Parlare con Johnny Marr non vuol dire solo farsi quattro chiacchiere con il chitarrista degli Smiths, ma con un artista poliedrico che in quasi cinquant’anni di carriera ha fatto praticamente tutto. Collaborato con alcuni dei gruppi più interessanti e significativi degli ultimi anni (dai Talking Heads ai The The, dagli Oasis ai Gorillaz); prestato la chitarra ad alcune delle colonne sonore più significative del periodo (Inception, grazie al sodalizio con Hans Zimmer); girato il mondo come padre nobile di un gruppo di giovani ragazzi (The Cribs) e come sparring partner di una delle indie band più significative di sempre (i Modest Mouse).
Da quasi vent’anni è autore di canzoni in proprio che arriva in Italia per cinque date, dal 16 al 21 luglio, per suonare sì i classici della band sua e di Morrissey, ma anche il repertorio solista, sempre votato alla ricerca di una espressività «al meglio delle mie possibilità». A ottobre pubblicherà il nuovo album The Age of Everything. Lo sento il giorno dopo l’annuncio che a settembre una parte della sua enorme collezione di chitarre andrà all’asta da Christie’s e da lì partiamo.
So che ti stanno tutti chiedendo il motivo per cui hai deciso di mettere all’asta parte delle chitarre. Una decisione curiosa per una persona che ha un rapporto così viscerale con lo strumento.
Tutto è iniziato due anni fa, quando ho pubblicato il libro Marr’s Guitars. Ho fatto alcune presentazioni a New York, Londra, Manchester, San Francisco e Dublino. Quando siamo tornati da quegli eventi e ho visto le chitarre venire portate via per essere messe in un deposito, ho provato una sensazione molto strana: mi è sembrato di seppellire delle cose bellissime in una tomba, o in un museo. Certo, posso sempre usarle per suonarci dal vivo o scriverci canzoni, ma la verità è che non avevo più voglia di tenerle chiuse in un magazzino. Ho pensato che sarebbe stato fantastico dare a questo centinaio di chitarre (sono 85, nda) una nuova vita. Potrebbe anche capitare di incontrare persone che mi dicono «ho la tua acustica», «ho la tua Jaguar», «ho scritto questa canzone con la tua 355» e sarebbe meraviglioso. Insomma, non voglio che tutto questo succeda dopo la mia morte.
Una delle storie che preferisco riguarda il periodo in cui hai prestato alcune chitarre a Noel Gallagher: com’è successo? In un certo senso, si può dire che tu abbia contribuito a creare il suono degli Oasis.
All’epoca non avevo idea che sarebbe diventato famoso, nessuno lo sapeva a parte forse Noel stesso (ride), e mi piaceva l’idea di aiutare una band di ragazzi di Manchester. Ancora più divertente è stato quello che è successo quando nel 2002 ho collaborato a tre canzoni di Heathen Chemistry. Il suo roadie, che in passato era stato il mio roadie, mi ha dato da suonare proprio la chitarra che avevo dato a Noel vent’anni prima e non lo sapeva. Quando l’ho vista ho detto: «Ehi, ma questa è mia» e ci siamo tutti fatti una risata. In certi momenti ti sembra di essere dentro un film. Oggi suono ancora nei suoi dischi, è uno dei miei amici più cari, e sono molto colpito dal musicista e dalla persona che è. Ma all’epoca era solo un altro ragazzo irlandese di Manchester, proprio come me, e mi stava semplicemente simpatico. La vita, a volte, prende strade curiose. La stessa cosa è successa con i Radiohead: mi ha sorpreso scoprire che non avevano mai suonato una Stratocaster, una Les Paul o una SG. Ho detto a Ed O’Brien, che in quel periodo stava lavorando a quello che sarebbe diventato In Rainbows, uno dei miei album preferiti, «come sarebbe a dire che non hai mai suonato una SG? Avete fatto OK Computer e ancora non l’hai provata?». Così, mentre stava per andarsene da casa mia, gli ho messo una Gibson SG nel bagagliaio dell’auto.
