È ora di scendere dal palco, ma Ken Casey non ha ancora finito di parlare con gli elettricisti iscritti al sindacato. Il cantante dei Dropkick Murphys è lì da 29 minuti in una strada di San Diego a parlare con la gente in una tiepida sera di settembre. Scatta selfie, stringe mani, accetta le challenge coins del sindacato, piccoli dischi di metallo che commemorano il 41° congresso annuale dell’International Brotherhood of Electrical Workers, dove i Dropkick Murphys si sono appena esibiti.
Si fanno le 21:45, poi le 22, ma lui continua a parlare. Gli altri musicisti sono via da un pezzo, qualcuno del management si lamenta dicendo che vorrebbe andarsene. I tecnici intanto smontano il palco, ma Casey si gira appena quando uno di loro gli sfila il microfono da sotto la maglietta. Resta lì a parlare con chiunque voglia raccontargli quant’è stata importante la band per lui. «Belle interazioni umane», dirà più tardi. «Senza di loro non sarei qui».
È il quarto congresso sindacale a cui i Dropkick Murphys partecipano quest’anno. Casey, che ha 57 anni, si fermerebbe a parlare dopo qualsiasi concerto, stare coi fan gli piace. Questi in particolare sono speciali per lui. Il nonno, che lo ha cresciuto dopo la morte del padre, era un autotrasportatore e un sindacalista a Boston. Per gran parte della sua infanzia Casey era convinto che avrebbe seguito la sua strada. E quindi stasera, fatica o meno, non vuole andarsene lasciando anche solo una persona con l’impressione di non aver ricevuto l’attenzione che merita. I Dropkick Murphys sono una band sindacale, vengono da una città sindacale, si fondano sui valori del sindacato, una responsabilità che Casey prende molto sul serio.
Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Durante il concerto Casey arringa le migliaia di elettricisti accorsi a vederli. «La verità è che l’attuale presidente degli Stati Uniti non piscierebbe addosso a nessuno di noi nemmeno se fossimo in fiamme». Il suo marcato accento bostoniano gli dà l’aria di un Kennedy punk-rock fuori dal tempo. «Lo sapete voi, lo so io, ma il problema è persino più grave di lui. È il divario tra ricchi e poveri. Sono questi criminali che si sono appropriati del sangue, sudore e lacrime che abbiamo versato in questi anni, che cercano di portarci via i nostri diritti e rendere la vita più difficile non solo a noi, ma anche ai nostri figli e alla prossima generazione. Speriamo che da tutto questo periodo orribile esca un’America più forte e meno divisa, una classe lavoratrice meno divisa, sindacati più potenti. Questa canzone è per tutti quelli che non ne possono più di questa merda». Si ferma un istante, poi urla nel microfono: «Siete con nooooooi?».
Attaccano Who Will Stand With Us?, il singolo che ha aperto la strada a For the People, l’album uscito scorso anno. La gente salta e si agita, uomini barbuti in prima fila cantano a squarciagola, i bambini sulle spalle dei genitori agitano i pugni in aria. È una liberazione dopo una lunga estate. Se Woody Guthrie avesse avuto un debole per il pogo e i concerti hardcore, con l’accompagnamento di cornamuse, sarebbe stata la sua canzone preferita.
Quando i Dropkick Murphys si sono formati, nel 1996, non erano un gruppo particolarmente politicizzato. Certo, cantavano anche della vita nella loro comunità, ma avevano una canzone che strizzava l’occhio alla polizia, Johnny Law, e vari testi dedicati a sballarsi e a fare a botte con altri ragazzi di South Boston. La loro politica ruotava attorno alla lealtà, all’orgoglio, al duro lavoro. Non ci hanno messo molto a diventare protagonisti dei festival punk, local heroes chiamati ad aprire le partite dei Red Sox al Fenway Park e persino un nome noto al grande pubblico dopo che Martin Scorsese ha inserito la loro I’m Shipping Up to Boston nel film The Departed. Oggi, però, sono considerati anzitutto la band che dà voce a un sonoro e incazzatissimo vaffanculo indirizzato dalla classe lavoratrice a Donald Trump e ai suoi compari. Sono diventati virali per aver rimesso al loro posto i fan MAGA presenti ai concerti e per aver definito il presidente «il più grande truffatore della storia». Mentre canzoni e video si concentravano sempre più apertamente sui valori tradizionali della classe operaia, loro rafforzavano il messaggio collaborando con gli eredi di Guthrie come Billy Bragg e Bruce Springsteen.
Il rifiuto di Casey di fare un passo indietro gli ha procurato anche amicizie influenti, come quella con Maura Healey, governatrice dello Stato in cui vive. «Ken non ha mai perso di vista chi è e da dove viene», mi dice, sottolineando che era una sua fan molto prima che si conoscessero. Ha proclamato il 25 settembre 2025 il Dropkick Murphys Day in Massachusetts e, più o meno nello stesso periodo, lei e la moglie Joanna Lydgate hanno invitato Casey, sua madre e la sua compagna come ospiti al gala in cui gli è stato conferito il titolo di Massachusetts Storyteller of the Year. «È tosto, diretto, irriverente, leale e profondamente legato alla sua comunità», aggiunge Healey. «Sono qualità in cui si riconoscono molte persone del Massachusetts».
Le challenge coins
Non si tratta soltanto del Massachusetts e nemmeno del solo New England. In tutto il Paese, un numero crescente di fan si riconosce nella profonda frustrazione di Casey per lo stato attuale della democrazia americana. «Credo che l’80% degli americani, nel profondo del cuore, direbbe: “Amico, sarebbe bello se riuscissimo a tornare a una qualche forma di dialogo”», dice Casey. «A volte sono io a favorire quel dialogo, altre volte sono quello che fa il dito medio al tizio con il cappellino MAGA sotto al palco. Sono umano anch’io, non faccio sempre la cosa giusta, ma è meglio che starsene zitti».
