole lanciarsi in crowd surfing, si brinda con persone incontrate giusto qualche ora prima.
Ci sono amicizie che impiegano anni per diventare solide e altre che sembrano esistere da sempre, anche se sono nate dopo un festival, un viaggio o un concerto. Sono quelle che riescono a rendere la vita un po’ più leggera, perché i pesi si dividono, una spalla alla volta.
Poi succede qualcosa di surreale quando McKinnon decide che il classico crowd surfing non basta più e per qualche minuto il pubblico si trasforma in un’improbabile compagnia di stuntman, con persone che cercano di “surfare” sopra altri crowd surfer in un equilibrio tanto precario quanto incredibilmente riuscito.
Quando il sole scompare dietro i palchi del Graspop, il festival cambia nuovamente volto, un fitto manto di nuvole ricopre il campo, avvolgendolo in una timida oscurità.

Squillino le trombe, sta per partire la sinfonia di distruzione, è giunto il momento dei Megadeth e l’atmosfera cambia quasi istantaneamente, si ha l’agrodolce consapevolezza che ogni loro apparizione potrebbe appartenere agli ultimi capitoli di una storia iniziata oltre quarant’anni fa.
Anche il presente della band sembra muoversi in questa direzione, con l’ultimo lavoro in studio, “The Sick, the Dying… and the Dead!”, che ha il sapore di un disco che guarda contemporaneamente avanti e indietro: feroce, tecnicamente impeccabile e ancora capace di dimostrare quanto Dave Mustaine continui a scrivere riff con una lucidità impressionante.

Allo stesso modo, questo tour porta con sé una domanda che aleggia tra il pubblico senza trovare una risposta definitiva: potrebbe davvero essere una delle ultime occasioni per vedere i Megadeth sui palchi europei?
Negli anni, Mustaine si è costruito la reputazione del burbero per eccellenza, del perfezionista dal carattere impossibile, della testa calda che non ha mai avuto paura di dire ciò che pensa. Dal vivo, però, emerge anche un lato molto più ironico e autoironico, fatto di sorrisi appena accennati, battute e piccoli siparietti che stemperano quell’immagine quasi mitologica che lo accompagna da decenni.
Ho sempre avuto la sensazione che Mustaine si diverta anche a giocare a nascondino con il pubblico. Dopo ogni cambio di chitarra sparisce puntualmente ai lati del palco, lasciando per qualche istante che siano i compagni a occupare il centro della scena. Poi ricompare con naturalezza, come se nulla fosse, pronto a riprendersi l’attenzione con il solo linguaggio che conosce meglio: quello delle sei corde.

Dal punto di vista vocale la prestazione appare probabilmente più rimaneggiata rispetto al passato. Gli anni si fanno sentire e alcune linee vocali perdono un po’ mordente, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo.
Lo shredding mantiene un’eleganza quasi aristocratica, gli assoli vengono eseguiti con una precisione chirurgica e ogni brano, dai grandi classici ai pezzi più recenti, conserva quella complessità tecnica che ha sempre distinto i Megadeth dai loro contemporanei.
Dopo la furia controllata dei Megadeth, siamo pronti a entrare in una fiaba distopica e i Within Temptation sono i nostri ciceroni.

