Lucio Corsi, Napoleone Buonanotte: Testo&ConTesto. Il “menestrello maremmano” anticipa il suo primo tour nei palazzetti con un nuovo singolo, che merita l’analisi del nostro Prof di latino, Davide Misiano. A lui la parola.
Ciò che mi attrae della produzione artistica di Lucio Corsi non è mai la componente musicale presa separatamente dal coacervo di elementi che si mescolano nel suo profilo. Lo stile compositivo, le soluzioni armoniche, le linee melodiche mi appaiono talvolta prevedibili. La sua vocalità, lo confesso, non esercita su me una forza psicagogica: il timbro e l’intensità del suono mi toccano appena e proseguono oltre, senza trovare punti di appoggio neppure sullo strato epidermico.
Superato questo giudizio di gusto, che può apparire efferato, specie in apertura di un articolo, voglio però riconoscere all’artista un indiscutibile talento autoriale. La sua narrazione è più forte della sua voce. Il suo pensiero è più ampio e variegato della sua musica. Le sue parole sono più numerose delle sue note.
Napoleone Buonanotte è un brano leggero nei modi, ma tutt’altro che superficiale nei temi e particolarmente acuto nella struttura (per il testo vd. il nostro testo e significato di Napoleone Buonanotte). Il suo sapore eroicomico nasce dal contrasto tra un immaginario elevato e una materia deliberatamente ordinaria.
Nello scrivere una “canzone d’amore per la solitudine” – così la definisce lo stesso autore –, Corsi avvicina figure culturalmente prestigiose (Napoleone, il Louvre, la Gioconda, la Francia) a oggetti e situazioni insignificanti, mentre gli elementi più banali della vita domestica (il lavandino, il minestrone, la televisione, i pinoli, le ciliegie) acquistano dignità narrativa.
È una vecchia strada, che dalla Batracomiomachia omerica arriva al Rape of the Lock di Pope: innalzare il minimo, abbassare il massimo, e lasciare che il lettore rida. Ma il contrasto tra il sublime e il quotidiano non si esaurisce nell’effetto comico. Il sorriso introduce una riflessione più seria, secondo un principio che richiama lo spoudaiogheloion della tradizione greca: la commistione tra serio e faceto, in cui la comicità diventa strumento per affrontare questioni di maggior peso.
Il linguaggio fiabesco, le personificazioni e gli accostamenti paradossali non sono dunque semplici divagazioni. Tra un lavandino raffreddato e un imperatore sconfitto, tra registro alto e registro umile, Lucio Corsi descrive con profonda umanità il nostro modo di abitare il tempo, attraversare l’amore e fare i conti con la solitudine.
Napoleone Buonanotte: l’analisi in tre mattine
Assistiamo a una piccola commedia in tre atti, scanditi da altrettante mattine. La mattina, tradizionalmente simbolo di rinascita, qui diviene il parametro con cui misurare la trasformazione del protagonista. Il nostro eroe del quotidiano passa dall’immobilità di un’esistenza insoddisfacente all’entusiasmo di un’avventura amorosa capitata per caso, per poi tornare alla condizione di partenza. Una struttura circolare, dunque, fatta di tre quadri che si richiamano attraverso parole, oggetti e gesti, i quali assumono, però, significati differenti a seconda della posizione che occupano nella storia.
Napoleone Buonanotte, primo quadro: la mattina dell’immobilità
La mattina io mi sveglio tardi
È il mio modo di accorciare i giorni
Chiamo il dottore solo se dimentico i sogni
Anche il lavandino ha il raffreddore, etciù!
Non mi laverò le mani
L’unica cosa che ho da fare oggi
è rimandare a domani
Tutti gli impegni che ho
L’esordio è di alto livello poetico. La riflessione sul tempo è forte: esso non è un’occasione da vivere, ma una durata da ridurre, tanto che il risveglio tardivo del protagonista serve solo ad accorciare le giornate. E c’è un’eco antica, perché “l’unica cosa che ho da fare oggi è rimandare a domani” è un carpe diem capovolto, un carpe crastinum. Orazio invitava a cogliere il giorno, fidandosi del domani il meno possibile (quam minimum credula postero); il nostro eroe fa l’esatto contrario, e del domani si fida talmente da affidargli tutto.
Quasi struggente la richiesta di un medico per recuperare i sogni dimenticati. Il verso regge due letture, e conviene tenerle entrambe: i sogni sono quelli della notte, e allora il medico è chiamato per un disturbo da nulla; oppure sono le aspirazioni, e allora il protagonista chiede a una figura professionale concreta di curare un malessere impalpabile. Corsi non sceglie, ed è proprio l’oscillazione a innescare il suo gioco di incongruenze.
