Articolo di Adriana Panico
Fantastic Negrito, artista dallo stile unico che contamina blues, rock, funk, soul e radici afroamericane, torna in Italia per un tour estivo dedicato al lancio di “Alive”, il suo primo album dal vivo registrato nel corso delle sue esibizioni tra America ed Europa, in uscita il 17 luglio con la Storefront Records (l’etichetta di Fantastic Negrito). L’album si concentra sull’umanità della musica dal vivo con i suoi suoni grezzi, il rumore, la spontaneità e l’energia del pubblico. Ascolto, connessione autentica con l’altro e gratitudine: sono queste, per lui, le pratiche quotidiane con cui resistere allo scollamento del nostro tempo. Ve lo raccontiamo qui a parole sue.
Benvenuto a Rockon. È una gioia e un piacere parlare con te oggi. Allora, cominciamo da questo luglio con tante date in giro per l’Italia con la tua band per il lancio di Alive. Hai già suonato a Cagliari e a Pistoia. Come sta andando?
Oh, sta andando molto bene. Sta andando straordinariamente bene. Sai, l’Italia è sempre come una seconda casa. Ho altre date in arrivo, alcune in Francia e poi c’è questa in Marocco (al Jazzablanca Festival ad Anfa Park, Casablanca), che è la mia prima volta in assoluto in Africa.
“Alive” è una raccolta di brani che hai registrato in diverse città in Europa e in America. Come li hai scelti? Ti sei ispirato alle città che rappresentano qualcosa di speciale per te, oppure è stata una scelta basata sulla performance?
Beh, penso che il 99% delle registrazioni venga dall’ Europa. C’è qualcosa che viene da Brooklyn, New York, ma principalmente da Trieste, Togliano, Regno Unito, e Svizzera. In realtà non ho scelto io, si è scelto da sé in base alla performance, alla connessione, all’energia che avevamo con il pubblico. Spesso è la musica stessa a scegliere. Il mio compito è semplicemente non intralciare la musica. A volte possiamo mettere degli ostacoli. Ho pensato che, nell’era dell’AI, non ci fosse niente di meglio che fare un album dal vivo. In un momento in cui la gente usa l’autotune, in cui si cerca di rendere il suono perfetto, patinato, artefatto, io volevo registrare l’esplosione più grezza, ruvida, sentita e piena d’anima di rock and roll e blues. Questo è quello che speravo: restare fuori da quella logica lì.
In parte hai già risposto alla prossima domanda, che era: cosa rappresenta Alive per te? Qual è il tuo obiettivo con questo album e da quale bisogno nasce?
Penso che il mio bisogno fosse essere un essere umano in quest’era dell’AI. Il mio obiettivo è sentirmi più umano, sentire di più le emozioni, avere più connessione con il pubblico, più connessione con la mia band, con le persone con cui suono. Quest’era dell’AI, e questa guerra, la chiamo “guerra dell’informazione”, è un momento onesto, bello, straordinario per stare su un palco. Hai quattro microfoni che registrano la band. Non ci sono doppie riprese, non ci sono sovraincisioni. È così e basta, grezzo e ruvido. Ed è quello che voglio fare: creare quella connessione umana.
A proposito di connessione umana, tu hai una storia umanamente molto interessante. Sono successe così tante cose nella tua vita che sembra che tu ne abbia vissute più di una. Sei cresciuto nei primi anni in una famiglia musulmana ortodossa, hai perso un fratello da adolescente, tuo papà ha smesso di parlarti quando avevi 11 anni, un fallito contratto con una major ti ha allontanato dall’industria musicale, hai avuto un fatale incidente d’auto che ti ha danneggiato permanentemente la mano con cui suoni la chitarra. Sei passato dalla vita da busker, suonando nelle stazioni o per strada, al successo internazionale con tour mondiali e premi prestigiosi, come i 3 Grammy Awards consecutivi nella categoria ‘Best Contemporary Blues Album’ . Quando è avvenuto? O meglio, c’è stato un momento che riconosci come quello in cui Xavier è diventato Fantastic Negrito?
Io credo in una cosa: se facciamo buone scelte, otteniamo buoni risultati. Se facciamo scelte sbagliate, otteniamo risultati sbagliati. E io credo davvero, davvero in questa filosofia. Penso che tutto quello che mi è successo è che ho dovuto lasciare l’industria musicale. Ho dovuto smettere di cercare di adattarmi, smettere di cercare di essere qualcosa che non ero. Ci sono voluti cinque anni di pausa, un matrimonio, un figlio, diventare un agricoltore. Come tutti sanno, sono diventato un coltivatore di marijuana. Mi ci è voluto proprio quel mettere da parte per un po’. A volte è necessario mettere via, da parte il sogno. E quando sono stato pronto per essere al servizio delle persone musicalmente come artista, quello è stato il momento di diventare FN.

Sono semplicemente uscito dalla logica della creatività. Quando ero giovane, volevo tutto. Volevo essere… oh, voglio essere famoso, avere le donne migliori, le droghe, la casa più grande. Da ragazzino avevo questa immagine della rock star. Da uomo adulto – e qui parlo di quando avevo già superato i 40 anni, avevo circa 47 anni quando ho iniziato questa carriera- ero pronto a fare qualcosa per il mondo invece di prendere.