È una calda mattina a Boston, qualche giorno prima del concerto, e Casey è seduto nella biblioteca pubblica di Copley Square. L’atrio luminoso ospita lo studio dal vivo di GBH, l’emittente radiofonica pubblica della città, dove i conduttori Jim Braude e Margery Eagan stanno intervistando Healey per il suo appuntamento mensile, Ask the Governor. Una ventina di pensionati, insieme a un ragazzo con indosso una maglietta del tour di San Patrizio dei Dropkick Murphys, la guardano rispondere alle domande degli ascoltatori, che vanno dall’assistenza sanitaria dopo il parto (il caso di Lindsay Clancy si è appena chiuso con un processo annullato) all’energia nucleare, passando per i data center, la dipendenza da oppioidi e il conflitto israelo-palestinese. Healey risponde pazientemente a ogni chiamata, tornando continuamente sul suo impegno a tutelare i diritti civili di tutti i cittadini, indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso o dall’orientamento sessuale.
Verso la fine della trasmissione, Casey si unisce a lei per parlare di una proposta di legge che sta contribuendo a promuovere e che metterebbe un tetto ai prezzi di rivendita dei biglietti dei concerti, oltre che della recente polemica che ha coinvolto Ed Sheeran, Macklemore e Robert Kraft, il proprietario dei New England Patriots. Parla in modo decisamente meno sboccato rispetto a quand’è sul palco, ma il messaggio non è meno incisivo. «Il fatto che Ed Sheeran si sia genuflesso, qualunque fosse la causa, e non abbia preso posizione al fianco del suo compagno di tour è la cosa che non mi va giù. Non è così che si comporterebbero i Dropkick Murphys».
Sembra a suo agio accanto all’amica governatrice, a Eagan e a Braude, che è diventato una sorta di mentore man mano che la notorietà pubblica di Casey cresceva. Il cantante è già stato ospite della loro trasmissione e in alcune occasioni ha persino sostituito i conduttori. Dopo la diretta, mentre attraversiamo la strada per recuperare la sua auto, mi racconta che un giorno gli piacerebbe condurre un programma radiofonico tutto suo, se mai riuscisse a trovare il tempo tra un tour e l’altro. Nel frattempo sta avviando un podcast con Michael Fanone, l’agente di polizia aggredito dai rivoltosi il 6 gennaio 2021, che è anche un fan di lunga data dei Dropkicks. «Era al primissimo concerto che abbiamo fatto a Washington».
Sarebbe un buon conduttore di podcast anche soltanto per la voce che Springsteen mi descriverà più tardi come «un autentico tenore irlandese». È caloroso e quando sorride le guance si sollevano fino quasi a nascondere gli occhi. Nel corso delle nostre conversazioni si fa serio, anche molto, ma gli basta poco per scoppiare a ridere e sembra divertirsi ogni volta che incontra un fan, ovunque capiti. Prima di lasciare la biblioteca, saluta il ragazzo con la maglietta della band e quando recupera l’auto dal parcheggiatore, uno dei portieri gli chiede un selfie. «Mio padre sarà felicissimo». Casey gli stringe la mano e si mette in posa con entusiasmo. È la mascotte senza pretese della città, un divorziato corpulento, padre di tre figli ormai adulti con la passione per la politica comunitaria e il punk dalle influenze celtiche, oltre a un desiderio quasi patologico di battersi per ciò che ritiene sia giusto.
Fin dal loro arrivo sulla scena, negli anni ’90, i Dropkick Murphys hanno dato l’impressione di possedere una sorta di conoscenza innata di ciò che serve per portare al successo una punk band. «Sembrava quasi che avessero un’idea da adulti di come fare questa cosa che noi invece stavamo facendo come ragazzini», dice James Lynch, entrato nel gruppo come chitarrista a 20 anni dopo aver suonato in diversi gruppi punk di Boston. «Quando i Dropkicks si sono fatti avanti cantando del lavoro sindacalizzato e di tutte quelle cose, noi cantavamo insieme a loro senza avere la minima idea di cosa stessero dicendo. Fin dall’inizio avevano qualcosa di speciale».
Nel 1996 Casey si era appena sposato, lavorava nell’edilizia e faceva il barista, mantenendosi gli studi alla UMass dove frequentava corsi per diventare insegnante di sostegno. «Non sapevo se ce l’avrei fatta», dice mentre attraversiamo Boston a bordo del suo grande SUV nero, lasciandoci alle spalle il lussuoso quartiere di Back Bay per dirigerci verso South Boston, un tempo zona operaia e ormai piena di condomini con le facciate in vetro e affitti sempre più cari. «Alle superiori ero finito nel programma di sostegno non perché avessi un disturbo dell’apprendimento, ma perché ero un alcolista. Saltavo continuamente le lezioni e per cercare di farmi recuperare il terreno e coinvolgermi nello studio mi avevano messo in una classe di sostegno». Oggi, osserva, una cosa del genere non saebbe considerata accettabile, «ma all’epoca non sapevano che farsene di me, sono riuscito a diplomarmi per un pelo».
