La seconda giornata del Graspop inizia con un piccolo imprevisto: la cancellazione dei Drowning Pool costringe gli organizzatori a rivedere la programmazione del North Stage, anticipando gli Infected Rain alle 13:50.
Le prime note arrivano dal Marquee, dove gli Hulder spalancano le porte del secondo giorno con un black metal siderale, glaciale e profondamente rituale. Le atmosfere create dalla formazione statunitense sembrano appartenere più a un bosco avvolto dalla nebbia che a un festival baciato da un sole impietoso. È un inizio quasi straniante, perfetto per prendere lentamente confidenza con una giornata che, col passare delle ore, cambierà volto decine di volte.
Sul Jupiler è giunto il momento dei Thornhill. La formazione australiana conferma ancora una volta l’ottimo stato di salute della scena heavy di Melbourne, portando sul palco un metalcore moderno, tecnico e dinamico, costruito su riff massicci, melodie immediatamente riconoscibili e continui cambi di atmosfera.
La loro proposta musicale guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici, ma soprattutto dimostra quanto la nuova generazione australiana continui a produrre alcune delle realtà più interessanti dell’intero panorama internazionale.
Nel frattempo, il Metal Dome inizia lentamente a trasformarsi in una gigantesca pentola a pressione.
Davanti a TX2 si raduna probabilmente il pubblico più giovane incontrato fino a quel momento. La curiosità è tanta e viene ripagata da una delle sorprese più piacevoli della giornata.
L’artista americano costruisce il proprio set su un perfetto equilibrio tra ritornelli immediati, chitarre pesanti e un volume talmente alto da dare l’impressione che il tendone inizi a scardinarsi da terra. Il momento più spettacolare arriva quando decide di abbandonare il palco, scende tra la folla e si piazza nel mezzo di un enorme circle pit.
Per qualche secondo resta immobile, col suo enorme ciuffo biondo ossigenato, circondato da decine di persone in attesa del momento giusto. Poi arriva il breakdown e tutto esplode contemporaneamente.
Tra una spallata e l’altra, inizio a scorgere tra la folla degli strani cappellini sormontati da una grossa freccia gialla, e non si tratta di un’allucinazione provocata dalla cappa creatasi nel Metal Dome.
Mi bastano pochi secondi per capire come tutto questo sia in realtà uno stratagemma adottato dalle varie comitive, per ritrovare i propri amici più bassi nel marasma generale. Una soluzione tanto geniale quanto autoironica, capace di trasformare chiunque la indossi in un personaggio uscito direttamente da The Sims.
L’anticipo degli Infected Rain sul North Stage si rivela presto un problema soltanto sulla carta.

La formazione moldava sale sul palco con la sicurezza di chi frequenta ormai da anni i principali festival europei, trascinata dalla presenza magnetica di Lena Scissorhands e impreziosita da un piccolo motivo d’orgoglio italiano rappresentato dalla bassista Alice Pandini.
“The Answer Is You” e “Dying Light” mettono subito in mostra il perfetto equilibrio tra melodia e aggressività che caratterizza la band, mentre “Fighter” assume un significato ancora più forte osservando Lena e Alice dominare il palco fianco a fianco. Sembrano due moderne Xena, principesse guerriere che trasformano ogni difficoltà in forza e ogni cicatrice in un motivo per continuare a combattere. “Pandemonium” aumenta ulteriormente la temperatura del main stage, prima che “Never To Return” e “Because I Let You” ricordino come, dietro tutta quella violenza sonora, continui a pulsare un’anima profondamente emotiva.
Nemmeno il tempo di riprendermi dalle frustate causate dall’headbang violento di Lena con i suoi dread, che raggiungo subito il Jupiler per assistere alla performance dei letlive..

