C’è una tenda mongola nel Salone dei Giganti di Palazzo Bentivoglio, a Gualtieri, sotto gli affreschi della Gerusalemme liberata. È lì che Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni hanno presentato i loro dischi usciti lo scorso 9 ottobre: il live Percuotendo, in cadenza e la nuova edizione de La macchia mongolica. E quella tenda non è lì per caso, ma racconta di una sinergia «al limite del ridicolo». Ferretti l’aveva appena comprata per tutt’altri motivi, poi il giorno dopo è andato da Zamboni per dirglielo. Ma prima che aprisse bocca si è sentito chiedere: «Oh Ferretti, sto cercando di affittare una ger». Così è nato lo spunto di uscire insieme, anche senza essersi mai messi d’accordo.
Li abbiamo intervistati dopo la presentazione, a un mese dalla conclusione del tour dei CSI. Sette date che hanno «ringiovanito di una decina d’anni» Ferretti, mentre Zamboni si è goduto «l’idea di invecchiare insieme al nostro pubblico». Hanno chiarito perché i PGR difficilmente torneranno, almeno per come li avevamo conosciuti. Per Ferretti «non hanno chance», perché presupponevano l’assenza di Zamboni, ma «le persone valgono più delle canzoni». A Zamboni, invece, la prospettiva non dispiacerebbe: «Così mi lascerebbero in pace per un po’». Ma, al di là della musica, si stupiscono di un legame che, nonostante la lontananza, non si è spezzato: «Ci siamo salvati la vita»
E oggi sono in pace persino se osservano la società che «si sgretola». Giovanni dà ragione a De Gregori: «Non tocca a Ferretti dire cosa cazzo pensa del mondo», e sulle giravolte di Trump chiude con un «fanculo». Massimo su Gaza ammette che «è ovvio quello che penso», ma diffida delle firme apposte «in maniera annoiata quando faccio colazione, mentre i protagonisti di quella causa stanno morendo».
Foto: Marco Pacini
Avete annunciato i due dischi con una frase: «Insieme, ciascuno per proprio conto». Avete imparato a essere diversi senza dovervi per forza separare?
Giovanni Lindo Ferretti: Non so se l’abbiamo imparato, forse faceva già parte di tutta la nostra storia. Quando io e Massimo ci siamo incontrati abbiamo capito che era l’occasione buona per rigenerarci, ricostruire, entrare nell’età adulta e riprendere in mano le nostre vite. Poi abbiamo fatto tantissime cose insieme, e quando siamo arrivati in Mongolia ognuno ha fatto i conti con se stesso. Lì c’è stata la divisione, ma probabilmente stava nell’ordine delle cose. Adesso che abbiamo ricominciato a vederci, a rimettere insieme i CCCP e i CSI, è come se quel distacco fosse stato necessario, quasi un momento di presenza mancante. Anche perché so benissimo che Zamboni non è mai mancato nella mia vita. So quanto la mia vita debba a lui, alla sua positività, e sono sicuro che altrettanto valga per Massimo.
Massimo Zamboni: Ci conosciamo da 45 anni, che è un pezzo molto consistente della vita. Non ci siamo mai persi di vista, anche se per più di vent’anni non ci siamo frequentati. Sono legami costitutivi. Non ho bisogno di ascoltare il disco di Giovanni per sapere che cosa c’è dentro. Non perché sia scontato, ma perché so calibrarne il peso specifico: vedo la copertina e so di che cosa sta parlando. Poi certo, ci sono gli arrangiamenti, gli argomenti, la grafica, ma il succo della sostanza lo conosco perfettamente, credo che valga anche per lui. Questi percorsi che si allontanano, si riavvicinano e tornano a separarsi sono un po’ come i sentieri in Mongolia. Per arrivare a un passo o a un guado su un fiume le strade divergono in maniera infinita, poi a un certo punto si ritrovano, compiono lo stesso tratto e tornano ad allargarsi. La cosa che mi piace di più è che tutto questo non sia meditato o costruito: avviene perché deve avvenire.