A 26 anni era sobrio da cinque e dedicava parte del tempo libero a organizzare concerti pomeridiani per tutte le età al Rathskeller, meglio noto come Rat, un locale storico che ha contribuito a lanciare generazioni di band di Boston; pubblicava singoli e split per la sua etichetta, la Flat Records, e intervistava gruppi per la fanzine che l’accompagnava, Flat Magazine. Più o meno in quel periodo un collega barista che frequentava il prestigioso Berklee College of Music gli ha fatto una proposta: «Parli sempre di mettere in piedi una band, la mia band ha un concerto fra tre settimane. Ti sfido ad aprire per noi». Casey ha accettato, dice oggi, ma «solo per orgoglio e per vincere la scommessa».
Ha chiamato un chitarrista suo amico, Joe Koonz dei Freeze, una hardcore band di Cape Cod attiva negli anni ’80, che si è offerto di sedere alla batteria e di insegnargli a suonare il basso. «Avevamo tre settimane per trovare un nome, così al primo concerto ci siamo presentati come Snots. Inutile dire che, se avessimo tenuto quel nome, probabilmente non sarei appena stato in radio con la governatrice». Non era sicuro del proprio talento di cantante e ha quindi reclutato Mike McColgan, veterano della Guerra del Golfo e punk di Boston come lui.
Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Già al secondo concerto la band si chiamava Dropkick Murphys. Al terzo, quando hanno aperto per i riuniti Freeze, si sono ritrovati a suonare davanti a una sala piena di perfetti sconosciuti. Ben presto, racconta Casey, si è creato un «clamore impossibile da ignorare»: a ogni concerto vendevano 200 copie del loro EP Boys on the Docks. I Mighty Mighty Bosstones li hanno invitato in tour e, a metà del 1997, Tim Armstrong dei Rancid ha proposto loro di registrare un album per la sua nuova etichetta affiliata a Epitaph. I quattro hanno mollato il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla band. «Non credo che tutti pensassero che sarebbe diventato un mestiere, pensavamo che se fosse andata male saremmo torniamo tutti a lavorare».
A loro favore giocava il fatto che la scena punk di Boston era in pieno fermento. «All’epoca il Rat e Boston in generale avevano una scena punk incredibile, era qualcosa di straordinario a metà dei ’90», dice Casey snocciolando i nomi delle band locali con cui sono cresciuti come Unseen, Showcase Showdown, Ducky Boys, Trouble. «Facevamo tutti più pubblico di quanto avresti immaginato». La cosa li aiutava quando erano in tour: le band che passavano da Boston trovavano sempre una sala piena e così quando i gruppi di Boston andavano a suonare nelle loro città, quelle stesse band si davano da fare per assicurarsi che ci fosse gente.
«All’epoca, se mettevi in piedi una band ed eri di Boston, c’era già qualcuno pronto a pubblicarti un disco», racconta Lynch. «Ricordo una volta che ero al Rat per un concerto dei Ducky Boys e Mark (il cantante Lind, nda) disse: “La gente parla sempre di com’era suonare al CBGB negli anni ’70, ma un giorno si parlerà degli anni ’90 al Rat”. Sembrava un campo estivo infinito». L’anno scorso, per festeggiare il trentesimo anniversario, i Dropkicks sono riusciti a convincere alcune delle vecchie band a riunirsi, completando i cartelloni di tre serate all’MGM Music Hall at Fenway. «La gente era entusiasta», dice Casey.
Far parte dei Dropkick Murphys, però, non era una vacanza. Abituato ai lavori manuali, Casey voleva che la nuova attività fosse una cosa seria e questo significava che le prove spesso iniziavano alle 7 del mattino. «È una questione di etica del lavoro. Come faccio a considerarlo un lavoro se non faccio il mio dovere?». I membri della band riuscivano a reggere quei ritmi, ma il responsabile dell’immobile che abitava sopra la loro prima sala prove era decisamente meno entusiasta. «“Che cazzo state facendo?”, urlava. E noi: “Proviamo al mattino perché ci fa sentire responsabili”. E lui: “Ma no, no, è proprio per non dover fare queste cose che si entra in una band”. E io pensavo: noi non la vediamo così».
Quando non provavano, scrivevano canzoni o davano una mano alla comunità, per esempio andando a suonare un set acustico in ospedale. Si occupavano da soli del merchandise, stampavano i dischi, curavano la promozione. «A volte stare in una band può sembrare un’attività fine a se stessa, un po’ autoreferenziale». Ma fare tutto da sé, con un approccio DIY, gli dava l’impressione di fare un mestiere vero.
Da sinistra, Casey, DaRosa, Webster, Kelly, Rheault, Brennan, Lynch. Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Casey è l’unico membro fondatore ancora presente nei Dropkick Murphys, gli altri se ne sono andati soprattutto perché non erano disposti a sostenere un calendario di concerti così intenso. Negli ultimi vent’anni, però, il nucleo della band è rimasto stabile. Il batterista Matt Kelly è entrato nel 1998, Lynch nel 2000, il chitarrista Tim Brennan nel 2002, il polistrumentista Jeff DaRosa nel 2007. A completare la formazione sul palco ci sono il bassista turnista Kevin Rheault, con loro dal 2017, e il suonatore di cornamusa Campbell Webster, entrato nel 2002. Fin dall’inizio, trovare qualcuno che suonasse la cornamusa in pianta stabile è stata la sfida più grande. «Magari uno suonava in una banda di cornamuse nella sua città e aveva un posto fisso nella pubblica amministrazione», ricorda Casey. «Altre volte, semplicemente, non erano fatti per restare a lungo in una band composta da sette persone».