Quindi possiamo dire che sei una sorta di welfare state delle chitarre.
(Ride) Sono fatto così: voglio bene ai miei amici.
La Fender Jaguar è ancora oggi la tua chitarra preferita?
Sì, assolutamente. È come avere il suono di una Gretsch incrociato con quello di una Rickenbacker, ma con la facilità di approccio di una Fender: è come suonare tre chitarre insieme. Il nuovo modello che ho adesso, con il terzo pickup aggiuntivo, è incredibilmente versatile. Nel mio nuovo disco The Age of Everything la suono spesso e ci sono tantissimi suoni diversi che escono da quello strumento. E poi, sai, i suoni nuovi ti aiutano a scrivere, nuove sonorità portano a nuovi riff. Sono stato molto fortunato, perché Fender mi ha dato la possibilità di rendere la Jaguar uno strumento molto versatile.
È anche la mia chitarra preferita in assoluto.
Non c’è niente come quello strumento, davvero. La cosa curiosa della chitarra è che da un lato puoi arrivare quasi a feticizzarla, come si potrebbe fare con un approccio da virtuoso, costruendo un rapporto quasi religioso con lo strumento. Ma dall’altro lato, quando suono con i Franz Ferdinand, per esempio, la vivo semplicemente come una macchina, una macchina da riff, quasi pop. Oppure puoi vederla come i Sonic Youth: pura energia. E poi c’è qualcosa di fisico nell’avere le mani sulle corde ad alto volume in uno stadio, che è davvero incredibile. Non è come la pittura: a volte si prova a fare paragoni tra quello che facciamo noi e la pittura o la poesia, ma in realtà la chitarra è fisica in un modo diverso, perché stai letteralmente toccando dei fili metallici.
Marr sarà il 16 luglio a Verona per Contaminazioni Musicali, il 17 a Roma per Roma Summer Fest, il 18 a Minervino Murge (BT) per il Locus Festival, il 20 al Castello di Udine, il 21 al teatro di Tharros a Cabras (OR). Foto: press
A proposito di The Age of Everything, puoi dirmi qualcosa di più sulle nuove sonorità e le nuove possibilità che stai esplorando?
Io e la mia band lavoriamo insieme ormai da 13 anni, e abbiamo fatto moltissimi tour. Con questo disco volevo valorizzare al massimo il punto in cui siamo arrivati. Non volevo ripetermi, ma nemmeno reinventarmi del tutto. Volevo, in un certo senso, condensare il meglio di tutti questi album in un unico suono. So che a volte arriva il momento in cui vuoi fare qualcosa di completamente diverso, ma stavolta il mio obiettivo era che chiunque mi abbia visto dal vivo negli ultimi 13 anni possa dire «ah sì, quel concerto suonava proprio così». Ovviamente servono anche canzoni che la gente voglia ascoltare più e più volte. Quello che faccio con la mia band credo sia piuttosto europeo: lo posso dire perché ho fatto parte di una band indie americana, i Modest Mouse, e ho suonato con musicisti americani e canadesi, penso ai Broken Social Scene. Sono consapevole che il mio sound è senza dubbio britannico. E va benissimo così: se hai la fortuna di avere un suono distintivo, penso che tu debba semplicemente provare a essere te stesso al meglio delle tue possibilità. Sono arrivato a un punto della mia vita in cui cerco solo di suonare come il miglior Johnny Marr possibile. E lavorare all’album dei Gorillaz mi ha anche dato l’occasione di suonare con musicisti indiani, hip hop, elettronici. Quindi sì, volevo semplicemente fare il migliore album di Johnny Marr possibile: una specie di best of, ecco, questo è il termine giusto. Stavo cercando di fare un best of.
