Grian Chatten vuole parlare di Mina. «Ci tengo». Tempo fa è tornato nella cittadina dov’è nato. Avevo dato per scontato che fosse originario di Dublino e invece viene da Barrow-in-Furness, un posto nell’Inghilterra nordorientale affacciato sul mare con poco più di 50mila abitanti e un passato industriale. Camminando per strada Chatten ha notato un negozio di dischi chiamato TNT Records. «Non potevo credere ce ne fosse uno in quel posto, che cosa strana, sono entrato». Si è infilato in una cabina d’ascolto di quelle che si usavano un tempo per sentire i vinili prima di comprarli e ha messo su un disco. Conteneva Se telefonando, voce di Mina, musica e arrangiamento di Ennio Morricone. «Non potevo credere a come cantava. Quella melodia vocale è diventata una delle mie preferite di sempre. A un certo punto ho pensato che avrei potuto invitarla a collaborare a una delle canzoni, ma non l’ho contattata, è probabile che non le interessi. Se telefonando è l’ultima canzone che voglio ascoltare prima di morire».
Moriremo tutti, forse prima del previsto, sicuramente con una colonna sonora peggiore di quella. È una storia che Chatten e i Fontaines D.C. raccontano nel nuovo album Dopamine Chamber. Lo stile magnificamente rétro della Mina anni ’60 è una delle fonti di ispirazione del disco dove Chatten cerca di dare un senso a questo tempo sciagurato rappresentandolo attraverso un conflitto di opposti. «Mina è stata d’ispirazione per l’aspetto umano o se vuoi analogico dell’album, il simbolo dell’espressione di emozioni crude, di sentimenti esposti, lo senti ad esempio nel pezzo con Rosalía. All’estremo opposto c’è qualcosa di distopico, di meccanico».
In un mondo in cui gli artisti sono chiamati a rappresentare la realtà usando tratti semplici e lanciando messaggi facilmente trasformabili in contenuti, Chatten e i Fontaines giocano sui contrasti, sui significati impliciti, sulla rappresentazione caotica di tutti noi diretti verso la catastrofe inebetiti e appagati dalle piccole ricompense che riceviamo scrollando i nostri feed, dai rilasci di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere che dà il titolo al disco. Dopamine Chamber è il fratello disilluso di Romance e difatti si chiude con Intimate, la grande festa alla fine del tempo. Brindano e ballano i padroni del mondo e la loro déco-dance non può che avere luogo in una Venezia bella e destinata alla rovina. Osserviamo placidi il nostro destino invidiando i ricchi & potenti che ci hanno condannati.

Perché ti affascina questo contrasto tra umano e non-umano?
Grian Chatten: Qualcosa sta finendo, forse addirittura la nostra specie. Il mondo cambia molto velocemente, l’intelligenza artificiale guadagna terreno, la democrazia lascia spazio alla plutocrazia. Mi auguro di cuore che questa fine imminente segni l’inizio di un’epoca migliore, ma nel disco ho preferito creare musica che descrivesse la razza umana che osserva il suo destino prima di estinguersi. Mi premeva raccontare non solo dove siamo diretti, ma anche cosa siamo stati, l’elemento umano che rischiamo di perdere ed è una cosa che doveva essere rappresentata in modo emotivamente forte. Ecco perché Mina.
Sei pessimista?
Chatten: Sono più ottimista di quanto la mia musica faccia pensare, ma è vero che in Romance c’era una nota di speranza che questa volta ho scelto di non rappresentare. Ho trovato più interessante abbracciare la bruttezza. È stato come tenere uno specchio davanti all’umanità.
L’album si chiude con Intimate. È Venezia la città galleggiante di cui canti?
Chatten: Sì. Ero Vienna e ho preso un treno fino a Venezia, da solo. Ci sono rimasto un paio di notti ed è lì che ho iniziato a scrivere l’album. La città è in qualche modo la metafora della bellezza che svanisce. Mi sono sentito anch’io parte del problema visto che ero lì da turista, me l’ha detto chiaro e tondo un graffito che diceva una cosa tipo “Turista, torna a casa!”. Messaggio ricevuto. Ho scritto tanto dentro le chiese di Venezia guardandomi attorno e assorbendo quella grande bellezza, per dirla con Sorrentino.
Perché proprio Intimate alla fine dell’album?
Chatten: Racconta una specie di party orribile e decadente alla fine del mondo popolato da super ricchi spietati. Ha senso che l’ultima cosa che succede nell’album sia in parte festa e in parte Armageddon.