La fusione tra musica celtica e punk si è rivelata una formula vincente. Ancora prima che introducessero banjo e cornamuse, il fraseggio musicale lasciava intuire le loro influenze, e i fan ne erano entusiasti. Non sorprende che tutti i membri della band citino i Pogues come fonte d’ispirazione. Shane MacGowan è persino apparso nel brano del 2001 Good Rats, che racconta di un gruppo di roditori che si ubriacano in un birrificio dopo l’orario di chiusura. A novembre, la loro cover di Body of an American dei Pogues comparirà nella compilation 20th Century Paddy – The Songs of Shane MacGowan. Per Casey fondere i due generi è stato fin dal principio assolutamente naturale: «La musica celtica ce l’avevo nel dna, mentre il punk-rock era la musica che avevo scelto da adolescente». Quando ha ascoltato i Pogues per la prima volta, ha avuto la sensazione che fossero «geneticamente programmati per me». Lynch ha provato qualcosa di simile coi Dropkick Murphys. «Mio nonno suonava musica irlandese, mio padre suonava punk-rock», spiega il chitarrista. «È come se fossi nato per entrare in questa band».
«Non so se sia orgoglio o una specie di disturbo neurologico, ma voglio spingere un masso su per la collina e riuscire a portarlo fino in cima», dice Casey servendosi da un vassoio di cartone di fried clam bellies e sorseggia una Diet Coke. Siamo a Castle Island, ci sediamo su una panchina con vista sul tranquillo porto di Boston, lo stesso in cui un gruppo di bostoniani inferociti ha gettato in mare, secoli fa, un carico di tè per protestare contro le tasse imposte dagli inglesi. Oggi è un parco statale, ma il primo forte sulla penisola è stato costruito negli anni ’30 del Seicento. Ha svolto la funzione di avamposto strategico fino alla Seconda guerra mondiale, difendendo la città e la nazione dagli attacchi delle potenze dell’Asse. Casey sta invece parlando del nemico interno.
Da una decina d’anni, è una delle voci più dure contro Trump, fin da quando «è sceso da quella cazzo di scala mobile». I Dropkick Murphys sono sempre stati una band molto diretta, con un atteggiamento in linea col punk anni ’90: nel 2004 hanno contribuito con il brano We’ve Got the Power alla compilation Rock Against Bush, Vol. 2 della Fat Wreck Chords; nell’album del 2001 Sing Loud, Sing Proud! hanno reinterpretato il classico di protesta Which Side Are You On?; hanno sempre fatto passare la voglia ai nazi di mettere piede nel loro pogo. Ma è stato solo quando la nuova estrema destra ha cominciato a compattarsi e Trump ha sfruttato l’ondata anti-immigrazione e antisindacale per lanciare la sua campagna elettorale che Casey ha iniziato a esprimere le sue posizioni politiche in modo più chiaro.
Il primo episodio di questo tipo è arrivato all’inizio del 2015, quando l’allora governatore del Wisconsin Scott Walker, che si era candidato promettendo di indebolire la contrattazione collettiva, ha usato I’m Shipping Up to Boston per introdurre un discorso all’Iowa Freedom Summit. Casey si è incazzato nero. «Usare una canzone dei Dropkick Murphys in quel modo equivale a suprematista bianco che entra in scena usando un pezzo gangsta rap», ha scritto su Facebook. Ma è stato il suo tweet a far parlare tutti: «Per favore, smettete di usare la nostra musica in qualsiasi modo», ha scritto taggando il governatore. «Ti odiamo letteralmente!!! Con affetto, Dropkick Murphys». Casey è rimasto sorpreso dall’attenzione che la vicenda ha attirato sulla band. «Dimostra quanto siano fuori dal mondo quei cazzo di politici repubblicani se arrivano a usare la canzone di qualcuno che li odia letteralmente».
Qualche anno dopo, a Clearwater, Florida, si è verificato un altro episodio del genere. Casey si è rivolto a uno spettatore in prima fila che indossava una maglietta e un cappellino MAGA. «In nome del dialogo e del confronto, e apprezzo il fatto che tu sia qui, accetteresti una scommessa amichevole?». L’uomo ha accettato. Casey ha tirato fuori una maglietta dei Dropkick Murphys, spiegando al pubblico che la band vende esclusivamente merchandise prodotto da lavoratori americani. «Se perdi la scommessa, ti cambi la maglietta. Se vinci, ti do 100 dollari e la maglietta. Non puoi perdere!». Lo spettatore ha accettato. Il tour manager della band ha controllato l’etichetta della maglietta MAGA. «È fatta in Nicaragua!», ha annunciato Casey, prima di consegnare all’uomo la maglietta della band e ringraziarlo per aver accettato di stare al gioco.
«Molti mi chiedono perché spreco fiato a parlare coi MAGA. Di solito non lo faccio, ma quella volta è stato bello pensare: cazzo, ho fatto passare il messaggio». E c’è di meglio: quell’episodio gli ha dato un barlume di speranza. «La reazione online dimostra che, nel profondo, il Paese vuole credere che una parte di noi possa tornare a unirsi».
Molto prima che espressioni come sostituzione etnica entrassero nel dibattito politico mainstream, i Dropkick Murphys avevano già parecchia esperienza con l’estrema destra. Gli skinhead nazisti esistevano fin da quando, negli anni ’70, il britannico National Front aveva cominciato a reclutare punk dalla testa rasata. Due decenni dopo, quella tradizione era ancora ben radicata negli Stati Uniti. A Boston però non erano granché presenti: il gruppo locale di skinhead antinazisti FSU, sigla che sta per Friends Stand United (oppure Fuck Shit Up), prendeva a botte chiunque fosse sospettato di avere simpatie per l’estrema destra o, come scherza Casey, praticamente «chiunque non conoscessero». In tour, però, erano un problema. «I nostri concerti diventavano spesso terreno di reclutamento per i nazisti che venivano a cercare gli S.H.A.R.P.», ovvero gli Skin Heads Against Racial Prejudice, gli skinhead contro il pregiudizio razziale. Succedeva soprattutto in posti come il Colorado e la Florida.