Ferretti: C’è una sintonia di fondo. E adesso è finito il momento in cui dovevamo stare lontani, perché ognuno ha fatto il suo pezzo di strada. Massimo ha usato una bellissima immagine: le vecchie strade mongole sono piste che a un certo punto si riducono a due strisce, ma bisogna passare per forza di lì. Poi, per arrivare alle montagne che stanno in fondo, la pista si apre, si allontana, si stringe di nuovo, si riallarga. Le nostre vite sono legate nel profondo, non c’è bisogno che ci stiamo attenti: si dividono e si rincontrano quando è necessario.
Fateci un esempio recente.
Ferretti: Le cose che stanno succedendo adesso sono al limite del ridicolo, a raccontarle. Prendi questa presentazione, con la tenda mongola nel Salone dei Giganti, in un posto strepitoso: non è mai stata pensata né da lui né tantomeno da me. Io non avevo la più pallida idea di fare questo disco, mentre lui pensava da un po’ di riproporre La macchia mongolica. Un pomeriggio, per motivi che non hanno niente a che vedere con la nostra storia musicale, ma con tutt’altro pezzo della mia vita, ho comprato una ger, una tenda mongola. Ero contentissimo. Il giorno dopo dovevo passare da Massimo, perché avevamo delle cose da fare insieme, e non vedevo l’ora di dirglielo. Prima che potessi aprire bocca, mi ha detto: «Oh Ferretti, sto cercando di affittare una ger». «Fermati, Zamboni», gli ho risposto, «perché ti stavo dicendo che ne ho appena comprata una e mi sta arrivando a Reggio Emilia». «Bene», ha detto lui, «allora la vado a prendere, perché mi serve». E mi ha raccontato quello che stava preparando. In quel momento non sapevo ancora che avrei fatto Percuotendo: l’abbiamo deciso intorno all’ultima data dello spettacolo, quella di Parma, che è stata la base della registrazione. Così lui è andato avanti con i suoi progetti, ma con la mia ger. Io ho messo insieme il disco, poi a un certo punto gli ho detto: «Scusa, abbiamo due dischi in contemporanea che in qualche modo si somigliano. Perché non li presentiamo insieme?». E lui: «Certo, Ferretti, è ovvio». È uscita così, hai capito? Mentre ne parlavamo sembrava una trovata di marketing, mentre invece è successo tutto per caso, perché ho comprato una ger il giorno prima che lui mi dicesse che ne stava cercando una.
Zamboni: Ormai non voglio più neanche farmi troppi pensieri su questi episodi, perché tra noi accadono cose davvero inspiegabili, come se ci fosse un disegno costruito da qualche parte. Io la stavo cercando e l’avrei anche trovata, ma lui l’aveva appena comprata: era già arrivata a Reggio Emilia e ancora impacchettata. L’abbiamo montata la settimana scorsa, di lunedì, e sembra già passato un secolo. E la messa in scena non si sa neanche come raccontarla. Il Salone dei Giganti è enorme, uno spazio pazzesco, affrescato con la Gerusalemme liberata del Tasso. È già un posto magnifico di per sé, e con una tenda mongola in mezzo si è creato uno slittamento di senso che ti porta veramente via.
Foto: Marco Pacini
Avete appena chiuso il tour della reunion dei CSI. Ero alla prima data a Monte Sole, a un certo punto Giovanni hai detto: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I.». Che cosa avete capito di nuovo del vostro attuale pubblico?
