Dopo averci “dissato” pubblicamente sui social per la cover di Rolling Stone sfumata, a Myss Keta una spiegazione era inevitabile chiederla. E, come prevedibile, la risposta è stata tutt’altro che diplomatica. Da lì, però, il nuovo singolo Hangover Girl, realizzato insieme a Miss Bashful, diventa il punto di partenza di una conversazione che si allarga ben oltre la musica. C’è il burnout di una generazione che vive in una società «perennemente impegnata a produrre», tanto da arrivare a proporre provocatoriamente «l’hangover come cura al turbocapitalismo». C’è una difesa appassionata della cultura del clubbing, contro ogni tentativo di renderla innocua con il “soft”: «Sono contro l’addomesticamento!». C’è il diritto degli artisti di prendere posizione, anche quando qualcuno liquida tutto con un «sei una cantante, pensa a cantare», perché, sostiene, «è più importante esporsi su certi temi che inserirli nelle canzoni», replicando anche Francesco De Gregori, che preferisce affidare certe riflessioni solo alla musica.
E poi c’è la politica, show del nostro tempo: Trump «simbolo del contemporaneo, il più lampante di tutto ciò che c’è di sbagliato in quest’epoca», con i politici che sembrano scambiare i ruoli con i personaggi dello spettacolo. Fino a Sanremo, dove rivela di aver perso la direzione artistica contro Stefano De Martino perché lui «ha portato dei dolci alla commissione Rai». Come sempre, dietro la maschera di M¥SS KETA tutto viene deformato, come in hangover, ma si finisce per parlare lucidamente del presente.
Foto: Dario Pigato
Miss Keta, tutto potevamo aspettarci da te, ma non un dissing. Da cosa nasce?
Mi ritrovo spesso tra le mani delle idee geniali che, però, non vengono capite da tutti. Per cui, quando la cover che vi avevo proposto è stata rifiutata, ho deciso di dissarvi pubblicamente. Perché sono una ragazza che non si tiene un cecio in bocca.
E quando ti abbiamo risposto sui social: «Ok, però la prossima volta magari parliamone in privato!», hai ribadito: «I panni sporchi io li lavo in pubblico».
È vero, preferisco non avere segreti. La gente deve sapere.
Le malelingue dicono che la cover sia saltata perché eri in hangover. Cosa c’è di vero?
Mi viene detto spesso, soprattutto quando presento idee provocatorie. Se le malelingue dicono “hangover”, io rispondo semplicemente “ispirazione”. L’hangover può essere interpretato in vari modi. Per me è un modo diverso di stare sul pezzo. Mi dona un’ispirazione particolare, un pensiero laterale che, a noi artisti, serve.
Quella del New York è una finta cover, ma viviamo in un’epoca in cui la finzione genera più attenzione della realtà. È un meccanismo divertente, ma non fa anche un po’ paura?
L’ispirazione per quella copertina viene dalla serie Sex and the City, che vedeva Carrie Bradshaw ritratta nello stesso modo. Viviamo in un’epoca di nuovo Medioevo digitale, dove circolano nuove credenze. È come se fosse un nuovo periodo storico fertile per le mitologie. In questo strano brodo di internet non si distingue più il reale dal fantastico. Questo è dovuto anche al fatto che non sappiamo più distinguere le fonti attendibili da quelle non attendibili. Per cui è molto semplice lasciarsi prendere dalla corrente e navigare al largo, mentre è molto difficile rimanere saldi a riva, con un occhio critico verso ciò che ci circonda.
Tu stessa sull’ambiguità ci hai sempre giocato.
Da un lato mi diverte tantissimo il rapporto tra il fittizio e il veritiero. Mi piace mantenere il mistero, persino su tutte le storie che circolano su di me. Perché, da un lato, mi permette di giocare in un terreno di confine, dove si può costruire la propria realtà. Però, ovviamente, quando questa ambiguità viene utilizzata da politici o istituzioni diventa veramente pericolosa. Se perdiamo lo spirito critico e ci lasciamo andare solo al racconto della verità altrui, rischiamo di perdere la rotta.
C’è mai stata una notizia o un argomento di cui eri convinta attraverso i social e poi, verificando, ti sei accorta che in realtà era tutto falso?
Sicuramente negli anni Novanta, quando era uscita la notizia che Antonio Ricci non mi voleva come velina a Striscia la notizia. Ho capito subito che era una fake news, buttata fuori sempre dalle solite malelingue, perché Antonio me l’aveva promesso. Ma, a volte, anch’io rimango vittima di queste notizie manipolate. Perché è tutto così semplice e rapidissimo che anche l’occhio più esperto ci può cascare. Quindi sì, capita anche alla M¥SS. Per cui state attenti!
Per arrivare al tuo nuovo singolo con Miss Bashful, Hangover Girl, l’ispirazione, per caso, è autobiografica?