Ricorda un tour in cui avevano avuto la «brillante idea» di portarsi dietro mazze e porte da street hockey. «Eravamo ancora giovani e pensavamo di organizzare partitelle di hockey in strada dopo il soundcheck». Le partite non sono mai diventate granché, ma l’attrezzatura si è rivelata utile per altri motivi. Una sera, dopo un concerto, mentre aspettavano di caricare tutto sul bus, alcuni nazi hanno cominciato ad aggirarsi intorno al locale. La band ha mandato fuori un membro della crew come esca e i nazi hanno fermato la sua auto, pronti a riempirlo di botte. «Non sapevano che noi, tutta la crew e chiunque fosse in tour con noi eravamo appostati dall’altra parte con le mazze da hockey. Siamo sbucati di corsa e abbiamo sfondato tutti i finestrini della loro auto. E forse abbiamo anche colpito un paio di loro».
Nel 1998, mentre erano in tour con i Business, una band Oi! britannica, hanno dovuto annullare un concerto in Florida dopo che McColgan ha lasciato il gruppo. Anche i Business hanno cancellato la loro esibizione, ma per un altro motivo: avevano scoperto il giorno prima che il locale era una sede di un gruppo suprematista bianco. «Quindi tutti quelli in cartellone erano gruppi suprematisti bianchi. I fan cominciano ad arrivare per vedere i Dropkicks e i Business, ma nessuno dice loro che non suoneremo. La gente entra e si ritrova davanti a una serata di band naziste. Un ragazzo è andato a protestare dicendo: “Non è quello per cui ho pagato, ridatemi i soldi”». È scoppiata una lite, il 25enne è stato picchiato quasi a morte, gli hanno anche squarciato la gola con una bottiglia di birra rotta. «Non è stato uno scontro alla pari», ha raccontato un testimone al Tampa Tribune. «Non potevo fare niente. Gli erano tutti addosso».
Casey non si è sorpreso quando, più di recente, ha visto queste componenti fasciste cominciare a infiltrarsi in ambienti estranei al punk. Nel 2022, alcuni membri del gruppo neonazista NSC 131, oggi sciolto, si sono presentati alla parata di San Patrizio con maschere bianche e uno striscione con la scritta “Keep Boston Irish”. In seguito, i nazisti hanno realizzato quello che Casey definisce un «piccolo video celebrativo», montando immagini della parata sulle note di The Boys Are Back dei Dropkick Murphys. «Smettete di usare la nostra canzone per il vostro carnevale in maschera. Vi faremo il culo», ha scritto Casey su Twitter, prima di intimare formalmente al gruppo di non utilizzare il brano. Ha poi lanciato una sorta di invito, indicando data e orario: «Sarò al parco di M Street a portare a spasso i cani, se volete discutere».
«Non volevo scrivere pubblicamente che sarei stato lì con un gruppo di ragazzi, perché a quel punto sarebbero arrivati i poliziotti», racconta. «Probabilmente c’erano 200 persone, amici miei. Gli operai siderurgici ne hanno mandati 40. Ovviamente quelli dell’NSC non si sono presentati. Tutti questi gruppi che organizzano le loro piccole marce sono solo dei cazzo di sfigati. Chi è che trova minaccioso uno vestito con pantaloni color cachi e una camicia blu?».
Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Addenta una patatina fritta. «In linea di massima nella scena non ci sono nazisti. Oggi non c’è bisogno di convincere un gruppo di ragazzini con la testa rasata a diventare soldatini. Adesso sono nei campus universitari questi sfigati che fanno i giovani repubblicani o roba del genere, sono loro, adesso, quelli del suprematismo bianco». Forse non hanno un aspetto minaccioso, «ma dal punto di vista politico fanno paura per quel che stanno facendo». Secondo Casey, la presa di potere fascista è avvenuta «dal basso verso l’alto», partendo dai consigli scolastici fino ad arrivare alla presidenza. A quel punto, preoccuparsi dei nazisti nella scena punk sembra quasi una questione d’altri tempi. «Ci sono ancora nazi nella scena punk e skinhead? E chi se ne fotte se ci sono? Il presidente è un cazzo di nazista».
Esporsi così apertamente contro Trump ha fatto di Casey un bersaglio per i MAGA. «Nessuno mi ha mai minacciato perché attaccavo George Bush. Un sacco di gente mi minaccia perché attacco Donald Trump». Succede quasi esclusivamente online, precisa. Nessuno lo ferma per strada dicendogli che lo ammazzerà per quel che ha detto o scritto. «Credo che, mentre scrivono una minaccia di morte usando un account falso per non farlo sapere alla moglie, nel profondo sappiano di stare dalla parte sbagliata della storia. Non sono qui per dire alla gente che deve essere d’accordo con me politicamente, ciò che rende grande l’America è un sistema forte basato su due partiti. Ma quell’altro non è un partito politico, è un cazzo di culto per psicopatici».
Ci sono amici che lo prendono in giro chiedendogli se abbia intenzione di candidarsi a una carica pubblica. La cosa non gli interessa. «Non mi fido della politica. Non so se avrei la pazienza di avere a che fare con certe persone. È facile stare a guardare e avere delle opinioni rispetto a chi cerca di fare qualcosa. Ti viene da chiederti: chi è abbastanza intelligente e in gamba da voler fare un lavoro del genere?».
