Apro Facebook e mi imbatto nell’ennesima lista: Beatles, Who, Bowie, Pink Floyd, Beastie Boys, Mr. Bungle, Jellyfish, Radiohead, Muse. La firma è quella di un conoscente appassionato di musica. O di un giornalista, un influencer, un artista di culto. L’esperienza sarà comune a tanti: chi ha nella propria cerchia digitale qualche melomane avrà visto sfilare, nelle ultime settimane, una processione di quadrati: tre file da tre copertine, un nome in calce, talvolta una citazione. Ed è probabile che, preso atto del trend, abbia rapidamente ceduto e stilato il suo piccolo elenco. Ritagliandosi un po’ di tempo per decidere quali nove dischi – e in quale ordine – debbano raccontare la propria storia di ascoltatore.
Dall’isola deserta alla bacheca
L’inizio del fenomeno My9Albums ha una data e un luogo piuttosto precisi. Il 28 settembre 2026 l’argentino Nahue Alberti, @nays1_ su X, annuncia di aver messo online my9albums.com. Si cerca un album in un catalogo di oltre due milioni di titoli, lo si colloca in una casella, si sceglie uno sfondo e si scarica il poster, senza bisogno di registrarsi. Nel giro di due settimane il contatore supera il quarto di milione di mosaici. Il 4 ottobre l’autore può dichiarare, con la sobrietà tipica del settore, di aver “rotto internet”, e lancia la variante per i film. Intanto spuntano i cloni, con domini quasi identici, grafica e testi ricopiati e versioni per videogiochi, manga e anime. La situazione arriva al punto che l’originale deve invitare i visitatori a controllare bene la barra degli indirizzi.
Il gioco, del resto, è vecchio quanto la passione per i dischi. Dagli album da portare sull’isola deserta alle classifiche-confessione di “Alta fedeltà”, mettere in fila i propri titoli del cuore è un esercizio che gli appassionati praticano da sempre. A renderlo virale sono stati l’attrito ridotto a zero, l’estetica da busta di vinile e, ovviamente, la rapidità degli algoritmi social nel trasformare tendenze sorte in micro-bolle in monomanie dilaganti.
Col passare delle settimane il gioco ha contagiato anche chi i dischi li incide. Hanno pubblicato la propria griglia Mike Portnoy, batterista dei Dream Theater, Neal Morse, voce di Spock’s Beard e Transatlantic, Daniel Gildenlöw dei Pain of Salvation, Biosphere, al secolo Geir Jenssen, tra i nomi di riferimento dell’ambient norvegese, e Umberto Palazzo, tra i fondatori dei Massimo Volume e poi anima del Santo Niente. I Dream Syndicate ne hanno perfino fatto un quiz, postando insieme le griglie dei quattro componenti e lasciando ai fan il compito di indovinare chi avesse scelto cosa.
Déjà vu in tre file da tre
Eppure, passata la curiosità iniziale, griglia dopo griglia si fa strada una sensazione di déjà vu, con le stesse copertine che tornano con insistenza. Ognuno pesca dal proprio giardino, che sia rock classico, hip hop, indie o metal, ma dentro ciascun recinto le scelte cadono di preferenza sui nomi più celebrati, quei titoli che nel loro ambito nessuno si sognerebbe di contestare. E che, in fin dei conti, tendono più facilmente a far scattare il “like” distratto di chi riconosce il nome noto che la curiosità dell’appassionato di andare a recuperare un titolo rimasto fino a quel momento fuori dal proprio radar.
Tra le reazioni più interessanti al trend c’è in effetti anche quella di chi lo ribalta: su The Federalist un commentatore ha preferito proporre nove dischi che, a suo dire, quasi nessuno ha mai ascoltato, e due non è nemmeno riuscito a inserirli nella griglia. Anche lo strumento, infatti, ci mette del suo nel favorire la standardizzazione. Il catalogo arriva da MusicBrainz, enciclopedia collaborativa della musica, e chi cerca oscurità da crate-digger rischia di non trovarle, oppure di vederle comparire come un riquadro a tinta unita, privo di copertina.