Siamo travolti dalle informazioni che arrivano attraverso i nostri dispositivi. Non c’è distinzione, non c’è gerarchia, è tutto sullo stesso piano, il genocidio e l’ultimo fantasmagorico concerto della popstar. Piacere, paura, orrore, intrattenimento, è tutto mescolato. È questa la stanza della dopamina?
Chatten: È un bel modo per dirlo ed è quel che cerco di esprimere con l’espressione Dopamine Chamber: siamo bombardati da trigger emotivi, ogni canzone doveva quindi dare quella stessa sensazione, l’album stesso è una stanza della dopamina.
È in corso una battaglia per occupare il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra immaginazione, le nostre idee ed è combattuta in modo subdolo. Come se ne esce?
Chatten: Io un po’ di speranza la trovo guardando le generazioni più giovani che mi pare stiano reagendo ai sistemi che la mia generazione e quella precedente hanno messo in piedi. È importante ascoltarle. Dirò una cosa che fa molto anni ’60: dobbiamo ascoltare i bambini.
Noto però che la musica dei Fontaines D.C. non è apertamente politica, non si allaccia alla tradizione delle canzoni di protesta. Non è nella tua natura? Non trovi le parole giuste per dirlo?
Chatten: Se l’album parla di cosa si prova ad essere alla fine dei tempi, alla fine di ogni cosa è per via della disperazione e del senso di impotenza che proviamo. Sentiamo di non avere voce, né alcuna possibilità di dire la nostra. Il disco è influenzato da tutte queste cose, da quello che sta accadendo a Gaza, dalle manifestazioni a cui partecipo coi miei amici e centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone solo nel Regno Unito. Forse le cose stanno cambiando, ma lentamente. È una lotta dura. In quanto alla tua domanda, molto semplicemente trovo che in questa maniera la musica sia più interessante o almeno lo è per me. O forse sono semplicemente più bravo a scrivere le cose puntando sull’emotività, in modo implicito e non esplicito. Mi piace essere esplicito nelle interviste e sul palco, per poi lasciare che la musica dipinga una sorta di quadro di cosa significa vivere in questi tempi.
I tuoi testi non sono sempre chiarissimi, ti piace questa cosa, vero?
Chatten: Mi piace che le canzoni arrivino a livello emotivo prima ancora che a livello razionale. Forse è per via della mia passione per il cinema, perché è così che funzionano molti film e difatti il cinema mi ispira più della musica o degli autori dei testi. Nei film non deve essere tutto esplicito, sei travolto da un’onda emotiva.
Eravate negli Stati Uniti mentre montava il caso Sheeran…
Chatten: Il dibattito pubblico non dovrebbe riguardare Ed Sheeran, ma le persone che occupano posizioni di potere e di influenza. Ci sono popstar popolarissime come Sheeran o Taylor Swift che, se volessero, potrebbero dire qualcosa e magari spostare l’opinione pubblica.
Non ne sono così convinto… C’è anche chi critica voi artisti che dite “Free Palestine” ai concerti o lo scrivete sui social perché si tratterebbe di virtue signaling senza alcuna ricaduta concreta sulla realtà.
Chatten: Il dubbio che lo si faccia per sé stessi o per gli altri mi pare irrilevante. Io so che ne parliamo perché ci teniamo, non perché vogliamo accattivarci le simpatie di qualcuno. Nasce da un moto di solidarietà genuina. Aggiungo che siamo irlandesi, sappiamo cosa significa affrontare un genocidio e combattere contro un oppressore. Sento una grandissima solidarietà tra i popoli che sono o sono stati oppressi. Ci si riconosce. Mi piace quando in Italia vedo tante bandiere della Palestina. Mi sento male quando sento un artista affermare che i suoi colleghi dicono “Free Palestine” solo perché è trendy.
La musica è anche una forma di evasione e Dopamine Chamber ha questa qualità, per tre quarti d’ora ti immergi in una realtà parallela.
Chatten: Una cosa che ho imparato soprattutto negli ultimi mesi è che devi essere sano e vigile se vuoi renderti utile. Non puoi essere un attivista se stai male. Se sei depresso non puoi prenderti il peso del mondo sulle spalle. È importante ritagliarsi dei momenti di pausa. Mi piace pensare alla nostra musica come un modo sottile per dare alla gente la possibilità di meditare su problemi pesanti e allo stesso tempo trovare una valvola di sfogo, una fuga se vuoi.
Nel disco c’è tanta Italia. Oltre a Mina e a Venezia c’è anche Palermo, visto che hai registrato lì le parti vocali.