Gli altri membri della band si sono accorti che Casey si è dato sempre più alla politica e tendono a considerarlo un cambiamento positivo, persino quando capita che alcuni spettatori se ne vadano durante il concerto, come è successo di recente al festival Rocklahoma. «Siamo fortunati ad avere lui come frontman», dice Brennan. «Ci sono un sacco di persone che non sanno nulla delle posizioni politiche della band. Vengono ai concerti perché conoscono I’m Shipping Up to Boston. A quanto pare, per molti è stata una sorpresa scoprire che tendiamo a sinistra… Abbiamo pensato tutti la stessa cosa: facciamo piazza pulita di quelli che non vogliamo con noi».
Quello che Casey e gli altri membri dei Dropkick Murphys non riescono a capire è perché così poche altre band prendano posizione. «Prima della tv, della radio e di Internet, le storie le raccontavi nelle canzoni», ha detto Casey durante il Jim and Margery Show. In altre parole, la musica è il mezzo con cui condividere valori e messaggi. «C’è tanta gente che preferisce tenere la testa bassa», mi dice. «Noi e altre band abbiamo scelto di esprimersi apertamente».
La sala prove dei Dropkicks è un grande capannone a pochi isolati da M Street Park, che potrebbe tranquillamente diventare un museo dedicato alla band. Appena entrati si passa accanto a un Babbo Natale di plastica alto più di un metro, cimelio rubato a uno degli storici concerti natalizi dei Mighty Mighty Bosstones, famosi proprio per quei pupazzi («Mi intrufolavo, ne rubavo uno e poi giravo in città dei finti video di riscatto», ricorda Casey sorridendo). C’è un appendiabiti pieno di maglie da hockey dei Dropkicks, regalo dei palazzetti delle leghe minori in cui suonano spesso, che lui conta prima o poi di autografare e mettere in palio per beneficenza. Ci sono amplificatori, testate e casse, bauli da tour, uno stanzino pieno di LP e 45 giri e, lungo la parete di fondo, sopra un palco ingombro, i fogli con le tracklist di tutti i 13 album in studio della band. «Quando proviamo, possiamo dire: “Dai, facciamo questa”. Non dico che le proviame tutte, ma il senso è essere in grado di tirare fuori qualsiasi pezzo in qualsiasi momento».
Casey ha dovuto imparare a cantare da solo buona parte di quelle canzoni. Circa cinque anni fa Al Barr, voce della band da quando Mike McColgan se n’era andato nel 1998, ha deciso di prendersi una lunga pausa per assistere la madre. Casey si divideva già le parti vocali da quando, nel 2019, un intervento chirurgico lo aveva costretto a lasciare il basso, ma con l’uscita di Barr è diventato a tutti gli effetti il volto del gruppo. «Siamo in contatto e immagino che tornerà. Anche se, a dirla tutta, se tenessero me lontano dai tour per cinque anni, col cavolo che ci tornerei», dice ridendi. «A volte ho l’impressione che stare in una band ti mantenga giovane. Altre volte ti fa sentire vecchio, se non sei pronto».
Uno dei modi in cui Casey e gli altri restano lucidi, in mezzo a un calendario di concerti senza tregua, è il Claddagh Fund, organizzazione no profit che Casey ha fondato nel 2009 per riunire sotto un unico tetto le attività benefiche della band, ma anche per tenersi occupato. Oggi mettono in palio chitarre e merchandise autografato durante i tour, oppure suonano in singoli concerti di beneficenza. Quest’anno DaRosa ha perfino corso la Maratona di Boston per il Claddagh Fund. I fondi raccolti vanno ad associazioni come South Boston Special Kids, che organizza giornate di svago per bambini con disabilità, o Massachusetts Fallen Heroes, che sostiene le famiglie dei militari morti in servizio.
Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Gran parte del lavoro ha però ha a che fare con chi vuole uscire dalla dipendenza. Casey ha smesso di bere a 21 anni («Ero stufo di stare male e stufo di essere stufo»), ma altri nella scena non sono stati altrettanto fortunati. «Purtroppo una delle cose di cui abbiamo dovuto occuparci di più col passare degli anni è la cura delle dipendenze». Lo so per certo. Un mio vecchio amico, ex membro di una di quelle band di Boston cresciute insieme ai Dropkicks, durante la pandemia aveva toccato il fondo con l’alcol e si è visto pagare per intero il ricovero in una clinica di riabilitazione di alto livello. Li aveva contattati giusto per chiedere un consiglio, loro gli hanno detto subito che avrebbero coperto le spese, che non avrebbe potuto permettersi. Oggi, grazie ai Dropkicks, non beve più. E fortunatamente è ancora vivo.
Casey ha visto molti dei ragazzi della vecchia scena avere bisogno di aiuto per via dell’alcolismo, ma una decina d’anni fa ha iniziato ad assistere a una nuova, terrificante piaga. «C’è stato un periodo in cui andavo a due funerali a settimana di amici o di figli di amici morti di overdose. Non sempre gente finita ai margini. Con l’arrivo del fentanyl, poteva essere il figlio di qualcuno che soffriva d’ansia e aveva preso uno Xanax comprato per strada, senza sapere cosa fosse». La sua esperienza personale con la dipendenza ha plasmato il suo modo di vedere il recupero: «Nessuno dovrebbe morire per una dipendenza, ma se hai già imboccato quella strada, sai cosa rischi. Sai che stai sfidando la sorte. Quando queste persone morivano di fentanyl, ragazzi che magari pensavano di prendere una droga da sballo qualsiasi, è come se… non so, è ancora più triste».