Ferretti: Dalla prima alla settima data è stato un crescendo emotivo che abbiamo dovuto controllare. La prima sera, a Monte Sole, ero seduto su una seggiola, perché mi sembrava tutto veramente eccessivo: il mio unico problema era arrivare vivo alla fine del concerto, infatti non pensavo proprio di alzarmi in piedi. Già dalla seconda sera, invece, non ho nemmeno pensato di sedermi. Poi è cominciata una progressione che ci ha lasciati imbarazzati, come mi ha riportato una lunga lettera che mi ha scritto Maroccolo, con le sue riflessioni a un mese di distanza, che ho letto stanotte. Ci sono stati momenti imbarazzanti, nel senso che ritrovare il pubblico dei CSI in questo modo è stato difficile da gestire. Non c’è dubbio che il nostro pubblico sia molto esigente, come non c’è dubbio che noi siamo una risposta alle sue esigenze, proprio perché restiamo nel più indefinito possibile. Abbiamo visto la gente contenta durante quella che è davvero una celebrazione liturgica, in un mondo che non conosce più la dimensione della liturgia. Chi viene ai nostri concerti partecipa a una liturgia di cui è parte integrante. E se ne va avendo ottenuto delle benedizioni. E questo vale tantissimo sia per chi è nel pubblico sia per chi si ritrova sul palco.
Nessuno se n’è andato prima dell’ultimissima nota.
Zamboni: A me piace molto l’idea di invecchiare insieme al nostro pubblico, mi basterebbe già questo. Però sono molto belli anche i nuovi arrivi, questi ragazzi che per chissà quali vie, non solo quelle dei loro genitori, hanno incontrato i CSI e li hanno fatti propri. È una bellissima possibilità di cambiamento. È una storia che continua anche nelle trasformazioni umane di ognuno.
E per chi sta sul palco, che cos’è cambiato?
Ferretti: Mi vedi così oggi mentre parlo, ma ti ricordi com’ero quando ci siamo visti per l’ultima intervista? Immagino tu non possa credere ai tuoi occhi. Il ritorno dei CCCP mi aveva squilibrato, aveva cambiato le carte in tavola: i pensieri continuavano a essere quelli, ma le cose cambiavano. Poi il viaggio in Mongolia. Sono partito senza nessuna aspettativa, semplicemente perché ero stato invitato e volevo tenere aperta quella strada. Un mese in Mongolia mi ha rigenerato, sono tornato a casa pieno di energia, di una positività che non controllo razionalmente: è nei fatti. Dopodiché sono cominciati i CSI e questa cosa si è ulteriormente potenziata. Dal primo al settimo concerto sono ringiovanito di una decina d’anni. È ridicolo, perché so che non solo sono vecchio, sono arcaico. Però mi si sono illuminati gli occhi, mi si sono alzate le spalle, ho un’altra presenza fisica diversa anche nel mio spazio privato. Mi ha fatto bene oltre ogni possibile immaginazione. Per tutta la vita ho sperimentato la dimensione terapeutica della musica. Se avevo dei problemi, arrivavo sul palco e in qualche modo si risolvevano. Questa volta, però, mi sembra di aver sperimentato una dimensione taumaturgica. È un mezzo miracolo, hai capito?
C’è stato un momento in cui avete capito che stava succedendo qualcosa di diverso?
Ferretti: Ad Alba è stato un concerto strepitoso. A metà di un brano ho guardato Ginevra (Di Marco, nda) e ho avuto un’illuminazione. Le ho detto: «Cazzo, Ginevra, stiamo facendo musica wagneriana. Questa è musica classica, è davvero una sinfonia». È stato un colpo. Non avevo mai pensato che i CSI potessero avere una dimensione wagneriana, ma ti garantisco che ad Alba l’ho proprio percepita. Era un’opera, una grande orchestra sinfonica.
Sapete che ora, nonostante tutto, in tanti aspettano vostri brani inediti. Massimo ne ha inserito uno nel suo disco, Forme perfette, ma diceva che scrivere canzoni nuove con i CSI sarebbe stato un incubo. Dopo il tour qualcosa è cambiato?