Ci sono concerti che ti prosciugano ogni energia. Altri che ti lasciano addosso un’adrenalina difficile da smaltire. Poi ci sono loro, che riescono nell’impresa apparentemente impossibile di prenderti a pugni per quasi un’ora e lasciarti, alla fine, con una sorprendente sensazione di pace.
La reunion della band guidata da Jason Aalon Butler è una delle notizie più attese dell’ultimo anno. Dopo anni di silenzio, i californiani tornano sui palchi riportando in vita un progetto che ha lasciato un segno profondo nel post-hardcore moderno.
Jason è un frontman diverso dagli altri, guardandolo da sotto il palco ho la netta impressione di trovarmi davanti a una delle persone più genuine al mondo, una di quelle che sceglie di esorcizzare i propri demoni nel modo che conosce meglio: buttandosi anima e corpo dentro ogni singola canzone.

Nei passaggi più melodici la sua voce diventa sorprendentemente calda, quasi rassicurante, poi basta un istante e tutto cambia: la dolcezza lascia spazio a un’urgenza rabbiosa, viscerale, mai fine a sé stessa.
Non esco dal concerto con la sensazione di aver assistito a una semplice esibizione, ma ho la percezione di aver fatto parte, anche solo per qualche decina di minuti, di qualcosa di più grande. C’è un fortissimo senso di appartenenza che attraversa ogni parola pronunciata da Butler, ogni sorriso rivolto al pubblico, ogni gesto.
Naturalmente Jason non sarebbe Jason senza un pizzico di follia: mi avevano avvisato che, a fine concerto, avrebbe probabilmente tirato fuori dal suo cilindro da cappellaio matto, qualche numero dei suoi.
Anziché limitarsi a salutare il pubblico, decide di arrampicarsi lungo l’impalcatura che sorregge il tendone dell’area food & drink accanto al Jupiler Stage, trasformando gli ultimi istanti dello show in un piccolo spettacolo acrobatico. Guardandolo scivolare lassù, quasi come se stesse nuotando sospeso per aria, non posso fare a meno di tornare con la memoria allo scorso anno, quando Stephen Harrison e Aric Improta degli House of Protection (ex compagni di Butler nell’avventura Fever 333) avevano trovato un modo altrettanto creativo per sfidare la gravità, confermando come un certo gusto per l’imprevedibile sembri essere rimasto una piacevole costante di quella famiglia allargata.
Dal Jupiler Stage al North Stage il passo è breve, ma il cambio di prospettiva è enorme.
Quando dagli impianti iniziano a risuonare le note di “Night Prowler” degli AC/DC, sembra quasi che qualcuno stia pronunciando una formula d’invocazione.
Non potrebbe esserci introduzione migliore per l’arrivo di Mammoth. Dopotutto Wolfgang van Halen sembra aver ereditato molto più di un cognome pesante: ha raccolto un modo di intendere la musica fatto di chitarre, istinto e una naturalezza quasi disarmante.

Negli ultimi anni ha dimostrato di essere molto più del “figlio di”. Dopo aver mosso i primi passi accanto al compianto padre nei Van Halen, ha trasformato Mammoth da progetto personale a una vera band, continuando però a scrivere, registrare e interpretare praticamente ogni strumento nei suoi dischi.
Persino il recente disco “The End” nasce seguendo un metodo tutto suo: Wolfgang costruisce le canzoni partendo dalla batteria per arrivare solo in seguito alle chitarre, ribaltando un processo compositivo che nel rock è quasi sempre l’opposto. Il risultato sono brani diretti, enormemente melodici e costruiti attorno a riff che sembrano nascere con una naturalezza impressionante.

Quando arrivano le prime note di “The Spell”, il titolo del brano sembra trasformarsi in qualcosa di profetico. Wolfgang non si limita a suonare: è come se stesse realmente lanciando un sortilegio sul North Stage. Ogni nota aggiunge un tassello a quell’incantesimo, ogni assolo stringe un po’ di più la presa sul pubblico, mentre migliaia di persone rimangono immobili con lo sguardo rivolto verso il palco. Esistono soltanto lui, la sua chitarra e quella forza magnetica che riesce a esercitare con estrema maestria.
Il nome Mammoth promette solidità, peso e imponenza, e il live mantiene ogni promessa: shredding, influenze psichedeliche e quel retrogusto stoner, a me tanto caro, che condisce il tutto alla perfezione. Il sangue, evidentemente, non mente.
Se Wolfgang dimostra che il talento può essere ereditato ma va comunque conquistato ogni sera sul palco, Max e Igor Cavalera sembrano invece voler mettere in discussione qualsiasi legge della genetica.