La sobrietà è da sempre un filo conduttore nella storia della band. Nel 1996, quando Casey aveva tre settimane per mettere in piedi un gruppo, la prima canzone che ha scritto è stata Barroom Hero. I primi versi “A faccia in giù nel canale di scolo / Non vuole ammettere la sconfitta / Anche se i vestiti sono lerci e neri / È un uomo grande e grosso con la testa di un bambino / Non portargli via l’alcol” sono cantati quasi come un coro, poi il pezzo accelera e corre attraverso una litania di versi disseminata di avvertimenti: “La moglie e i figli la pensano diversamente, perché temono che papà possa morire, qualcuno può intervenire, per favore?”.
All’epoca non tutti hanno colto il significato. «Paradossalmente, molti di quei testi parlavano dei problemi che avevo io. Come dico sempre, solo gli irlandesi riescono a prendere una canzone su morte e distruzione, carestia e alcolismo e alzare il bicchiere come fosse un inno». Non lo avevano capito nemmeno i futuri Dropkicks. «Pensavo fosse una band di grandi bevitori», dice DaRosa, veterano del punk del Massachusetts che con i suoi Vigilantes aveva aperto molti concerti dei Dropkicks prima di entrare nel gruppo. «Ora, da adulto, con dei figli e quasi quattro anni senza bere alle spalle, riesco a leggere quei testi per quello che sono e ad apprezzarli fino in fondo».
Quando gli hanno comunicato che era entrato nel gruppo, Kelly temeva addirittura di non riuscire a stare al passo con l’alcol. «Ho detto: “Ragazzi, solo una cosa. Non so se vi aspettate che venga a fare baldoria e a sbronzarmi con voi”. Tipo: “Io non bevo granché. Prima di suonare non posso bere”. E loro: “Siamo tutti astemi”. Non lo sapevo».
La sobrietà è diventata una componente fondamentale e mai dichiarata dell’identità del gruppo. «È legata in modo profondo alla band», dice Casey. Il nome stesso viene da un vecchio centro di disintossicazione gestito da un ex allenatore di pugilato, John “Dropkick” Murphy, in una fattoria nella campagna del Massachusetts, a ovest di Boston. Molte delle giovani promesse di Murphy arrivavano da lui dipendenti dall’alcol, così aveva messo a punto un programma per disintossicarle e aveva preso l’abitudine di pagare ai tassisti la corsa intera fuori città perché caricassero vagabondi. «C’erano tizi che dormivano per strada nei bassifondi e il tassista li caricava di peso sul sedile posteriore. Loro non ci volevano andare per niente», racconta Casey. Quando negli anni ’90 altri alcolisti in via di recupero hanno preso Casey sotto la loro ala, Murphy era ormai una leggenda locale. «Sentivi gente dire cose tipo “Non avrei mai smesso di bere, se un tassista non mi avesse preso su”. Tutti i vecchi dicevano: “Sono andato da Dropkick”. E io: “Che nome fantastico. Me lo prendo”».
All’epoca Casey ne parlava di rado nelle interviste, ma lasciava agli altri lo spazio per arrivare alla sobrietà a modo loro. Quando i tour sono diventati una cosa seria, musicisti e tecnici avevano due mezzi per spostarsi. «Li chiamavo il bus della festa e il bus della famiglia. Il nostro era un mix di sobrietà e figli al seguito. Al e io avevamo smesso entrambi e all’epoca avevamo figli piccoli, mentre gli altri volevano fare baldoria. Ci dicevamo: questa sì che è vita, noi due su un bus e loro in 12 stipati sull’altro. Col passare del tempo, piano piano, indovina un po’, il nostro bus è diventato più affollato dell’altro».
Per Lynch, smettere di bere ha significato poter essere un esempio per altri della scena che a loro volta hanno bisogno di aiuto. «Topo: se ce l’ha fatta James… Mi piace esserci per gli amici che hanno bisogno e che cercano un posto dove ammettere senza problemi di avere bisogno di aiuto».
L’ultima tappa del giro per Boston con Casey è il Wang Theatre, sede della Folk Americana Roots Hall of Fame, che ospita una mostra temporanea intitolata “Chimes of Freedom” e dedicata alla storia della canzone di protesta negli Stati Uniti. Nella mostra i Dropkicks hanno un ruolo di primo piano accanto a Springsteen, Guthrie e Pete Seeger.
Il legame tra i Dropkicks e gli eredi di Woody Guthrie risale a più di vent’anni fa grazie a Cole Quest, nipote di Guthrie. Al liceo era un fan della band e aveva fatto conoscere la loro musica alla madre, Nora Guthrie, figlia di Woody e presidente della Woody Guthrie Publications che detiene i diritti su testi e musiche del padre. «Cole era un ragazzino punk con un nostro poster in camera. Un giorno lei gli ha chiesto: “Chi sono quelli?”», racconta Casey. «Lui non aveva conosciuto il nonno, ma le ha risposto: “Al nonno sarebbero piaciuti”». Intorno al 2002, nell’ambito di un più ampio lavoro di rilancio del catalogo paterno (nel 1998 Billy Bragg e i Wilco avevano pubblicato Mermaid Avenue, una collaborazione costruita sui testi di Guthrie), Nora ha invitato la band a New York, dove all’epoca erano conservati gli archivi. Lì Casey ha potuto spulciare pile di testi che Guthrie aveva scritto ma mai inciso. «Pensavo: porca puttana, ho in mano un pezzo di storia».
Uno dei primi testi su cui gli è caduto l’occhio si intitolava Shipping Up to Boston. «La mia prima reazione è stata: ma che cazzo è? Gli altri testi erano profondi e meditati, questo era cortissimo e sembrava buttato lì». Tempo prima Lynch aveva scritto un riff, poi sviluppato in un arrangiamento, ma senza un testo. «Non capita spesso che scriviamo musica senza una melodia vocale», spiega Casey. «Era strano avere questo pezzo rimasto a metà, ma non mi ero mai messo a scriverci sopra le parole».