Ferretti: L’ultima volta ci siamo visti a Catania, con i CSI. Eravamo tutti così frastornati, emozionati e contenti che ci siamo detti: per tutto settembre dobbiamo evitarci, da ottobre ognuno ricomincia la propria vita, poi dobbiamo ritrovarci per decidere cosa fare nell’immediato futuro. Ci vediamo a fine mese e discuteremo della prossima esistenza dei CSI. Ci sono i problemi che dicevi tu: c’è Gianni Maroccolo che spinge per qualcosa di nuovo, c’è chi dice che non può esserci niente di nuovo come Zamboni. Le cose sono in movimento. Io adesso non ho pensieri, però ho due o tre parole che mi girano in testa, proprio due o tre parole e una frase. A volte basta anche meno per far partire una canzone. È una frase nata in Mongolia e mi piace moltissimo: secondo me è un colpo d’occhio su di noi e sul mondo. Da una frase puoi tirare fuori un romanzo, figurati se non ci tiri fuori una canzone. Però i CSI sono abbastanza adulti per decidere insieme. Di certo siamo rimasti tutti molto contenti e stupiti dall’affetto del pubblico e dal piacere di stare sul palco con questa musica.
Zamboni: La difficoltà non è scrivere nuovi brani. Io sono una persona molto stimolata e stimolabile: so che se mi applico escono canzoni, libri e spettacoli. E so che questo può valere anche per gli altri CSI. Ma cominciamo ad avere un’età considerevole, quindi devo fare i conti, come tutti, con quello che ho voglia di fare. E sento il bisogno di fare cose minoritarie rispetto al lavoro con i CSI, cose che prevedono pubblici infinitamente più piccoli, da tutti i punti di vista. Ora sento più necessario scrivere libri, pubblicare album e allestire spettacoli in cui io sia al centro. Non per monomania, tutt’altro: è semplicemente una questione di crescita individuale. Ho così tante cose da esprimere che sento il bisogno di non trascurarle. Già tre anni con i CCCP mi hanno tenuto fermo in questo senso. E anche quest’anno sono stato molto stretto dentro ai CSI. Per cui ho voglia di comporre canzoni, e lo sto facendo, però sento il bisogno di farle solo mie.
Dopo i CCCP e i CSI, per chiudere il cerchio, manca solo il ritorno dei PGR?
Ferretti: No, non ci possono essere i PGR, perché i PGR presuppongono la mancanza di Zamboni. Sono dovuti nascere perché i CSI, appena prima di esaurirsi, avevano firmato un contratto con la PolyGram. Tra l’altro l’unico che non voleva firmarlo ero io, ma l’ho fatto perché tutti gli altri volevano. Una volta che i CSI si sono sciolti, ci siamo resi conto che avevamo un contratto da onorare. Poi, per una serie di accadimenti, per fortuna c’è stato un concerto in cui ho chiesto aiuto a Maroccolo, per cui quella sera abbiamo trovato la soluzione per onorare un contratto che in realtà non potevamo onorare, perché Zamboni non era più con noi. I PGR avevano delle canzoni bellissime, ma in questo momento non hanno chance, perché le persone valgono più delle canzoni. Poi le cose, nella vita, prendono delle pieghe che non si sa mai: negli ultimi anni ho passato le giornate a dire che non ci sarebbe più stato uno spettacolo dei CCCP, e ne abbiamo fatti 25. Così per i CSI.
Zamboni: Io sarei felice se tornassero i PGR, così mi lascerebbero in pace per un po’ (ride). Al di là dei PGR, sono molto felice di questo riavvicinamento con Giovanni. Ci siamo salvati la vita e ce la siamo costruita assieme, lottando e faticando. Per me è equilibrante sapere di averlo sempre vicino, non necessariamente per fare qualcosa assieme. Anche solo per tenere collegate delle onde che sarebbe insensato non tenere collegate.