Comincio seriamente a sospettare che siano stati battezzati direttamente nella fonte dell’eterna giovinezza, oppure dev’essere semplicemente l’aria che si respira in Brasile.
La loro esibizione è una di quelle che aspettavo con maggiore impazienza fin dall’annuncio della line-up e, ancora una volta, le aspettative vengono completamente ripagate. Vederli riportare in vita “Chaos A.D.” significa assistere a qualcosa che racchiude una valenza storica non indifferente.

Pubblicato nel 1993, il disco rappresenta uno spartiacque nella storia del metal, un album che rompe definitivamente con il thrash più classico per abbracciare groove, ritmiche tribali e un linguaggio politico ancora oggi sorprendentemente attuale. “Refuse/Resist” conserva intatta tutta la propria forza, “Territory” continua a parlare di nazionalismo, confini e conflitti con una lucidità quasi inquietante, mentre “Nomad” dimostra quanto i Sepultura fossero già allora proiettati oltre qualsiasi etichetta.
C’è però un’immagine che continua a catturare il mio sguardo più di ogni altra.
Al centro del palco, sospeso sopra la batteria di Igor, campeggia il celebre fantoccio avvolto e impiccato a testa in giù raffigurato sulla copertina del disco. Più che un semplice elemento scenografico, sembra un manifesto. Un simbolo che domina il concerto dall’alto e che richiama immediatamente tutto il contenuto politico dell’album, ricordando come certe battaglie raccontate oltre trent’anni fa siano, purtroppo, ancora drammaticamente attuali.
Poi, nel momento meno solenne e forse più umano dell’intero set, Max interrompe per un attimo quella tensione guardando il cielo e il sole che continua a picchiare senza alcuna pietà sul pubblico del Graspop.
“Everybody flip the sun off!”
Nel giro di pochi secondi migliaia di dita medie si alzano all’unisono verso quel gigantesco forno che da ore rende ogni spostamento tra i palchi una prova di resistenza. È un gesto spontaneo in pieno stile “Zio Max” (mi piace chiamarlo così), una piccola protesta collettiva contro il caldo soffocante che riesce a strappare una risata a tutti prima che il concerto riprenda la sua corsa.
E mentre “Nomad” chiude un’altra pagina fondamentale di “Chaos A.D.”, continuo a osservare Max e Igor intenti a divorarsi il palco con la stessa fame, intensità e convinzione di sempre.
Forse la fonte dell’eterna giovinezza esiste davvero, oppure, sono dei vampiri, questo non ci è dato saperlo. semplicemente, da qualche parte in Brasile hanno trovato il modo di fermare il tempo.
Invece, il tempo a mia disposizione per metabolizzare quello che ho appena visto è praticamente nullo, perché sul North Stage stanno già prendendo posizione i Trivium.
Sono passati solo due giorni da quando Matthew Heafy e soci sono saliti sul palco dello Stadio Giuseppe Meazza di Milano in apertura agli Iron Maiden, una di quelle occasioni dal peso simbolico enorme considerando la rilevanza storica della “Scala del calcio” e il significato che una band come quella britannica continua ad avere per intere generazioni di appassionati.