La verità è che io e Miss Bashful ci siamo trovate negli studi di Universal Music Italia dopo una serata andata particolarmente bene. Era una mattina in cui ci trovavamo particolarmente ispirate, per cui in hangover. Così ci siamo dette: visto che in una canzone bisogna parlare di ciò in cui siamo più immerse e di argomenti che dominiamo, allora perché non scrivere una canzone sull’hangover? Così è nato il pezzo, che parla delle sensazioni di quando sei costretta ad affrontare una giornata lavorativa nonostante tu abbia ancora la musica in testa dal giorno prima e non faccia altro che pensare a quello che ti è successo, con la voglia di commentarlo insieme alle tue amiche. Infatti, anche dal punto di vista musicale, ha una base molto nervosa, perché quando sei in hangover al lavoro ti tocca rimanere sempre sull’attenti, visto l’annebbiamento tipico di quella condizione.
La tua generazione è cresciuta con il motto “work hard, play hard”. Oggi mi sembra che si possa aggiungere anche “burnout hard”. Ti ci ritrovi?
È vero, viviamo in un mondo che ti porta continuamente al limite. Se dovessimo seguire tutto quello che ci viene indicato, dovremmo essere perennemente impegnati a produrre e a rendere il nostro tempo utile a creare qualcosa. Quindi è inevitabile andare verso uno stato di burnout. È come se la società capitalista attuale ti portasse costantemente verso il blackout. Per evitare di arrivarci davvero, dobbiamo recuperare la nostra bussola interna per capire che cosa è giusto e che cosa no. Oltre a comprendere che non bisogna sempre dimostrare, mostrare, produrre e riempire il nostro tempo di cose da fare. Perché spesso quello che produciamo sono, nella maggior parte dei casi, contenuti per i nostri social. Sta a noi fermarci prima e darci dei limiti all’interno di questo sistema.
L’hangover può essere un buon reset rispetto a tutte le sollecitazioni.
Assolutamente sì. Propongo l’hangover come cura al turbocapitalismo! Che potrebbe essere il titolo per la nuova cover, ragazzi. Non vorrei insistere, ma tutto sembra portare a quello.
Questo slogan mette tutto in discussione, ne dovremo riparlare. Nel frattempo, un simbolo della notte come te come vive il proliferare del soft clubbing?
Io lo vivo male. Quando mi parlano di soft clubbing mi viene automaticamente il prurito. Per me l’idea di clubbing non è soft. Mi impaurisce già la definizione stessa, perché è come se volessero addomesticare il clubbing, che è sempre stato un ambiente selvaggio, ribelle e provocatorio. Quel “soft” me lo fa sembrare ripulito, ordinato e profumato. Esattamente il contrario di quella che è la mia idea di clubbing, che si basa sul lasciarsi andare e sullo spingersi oltre quello che normalmente siamo durante il giorno, per sentirci completamente liberi. Lo dichiaro pubblicamente: sono contro l’addomesticamento del clubbing!
Qui mi viene in aiuto l’algoritmo visto che, in attesa dell’intervista, mi è passato nel feed di Instagram un reel della psicoterapeuta Stefania Andreoli, in cui diceva che la “rissa” tra giovani, purché non degeneri in qualcosa di grave, fa parte della nostra natura. Ma la società, pur rimanendo violenta, tende a voler coprire quella violenza. È un po’ quello che succede con le serate, che erano viste proprio come uno sfogo collettivo?
Sono d’accordo! Il clubbing notturno fa parte del gioco degli adulti. La vitalità del gioco infantile si traduce, quando cresciamo, in questa nuova riconquista per il nostro benessere. Sono convinta che sia una necessità quasi ancestrale. Rituali di questo tipo, il ritrovarsi insieme e ballare lasciandosi andare, esistono dalla notte dei tempi, quindi si basano su un’esigenza profondamente umana. Io questa esigenza sento di doverla sfogare e mi spiace che anche questo bisogno venga regolato fin troppo.
Per via del darsi fin troppe regole, gli artisti oggi faticano a esprimere il proprio pensiero per timore di ritrovarsi in una gogna social. Persino Francesco De Gregori ci è finito, ma per un motivo opposto: ha detto che lui, su certi temi politico-sociali, parla solo con le canzoni. Tu come hai preso questa sua uscita?
Penso che, ancora prima che artisti, siamo tutti esseri umani. Quindi, se una persona sente di intervenire su un argomento, lo deve fare. Quando parlo di certi temi e mi dicono: «Sei una cantante, pensa a cantare», mi fanno arrabbiare. Cosa vuol dire? Niente. Non ci definiamo solo per il mestiere che facciamo, ma anche per i valori in cui crediamo. Per cui spesso è più importante esporsi su certi temi che inserirli nelle canzoni. Una parte rilevante dell’essere umano è il suo contenuto valoriale, la sua essenza e la sua volontà di decidere che cosa portare nel mondo e che cosa no. Considero questi aspetti persino più rilevanti del proprio lavoro.