Chatten: Le ho registrate tutte in una casa a Palermo che abbiamo affittato per un paio di settimane. James Ford ed io abbiamo costruito una cabina vocale improvvisata accatastando materassi e cuscini. È stato un po’ come tornare bambini e costruirsi un fortino. La creatività è anche gioco. E sì, tutta l’Italia è stata una grande fonte d’ispirazione, è bellezza ed emozione. È stata un’esperienza incredibile scrivere e registrare le voci circondato da una parte del mondo che ha influenzato e contribuito a plasmare la musica.
A proposito di voci, bellezza ed emozione, il duetto con Rosalía Where Is Gone? è un pezzone…
Chatten: Ho iniziato a scriverla a Città del Messico molto tempo fa, e ci è voluto parecchio tempo prima di realizzarla. Ho parlato a lungo con James della canzone e di quel titolo che allude a un’ipotetica vita ultraterrena, a ciò che viene dopo la morte o la fine di qualcosa. Dove andremo quando non ci saremo più? Credo che anche James l’abbia sentita particolarmente per via alla diagnosi che aveva ricevuto (un linfoma, nda). Che quella canzone dovesse essere registrata per il disco è diventato un punto d’onore per noi due. Mancavano quattro giorni al mastering quando Carlos (O’Connell, il chitarrista nato in Spagna, nda) mi ha chiamato: «Ehi Grian, visto che parliamo sempre della possibilità che Rosalía canti un giorno una nostra canzone, perché prima di fare il mastering non le mandiamo qualche pezzo e glielo chiediamo?». Le abbiamo mandato Intimate, One Man, Tongue e Where Is Gone?.
In quella canzone, ma direi nella tua musica in generale c’è una malinconia di fondo che sembra invincibile. Da cosa dipende? Dalla tua personalità?
Chatten: (Ride) Scusa, rido pensando a quanti miei amici direbbero che è esattamente così. Sai, non ho mai avuto un carattere particolarmente gioioso. Chiaro, provo anch’io gioia, ma in modo più… non so, tranquillo. Forse è semplicemente un tratto caratteriale irlandese. Forse è per via dell’educazione cattolica che ho ricevuto.
Conor Curley dal vivo coi Fontaines D.C. al Leeds Festival, agosto 2026. Foto: Charlie Barclay Harris
Se Dopamine Chamber è il fratello disilluso di Romance, lo è anche per un fatto puramente musicale. Acclamati come la grande speranza del post punk, i Fontaines si sono allontanati radicalmente da quel mondo con Romance. La svolta ha pagato. Il nuovo album ne è la continuazione o forse l’espansione, una miscela di melodie seducenti e suoni elettronici, parti suonate e altre ricreate smontando e rimontando le tracce. È un gran disco.
«Abbiamo iniziato a lavorarci a Londra più o meno a inizio dicembre dell’anno scorso, anche se la maggior parte delle cose sono state scritte tra gennaio, febbraio e un po’ a marzo», mi racconta Conor Curley, uno dei due chitarristi della band. «In quel periodo ha piovuto tipo 30 giorni di fila, c’era questo clima cupo, buio, deprimente. Come facciamo di solito, abbiamo scritto su una lavagna le idee che ognuno di noi aveva sviluppato, erano tipo 35 o 40. Le abbiamo passate in rassegna e arrangiate tutti assieme mischiando un po’ le cose. E così una parte di un pezzo è finita in un altro e persino le canzoni che non abbiamo pubblicato hanno influenzato l’album».
A parte alcune notevoli eccezioni, Dopamine Chamber non è un disco chitarristico, ma riflette anzi lo spirito dei dj set che alcuni di loro hanno fatto. In un certo senso, è un disco rock prodotto con tecniche tipiche dell’hip hop e questa cosa ha cambiato non solo il suono del gruppo, ma anche i ruoli dei cinque.
Anche a te Dopamine Chamber sembra un po’ il sequel di Romance?
Conor Curley: Siamo partiti da lì. Fino a quel momento scrivevamo musica come una band tradizionale, uno di fronte all’altro con gli strumenti in mano. Per la prima volta ai tempi di Romance abbiamo costruito i pezzi nella control room, per esempio prendendo dei loop di batteria e mettendoci sopra dei synth. Abbiamo tolto al posto di aggiungere cose per far sì che la musica fosse meno orientata all’idea di jam. È un modo di fare musica più, come dire, chirurgico. Forse la differenza è che questa volta abbiamo fatto molto djing parallelamente ai concerti dell’anno scorso e quindi i beat elettronici e la musica basta sui loop ci hanno ispirati.