Subito dopo, con la personificazione del lavandino raffreddato, anche gli oggetti domestici sembrano partecipare all’indisposizione del padrone di casa. Nasce allora la comicità, figlia di un rovesciamento continuo della logica ordinaria: il lavandino ammalato giustifica la rinuncia a lavarsi le mani, e gli impegni quotidiani vengono rinviati come se la procrastinazione fosse essa stessa un’attività da svolgere. Il sorriso provocato dall’assurdo rivela, anziché nascondere, l’apatia di un uomo che sembra non avere più ragioni per affrontare la giornata.
Secondo quadro: le conquiste di un Napoleone innamorato
L’incontro con una ragazza capovolge improvvisamente l’esistenza del protagonista. La televisione viene abbandonata, la campagna lasciata alle spalle e il viaggio sentimentale porta fino al Louvre, trasformato in un’improbabile sistemazione notturna. Il contrasto tra la magnificenza del museo e l’ordinarietà dell’esperienza amorosa produce un effetto eroicomico evidente: la grandezza culturale diventa lo scenario di una vicenda privata.
Persino la Gioconda perde la sua ieratica immobilità. Per effetto di una personificazione, il sorriso più celebre della storia dell’arte viene ricondotto a una fragilità sentimentale: anche lei, quando rimane sola, smette di sorridere. L’opera viene umanizzata, il sublime abbassato alla quotidianità e la solitudine elevata a sentimento capace di attraversare perfino i capolavori immortali.
È il primo ritornello del brano.
Ho trovato una ragazza e ho buttato la TV
Mi ha portato fino in Francia a dormire dentro al Louvre
Insieme alla Gioconda, povera signora
Quando rimane sola non sorride più
L’immagine è significativa perché rovescia il valore simbolico dell’opera: quel sorriso, consegnato all’immortalità dall’arte e sottratto alle contingenze della vita, diventa precario, condizionato dalla presenza o dall’assenza di qualcuno. Ma, soprattutto, introduce una sottile contraddizione rispetto all’esito della canzone: la solitudine che spegne il sorriso della Gioconda è la stessa alla quale il protagonista sceglierà di ritornare. Corsi sembra così suggerire, senza dichiararlo, che la solitudine non sia una condizione universalmente felice o infelice, ma un’esperienza il cui significato cambia a seconda di chi la vive.
Nella seconda strofa si compie il rovesciamento più significativo. L’uomo che voleva abbreviare le giornate si alza ora al canto dei galli e impartisce un ordine al sole. L’imperativo “Sali”, nella sua essenzialità, esprime un’illusione di onnipotenza. L’innamorato non subisce più lo scorrere del tempo, ma pretende di comandarlo, come un piccolo imperatore dell’universo.
La cura delle mani, prima trascurata, diventa ora una priorità. E la condizione precedente all’innamoramento viene descritta attraverso l’immagine dello zombie: il bacio ha il valore di una resurrezione, ma il riferimento all’immaginario fantastico disinnesca qualsiasi enfasi sentimentale.
Il culmine dell’eroicomico arriva nel secondo ritornello, con l’indecisione tra un cappello da pittore e uno da Napoleone. Due identità prestigiose, quella dell’artista e quella del conquistatore, vengono ridotte alla scelta di un accessorio: l’eroismo non si conquista con grandi imprese, si indossa.
Ho trovato una ragazza in fissa con il rock ’n’ roll (Pa-ra-pa-pa-pa-pa-pa)
Me la stringo fra le braccia, forse mi innamorerò
Domani comprerò un cappello da pittore
O da Napoleone, non lo so
È una vera e propria diminutio della figura napoleonica, privata della sua dimensione storica e militare e ricondotta a un elemento del guardaroba. L’imperatore non viene evocato per le sue battaglie, ma per il suo cappello; non è più un modello di potere, ma un possibile travestimento. Il contrasto tra la grandezza del personaggio storico e la modestia dell’oggetto produce un abbassamento comico che, tuttavia, conserva una riflessione seria sull’identità: l’innamoramento, più che trasformare il protagonista in un eroe, gli restituisce l’illusione di poter diventare chiunque.
A questa illusione fa da contrappeso “forse mi innamorerò”, il colon più rivelatore dell’intera sequenza. Il protagonista, che ha già sovvertito le proprie abitudini e immagina un futuro radioso, non ha ancora la certezza del proprio sentimento. L’avverbio dubitativo e il futuro verbale introducono un’incertezza che contraddice l’apparente sicurezza dell’innamorato. E il dubbio si prolunga nella scelta del cappello, da pittore o da Napoleone: non sa ancora quale sentimento stia vivendo, né chi desideri diventare. L’aspirante conquistatore non è padrone neppure di sé stesso.
Terzo quadro: la ritirata e il ritorno a casa
Poi, improvvisamente, la narrazione salta alla terza mattina. Nessuna scena di separazione, nessuna spiegazione della crisi: la fine dell’amore viene affidata a un’ellissi narrativa. Lucio, così generoso di immagini per raccontare la felicità, diventa sorprendentemente avaro di parole nel rappresentarne la scomparsa. L’avventura si interrompe senza che ne conosciamo le circostanze, e ciò che resta non è il resoconto di una battaglia perduta, ma il desiderio di tornare a casa.