Il loro set si apre sulle note di “We Go To War”, Sharon den Adel, fasciata in un lungo abito bianco che sembra riflettere ogni raggio e nascosta dietro una maschera che richiama inevitabilmente l’immaginario di Hellboy II: The Golden Army, domina la scena con un’eleganza quasi ultraterrena. Le imponenti scenografie digitali, i giochi di luce e i visual trasformano il concerto in un’esperienza immersiva, dove musica e immagini finiscono per fondersi in un unico racconto, sembra di essere catapultati nel cuore di un film di Guillermo Del Toro.
Tra l’energia di “Stand My Ground” e la magia senza tempo di “Fairytale”, il pubblico si lascia trasportare in una dimensione sospesa tra sogno e oscurità, una fiaba a metà tra il gotico e la fantascienza futuristica.
Sharon den Adel, non ha bisogno di conquistare il palco con movimenti frenetici: basta la sua presenza scenica. Ogni gesto è misurato, ogni nota è eseguita con una pulizia quasi cristallina.
Mentre il South Stage continua a incantare con i Within Temptation, il Metal Dome richiama migliaia di curiosi per assistere all’esordio dei President, indubbiamente il fenomeno del momento.
Piaccia o meno, ovunque compaiano il risultato è sempre lo stesso: file interminabili, tendoni stracolmi e un livello di curiosità che poche band emergenti possono vantare. La band ha costruito una vera e propria lore attorno alla figura del misterioso “President”, alimentando un immaginario fatto di anonimato, simbolismo e liturgie distopiche.
Il mistero, del resto, è parte integrante dell’esperienza, in quanto nessun fotografo è autorizzato a scattare sotto il palco durante i primi brani, una scelta ormai diventata parte della loro identità e pensata per preservare l’impatto visivo dello show.
Nel frattempo, continuano a rincorrersi le accuse di essere una presunta “industry plant”, inevitabili quando una band cresce con una rapidità così impressionante. Accuse che il gruppo ha sempre respinto, lasciando parlare il palco e rivendicando un percorso nato lontano dalle logiche dell’industria.
Con l’annuncio dell’album di debutto “Blood Of Your Empire”, in uscita il 4 settembre, il progetto sembra finalmente pronto a svelare un nuovo capitolo della propria narrazione. Un disco che promette di approfondire i temi della fede, della mortalità, della crisi esistenziale e del rapporto dell’uomo con il potere, confermando come dietro le maschere ci sia un universo concettuale ben più articolato del semplice anonimato.
Mi faccio largo tra una distesa sempre più fitta di cappellini rossi portati rigorosamente con la visiera al contrario, cercando di conquistare un buon posto sotto il North Stage per i Limp Bizkit, un mio amico prende la direzione opposta. Destinazione: Marquee.
La scelta, del resto, è tutt’altro che semplice: da una parte uno degli headliner più attesi della giornata, dall’altra una delle quattro colonne portanti del thrash metal.
Ma da quanto mi viene riferito, Il Marquee sembra avere le idee molto chiare e bastano pochi minuti affinché il tendone si trasformi in una gigantesca “madhouse” per gli Anthrax.
Scott Ian, Joey Belladonna, Charlie Benante e compagni salgono sul palco con l’autorevolezza di chi non ha bisogno di presentazioni: anche loro come i Megadeth, fanno parte dei Big Four del thrash metal e ogni riff è un promemoria del motivo per cui quel titolo continua ad accompagnarli dopo oltre quarant’anni.
Poi arriva finalmente il momento di “Indians” con la sua intro che comincia a riecheggiare nel tendone prima che il celebre grido “War Dance!” faccia saltare ogni argine. Nel giro di pochi secondi, centinaia di persone vengono risucchiate in un vortice di corpi, spinte e adrenalina.
Più che assistere a un concerto, chi era lì si è ritrovato letteralmente intrappolato nel mosh pit, in una scena che rende omaggio a uno dei brani più iconici della band senza bisogno di nominarlo.
Per qualche minuto il Marquee è tornato a essere il tempio del thrash metal, mentre poche decine di metri più in là il North Stage qualcuno si preparava a riportarci nel 1999.
“Who’s in the house? Limp Bizkit is in the house!”

È giunto proprio quel momento che aspettavo da anni e dopo centinaia di foto in cui ripropongo la solita posa nu-metal, sono finalmente pronto a rischiare un paio di fratture pur di assistere dal vivo al loro concerto.
La scenografia è già un manifesto di intenti grazie ai giganteschi stereo che dominano il palco come reliquie di un’altra epoca, mentre ai loro piedi trovano posto enormi musicassette dedicate ad album e artisti che hanno segnato gli anni Ottanta e Novanta: dai Sepultura a Jeff Buckley, fino a Echo & The Bunnymen. Per qualche istante sembra di essere entrati nella cameretta di un adolescente cresciuto a pane, nutella e MTV, con le compilation masterizzate e i poster appesi alle pareti.
E quando le prime note di Break Stuff esplodono dagli amplificatori, il Graspop torna improvvisamente a Woodstock ’99.
L’atmosfera è quella, il caos non è da meno, ma c’è una differenza sostanziale: ventisette anni dopo, quella rabbia generazionale non viene vomitata come un tempo, si trasforma in una gigantesca festa collettiva. I testi di ogni singola canzone scorrono sui maxischermi trasformando il concerto in un karaoke a cielo aperto.
Fred Durst continua a rappresentare un grande paradosso vivente.

Per oltre vent’ anni è stato idolatrato, ridicolizzato, imitato, criticato e infine rivalutato e infine osannato.
Qualsiasi altra figura avrebbe probabilmente sentito il bisogno di cambiare pelle, lui no. Sale sul palco con quella stessa irriverenza che lo ha reso una delle icone più riconoscibili della cultura nu metal, ma oggi tutto appare diverso. Non c’è alcuna voglia di dimostrare qualcosa, nessuna rincorsa al consenso, nessun tentativo di inseguire il passato. Sembra semplicemente divertirsi a essere Fred Durst, inesorabilmente lui.
La forza dei Limp Bizkit, però, non risiede soltanto in Fred.
Wes Borland sembra materializzarsi da un universo parallelo diverso a ogni canzone. Non indossa semplicemente un costume: lo abita.

Ogni trasformazione sembra sfidare qualsiasi logica, sospesa a metà strada tra un guerriero tribale, una creatura aliena e un incubo partorito da David Lynch. Poi abbassa lo sguardo sulla chitarra e tutto torna improvvisamente ad avere un senso. I riff escono con una naturalezza disarmante, sghembi, elastici, imprevedibili, dimostrando ancora una volta come buona parte dell’identità sonora dei Limp Bizkit passi proprio dalle sue mani. Borland continua a esserne la mente più eccentrica, il vero deus ex machina.
Ai miei occhi John Otto appare come un orsacchiottone, è il cuore ritmico dei Limp Bizkit, preciso e inarrestabile come un metronomo impazzito (anche lontano dal Matthew’s Bridge), DJ Lethal, invece, agisce come un alchimista nascosto dietro la console. Mentre gli altri occupano ogni centimetro del palco, lui continua a disseminare beat, scratch, campionamenti e piccoli dettagli sonori che finiscono per incollare insieme mondi apparentemente inconciliabili: hip hop, metal, funk ed elettronica.