Prima hai lanciato lo slogan perfetto per una campagna elettorale, “l’hangover contro il turbocapitalismo”, ma se dovessi scendere in campo, Donald Trump lo considereresti più un avversario politico o un collega nel grande gioco dello spettacolo?
Quello di Donald Trump non è un hangover, neanche finito male. Mi pare una performance catastrofica. È il simbolo del contemporaneo, il più lampante di tutto ciò che c’è di sbagliato nella nostra epoca. Una persona di potere che si prende certe libertà alla luce del sole e contro cui non ci si ribella neppure, per me è il simbolo della deriva pericolosa che abbiamo preso.
Visto che sei impegnata nel tour europeo, questa Europa ti sembra ancora un progetto cool o è diventata un grigio prospetto amministrativo-burocratico?
Di recente ho tenuto un dj-set al Ministry of Sound di Londra e mi è dispiaciuto sentire Londra fuori dall’Europa. Ma perché vogliamo complicarci la vita con i permessi, le dogane e tutte queste restrizioni? Per me è un diritto di tutti viaggiare liberamente e potersi sentire cittadini europei. Mettere dei paletti o cercare di creare di nuovo delle divisioni interne all’Europa è qualcosa di molto stupido e poco cool. Io sono per il “no borders” totale, ma, per stare a casa nostra, almeno tra di noi aiutiamoci.
Se potessi invitare un politico italiano a una serata con te per poi passare insieme un hangover, chi ti piacerebbe coinvolgere?
Ormai non è un mistero la mia storia con Massimino D’Alema e l’ho visto diverse volte in hangover. Mi fermo qui, altrimenti mi tocca parlarne con gli avvocati. Ma ti garantisco che con lui si passano serate belle tremende e hangover potenti.
Non mi sembra un caso che tu abbia citato un politico che viene dalla Prima Repubblica. È forse perché quelli attuali sembrano troppo aderenti allo spettacolo?
Confermo… Un ribaltamento dei ruoli. Stiamo arrivando a una condizione talmente parossistica che, prima o poi, esploderà qualcosa.
Quello che è certo è che a febbraio tornerà Sanremo, stavolta con direttore artistico Stefano De Martino. Non sarebbe ora di una direttrice donna? Magari proprio M¥SS KETA…
Ti svelo un segreto. Avevo mandato una lettera alla Rai per candidarmi, ho sostenuto un colloquio e superato la seconda fase, dove eravamo rimasti solo io e Stefano De Martino. Ma devo far sapere che lui ha portato dei dolci alla commissione Rai. Non so se con quel gesto sia riuscito a influenzarla, ma alla fine hanno scelto lui. Non voglio dire che la commissione sia influenzabile, ma il cabaret di sfogliatelle l’ho visto. E anche assaggiato. Buonissime, per carità. Però mi auguro che la scelta non sia stata basata su quelle, ma sulle sue capacità. Intanto, dopo quello che è successo, Stefano lo tengo d’occhio!
Invece, l’avvento dell’intelligenza artificiale ti fa temere che possa replicare M¥SS KETA?
Non potrà mai essere sexy come la vera M¥SS KETA. Questo mi rende sicura di essere irreplicabile. Anche perché non può provare l’hangover, di cosa stiamo parlando?
E se domani le piattaforme di streaming per la musica sparissero, sarebbe una tragedia o una liberazione?
Liberatorio! Perché ogni grande terremoto culturale è liberatorio. Sarebbe divertente vedere come ci si organizzerebbe. Quando si aprono spazi del genere si formano anche situazioni prolifiche da frequentare. Sarebbe interessante, divertente e potrebbe cambiare qualcosa.
Qual è la cosa più cringe che hai visto fare a un collega pur di diventare virale?
Il cringe è l’apostrofo rosa tra le parole “cercavo like”. Ci sono talmente tante sfumature… A volte lo sono anch’io, però a me piace chi si prende dei rischi. Soprattutto se lo fa davanti a tutti, lo trovo coraggioso. Quando guardo qualcosa che mi cringia quasi ammiro la persona che ho di fronte. Quindi spesso assisto a qualcosa del genere, ma lo percepisco in positivo, perché quella persona ha avuto il coraggio di spingersi fino a quel punto. A me, in fondo, non dispiace affatto.
In attesa che la cover dedicata a te su Rolling Stone venga ridiscussa, che cosa auguri alla categoria dei giornalisti?
Di cambiare idea sulla copertina da dedicarmi, prima di tutto! A parte questo, niente di male. Penso che i giornalisti siano insostituibili e che, in fondo, stiamo dalla stessa parte. Perché è come se le nuove tecnologie ci stessero mettendo di fronte a questa domanda: che cosa ci rende esseri umani? Per cui, anche se con ruoli diversi, stiamo cercando di capirlo tutti insieme.