Lì, nella sala climatizzata dell’archivio Guthrie, con una pagina ingiallita tra le mani guantate, Casey ha capito di averlo trovato: “Sono un marinaio zoppo e ho perso una gamba / Arrampicandomi sulla controranda ho perso una gamba / Sto salpando per Boston / Sto salpando per ritrovare la mia gamba di legno”. Molte strofe erano accompagnate da date o annotazioni, ma questa no: «Purtroppo non c’era niente, e mi piacerebbe tanto sapere a cosa si riferisce Shipping Up to Boston».
Hanno provato ad abbinare i versi di Guthrie al riff di Lynch. Dato che le parole erano poche, tra strofa e ritornello restava un crescendo solo strumentale. «Se avessi scritto io il testo, non avrei mai lasciato tutto quello spazio vuoto. Avrei detto che ci volevano delle parole, ma non potevamo mettercele in quel caso perché altre parole non c’erano». Per Casey è proprio quella parte strumentale «il segreto del successo della canzone».
I Dropkicks sono ancora legati agli eredi di Guthrie e hanno pubblicato due album, This Machine Still Kills Fascists del 2022 e Okemah Rising del 2023, composti da brani acustici costruiti sui testi di Guthrie e registrati nelle stesse session al Church Studio di Tulsa, Oklahoma, dove sono conservati gli archivi del folksinger.
Foto: John Francis Peters per Rolling Stone US
Ci spostiamo verso la sezione della mostra dedicata a Springsteen (realizzata in collaborazione con il Bruce Springsteen Archives and Center for American Music della Monmouth University). Casey mi racconta di aver conosciuto Bruce grazie a un altro giovane appassionato di punk, il primogenito di Springsteen, Evan. Casey aveva sentito dire che Evan, all’epoca studente al Boston College, era un fan dei Dropkicks. Una sera, nel backstage di un loro concerto a New York, la band ha ricevuto una visita.
Quasi vent’anni dopo, Springsteen ricorda ancora quel concerto. «È stata un’esperienza incredibile, caotica, sgangherata, travolgente, selvaggia», mi dice. «Erano una grandissima band dal vivo e avevano un pubblico legavo a loro nello stesso modo in cui sentivo che il mio era legato a me. Sentivo di avere molto in comune con loro».
Tra Springsteen e Casey è nata subito un’intesa. Qualche anno dopo, Bruce ha registrato in tour alcune parti per la loro Rose Tattoo, poi inserite dai Dropkicks in una nuova versione del brano finita in un album di beneficenza. Nel 2020, quando il mondo si è fermato, i Dropkick Murphys hanno trasmesso in streaming un concerto dal Fenway Park e anche in quell’occasione Bruce ha partecipato a distanza.
«Ken è uno che crede profondamente che, se hai visibilità, hai una sorta di dovere culturale di usarla per fare del bene», dice Springsteen. «Stiamo vivendo tempi terribili, la democrazia americana viene smantellata sotto i nostri occhi, mentre tutti sembrano semplicemente addormentati». Casey e la sua band, dice, sono svegli. «Ha un’autenticità che arriva. È una persona splendida e anche i ragazzi della band lo sono, uno dei pochi gruppi in circolazione disposti a metterci la faccia e parlare di quello che sta succedendo».
Casey mi riporta verso la sezione della mostra dedicata ai Dropkicks, dove uno schermo trasmette il video di Who Will Stand With Us? che si apre con un muro di volantini di persone scomparse e poi passa alla band che suona sopra un montaggio di persone a Boston incappucciate con sacchi neri e portate via. «È uscito poco prima che l’ICE iniziasse la campagna di rastrellamenti per strada. Volevamo solo dire che ci stanno portando via le libertà, ma poi è diventato fin troppo reale».
Quando una band cambia può scatenare reazioni negative tra i fan. «Nel punk-rock non importa come arrivi al successo: se lo hai, ti attiri l’odio». I Dropkick Murphys hanno avuto la loro dose di critiche di questo tipo, coi punk che li hanno liquidati come venduti dopo averli visti suonare a una partita delle World Series o sul palco con Springsteen. In teoria, fa notare Casey, il fatto che non abbiano mai firmato con una major e non siano mai passati davvero in radio potrebbe essere considerato la prova del contrario. Alla fine, a riportare indietro i vecchi fan è stato il ritorno alle radici punk: mandare a fare in culo il governo.
«Sta portando una nuova energia ai concerti», dice Lynch. «Ogni volta che sembra che stiamo per adagiarci, succede qualcosa che ci dà una spinta. È di nuovo vita, all’improvviso. È entusiasmante. Ti senti vivo. Ha qualcosa di pericoloso. Hai la sensazione di fare davvero qualcosa».
Forse non sono nati come una band apertamente politica, aggiunge, ma la spinta a combattere le ingiustizie è sempre stata al centro di tutta la faccenda. Oggi, quando suonano ai concerti di beneficenza per l’AFL-CIO o sostengono la campagna di Troy Jackson nel Maine o di Brian Poindexter in Ohio («Un operaio siderurgico che si candida al Congresso per provare a spodestare quello stronzo di Max Miller», dice Casey), è la naturale prosecuzione dei valori che li accompagnano fin dal primo EP.
«Hai presente quando si dice che nella ghianda c’è già tutto l’albero e che si aspetta solo che arrivino le cause e le condizioni giuste perché diventi quel che deve diventare? I Dropkick Murphys sono quello che sono dal primo giorno», dice Lynch. «Oggi la band è ciò che era destinata a essere».
Da Rolling Stone US.