Qual è la differenza di atteggiamento tra i musicisti americani e quelli britannici? È una domanda che ho posto spesso ad altri musicisti inglesi, ma non ho mai ricevuto una risposta del tutto convincente.
Se chiedi alla maggior parte dei musicisti indie britannici cosa pensano quando si parla di classic rock, ti risponderanno i Beatles. Se lo chiedi a un musicista americano, ti risponderà i Nirvana (ride). Penso anche che, soprattutto nella musica per chitarra, l’heavy metal e l’hard rock siano stati più influenti negli Stati Uniti. Poi certo, ci sono artisti che attraversano i confini: tutti nel Regno Unito amano Neil Young, così come tutti in America amano Neil Young. E credo che, in Inghilterra, la persona che è riuscita ad attraversare entrambe le culture sia stato David Bowie. Quindi sì, ci sono molti punti di contatto, ma le differenze restano nette.
E per quanto riguarda stare in una band?
C’è una differenza fondamentale, molto semplice ma enorme, che ho imparato sulla mia pelle. Quando sono entrato nei Modest Mouse, tra il 2005 e il 2006, la maggior parte dei miei amici musicisti americani suonava contemporaneamente in diverse band. Peter Buck, ad esempio, oltre ai R.E.M. suonava anche con altri gruppi, Lee Ranaldo dei Sonic Youth o Nels Cline dei Wilco portano avanti progetti propri. In una band britannica, invece, se decidi di andare a suonare nel disco di qualcun altro, tutti hanno una specie di crisi di nervi.
Sei molto legato a Noel Gallagher, con cui hai un rapporto d’amicizia stretto. Che ne pensa lui del fatto che suoni con Damon Albarn? Non si è arrabbiato con te?
(Ride) Ti dirò, credo che Noel dovesse venire con me l’altra sera a un concerto, poi non ce l’ha fatta (questa intervista si svolge a pochi giorni dal concerto che i Gorillaz hanno tenuto a Londra con ospiti, oltre allo stesso Marr, Paul Simonon dei Clash e Little Simz, nda). Comunque, ormai qui si conoscono tutti: credo che Noel e Damon oggi lavorino anche insieme in qualche modo.
La guerra è finita.
La guerra è finita, sì.
Tornando alla collaborazione…
Mi sento molto fortunato, perché Damon è una persona ispirata e instancabile, questo lo vedono tutti. Ed è un musicista generoso, perché è intelligente, sa come tirare fuori le qualità uniche di ognuno, che si tratti di me, di Anoushka Shankar, di Little Simz o degli Sparks, e di infiniti altri musicisti. Ma è lui a scrivere le canzoni: è incredibile, è un vero songwriter. Quando vai a un concerto dei Gorillaz vedi un set pazzesco, ma senza Damon non ci sarebbe alcuna canzone. Molte persone, guardando i Gorillaz, pensano ai collaboratori, ma in realtà è tutto merito della sua visione e della sua generosità come produttore. Anche Jamie Hewlett è un uomo di grande talento. Mi piace stare vicino a persone motivate, che lavorano duro e che hanno una grande visione. In questo disco, per esempio, molto ruota attorno alla mortalità, all’India, a grandi domande filosofiche, forse le domande filosofiche più grandi che un essere umano possa porsi: cosa significa tutto questo, cosa succede con la reincarnazione. Quindi non sono state affatto delle session normali ed è stato molto stimolante lavorare con un progetto così concettuale.
Non si tratta certo della prima collaborazione importante che hai avuto, anzi.
Nella mia vita ho collaborato con moltissime persone diverse, ma questa esperienza mi ha ricordato un po’ la prima volta che ho lavorato con Hans Zimmer per Inception: lavorare a quel livello, con quel tipo di eccellenza, ti fa bene, soprattutto suonare con un’orchestra. E in quel film in particolare, visto che Christopher Nolan ha un approccio molto intellettuale ed è molto acuto, è stata un’altra esperienza estremamente concettuale. Sono situazioni fuori dal comune, considerando che ho iniziato come semplice chitarrista di una band indie rock.