Sì, perché ora mettete anche i dischi…
Curley: Io, Carlos e Tom abbiamo iniziato facendo dei dj set in cui mettevamo su la musica che ci piaceva, non dissimile da quella che facevamo noi. Più acquisivamo competenze, più iniziavamo a mettere musica elettronica, più i dj set si trasformano in vere performance. Abbiamo iniziato a notare che la gente reagiva ai pezzi basati su certi groove e certi beat, e abbiamo portato questa cosa all’interno della band lavorando su tessiture musicale alternative.
E le chitarre? A parte pezzi come Mimesis, dove sento qualcosa dei Cure, è come se vi animasse il desiderio di non fare un disco da guitar band tradizionale.
Curley: È vero, la chitarra ora ha meno importanza rispetto a quando eravamo una guitar band fatta e finita ed è liberatorio, perché dà modo di sperimentare con lo strumento, muovere gli arrangiamenti, giocarci su. In quanto a Mimesis, è un po’ coldwave, un sound di tipo sovietico, e quindi quel suono più basso e pulito alla Cure ci stava bene.
È cambiato anche il tuo ruolo all’interno della band?
Curley: È cambiato più o meno per tutti, ora è come se fossimo cinque arrangiatori che tengono sempre aperto un canale di conversazione sulla musica che vogliono fare. Non ci sono ruoli rigidi. Six Shot Morning, per dire, è nata quando Carlos giocherellava con la drum machine su cui ho suonato degli accordi col synth. Da quella jam di 30 secondi è scaturito il pezzo. Sarà interessante vedere che forma prenderanno le nuove canzoni quando dal vivo inizieranno a interagire col resto della nostra discografia.
Che cos’è per te la stanza della dopamina?
Curley: A me fa venire in mente la soma del Mondo nuovo di Aldous Huxley (la droga del romanzo distribuita dallo Stato ai cittadini per controllarli: “Mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente, tre per un’oscura eternità nella luna”, nda). È quella roba lì, l’assenza di autonomia.
La soma oggi ci viene somministrata via smartphone.
Curley: Ed è incredibile quante persone disgustosamente malvagie e dalla mente contorta si nascondono dietro a un nome utente anonimo e approfittano di questa maschera online per scrivere cose che non direbbero mai nella vita reale. Ci hanno dato questa cosa, Internet, e l’abbiamo trasformata in una cosa tremenda, disgustosa.
Leggi mai i commenti sulla musica dei Fontaines D.C.?
Curley: Ho smesso di farlo da un pezzo. La mia compagna Sarah seleziona le cose belle e me le mostra. La vita è troppo breve.
Una delle critiche che alcuni fan di vecchia data fanno è che siete scesi a compromessi, che siete diventati troppo pop.
Curley: Se sentono la mancanza di qualcosa nei nostri dischi, è giusto che ne siano infastiditi, ma lasciami dire che la nostra musica avrebbe meno valore se fossimo rimasti una band post punk underground per cinque album. Anzi, se non ci fossimo evoluti non saremmo neanche arrivati al quinto album.
Sai già dirmi qualcosa qualcosa della produzione del prossimo tour? Sarà più grande, ci saranno più elementi visivi per arrivare a tutti?
Curley: Abbiamo iniziato a lavorare con gente che opera in quel campo. La produzione dei grossi concerti segue un percorso creativo a parte. Posso dirti che sarà uno spettacolo psichedelico in termini di immagini.
Che cosa ti piacerebbe che la gente ricavasse dall’album?
Curley: A me viene in mente Eyes Wide Shut, il film. C’è una forza invisibile nel mondo, una classe sociale superiore che esercita di nascosto un controllo sulle persone, che neanche se ne rendono conto. E poi c’è un senso di catastrofe imminente che sentivamo e che credo sia finito nella musica. Ma ecco, giuro che siamo dei tipi anche divertenti (ride).
C’è però un filo di malinconia che attraversa la vostra musica, forse un senso di insoddisfazione.
Curley: Io la chiamo malinconia pop, la vedo come una dimensione onirica o se vuoi uno stato di riflessione interiore in cui ti rifugi di fronte a un mondo orribile come questo. Un posto sicuro.
Grian Chatten coi Fontaines D.C. al festival francese Le Route du Rock, agosto 2026. Foto: Charlie Barclay Harris
Quando ho incontrato Chatten a Milano nel 2024 Romance doveva ancora uscire, ma già si capiva che i Fontaines D.C. erano destinati a diventare una band molto più popolare di quella di Skinty Fia. «Non cerco il successo fine a sé stesso», mi diceva, «però prima di morire voglio provare a fare fino in fondo questa vita stramba. Sarà ingenuo da parte mia, ma ogni tanto penso che potremmo diventare una band enorme che suona davanti a 60mila persone e poi mollare tutto e tornare a fare una vita normale».
