Il prossimo tour solista di Roger Daltrey prevede più date di quelle che gli Who hanno fatto negli Stati Uniti nel giro di concerti d’addio. È difficile che il cantante, che ha 82 anni, decida di farne altre, ma se non altro, come spiega al telefono, andare in tour da solista è più semplice che farlo con gli Who. La parola che usa per descrivere le tournée della band è «massacranti», ma dal modo in cui lo dice si capisce che vorrebbe continuare a esibirsi in un modo o nell’altro. «Sulle spalle degli Who pesa un’eredità enorme. È un lavoro duro per via della pressione psicologica e non solo. E gli Who sono molto più chiassosi della band con cui suono da solista, è estenuante dal punto di vista fisico».
«Con la mia band solista posso fare facilmente due concerti di fila, con gli Who no. Li posso fare, ma solo se dopo il secondo concerto mi prendo tre giorni di pausa e questo per via dell’impegno richiesto alla voce. Devo spingere molto di più per farmi sentire sopra il suono degli Who. Pete è un chitarrista incredibilmente rumoroso. Mi piace quel che suona e mi piace che lo faccia a quel volume, ma mi tocca sforzarmi molto di più per stare al di sopra di quella massa sonora».
Daltrey ha iniziato a pensarsi solista sostanzialmente per avere qualcosa da fare mentre Townshend scriveva gli album degli Who all’inizio degli anni ’70. Nei decenni successivi si è esibito raramente dal vivo senza il chitarrista e ha ricominciato a prendere sul serio la vita al di fuori degli Who degli ultimi vent’anni, accelerando ulteriormente attorno al 2018 con l’uscita dell’album As Long as I Have You. Da allora è stato più volte in tour con una band composta da musicisti che in parte suonano anche con gli Who, tra cui Simon Townshend, il fratello di Pete. Nel suo set di 90 minuti ci sono classici del gruppo, cover e pezzi solisti, spesso riarrangiati. In Won’t Get Fooled Again, per esempio, non c’è il sintetizzatore e compare un assolo di armonica. «È una cosa completamente diversa e con la voce posso fare cose che con gli Who non riesco. Finché ce l’ho, la uso. Al momento probabilmente è migliore di quanto sia mai stata in tutta la mia vita. Canto le canzoni nelle stesse tonalità, ma mi sembra di raggiungere le note con più facilità».
Non pensa di andare in pensione e aggiunge che nemmeno per gli Who la storia è del tutto finita, dato che devono ancora fare il tour d’addio in altri continenti, cosa che probabilmente accadrà nel 2027. Reduci dalla pubblicazione dell’album dal vivo con orchestra Live at Eden Project, gli Who continueranno a fare concerti occasionalmente, se le circostanze lo permetteranno. Ma finché lui e Townshend non chiuderanno ufficialmente la storia del gruppo, ha intenzione di andare in giro da solo. «Per gli Who le tournée sono finite, ma sento di avere la forza di fare un ultimo grande tour solista».
Quanto è stato importante per te andare in tour da solo? Negli anni ’70 e ’80 non hai fatto molte tournée, pur avendo pubblicato vari album.
A dirla tutta, non ho mai preso sul serio la carriera solista. È sempre stato un hobby. L’unico album che ho preso sul serio è stato il primo che ho realizzato (Daltrey del 1973, ndr). C’erano questi due autori, Leo Sayer e Dave Courtney, che cercavano contratti discografici ed editoriali. Io ho detto scherzando che se mi avessero scritto un po’ di canzoni, ci avrei fatto un disco solista. Ho fatto quell’album nel periodo in cui Pete si era ritirato per scrivere Quadrophenia, quindi era semplicemente una cosa che facevo nel tempo libero, non l’ho presa sul serio.
E che mi dici McVicar, che è stato il tuo grande successo solista negli Stati Uniti?
È nato perché dovevo fare la colonna sonora di un film. I finanziatori della pellicola insistevano affinché ci fosse una colonna sonora e volevano che fossi io a cantarla, quindi anche quel disco è stato fatto per una ragione sbagliata. Però contiene belle canzoni e mi ha aiutato a tenere in allenamento la voce. Sai, la voce è una cosa strana, bisogna continuare a usarla per mantenerle in forma. Se non la usi, la perdi. Ma puoi anche usarla troppo e ci sono cantanti che lo fanno e quando li sento vorrei che chiudessero quella cazzo di bocca. Ce ne sono alcuni in giro che dovrebbero proprio farlo.