La mattina ed io non siamo adatti
Tra di noi non c’è mai stato amore
La capirò più in là con gli anni
Proprio come il minestrone
Il protagonista recupera la propria antica incompatibilità con la mattina, raccontata questa volta attraverso il linguaggio di una relazione sentimentale mai sbocciata. Ancora una personificazione, che attribuisce a un momento della giornata la capacità di essere amato o rifiutato.
Ma è il paragone con il minestrone a offrire uno degli esempi più felici della poetica di Corsi. La maturazione esistenziale viene accostata all’evoluzione dei gusti alimentari: alcune cose, incomprensibili o sgradite in gioventù, possono acquistare valore con il passare degli anni. La sproporzione tra la profondità del concetto e la banalità dell’immagine produce il sorriso, senza diminuire la serietà della riflessione; anzi, è proprio il riferimento culinario a rendere concreta una considerazione altrimenti astratta.
La nostalgia riporta poi il protagonista alla campagna, evocata attraverso una successione di immagini semplici e sensoriali: i pinoli schiacciati con i sassi, le ciliegie raccolte dagli alberi, il sonno sotto i castagni. L’accumulazione restituisce dignità poetica ai gesti dell’infanzia e al contatto materiale con la natura. Dopo il Louvre, la Francia e Napoleone, la grandezza sembra essersi trasferita proprio nelle esperienze più umili.
Il protagonista lascia la ragazza, ricompra la televisione e torna in paese. Ma questa volta lo schermo accompagna la fine dell’avventura, attraverso l’immagine cinematografica dei titoli di coda. È un espediente metanarrativo particolarmente efficace: l’esperienza appena vissuta si trasforma in un racconto che il protagonista può osservare da lontano. La televisione, abbandonata per vivere una storia, viene recuperata quando quella storia è ormai terminata.
Napoleone Buonanotte: perché una canzone di tre mattine si intitola Buonanotte
La costruzione circolare del brano emerge così dalla ripetizione di oggetti, luoghi e abitudini: la mattina, le mani, la televisione, la campagna. Ma ogni elemento, ritornando, acquista un valore potenzialmente diverso. Il paese, prima luogo di immobilità, diventa spazio della memoria; la solitudine, inizialmente subita, sembra trasformarsi in una condizione da riscoprire, forse persino da amare (ecco anche il significato delle variazioni testuali nel ritornello).
Resta da dire del titolo, che non è affatto innocente. Una canzone scandita da tre mattine si intitola alla notte: Buonanotte è la formula del congedo, il modo in cui si chiude la giornata e, con lei, la partita. E il Napoleone della canzone, come quello della storia, conosce la sequenza conquista, caduta, esilio. Solo che il suo Sant’Elena è il paese d’origine, e l’esilio è volontario. Qui l’ossimoro diventa scioglibile: sconfitta e solitudine amata non si contraddicono, perché il protagonista perde l’impero che non aveva mai davvero voluto e ritrova l’unico territorio che sa governare, cioè il proprio. Non una resa, dunque, ma un congedo scelto. La buonanotte, appunto.
Lucio Corsi, Napoleone Buonanotte: ConTesto e scrutinio finale
Se un bilancio mi è concesso, devo essere onesto nell’ammettere che non canto questo brano ogni mattina, quando devo scegliere se alzarmi o meno. Il suo limite risiede, a mio avviso, proprio in quella riconoscibilità stilistica che ha reso Lucio Corsi un artista così identificabile. L’arrangiamento strumentale e, soprattutto, quello corale insistono su soluzioni ormai prevedibilmente “corsiane”, che rischiano di trasformare una cifra espressiva in una formula. Le aperture melodiche, gli impasti vocali e l’andamento fiabesco della produzione sembrano muoversi su territori già ampiamente esplorati dal cantautore.
A una scrittura capace di sorprenderci con accostamenti imprevedibili corrisponde così una veste musicale che sorprende assai meno. Il testo osa, l’arrangiamento si riconosce.
Ma nel mio scrutinio finale, da curatore di questa specifica rubrica, non posso certo ignorare la preziosità del testo. Napoleone Buonanotte conferma il talento di Lucio Corsi nel costruire piccoli universi narrativi, nei quali l’assurdo non è mai completamente gratuito e il sorriso custodisce una malinconia sottile. La struttura circolare, il gioco delle opposizioni e la felice commistione tra serio e faceto restituiscono profondità a una vicenda apparentemente ingenua.
Se musicalmente Corsi sembra talvolta ripetere sé stesso, nella scrittura continua a dimostrare una notevole intelligenza compositiva. Il suo Napoleone non conquista imperi, ma riesce in un’impresa forse più difficile: raccontare una “sconfitta” senza rinunciare alla leggerezza.
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