Ora che il successo è arrivato dice che la sua vita non è poi tanto cambiata, e pure Curley dice qualcosa di simile. Pur essendo uno che ama la musica di nicchia e i locali piccoli, Chatten ha scoperto che gli piace fare concerti di fronte a decine di migliaia di persone, come quelli che terranno a giugno 2027 a Roma e Milano (nel frattempo, il 26 ottobre, saranno alla Unipol Arena di Bologna). La vita però non la puoi controllare, aggiunge parlando di come sono stati gli ultimi due anni. «Che tu lo voglia o meno, le cose succedono e ci sono stati giorni difficili, sono sicuro che hai sentito parlare di Trev». Si riferisce al manager Trevor Dietz, il sesto membro della band morto quest’anno. La conversazione col cantante si sposta inevitabilmente su temi personali.
Una volta hai detto che essere visto da troppe persone è come avere delle mosche che ti si appiccicano addosso e che per tornare a vedere chi sei devi scrollartele di dosso. L’hai dovuto fare dopo il boom di Romance?
Grian Chatten: Scrivere quest’album è stato un bel modo per rivelare me stesso a… me stesso. Più invecchio e più mi ritrovo nella mia musica e mi rendo conto che, sì, questo sono io e questa è la vita che faccio. Arrivi a un certo punto, dopo il terzo o il quarto album, in cui ti rendi conto che quella è, come chiamarla, la tua funzione. Lo senti nel corpo, lo capisci con la mente. Non è come uscire di casa, lavorare a un progetto, buttarlo fuori e tornare alla vita normale. Non è una vita normale questa qua.
Pensi mai al ruolo del gruppo nella cultura popolare o se preferisci alla missione ultima della band?
Chatten: Mi è successo di recente. Quando abbiamo annunciato concerti molto grossi ho sentito il bisogno di, come dire, dare loro una cornice, un contesto. Mi sono domandato: chi siamo? Cosa significa per noi? Qual è il nostro ruolo nel mondo? Poi ho pensato ai Cure e a Robert Smith, al fatto che pur essendo enormi le loro canzoni sono ancora personali, intime, emozionanti. Possono suonare di fronte a 100mila persone e riuscire comunque a farti sentire speciale. È un pensiero che mi ha dato conforto.
Non hai mai voluto che la gente percepisse questa band come parte dell’establishment. Pensi di esserci riuscito dopo Romance?
Chatten: Come sai, abbiamo pubblicato il video di Marianne in cui è stata usata l’intelligenza artificiale nella fase di post-produzione senza che nessuno ci avesse avvisati. Ovviamente il video lo avevo visto e dato la mia approvazione la sera prima, ma pensavo si trattasse di normale computer grafica, non mi ero reso conto che fosse AI. Non saperlo mi ha fatto sentire come uno di quei musicisti mainstream. È stato spaventoso. Dobbiamo essere più vigili ed evitare che succeda di nuovo. Ma a parte questo, siamo riusciti a non sentirci parte dell’establishment.
Il successo è anche un modo per nutrire l’autostima?
Chatten: Forse perché sono irlandese, ma rifuggo dall’autostima. Provo quasi una repulsione quando si tratta di riconoscere i risultati materiali che abbiamo raggiunto, tipo quanti biglietti abbiamo venduto o cose del genere. Quando me ne parlano mi viene voglia di scappare. Mi impongo di ignorare quelle cose, non posso permettere che mi influenzino, ti avvelenano. È deprimente vero?
Forse è, di nuovo, l’educazione cattolica… Ma lo sai che a un certo punto della sua carriera Mina è scomparsa dalla vita pubblica? Ha continuato a fare dischi, ma ha smesso di esibirsi dal vivo e andare in tv. È diventata pura voce, quasi un’entità astratta. A te è mai venuto il desiderio di scomparire?
Chatten: Assolutamente sì, credo sia insito nella natura umana. Mi sento me stesso quando scrivo e registro, ma ho sempre trovato qualcosa di stonato nell’essere un frontman o comunque un personaggio pubblico. Forse è il prezzo da pagare per fare questo mestiere. Mi aiutano gli amici e la famiglia, sono relazioni sempre più importanti, sono quelle che rendono il resto ok, quelle che mettono in prospettiva le cose. Ma chi lo sa, magari un giorno sparirò come Mina.