Perché pensi di essere riuscito a mantenere la tua voce in buone condizioni?
Non ne ho idea. Sono stato fortunato. Dodici o tredici anni fa mi è stata diagnosticata una patologia pre-cancerosa e sono riuscito a trovare un medico della voce geniale. Mi ha sistemato le corde vocali e da allora non ho avuto più problemi. Riesco ancora a raggiungere un re acuto, che è più alto della nota che Pavarotti canta alla fine del Nessun dorma in voce piena. È una cosa straordinaria.
Su Internet c’è chi pensa che tu non faccia più l’urlo di Won’t Get Fooled Again. Pensano sia registrato. È così?
No, riesco ancora a farlo. Magari al mixer usano qualche effetto sonoro per dare un po’ più di spinta alla voce, non lo so esattamente, io faccio semplicemente quel che faccio. Uso il falsetto abbastanza spesso, soprattutto alla fine. Sale ancora più in alto. (Canta la nota di Won’t Get Fooled Again, nda). È lassù. È davvero molto alta ed è in falsetto, ma no, sono io. Vuoi che te lo faccia adesso? L’unico problema è che è talmente forte che ti farebbe esplodere il telefono.
Come ti senti oggi, in generale, quando sei sul palco?
Lo faccio e basta, non ci penso granché. Salgo sul palco e mi diverto. E penso che, se mi sto divertendo io, si divertirà anche la gente che viene a vedermi. E se quella sera faccio schifo, lo ammetto.
Live at Eden Project è la registrazione di un concerto che avete fatto con un’orchestra davanti a circa 6000 persone. Cosa ha reso quello show degno di un album dal vivo?
Era alla fine di un tour, una data aggiunta. Avevo visto un video di Brian Wilson che cantava lì e sembrava fantastico, ho pensato che se ne poteva ricavare un video. Poi ho rivisto il video ed era un cazzo di disastro. Non c’era una sola inquadratura di Pete che suonasse la chitarra in cui si vedevano le mani. Credo che quella sera dietro alle camere ci fossero dei babbuini, era girato talmente male da essere inutilizzabile. Ma la registrazione audio è straordinaria e Pete ha suonato particolarmente bene, forse perché c’erano tutti i suoi amici velisti. Eravamo in Cornovaglia e c’erano quelli con cui va a vela, quindi non voleva suonare male, no? (Ride) E l’orchestra ha dato il massimo. Così abbiamo pensato di farlo uscire come album. Le orchestre sono come le band: alcune sere sono favolose, altre un po’ meno. Quella sera è stata favolosa.
Gli arrangiamenti orchestrali esaltano alcune canzoni di Tommy e Love Reign O’er Me.
Mi è piaciuto farle con l’orchestra, ma mi piacciono ugualmente senza. Ho sempre desiderato usarla perché ho sempre sentito nella musica di Pete qualcosa di classico, che si presta all’orchestrazione e alle armonie. Quel tour mi ha fatto pensare che non mi sbagliavo quando, nel 1994, per il mio cinquantesimo compleanno, ho fatto un concerto alla Carnegie Hall con un’orchestra. Non ero sulla strada sbagliata, era semplicemente troppo presto perché anche gli Who si decidessero a fare qualcosa di simile.
Il batterista degli Who al concerto dell’Eden Project era Zak Starkey, che ha lasciato la band l’anno scorso. Che cosa è successo?
Non è successo niente. Abbiamo deciso di cambiare batterista, tutto qui. E Zak aveva bisogno di un po’ di tempo libero per ragioni personali.
Lui ne ha parlato coi giornalisti, facendo capire che qualcosa è successo.
Sì, be’, non gli piaceva dover prendersi del tempo libero, ma ne aveva bisogno.
Hai parlato con lui dopo la separazione?
Sì. Certo. Ci parlo continuamente.
Quindi adesso i rapporti sono migliori tra voi?
Scusa? Smettila di scavare (ride).
Scavare? È una cosa curiosa.
Puoi chiamare lui. Chiedilo a lui.
Ha già raccontato la sua versione, per questo pensavo volessi dare la tua.