Dal prato di uno degli stadi più iconici del mondo a quello del Graspop Metal Meeting il passo sembra enorme, ma racconta perfettamente la dimensione raggiunta dai Trivium dopo più di vent’anni di carriera.
Il loro set diventa rapidamente un concentrato di tutto ciò che la band americana ha saputo costruire nel corso degli anni: tecnica, melodia, aggressività e quella capacità di trasformare ogni ritornello in un momento collettivo.
“The Sin and the Sentence” rappresenta ancora oggi uno dei punti d’incontro più riusciti tra le diverse anime del gruppo, mentre “Until the World Goes Cold” porta sul North Stage quella componente più emotiva e melodica che, dal vivo, assume una dimensione ancora più grande. Matthew Heafy e soci picchiano come fabbri inviperiti, ma per gran parte del concerto la mia attenzione finisce inevitabilmente altrove.
Perché mentre sul palco i Trivium continuano a macinare riff e ritornelli con la precisione di una macchina perfettamente oliata, io mi ritrovo a fare qualcosa che, in quel momento, mi sembra naturale quanto cantare: aiutare ragazzi e ragazze a fare crowd surfing nel modo più sicuro e sano possibile, accompagnandoli verso le transenne, controllando che arrivino sani e salvi, cercando di rendere ogni volo sopra la folla un piccolo atto di fiducia collettiva e non una roulette russa con gomiti e ginocchia altrui.
E lì, sotto un sole che continua a picchiare senza pietà e con 36 gradi all’ombra, mi viene quasi da piangere, non per stanchezza, o almeno non soltanto.
Ci sono corpi che si sollevano, mani che si tendono, sconosciuti che per qualche secondo diventano una rete di sicurezza. È una comunità improvvisata, costruita con amplificatori, sudore, fiducia e qualche livido, e forse è proprio per questo che certi concerti riescono a lasciarti addosso qualcosa che va oltre la musica.
A un certo punto sono tentato anch’io di farmi sollevare e provare a fare crowdsurfing. L’idea mi attraversa la testa per qualche secondo, abbastanza da sembrare quasi possibile.
Poi le mie vertigini decidono di intervenire con una lucidità molto poco rock’n’roll e mi ricordano che, forse, non è ancora arrivato il momento. Alla fine, siamo soltanto a metà del secondo giorno e davanti ce ne sono ancora altri due, quindi mai dire mai (piccolo occhiolino alla telecamera immaginaria).
Quando “In Waves” chiude il concerto, la sensazione è quella di aver partecipato a qualcosa di più grande di una semplice esibizione. I Trivium non si limitano a suonare per il pubblico: suonano insieme al pubblico. Ed è esattamente questo, a rendere il loro set uno dei momenti più sentiti della giornata.
Una sensazione che, di lì a poco, avrei ritrovato in una forma completamente diversa davanti al South Stage.
Vedere dal vivo Steve Jones, Glen Matlock e Paul Cook continua ad avere un sapore profondamente surreale. Per decenni una reunion dei Sex Pistols è sembrata un’ipotesi irrealizzabile, poi Frank Carter entra in scena e, nel giro di quattro anni, ogni perplessità lascia spazio all’entusiasmo.