A proposito della collaborazione con Hans Zimmer, trovo affascinante e divertente il fatto che tu abbia messo la chitarra dentro due dei temi più riconoscibili tanto della cultura britannica quanto di quella americana: da un lato James Bond, dall’altro Top Gun. Com’è stato affrontare per la prima volta, in studio, gli accordi del tema di James Bond?
Diciamo la verità: chiunque abbia suonato un po’ la chitarra sa quanto è semplice il tema di James Bond. È così semplice che, nel momento in cui lo stavo registrando con l’orchestra, riuscivo a pensare solo a una cosa: non rovinare tutto. In quel momento per me sarebbe stato più facile suonare qualcosa della Mahavishnu Orchestra, proprio perché quel tema è essenziale. Ero terrorizzato, e cercavo disperatamente di non pensarci troppo. Arriva un punto, in situazioni del genere, in cui devi assolutamente smettere di rifletterci sopra e semplicemente goderti il momento, capisci cosa intendo? Divertirti, nello stesso istante in cui sei sotto pressione.
Quando ero più giovane a volte queste situazioni mi sopraffacevano ed era normale. Ripensandoci oggi, mi torna in mente quando suonai con i Talking Heads: avevo 23 anni, loro mi stavano aspettando, ci siamo ritrovati tutti nella stessa stanza a suonare insieme. Ci vorrebbe un ego smisurato per pensare «oh, è solo un altro giorno di lavoro». Oggi, però, con molta più esperienza alle spalle, riesco a godermi di più momenti del genere. Come l’altra sera, suonando con i Gorillaz: io e Paul Simonon eseguivamo Plastic Beach dal vivo, mi sono ritrovato a guardare il pubblico pensando «è pazzesco, è incredibile». Non stavo nemmeno pensando alle mie dita: va tutto bene così.
A che punto pensi di essere come autore, considerando tutto ciò che hai realizzato in quarant’anni di carriera?
Rischiando di sembrare troppo filosofico, credo che, come in ogni cosa nella vita, quello che ottieni è il frutto di quello che dai. Nello scrivere questo nuovo disco, per esempio, su alcuni brani ho dovuto tornare indietro e riscrivere la melodia, poi riscriverla ancora una volta. In passato, che fosse con gli Smiths, con Kirsty MacColl o con gli Electronic, non avevo mai avuto quel ruolo: scrivevo la base strumentale, sistemavo la batteria, mi occupavo di tutte le chitarre e producevo il disco. Ma è la melodia, insieme alla voce, la cosa a cui la gente reagisce immediatamente. Ed è molto soddisfacente. In questo disco le melodie sono diventate per me ancora più importanti che nei lavori precedenti, e sono contento del risultato. È molto più lavoro, sì, molto di più, ma anche molto più gratificante. E non ha niente a che vedere con l’ego, il potere o il controllo.
È nato tutto dal titolo The Messenger, che avevo già in testa quando ero ancora nei Smiths: pensavo sarebbe stato un ottimo titolo per una canzone, e alla fine il pezzo è venuto fuori molto bene. Le persone intorno a me hanno iniziato a dirmi che il mio modo di cantare era piuttosto insolito e lo percepivo anche io avendo lavorato con tantissimi cantanti diversi nella mia carriera. Pensavo che se l’avesse cantato qualcun altro sarebbe risultato tutto più convenzionale. Col tempo ho costruito il mio stile vocale, e come artista provo una grande soddisfazione quando riesco a mettere insieme dei testi che mi piacciono.
Con gli Smiths. In senso orario, Andy Rouke, Mike Joyce, Johnny Marr, Morrissey. Foto: Harry Prosser/Mirrorpix/Getty Images
Tu non sei mai stato un artista nostalgico, non ti sei mai affidato al passato, ma in questi giorni cade il quarantesimo anniversario di The Queen Is Dead. È probabilmente del mio disco preferito in assoluto ed è uscito nell’anno in cui sono nato. Come ripensi oggi a quel disco?