Penso di essere arrivato al momento giusto, quando ero pronto a fare questo, cioè connettere. In un’epoca in cui proliferano le brutte notizie, in cui c’è la guerra, la carestia, la depressione, noi musicisti abbiamo un’opportunità unica: diffondere luce, gioia, amore attraverso il linguaggio universale dell’umanità, che è la musica.
Come sei riuscito ad affrontare tutto, specie nei momenti difficili? Con la fede, una forte convinzione nel destino, fiducia nella vita?
Trasformando bullshit (stronzate) in goodshit (qualcosa di buono, il riferimento è alla canzone Bullshit Anthem). Io sono l’ottavo di 15 figli, e quando sono nato, essendo l’ottavo di 15, tutto era una sfida. I miei genitori mi hanno lasciato per strada quando avevo 12 anni. Tutto è sempre stata una difficoltà. Ho sempre conosciuto le difficoltà, e ho sempre imparato a trasformare le stronzate in cose buone, a credere in qualcosa di positivo e potente. Non so da dove venga questa cosa. Non sono neanche particolarmente religioso, ma credo nella gratitudine. Credo davvero in questa filosofia, e nella fratellanza e sorellanza, nell’essere il meglio che puoi essere. Sono in un Paese diverso ora, sono un ospite. Credo che comportarsi da ospite ovunque tu sia nel mondo sia un’esistenza bellissima. La mia sopravvivenza, penso, sia venuta proprio dall’essere nato in un contesto difficile. E questo è ciò che ho sempre conosciuto. Quindi ti rende grato. Ti rende molto grato quando hai avuto fame, quando hai patito la povertà, quando… sono stato 3 settimane in coma. Ho perso la mano. Voglio dire, tutte queste cose mi hanno reso forte. Mi hanno fatto sopravvivere. E ora il mio compito è essere un esempio per gli altri.
In che modo pensi che l’incidente abbia condizionato il tuo modo di suonare e scrivere la musica?
Ricordo che il medico disse: “So che sei un musicista, ma non potrai mai più suonare. Non puoi tenere il plettro. La tua mano non si muove. Non puoi suonare il piano”. All’inizio ero un po’ depresso, forse lo sono stato per un’ora. Poi ci ho pensato su e mi sono detto che forse potevo imparare a farlo. So che Django Reinhardt suonava con tre dita. Penso che le persone affrontino di continuo delle sfide, e penso che le sfide ci rendano potenti. In quel momento ho imparato che qualunque sia il tuo handicap, la cosa negativa in te, è in realtà la tua forza. E devi basarti su quello. Io mi sono semplicemente basato sull’essere un ragazzo con una mano che funziona al 30%, e penso che questo mi abbia reso un autore migliore e anche un musicista migliore, perché suono con il cuore, suono con l’anima, e mi piace.

Per un lungo periodo della tua vita le opportunità sembravano mancare sistematicamente: nessuna casa discografica voleva produrre la tua musica, un incidente d’auto ti ha compromesso l’uso della mano impedendoti di suonare, qualche anno da busker. Poi è arrivato il successo: oggi sei conosciuto in tutto il mondo e hai vinto 3 Grammy. Guardando indietro, il tuo percorso sembra quasi scritto nel destino, come se fossi predestinato, prima o poi. Cosa ne pensi tu di opportunità, successo e destino?
Non mi sono mai arreso. Non bisogna mai, mai arrendersi. Mai essere la fantasia di qualcun altro. Mai vivere il sogno di qualcun altro. Talvolta le persone hanno un’immagine per cui dovresti comportarti in un certo modo, tipo “sei alto, dovresti giocare a basket”. Penso di aver imparato questo: non arrenderti mai, per quanto brutta sia la situazione. E se sogni qualcosa, se riesci a immaginarlo, e se riesci a sentirlo e ad assaporarlo, allora è reale. E questa è la mia filosofia. Quando ho iniziato questo percorso, ero, tipo, alla stazione dei treni, suonavo e basta. Avevo 47 anni e suonavo questa musica. La gente diceva: “sei un musicista blues? Sei un musicista rock? Sei un musicista soul? Sei… cosa sei?” E io pensavo solo: sono e basta. Sono qui e questa è la mia visione. Ricordo che alcune persone dell’industria musicale mi ammonirono dicendomi che sarebbe stato un incubo per il marketing e che non avrebbe mai funzionato. Mi consigliarono di mollare perché era troppo strano, era “troppo”. Ma io ci credevo. E penso che se ci credi allora è reale e non bisogna lasciare che la gente ti butti giù. L’altra cosa importante è costruire una squadra. No team, no dream (senza squadra, non c’è il sogno). Hai bisogno di altre persone che condividano la tua visione. Non puoi farcela da solo. Non voglio mai dire che ce l’ho fatta da solo. Ce l’ho fatta grazie a tante persone che mi hanno sopportato. Avere persone così, che ti sostengono, e tu sostieni loro. Ed è così che funziona. Credo davvero che questo sia il futuro: se non ci aiutiamo a vicenda non andremo da nessuna parte. Poi c’è la potente convinzione che tutto può succedere. Lo dico sempre ed è questo che rende la vita così eccitante e meravigliosa ogni giorno. Anche nei giorni di merda, pensa: okay, va bene, questo vuol dire che stiamo andando da qualche parte. Va bene finire a terra, avere delle sfortune, sentirsi depressi, sentire di non valere niente in certi giorni. È una cosa buona e bisogna accettarla.