L’intesa tra i quattro è immediata, alimentata da una carica esplosiva che attraversa il palco dall’inizio alla fine. Jones, Matlock e Cook continuano a essere una macchina perfettamente rodata, mentre Carter porta in dote una presenza scenica incontenibile, una voce sporca al punto giusto e un’energia capace di trascinare chiunque gli si trovi davanti.
Tra i momenti che colpiscono di più c’è, ovviamente, “God Save the Queen”: quando arriva il celebre “No future, no future, there’s no future for me”, il South Stage si trasforma in un unico enorme coro. Davanti al palco ci sono ragazzi che quelle canzoni le hanno scoperte da pochi anni e uomini e donne che le cantavano già alla fine degli anni Settanta.Forse certe canzoni smettono di appartenere a una generazione precisa e iniziano a vivere di vita propria.

L’apice del caos arriva con “Bodies”, e Frank Carter decide che il palco gli sta stretto scendendo direttamente in mezzo alla folla mentre scherza sulla sua altezza (serve forse anche a te un cappellino?).
Nel giro di pochi secondi si apre un circle pit gigantesco e lui si piazza esattamente al centro, continuando a cantare come se quella fosse la situazione più naturale del mondo.
Io, decido che è arrivato il momento di entrare nell’occhio del ciclone, ritrovandomi a pochi metri da lui. Che reporter sarei altrimenti? Attorno a noi decine e decine di persone iniziano a correre, a spingersi, a rincorrersi e c’è chi rischia di rimanere scalzo. Di certo correre all’impazzata durante il concerto dei Pistols 2.0 non era nella mia bingo card, ma la tentazione era decisamente troppa.

L’eco di “Anarchy in the U.K.” continua ancora a rimbalzare nella testa mentre ritorno al North Stage, per assistere al live di una band che, per moltissimi ascoltatori della mia generazione, ha rappresentato una colonna sonora silenziosa capace di accompagnare gli anni dell’adolescenza senza mai chiedere il permesso.
I Breaking Benjamin appartengono esattamente a quella categoria. Le loro canzoni erano il sottofondo di pomeriggi e viaggi in macchina con le cuffiette consumate, momenti in cui certe emozioni sembravano troppo complicate da spiegare a parole. Benjamin Burnley e compagni hanno sempre trovato il modo di farlo attraverso riff immediatamente riconoscibili, melodie malinconiche e testi capaci di parlare di fragilità senza perdere un grammo di intensità.
L’ingresso sulle note di “I Will Not Bow”, da sempre inno di ribellione e resilienza, mette subito in chiaro quale sarà il tono del concerto. Il pubblico accoglie il primo riff con un boato.
L’intensità cresce ulteriormente con “Red Cold River”, dove il lato più cupo della band emerge con decisione, sostenuto da chitarre più aggressive che riescono comunque a convivere con quella sensibilità melodica diventata, negli anni, uno dei marchi di fabbrica del gruppo.
Il momento più intenso arriva con “Dear Agony” e il significato della title track dell’album pubblicato nel 2009 sembra amplificarsi ancora di più, perché quelle parole smettono di appartenere esclusivamente a Benjamin Burnley e finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con le storie di chi le canta sotto il palco. Poco dopo, “Failure” conferma quanto i Breaking Benjamin abbiano saputo attraversare il tempo senza smarrire la propria identità, continuando a costruire canzoni in grado di unire potenza e introspezione con un equilibrio rarissimo.
Quando parte “The Diary of Jane”, il Graspop si trasforma in un unico enorme coro. Siamo davanti a uno di quei brani che non hanno bisogno di presentazioni, perché ognuno sembra custodirne un ricordo diverso.
La malinconia lasciata nell’aria da “The Diary of Jane” dura esattamente il tempo necessario per ricordarmi che il festival sta per mettermi davanti a una delle scelte più difficili dell’intera giornata. Sul Jupiler Stage stanno per iniziare i Kublai Khan TX, mentre sul South Stage sarà il turno degli Alter Bridge. Seguire integralmente un concerto significa inevitabilmente rinunciare all’altro, ma la decisione l’avevo presa ancora prima di partire per il Belgio: avrei visto fino all’ultimo secondo la band texana, raggiungendo Myles Kennedy e compagni soltanto nella parte finale della loro esibizione.