Ferretti: Potremmo rifare delle canzoni dei PGR con i CSI, con Zamboni che ci si mette in mezzo. Ma i PGR rappresentano la mancanza di Zamboni. E questo non ci può essere.
Guardandosi attorno, oggi chi non prende posizione rischia più di chi la prende. È successo a Ed Sheeran, accusato di aver escluso Macklemore dal suo tour per il «Free Palesine» dal palco. Dall’altro lato Francesco De Gregori aveva detto di trovare imbarazzante un uomo di spettacolo che si schiera sulle questioni internazionali.
Ferretti: Ho la fortuna di essere vissuto fino a tarda età e mi ritrovo in un momento in cui sarebbe meglio se stessi zitto, in solitudine, che poi era quello che volevo. Poi la vita mi ha portato a fare tutt’altro e rieccomi qui. Ma dal palco dei CSI non verrà mai nessuna indicazione politica. La musica, dal mio punto di vista, dal nostro punto di vista, è una dimensione molto antecedente all’accadere quotidiano, sociale e politico, in un momento in cui sta accadendo di tutto. Se qualcuno vuole sapere che cosa pensano i CSI dei vari problemi del mondo, non lo saprà. I CSI pensano quello che vogliono, a volte si vergognano dei loro pensieri, ma non siamo sul palco per convincere nessuno che abbiamo ragione. Non abbiamo mai accettato di salire su un palco dove ci fosse un simbolo politico, mai, neanche in altri tempi, quando era molto più facile. Quindi, se De Gregori ha detto quella frase, sono d’accordo con lui. Non tocca proprio a Ferretti dire cosa cazzo pensa del mondo!
Come mai?
Ferretti: Perché siamo tutti molto coscienti che il nostro pubblico non è riducibile a unità. È una moltitudine: non c’è una dimensione politica, sociale, religiosa o economica che possa accomunarlo. Non è una massa. I politici hanno bisogno di masse, perché sono gestibili. Noi siamo moltitudine, quindi ognuno di noi deve fare un passo indietro. Il concerto è una liturgia che ha a che fare con l’essenza degli esseri umani, al di là del tempo e della situazione in cui ti trovi a vivere. Hai tutto il resto della vita per dire o non dire quello che ti pare, non serve anche sul palcoscenico. Non è durante una liturgia che decadi da un tempo assoluto per entrare in uno specifico, che magari è già cambiato quando hai finito di dire la tua frase.
Anche De Gregori ha usato la definizione moltitudini, citando Walt Whitman.
Ferretti: Sono contento, perché anche per me è così.
Massimo, anche per te è così?
Zamboni: Sono tasti molto delicati. Io credo innanzitutto che la qualifica di artista, di per sé, non conti niente: è come fare l’idraulico, il fornaio o il dirigente d’azienda. Quindi ho il diritto di avere opinioni o di non averne, come qualunque altra persona. Non parlo da un osservatorio privilegiato: di quello che accade nel mondo ho delle intuizioni assolutamente personali, dovute all’istinto o all’esperienza, ma anche un’infondatezza totale, data dagli organi di informazione, dalla stampa alla televisione, che non me la raccontano certamente giusta. Quindi sono molto confuso. È facile per me prendere parte istintivamente: se penso a Gaza, che cosa posso dire? È ovvio quello che penso. Allo stesso tempo non mi metto né nel divieto di esprimere opinioni, né nell’obbligo di farlo. Bisogna stare attenti, quando hai un microfono in mano e sei su un palco hai una posizione di potere, per quanto piccola, che va amministrata bene. Si rischia adi aumentare il male, per esempio.
Foto: Marco Pacini
Intanto in Europa crescono le destre e negli Stati Uniti il Pentagono annuncia che trasmetterà in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan. Davanti a un mondo così, l’alternativa è rifugiarsi in queste celebrazioni collettive?