Sono stato accusato di averlo cacciato, ma non sono stato io a cacciarlo. Non sono stato io a decidere di cambiare. Ero preoccupato perché Zak aveva bisogno di un po’ di tempo libero, ma la decisione effettiva di non averlo in quel tour non è stata presa da me.
Ok, sembrava che fossi tu il cattivo della situazione.
Non m’importa, non mi è mai importato di essere considerato quello cattivo. Fanculo, che vengano pure a prendermi (ride).
E quindi chi ha preso la decisione di licenziarlo?
Non sono affari vostri. Zak aveva bisogno di un po’ di tempo libero e lo ha avuto.
Al suo posto è arrivato Scott Devours, della tua band solista. Come si è inserito?
Ho appoggiato io l’idea di avere Scott come batterista, ma ero aperto a qualsiasi altro batterista.
A proposito di batteristi, a che punto è il biopic su Keith Moon?
Stiamo lavorando alla sceneggiatura del regista e speriamo di ottenere il via libera entro la fine di luglio. Mettere insieme un film, soprattutto un biopic, senza cadere nei cliché tipici del genere non è facile e io voglio che questo sia fatto bene. Avrò una sola occasione per farlo e voglio essere sicuro che venga fatto nel modo giusto. Se deve essere un brutto film, meglio che non esca.
Pete ha venduto una parte consistente dei diritti sulla sua musica, come del resto hanno fatto molti altri musicisti. Che ne pensi?
Mah, non so. È un loro diritto venderli. Io faccio le cose per ragioni diverse. Mi interessa solo avere soldi a sufficienza per pagare l’affitto, mandare avanti la fattoria, pagare i dipendenti. Non voglio vendere gli argenti di famiglia.
Gli Who al Madison Square Garden nel 2025. Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US
Tu e Pete avete discusso della possibilità di fare un nuovo album degli Who?
Mi piacerebbe, ma non so se sarà possibile. Mi piacerebbe fare un disco in cui essere più coinvolti negli arrangiamenti. Col senno di poi, i demo di Pete erano buoni e quindi abbiamo sempre cercato di copiarli e questo penso sia stato uno dei grandi errori della nostra carriera. Mi è capitato di pensare che gli album sarebbero stati persino migliori se fossimo stati più inclini ad esplorare invece di cercare di ricreare quel che aveva creato nel suo studio. L’unica cosa che cambia davvero è la voce, perché io modifico sempre le linee melodiche.
Quando pensi che tu e Pete tornerete a suonare insieme per il tour d’addio in Inghilterra, Australia e nel resto del mondo?
Dovrà essere l’anno prossimo. Non quest’anno, perché Pete dovrà sottoporsi a un altro intervento al ginocchio che lo terrà lontano dalle scene per parecchio tempo. E anch’io ho avuto alcune questioni di salute da affrontare durante questa pausa, ma speriamo di chiudere l’anno prossimo.
E dopo sarà davvero finita?
Se ci inviteranno a un concerto di beneficenza o qualcosa del genere, e si tratterà di una buona causa, ci saremo. Quello che sto cercando di dire è che non siamo in pensione, ma non vogliamo fare un altro tour negli Stati Uniti. Amo l’America. Amo ogni posto in cui andiamo in America, ma dopo un po’ ti ritrovi a pensare: «Oh, cazzo, siamo di nuovo a Chicago». Alla fine comincia a sembrare un lavoro d’ufficio.
Ora che la vita in tournée sta rallentando, come vedi il lascito degli Who? Che cosa facevate meglio di chiunque altro?
Eravamo diversi da tutti gli altri. Gli americani non conoscono gli Who dei primi anni ’60, ma recentemente Ian Paice dei Deep Purple ha detto a una rivista che «gli Who hanno dato il via a tutto quanto». Siamo stati il primo gruppo heavy metal. Jim Marshall ha inventato la cassa 4×12 e la testata da 100 watt per Pete Townshend. La cosa della distruzione delle chitarre per cui Jimi Hendrix è diventato famoso era fondamentalmente copiata da Pete. E poi, naturalmente, la prima opera rock. Abbiamo elevato il rock a tal punto da renderlo forse persino un po’ troppo pieno di sé. Facevamo queste cose prima di chiunque altro, ma alla lunga non è poi così importante.
Quest’anno ricorrono i sessant’anni da A Quick One, While He’s Away, la prima mini-opera della band. All’epoca ti è sembrato un punto di svolta?