Al Jupiler cambia il pubblico, cambia l’atmosfera e cambia perfino il modo in cui le persone occupano lo spazio davanti al palco. Le prime file iniziano già a comprimersi, qualcuno sistema il paradenti, altri si guardano intorno con quell’espressione tipica di chi sa perfettamente che, da lì a poco, il pit diventerà uno dei luoghi più violenti dell’intero festival.
Li avevo lasciati poche settimane prima al New Age di Roncade assieme ai Malevolence e ai Dying Wish, convinto di conoscere già perfettamente l’impatto di un loro concerto. La violenza sonora che in un club rimbalza contro quattro pareti qui si espande in un mare di persone senza perdere un grammo della propria intensità. Ogni breakdown sembra allargare ulteriormente il pit, mentre spallate, two-step e mosh pit finiscono per fondersi in un movimento continuo che coinvolge praticamente tutta l’area davanti al palco.
L’attacco con “Darwinism” lascia immediatamente il segno e Matt Honeycutt guida la band con quella presenza scenica essenziale che lo contraddistingue da sempre: pochi movimenti, nessun artificio e una voce così profonda da piegare l’enorme ruota panoramica alle nostre spalle.
”Supreme Ruler” raccoglie subito il testimone, “Boomslang” mantiene altissima la tensione grazie a una sequenza di groove pachidermici e breakdown che sembrano rallentare il tempo accordo dopo accordo.
Tra i brani trova spazio anche “The Mountain of Corsicana”, l’ultimo singolo della band, accolto con un entusiasmo che conferma quanto il pubblico abbia già fatto proprio questo nuovo capitolo della loro storia.
Prima di “Swan Song”, Matt interrompe per un momento quel bombardamento sonoro che fino a quel momento ha travolto il Jupiler Stage e prende la parola. Dedica il brano a sua madre, alle donne della sua famiglia e a tutte le donne presenti sotto il palco, invitando il pubblico a riconoscerne la forza con un applauso.
In mezzo a breakdown devastanti, mosh pit e spallate che sembrano non avere fine, quelle poche frasi riescono a spiazzare tutti. La brutalità lascia spazio a un’umanità disarmante e il significato di “Swan Song” acquista un peso ancora maggiore proprio perché nasce nel cuore di uno dei concerti più violenti dell’intera giornata.
Honeycutt trova anche il tempo di rendere omaggio ai thrown, Drain, Guilt Trip, Dying Wish e a tutte le band che, nel corso della giornata e nelle prossime, hanno trasformato e trasformeranno il Jupiler la loro terra di conquista, riconoscendo apertamente il momento straordinario che la scena hardcore sta attraversando.
Il Graspop, che fino a qualche anno fa guardava a questo mondo quasi come a un’incursione occasionale nella propria programmazione, oggi dedica uno dei palchi principali e viene ripagato da un pubblico sempre più numeroso e trasversale.
Quando arriva “Theory of Mind”, la polvere si solleva e decine di persone vengono trasportate sopra le nostre teste verso le transenne. Rimangono addosso qualche livido, una maglietta completamente fradicia e quella sensazione di appagamento che soltanto un concerto hardcore vissuto dall’interno riesce a lasciare.
Mi faccio strada quasi a gomitate tra la folla, attraverso nuovamente il festival e raggiungo il South Stage, dove gli Alter Bridge stanno ormai entrando nella parte conclusiva del loro concerto.