Toglierli entrambi dai Limp Bizkit sarebbe come togliere le spezie da un piatto perfettamente riuscito: gli ingredienti resterebbero gli stessi, ma il sapore non sarebbe più nemmeno lontanamente riconoscibile.
L’assenza di Sam Rivers si avverte inevitabilmente, ed è qui che brani come “Rearranged”, “Behind Blue Eyes” e “My Way” assumono il valore di un tributo spontaneo allo storico bassista della band, scomparso nel 2025. Al suo posto c’è Kid Knot, bassista facente parte della band di Ecca Vandal che appare perfettamente integrato nell’esibizione. Il nuovo elemento è prezioso nell’alchimia della band, porta un sound fresco senza mai sostituire Sam, l’amore che la band e i fan proveranno per lui resterà sempre immortale.

Siamo giunti a metà concerto, e penso che i Limp Bizkit non siano mai stati così in forma come lo sono negli ultimi anni, parliamo di una band che ha raggiunto il vero apice. Non quello commerciale dei primi anni Duemila, ma quello artistico.
Uno dei punti più alti viene raggiunto con l’ormai consueta esibizione di “Full Nelson”, in cui Fred Durst trasforma il palco in un’estensione del pit invitando alcuni fan a condividere il brano con la band. Questa volta tocca a un ragazzo adulto e a un ragazzino che avrà avuto appena dodici anni.
Se il primo si lascia travolgere dall’adrenalina del momento, il secondo sorprende tutti con una naturalezza disarmante, muovendosi sul palco come se fosse nato lì.
E restando in tema di “consapevolezze”, volete sapere cos’hanno in comune Jonathan Davis, Tom Cruise e Jack Nicholson? Beh, sono tutti pazzi per i Limp Bizkit e ce lo fanno sapere questi ultimi grazie a un’improbabile carrellata di meme generati con l’intelligenza che ritraggono questi protagonisti (spero che Fred & co. abbiano almeno un buon team di legali).
Quando tutto sembra finito, arriva il vero colpo di scena: la band esegue il bis di Break Stuff e con loro salgono anche gli Slay Squad, protagonisti della primissima parte della giornata sul Jupiler Stage.
È un’immagine bellissima e io sono a pochi passi dalla transenna sfruttando le voragini create dopo i numerosi moshpit. La band che ha contribuito a definire il nu metal divide il palco con una delle realtà emergenti più interessanti della nuova generazione, in quello che potrebbe rappresentare un simbolico passaggio di testimone
Il North Stage diventa una DeLorean lanciata a tutta velocità. Marty McFly probabilmente impazzirebbe davanti a uno spettacolo del genere: i Limp Bizkit trattano il tempo come un dettaglio trascurabile e, per un’ora e mezza, convincono tutti a fare lo stesso.
Sarebbe una conclusione perfetta, invece manca ancora un ultimo capitolo.
Allo scoccare della mezzanotte, gli Offspring salgono sul South Stage è già notte piena, ma il temporale non ha nessuna intenzione di aspettare.

Dexter Holland, Noodles e il resto della cumpa spalancano definitivamente le porte del divertimento con l’intro “Supercharged”, mentre l’acqua cade senza sosta, ma nessuno sembra preoccuparsene e l’aria diventa eletrica. Si passa dal quasi obbligatorio tributo ai Black Sabbath e a Ozzy Osbourne, con il medley “Paranoid” / “Electric Funeral” e poi “Crazy Train”, alla goliardia di Love Story di Taylor Swift con la naturalezza di una band che non si è mai presa troppo sul serio per tutta la sua carriera.
Il finale affidato a “Why Don’t You Get a Job?”, “Pretty Fly (for a White Guy)” e “The Kids Aren’t Alright” riassume perfettamente le due anime degli Offspring. Le prime due conservano intatta quella vena irriverente che li ha resi uno dei simboli del punk rock californiano: ironia, leggerezza e una straordinaria capacità di trasformare qualsiasi palco in un’esplosione di energia.

Con l’ultimo brano di questo trittico, la prospettiva cambia completamente. Dietro una delle melodie più riconoscibili della loro discografia riaffiora il ritratto amaro di una generazione cresciuta tra aspettative tradite, occasioni perdute e un futuro molto diverso da quello che sembrava promettere l’adolescenza.

Ad essere sincero però, l’ultimo slot da headliner della giornata, se lo accaparra il traffico.
Ci aspettano chilometri di auto ferme sotto la pioggia, con i vestiti ancora zuppi e il navigatore che sembra prendersi gioco di noi aggiornando continuamente l’orario di arrivo mentre siamo diretti al nostro appartamento al confine tra Belgio e Olanda.
Qui trovi le fotografie della prima giornata del Graspop Metal Meeting 2026, oppure sfoglia la gallery qui sotto
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