È una cosa molto bella quello che mi hai detto, che sei nato l’anno in cui è uscito The Queen Is Dead. Quando lo stavamo registrando non avrei mai immaginato che, quarant’anni dopo, mi sarei ritrovato a parlarne con qualcuno che mi racconta una cosa del genere. Lo ricordo benissimo, e ovviamente ne sono molto orgoglioso. Devo essere onesto: fin da quando ho iniziato a scrivere le mie parti, sapevo che c’era moltissimo in gioco. Mentirei se ti dicessi che siamo semplicemente entrati in studio e tutto è venuto fuori da sé. Forse sono anche uno un po’ ansioso di natura, ma la cosa stava diventando sempre più grande, ero giovanissimo ed ero anche il produttore del disco. L’album precedente, Meat Is Murder, era arrivato al numero uno in Inghilterra, le aspettative erano alte. Sapevo che dovevamo fare qualcosa di ancora migliore. In quel periodo si scriveva moltissimo di noi sulla stampa musicale, e cominciavano a dire cose come «sono importanti quanto i Kinks» oppure «sono i nuovi Who». Era tanta pressione da reggere per dei ragazzi giovani come eravamo noi. Ma alla fine mi ha fatto bene, perché – parlando solo per me stesso – mi ha spinto a lavorare ancora più duramente.
Avevo molta fiducia nei miei tre compagni di band: avevamo un’intesa fortissima anche fuori dal palco. La cosa assurda è che, a metà lavorazione c’è stata una strana questione legale che ci ha costretti a fermarci per circa sei mesi, una cosa davvero frustrante (si riferisce alla causa tra la band e l’etichetta Rough Trade sulle modalità d’azione rispetto alle proprietà intellettuali: nella sua autobiografia Set The Boy Free Marr racconta che la band ha anche provato a, ehm, rubare i nastri del disco, nda). Quando ho finito il disco ero distrutto: mi ero spinto davvero al limite, tra stress, pressione e droghe. Ma ha funzionato, ha funzionato alla grande.
La prima volta che ho ascoltato il disco, su CD, nel momento in cui sono partite la batteria e la title track mi sono sentito catapultato in un’altra dimensione. Ho pensato subito: ecco il tipo di musica che voglio avere accanto per tutta la vita. Immagino che tu conosca bene quella sensazione.
Sì, la conosco benissimo. In un certo senso il disco è stato registrato proprio in un’altra dimensione: ogni singolo giorno in cui entravamo in studio, era come se non contasse più se fossimo nel 1986 o nel 1974, nel 2011 o nel 1915, in Inghilterra o in Italia. Per la musica è stato un bene, anche se non è affatto una cosa sana. Credo che moltissimi album, così come moltissimi romanzi, nascano in questo modo. Non funziona sempre così, ma a volte finisci per essere completamente consumato dal lavoro, soprattutto all’epoca, per come erano gli studi di registrazione, per chi eravamo e per il tipo di band che eravamo. Era un mondo a sé, pericoloso, ma capace di produrre una bellezza autentica.
Ricordo perfettamente la registrazione del disco, ricordo di aver registrato la title track, ma ricordo soprattutto la registrazione di Never Had No One Ever: fuori era buio, era pieno inverno in Inghilterra, e io volevo catturare la sensazione di una tipica sera buia inglese. Ma la bellezza di quel momento mi riportava a quando, da adolescente, stavo in camera mia d’inverno ad ascoltare gli Stooges. Non è che il pezzo suoni come gli Stooges, ma ha comunque qualcosa che ricorda Raw Power. Ho ricordi molto vividi di quell’atmosfera, di quello che stavamo facendo. Sono sempre stato molto orgoglioso di quel disco, e altrettanto orgoglioso degli altri membri della band.