Per me si tratta di un piccolo viaggio nel tempo: gli Alter Bridge rimangono per anni una presenza costante durante il liceo, tanto che uno dei loro dischi finisce persino tra i regali che ho ricevuto dai miei compagni di classe. Col tempo smetto di seguirli con la stessa attenzione, ma non smetto mai restarne affezionato.
Mentre Myles canta, continuo a pensare a quanto la somiglianza con Ethan Hawke sia sorprendente. È uno di quei pensieri completamente inutili che, una volta entrati in testa, si rifiutano ostinatamente di uscirne, accompagnandomi per tutta la durata del concerto.
Il tempo, inevitabilmente, lascia qualche segno: qualche acuto è meno tagliente, qualche passaggio perde un pizzico della brillantezza di un tempo.
Ma sarebbe profondamente ingiusto fermarsi a questo, perché ciò che gli Alter Bridge forse perdono in freschezza lo guadagnano in umanità. Basta osservare gli sguardi che si scambiano Myles e Mark Tremonti, gli abbracci tra una canzone e l’altra, quella complicità che non ha bisogno di essere ostentata per risultare evidente.
Poi arriva “Metalingus” e, da vero fan della WWE quale ero e sono, mi preparo a caricare la spear alla Edge più devastante di tutto il festival. È impossibile separare quel brano dall’ingresso dell’iconico wrestler canadese.
Ma il momento che aspetto davvero è un altro: quando iniziano le prime note di “Blackbird”, il resto del festival sembra dissolversi. Per me non è soltanto una canzone. È una di quelle composizioni che ti accompagnano silenziosamente per anni e che finiscono per intrecciarsi a momenti molto personali della vita. Myles Kennedy la interpreta con quella miscela di tecnica, intensità e vulnerabilità che continua a renderlo una delle voci più riconoscibili del rock contemporaneo, mentre Tremonti costruisce, nota dopo nota, uno degli assoli più emozionanti di sempre.
Non so se Blackbird sia davvero una delle power ballad più belle degli ultimi vent’anni. So soltanto che, ogni volta che la ascolto, provo le stesse identiche emozioni del primo play.
Quando gli Alter Bridge salutano il pubblico, mi rendo conto che la loro esibizione non mi restituisce soltanto una band che desideravo vedere da anni. Restituisce anche una piccola parte di me che, senza accorgermene, avevo lasciato alle spalle insieme a quei giorni di liceo.
Ma adesso si fa sul serio, il Graspop sta per cambiare nuovamente volto.
“Tonight someone is gonna die here for Knocked Loose… and that someone is not me!”

Esclama così un ragazzo al mio fianco mentre è intento a registrare un video diretto ai suoi amici, rimasti probabilmente a dormire nel campeggio. Questa frase interrompe il silenzio e prende sempre più le sembianze di una dichiarazione di guerra nei confronti di chiunque si trovasse sul suo cammino.
Davanti al North Stage si respira un’elettricità diversa da quella avvertita durante tutto il resto della giornata: le persone continuano ad affluire senza sosta, i fotografi controllano per l’ennesima volta le impostazioni delle macchine fotografiche e, nelle prime file, c’è chi si guarda intorno con quell’espressione tipica di chi sa perfettamente che, tra pochi minuti, voleranno corpi, scarpe e probabilmente anche qualche dente.
Dessel accoglie i Knocked Loose nel momento più importante della loro carriera. “You Won’t Go Before You’re Supposed To” ha consacrato la formazione del Kentucky come uno dei nomi più influenti della musica pesante contemporanea, dimostrando che hardcore, metalcore e sonorità estreme continuano a evolversi senza perdere un grammo della propria identità.

Nemmeno gli imprevisti della loro sfortunata avventura europeo sono riusciti a rallentarne la corsa: prima la paralisi di Bell, che ha costretto Bryan Garris a esibirsi in condizioni tutt’altro che semplici, poi l’incidente che ha coinvolto Isaac Hale durante la tappa bulgara. Ogni ostacolo è stato assorbito senza mai interrompere il ritmo di una crescita che, concerto dopo concerto, sembra diventare sempre più inarrestabile.
Anche il recente passaggio in Italia racconta perfettamente questo momento: Il 1° giugno incendiano lo Slam Dunk Festival Italy al Circolo Magnolia di Segrate e, appena quarantotto ore più tardi, aprono l’unica data italiana dell’M72 World Tour dei Metallica con i Gojira allo Stadio Renato Dall’Ara di Bologna. Due palchi lontanissimi tra loro per dimensioni e pubblico, affrontati con la stessa identica fame.
Il Graspop rappresenta semplicemente la tappa successiva di un’ascesa che, ormai, sembra non conoscere sosta.
Le luci del North Stage iniziano lentamente ad abbassarsi e il brusio lascia spazio a un’attesa quasi tangibile e migliaia di persone finiscono istintivamente per stringersi qualche passo più vicino al palco.
“Blinding Faith non lascia il tempo di prendere le misure. Il suono dei Knocked Loose mi richiama immediatamente un’immagine ben precisa: due enormi blocchi di cemento armato trascinati con una forza disumana l’uno contro l’altro.
Ogni riff produce una frizione ruvida, abrasiva, quasi industriale, mentre basso e batteria comprimono l’aria fino a far implodere la mia cassa toracica. Il pit si apre quasi istantaneamente e ci muoviamo come un unico organismo, completamente in balia della band.