Tutto quello che facevamo sembrava un punto di svolta. Già entrare in studio e uscirne con qualcosa di nuovo tra le mani dava quella sensazione. Quando abbiamo portato in giro la mini-opera nel tour con gli Herman’s Hermits e abbiamo avuto l’occasione di suonare dieci minuti di musica collegata da un’unica breve storia, quella sì che è sembrata una cosa nuova. Mi sedevo sul bordo del palco per cantare la parte che iniziava con “Her man’s been gone for almost a year” e sembrava che stessimo aprendo una strada nuova, con quel “You are forgiven, you are forgiven” che suonava come un cazzo di coro di chierichetti. Poi passavamo a distruggere gli strumenti e a far saltare tutto davanti a una folla urlante di ragazzine che avevano tra i 12 e i 15 anni. Ci guardavano con orrore, ma anche con una specie di meravigliosa eccitazione.
Quando Pete te l’ha presentata per la prima volta, con quel testo e quella storia, che impressione ti ha fatto?
Tutto veniva fatto ammiccando, per scherzo. Anche Tommy è stato fatto nello stesso modo. Non è stata scritta come un’opera rock, ma come un gruppo di canzoni. Era Kit Lambert, il manager, a spingerci continuamente a fare qualcosa per primi, ma Tommy non è stata concepita come un’opera e Pete non ha scritto nemmeno tutto Tommy. John Entwistle ha scritto Cousin Kevin e Keith Moon Uncle Ernie. Quindi è una di quelle cose che si perdono nella storia: avevamo l’ambizione di fare qualcosa del genere, ma non sapevamo di averlo creato finché non è arrivato nei negozi di dischi e non ha avuto il successo che ha avuto.
Quando ha cominciato a sembrarti davvero un’opera?
Dopo averla eseguita dal vivo ho pensato: «Questa è la migliore cazzo di opera mai scritta».
Davvero?
Sul serio. Ho visto opere liriche e mi piacciono. Non si può negare che alcune melodie e alcuni arrangiamenti orchestrali siano favolosi. Non c’è dubbio, e le voci sono splendide. Ma per quanto riguarda le trame e i testi, spesso lasciano a desiderare.
Quindi non pensi che gli Who abbiano mai superato Tommy come opera?
Non abbiamo mai fatto un’altra opera.
E Quadrophenia?
Quella non è un’opera.
No?
È un flusso di coscienza, non è un’opera.
Come guardi oggi alla distruzione delle chitarre e degli strumenti dei primi tempi?
Mi spezzava il cuore ogni sera, perché avevo faticato tantissimo per procurarmi la mia prima chitarra e mettere insieme gli strumenti nei primi anni. Vederli distrutti faceva sempre un po’ male. Ma allo stesso tempo riconoscevo che quello era un modo per scrivere il nostro nome sui libri di storia.
Io l’ho sempre interpretata come una sorta di dichiarazione artistica, come un quadro musicale alla Jackson Pollock.
Lo era. Era qualcosa che Pete aveva imparato alla scuola d’arte. Gli insegnavano Gustav Metzger e l’arte autodistruttiva e lui ha pensato che poteva funzionare anche con la musica. Quello che mi dava fastidio era che tutti si fermavano all’aspetto visivo. Noi eravamo interessati al rumore che produceva, perché era straordinario. Eravamo nel pieno della cazzo di guerra del Vietnam e stavamo mostrando in termini musicali come poteva essere stare in trincea sotto un bombardamento.
La gente non la vedeva in questo modo.
Voi giornalisti non la vedevate così. Nessun giornalista l’ha mai colto. La chitarra urlava come un animale al macello.
Hai detto che questo potrebbe essere il tuo ultimo tour solista. Come farei a capire che è arrivato il momento di smettere?
Le voci sono voci: non durano per sempre, è un dato di fatto. La mia è ancora incredibilmente potente, sono molto fortunato ad averla ancora, ma potrebbe svanire domani. E se dovesse succedere, non mi vedrai cantare questa estate, è semplice. Ho 82 anni e ho ancora energia in corpo, riesco a dare il massimo sul palco. Ma più di questo non posso fare. Posso dare il meglio e quello che succede, succede. Se dovessi essere ancora così a 90 anni, andrò avanti.
Da Rolling Stone US.