Fra gli approcci alternativi, c’è anche quello di chi ha scelto di giocare con il meccanismo. Chi ordina le copertine per colore fino a ottenere una sfumatura continua, e chi segue un filo tematico che si coglie solo al secondo sguardo. Qualcuno, perfino, ci ha disputato una partita a tris.
E poi ci sono le liste realizzate a uso e consumo di community specifiche, in cui la scelta di restringere la propria selezione a un singolo filone musicale permette di realizzare poster che di fatto sono introduzioni for dummies a questo o quel genere, senz’altro efficaci per individuare a colpo d’occhio gli imperdibili a giudizio dei fan. Ma utili anche, almeno per chi ha un po’ di dimestichezza con il territorio mappato, per cogliere eventuali suggerimenti fuori dal coro, e scoprire così nomi e titoli meno noti – ma capaci comunque di lasciare il segno del percorso di ascolto di chi ha stilato la mini-lista.
Canoni e paradossi
Per chi sta al gioco senza deviazioni, intanto, il sito stesso tiene il conto. In testa alla classifica dei dischi più scelti, aggiornata ogni ora, c’è “The Dark Side Of The Moon”, presente in circa un poster su sedici; seguono “OK Computer”, “Abbey Road”, “Nevermind”, “Revolver”, “Disintegration” dei Cure, “The Wall”, “London Calling” e “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”. Beatles e Pink Floyd piazzano due titoli a testa, e tutto si concentra nel trentennio abbondante che separa “Revolver” da “OK Computer”. Nei primi giorni la stessa classifica accostava Frank Ocean, Olivia Rodrigo, Taylor Swift e i Linkin Park; ora i recinti si sono ridotti a uno solo, quello del rock britannico, con i Nirvana unici intrusi d’oltreoceano. Segno, forse, che col passaggio da X a Facebook a fare numero è diventata un’altra generazione di ascoltatori.
Quasi suo malgrado, il gioco solleva comunque domande stimolanti. Se le scelte convergono sugli stessi pilastri, è perché tendiamo a riscrivere la nostra storia allineandola a ciò che il discorso comune ha consacrato come cruciale? Oppure le svolte di chi ascolta passano davvero, il più delle volte, da dischi celebratissimi? E nel secondo caso, quei titoli lasciano il segno grazie a virtù proprie, a una capacità di arrivare che album analoghi per stile non hanno? Oppure li si trova al centro solo perché sono i più visibili, quelli in cui è più facile inciampare e da cui, di conseguenza, parte l’esplorazione di un genere? Nove quadratini non bastano a rispondere, e il formato non aiuta.
Autoritratti fuori dal coro
Chi ha voglia di raccontarsi, però, lo spazio lo trova a latere. Qualcuno correda il proprio post di note disco per disco, rievocando l’auto in cui sparava i Black Sabbath a tutto volume o il lavoretto estivo con le cuffie nelle orecchie, e capita che alcuni follower si lancino in commenti a catena su un’esclusione giudicata imperdonabile. Molto dipende dalla propensione alla discussione delle proprie reti di contatti; almeno altrettanto, inutile nasconderlo, dal caso.
Per i frequentatori abituali di pagine musicali, il trend ha un sapore particolare. Per una volta il flusso si inverte: sono gli ascoltatori a stilare la lista e a firmarla con il proprio nome, mentre di solito la ricevono da riviste e webzine. Che il risultato somigli spesso al canone fissato in decenni di classifiche e pietre miliari si può leggere come un trionfo della critica o come una sua sconfitta, a seconda dell’umore. Resta il fatto che, per qualche settimana, la musica ha occupato le bacheche senza bisogno di un singolo virale o di una polemica da cavalcare, ma mettendo al centro le persone e i dischi che le hanno accompagnate. Raccontati in fretta, sì, e con quel pizzico di esibizionismo che in fin dei conti caratterizza ogni sfilata. Ma godiamocela, finché dura.
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Daniel D`Amico for SANREMO.FM