Sopra questo monolite si muove Bryan Garris, una figura apparentemente esile che sembra sfidare qualsiasi logica. È difficile immaginare che da un corpo tanto minuto possa uscire una voce tanto feroce. Le sue urla, acutissime, laceranti e quasi disumane, attraversano il muro di chitarre con una precisione impressionante.
“Don’t Reach for Me” raccoglie immediatamente il testimone e porta il livello dello scontro ancora più in alto. Il pit si allarga in pochi secondi, i crowdsurfer si susseguono senza soluzione di continuità, costringendo gli addetti alla sicurezza a un lavoro incessante. A uno sguardo esterno potrebbe sembrare il caos più assoluto. Da dentro, invece, tutto segue un equilibrio sorprendente, governato da quel codice non scritto che accompagna da sempre la scena hardcore.
L’impressione è quella di assistere a un gruppo che ha ormai raggiunto una maturità rara: la violenza rimane il linguaggio principale, ma ogni elemento trova il proprio posto all’interno di un insieme costruito con una precisione quasi chirurgica.
“Take Me Home” conferma il peso centrale di “You Won’t Go Before You’re Supposed To” all’interno della scaletta, mentre “Hive Mind”, pubblicata soltanto pochi mesi fa e nata dalla collaborazione con Denzel Curry, viene accolta con un entusiasmo che sorprende perfino per un brano così recente. Dal vivo si inserisce perfettamente nel flusso del concerto, conservando tutta la sua aggressività e dimostrando come la band riesca ad ampliare continuamente il proprio linguaggio.
Se fino a questo momento il palco aveva dato l’impressione di essere sul punto di esplodere, “Suffocate” spazza via ogni residuo di autocontrollo. Basta il primo riff per dare vita contemporaneamente a più circle lungo tutta l’immensa distesa del campo, mentre ai lati della scenografia si innalzano enormi lingue di fuoco.
Il calore arriva fino a decine di metri di distanza e colpisce il volto come una violenta folata proveniente da un altoforno (inizio a temere per la mia barba e le mie sopracciglia). Quei getti di fuoco sembrano la naturale estensione dei riff, come se ogni breakdown venisse accompagnato da un’esplosione capace di incendiare anche l’aria.
La tensione continua a crescere fino a raggiungere il suo punto di massima intensità con “Counting Worms”. Garris si avvicina al microfono e migliaia di persone sembrano sapere esattamente cosa sta per accadere. Il celebre “ARF! ARF!” esplode all’unisono con una potenza impressionante.
Il wall of death è sempre più enorme, una voragine talmente profonda e siderale da ricordare la Fossa delle Marianne, un vero e proprio Triangolo delle Bermuda pronto a inghiottire chiunque si trovi nel punto sbagliato al momento giusto. Poi le due metà della folla si richiudono l’una contro l’altra con una violenza tanto spettacolare facendo tremare il terreno sotto i nostri piedi.
Quando il concerto si avvia verso la conclusione con “Everything Is Quiet Now”, il titolo del brano assume quasi i contorni di uno scherzo del destino. Attorno al North Stage non c’è assolutamente nulla di tranquillo.

Il pubblico continua a riprendere fiato, a commentare incredulo ciò a cui ha appena assistito. Intanto una parte della folla inizia lentamente a dirigersi verso il South Stage, dove i Volbeat sono pronti a concludere il secondo giorno.
Ripenso inevitabilmente alla frase pronunciata da quel ragazzo prima dell’inizio del concerto: “Tonight someone is gonna die” e per fortuna siamo tutti vivi per raccontarlo, d’altronde mancano ancora due giornate e non voglio assolutamente perderle.
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Daniel D`Amico for SANREMO.FM