È una filosofia molto interessante. Questa è la tua principale fonte d’ispirazione?
Mi ispira questa palma. Mi ispirano queste donne che passano parlando la loro lingua. Tutto è ispirazione. Penso che, come musicista, trovi ispirazione ovunque.
C’è ancora un giardino segreto dentro di te? Un luogo che non hai ancora esplorato o che magari hai voglia di mantenere riservato e accessibile solo a te?
Penso che ci sia un giardino, ma non è più un segreto. Non è più segreto perché voglio che le persone lo conoscano. Voglio che le persone siano ispirate e abbiano successo. Voglio che le persone vivano il loro sogno. Lo chiamo “potente ispirazione” che dovremmo condividere tutti gli uni con gli altri. Perché se non condividiamo, è tutto inutile.
Secret Garden, che è una famosa canzone di Bruce Springsteen, uno degli artisti con cui hai lavorato. Hai collaborato anche con altri nomi noti come Sting, Chris Cornell.
Ricordo che Bruce Springsteen ci disse che non gli piace che la gente apra i suoi concerti, ma poi mi ha scelto due volte per aprire per lui. Lui è davvero un grande uomo, un grande artista, un grande sostenitore degli artisti, una persona meravigliosa. Guardo a tutte queste persone semplicemente come grandissimi artisti, ed è stata per me un’esperienza incredibile già solo essere vicino a loro, sedersi nella stessa stanza e ascoltarli. Se ottieni l’approvazione di quelle persone, sei sulla strada giusta. Cerco di guardarla così e di essere umile. Sono semplicemente grato. Chris Cornell era un essere umano bellissimo, caloroso, con un grande cuore. Sting è un tipo straordinario. Non ho avuto tanto tempo per parlare con Bruce Springsteen, ma so che ho potuto sentire la sua energia. Una persona generosa e un amante della musica.

C’è qualche altro artista con cui ti piacerebbe collaborare?
Chi lo sa? Non si sa mai. Tengo la porta aperta.
A proposito di futuro, quali sono i prossimi progetti? Cosa bolle in pentola?
Innanzitutto, lanciare questo album, che esce il 17 luglio, poi procedere con il tour americano che è in arrivo e continuare a suonare. Sono davvero entusiasta dell’album Alive. Non avevo mai pubblicato un album dal vivo prima, è una sensazione inedita, molto diversa. Ora vado avanti per promuoverlo e sostenerlo.
Una curiosità: da dove viene il nome che hai scelto come artista? Perché “Fantastic Negrito”?
Sai, è buffo. In realtà non l’ho scelto io. È lui che ha scelto me. Viviamo in California, dove c’è un’enorme fetta di popolazione latina. Abbiamo una vicinanza molto stretta con messicani, salvadoregni, alcuni cubani. E quindi questo nome, “negrita”, “negritos”, compare in tantissime canzoni. Mi è venuto in mente un giorno e ho pensato: “wow”. Adoro quando qualcosa mi appare semplicemente nella mente. Non ho cercato di inventarlo. Fantastic Negrito. Ho pensato che avessi bisogno di un nome se dovevo essere una specie di trovatore che cammina per le strade suonando questa chitarra, capisci. E poi ci sono andato dietro. Il tema è restare fuori dalla logica della creatività e restare fuori da quello che sta accadendo. Quel nome mi è arrivato, boom, mi ha colpito. Ho pensato, wow, questo è un nome. Quindi l’ho lasciato accadere. Penso che dovremmo, sai, non avere paura, specialmente se siamo artisti, non avere paura di niente.
C’è un confine tra la persona e l’artista, tra Xavier e Fantastic Negrito?
Assolutamente. Sì. Fantastic Negrito è molto socievole. Vuole intrattenerti, coinvolgerti. Xavier vuole solo sedersi e bere una tazza di tè. Penso sia molto sano sapere che il tipo che sale sul palco è diverso dall’altro. Ne ho bisogno perché penso sia una questione di sanità mentale. Nell’industria della musica, puoi facilmente farti risucchiare da tutto, dallo star system, dall’ego e via dicendo. Io adoro proprio questa separazione che penso sia salvifica.
Abbiamo finito. Fantastic Negrito, grazie mille per il tuo tempo, la tua generosità e la tua energia.
Grazie mille. Ci vediamo in Italia!
FANTASTIC NEGRITO with his band
3 luglio, Cagliari, Lazzaretto Sant’Elia
4 luglio, Pistoia, Pistoia Blues
19 luglio, Macchia d’Isernia (IS), Macchia Blues Festival
21 luglio, Baronissimi (SA), Baronissimi Blues Festival
29 luglio, Roma, Roma Summer Fest
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