Ferretti: Io rispetto al mondo ho un pensiero profondamente religioso, per cui sono indifferente all’accadere della politica. Non è la prima volta che il mondo si sgretola. Siamo già in un mondo che non abbiamo neanche le parole per raccontare, per razionalizzare. Il progresso tecnologico ha accelerato il tempo in maniera incredibile: tutto è contemporaneo e tutto diventa vecchio mentre lo stai dicendo. Abbiamo la massima potenza, ma forse non la controlliamo più. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si contraddice tre o quattro volte ogni 24 ore, vuoi che io segua le sue contraddizioni? Ma fanculo!
Zamboni: Capisco quando Giovanni parla di atteggiamento religioso, perché in qualche modo so che cosa vuol dire. E poi ricordiamoci che cominciamo ad avere un’età. Io comincio a intravederla questa possibilità di uscire da uno stato storico della vita individuale per entrare in quello naturale. Devi fare i conti con la tua natura, con il tuo corpo che si deteriora lentamente o velocemente, e gli accadimenti storici, per quanto terribili o dolorosi, prendono un’aria più sfumata, perché devi rendere conto prima di tutto alla natura che ti ha generato. Non è un estraniarsi: è semplicemente guardare le cose da un livello diverso.
In Francia migliaia di giovani sono scesi in piazza per la scuola, in Spagna protestano per il diritto alla casa, qualcosa si muove anche in Italia, anche se in modo frammentato. Vi fa piacere vedere le piazze piene, al di là delle conseguenze?
Ferretti: Non te lo so dire. Non so dire quanto quello che vorrebbe essere una soluzione possa diventare a sua volta un problema. Non ho più un pensiero in grado di comprendere lo svolgersi del reale. Non ce l’ho. Nessun pensiero mi è di aiuto.
Zamboni: Non è obbligatorio dire come la si pensa e partecipare a tutto. Devo stare attento: è facile diventare la bandiera di qualcosa. Sai quante cause mi vengono proposte, a cui dovrei aderire anche semplicemente con una firma, che potrei apporre in maniera annoiata quando faccio colazione, mentre dall’altra parte i protagonisti di quella causa stanno morendo. L’unico a fare bella figura sarei io. Direbbero: «Com’è solidale, com’è sensibile». Quindi secondo me, oggi più che mai, bisogna stare attenti.
Nei live dei CSI, mentre tu Massimo fai un assolo, a volte Giovanni ti si avvicina, vi basta un contatto, uno sguardo e un sorriso. Anche questo fa parte della maturità?
Zamboni: Sì. È un dialogo più profondo, quando i corpi si avvicinano e non c’è barriera, neanche il filtro delle parole. Non c’è nemmeno l’intelligenza: non sei costretto a fare bella figura con delle opinioni interessanti o brillanti. C’è pace, che è una gran bella sensazione.
C’è qualcosa che vi piacerebbe fare insieme, al di là della musica?
Zamboni: No, perché noi non siamo un gruppo di amici, per quanto possiamo esserci simpatici o stimarci a vicenda. Non c’è questo tipo di legame. Noi ci vediamo e il nostro legame non è per bere una birra o andare allo stadio, ma per comporre canzoni o allestire spettacoli. Sul resto non ne sento l’esigenza. Quello che succederà dipenderà dal destino, che non è certamente nelle nostre mani individualmente, ma forse neanche collettivamente.
Ferretti: Io se oggi non avessi Valentina, mia nipote, non riuscirei più nemmeno a fare il cantante. Non so usare i cellulari e i social, non so neanche prendere un biglietto aereo. Se devo andare in Mongolia me lo deve acquistare lei e poi accompagnarmi nei passaggi tecnologici, perché non capisco più niente di queste cose. Però posso permettermelo, perché a una certa età comincio a essere vulnerabile. Tra l’altro lo cantavo in tempi non sospetti: “Il mondo si sgretola, rotola via”. Ricordo a tutti che, semplicemente, è già successo altre volte: gli uomini hanno memoria del finire di mondi, di culture, di tutto.
