Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi
DISCLAIMER
“Ah s*#t! Here we go again” recitavano in un famoso franchise videoludico. Siamo di nuovo qui, e stavolta la missione in cui ci siamo sobbarcati è piuttosto ardua e pretenziosa, per due motivi: il primo è che stilare una classifica di artisti incredibili è una sfida sostanzialmente impossibile, mai e poi mai oggettiva (sentito, Sanremo e X-Factor?); il secondo, è che ho abbastanza anni di esperienza sul web per sapere che le polemiche sono dietro l’angolo in questi casi… Per rendervi l’idea: ecco un esempio di scambio d’opinioni pacato sul web, realmente accaduto, o quasi:
TrveMetalDude: “Ehi, non hai messo i Petomantycore, loro sono il mio gruppo preferito e hanno spaccato di brutto… Non sai un c…! Poser di m…!”
Io: “Guarda, purtroppo non li abbiamo visti; quindi, non potevo inserirli in questa Top”.
TrveMetalDude: “Dimmi dove abiti, che vengo lì e ti infilo il manico della mia Jackson nel…”
Vorrei evitare manici di chitarre Jackson infilati in qualunque parte anatomica, anche perché si dà il caso che la paletta sia piuttosto scomoda, obliqua e appuntita… Preferisco suonarle.
Quindi, per l’ennesima volta, repetita juvant: non prendete quanto segue come una verità assoluta né tantomeno oggettiva. È più un gioco, con un chiaro intento di suscitare curiosità e dibattito.
Ladies & Gentlemen, ecco a voi la nostra TOP 15 di questo Brutal Assault, per tentare di raccontarvi gli artisti e le band che ci hanno fatto emozionare, ci hanno fatto pogare e ci hanno fatto volare con la loro musica. Non c’è un ordine preciso, anche perché sarebbe impossibile decidere.
Fra l’altro, vi starete chiedendo, perché proprio 15? È un numero scelto per cercare di accontentare tutti un po’ tutti, ma resta clamorosamente inadatto a racchiudere le 150 esibizioni che si sono susseguite nei 5 giorni di festival…
Per cui, come ci insegna il mio conterraneo nonché pioniere di YouTube Italia, Marco Farina (più famoso come Farenz), partiamo con una prima tranche di aperitivo composta dalle immancabili Honorable Mentions.
Allacciate le cinture… Let’s go!
HONORABLE MENTIONS:
NEVERMORE

Non c’è che dire, Jeff Loomis ha organizzato una reunion come si deve. La storia della band parla chiaro ed eravamo curiosi di vedere l’impatto di questa nuova formazione dal vivo. Non hanno deluso, anzi, hanno dimostrato un affiatamento inaspettato. La scaletta sembrava pensata per dare risalto alla voce di Jack Cattoi e la sua performance ha convinto ampiamente anche i più scettici, soprattutto con due degli ultimi brani in scaletta, tratti da “Dead Heart in a Dead World”, Narcosynthesis e The River Dragon Has Come, fra i pochi momenti del Brutal in cui mi ricordo tutti cantare a squarciagola.
MISTHYRMING & NERGAL

Proseguiamo con un altro capitolo di rievocazione e sguardo al passato, ma con un retrogusto che sa di novità. Nergal è sempre stato un artista con una spiccata tendenza alla sperimentazione: questa volta ha deciso di rivedere e proporci in chiave vagamente rimaneggiata l’intero “Sventevith”, il primo album pubblicato con i suoi Behemoth, ma coadiuvato dagli islandesi Misthyrming anziché dalla storica band blackened death metal. Indubbiamente molto apprezzato dal pubblico nutritissimo (anche grazie al fatto che Nergal gode di una certa notorietà nell’ambiente del Brutal Assault), l’esperimento è ampiamente riuscito.
FU MANCHU

Una delle mie band preferite nella scena stoner/desert rock californiana dei primi anni ’90. Aspettavo di vedere il live dei Fu Manchu da non so quanti anni, ma anche stavolta il destino si è messo di traverso facendomi perdere il telefono qualche ora prima. Luca mi ha assicurato che hanno fatto un ottimo show con brani come Eatin’ Dust, King of the Road, Evil Eye e Saturn III, il che mi fa rosicare ancora di più. A questo punto, non so quando riuscirò finalmente a vederli dal vivo, spero molto presto.
KITTIE
Uno di quei gruppi che mi è sempre capitato di ascoltare qua e là, ma senza approfondire granché né dedicarci mai troppa attenzione, pur apprezzandone il repertorio. È stata una sorpresa molto gradita scoprire di non riuscire a staccarmi dalla loro esibizione live, sebbene ci fossero altri artisti in contemporanea sugli altri palchi che mi sarebbero interessati. La band canadese delle sorelle Morgan e Mercedes Lander ha trovato una nuova linfa vitale in questi anni successivi alla reunion e ha semplicemente asfaltato tutto e tutti con il loro alternative/groove metal molto accattivante e orecchiabile, ma a tratti anche estremamente heavy, con sonorità e spunti death metal. Per i miei gusti, un po’ più di interazione con il pubblico non guasterebbe, anche se lo show è stato una bella sberla sui denti in ogni caso. Le Kittie hanno spiegato al Brutal Assault la parità di genere, per quei primitivi che ancora nutrissero dubbi a riguardo.
CORONER

I nostri vicini svizzeri dei Coroner portano sempre più in alto il vessillo del groove metal. Anzi, con l’uscita del loro ultimo album “Dissonance Theory” (a trent’anni di distanza dal precedente), hanno toccato vette altissime e il loro live al Brutal ne è stata la controprova: energico, frenetico e furioso. Una scaletta pensata per stupire, stordire e abbattersi sui malcapitati con tecnica, precisione e riff poderosi. Anche la risposta del pubblico è stata molto calorosa, probabilmente ha contribuito all’innalzamento delle temperature che quel giorno hanno raggiunto livelli ai limiti della sopportazione. Possiamo dirlo, senza timore di essere smentiti: un ritorno in grande stile.
ANIMALS AS LEADERS

Che vuoi dirgli? C’è chi dice che gli A.A.L. non sbaglino una nota dal 2011, anno precedente alla loro formazione (ok, forse il tizio che me l’ha detto ha vagamente esagerato, ma aiuta comunque a rendere l’idea della loro bravura). Sono forse alcuni dei musicisti di maggior talento, più significativi e più ammirati della scena metal moderna mondiale. Tutti nella stessa band… Invidiosi? Il pubblico evidentemente no, data la schiera di fan e curiosi che si sono radunati davanti al palco durante il loro live. Purtroppo, qualche iniziale problema tecnico ha provato a guastare la festa, ma Matt Garstka (batterista), Javier Reyes e Tosin Abasi (chitarristi), sono stati semplicemente magnifici pur dovendo forzatamente accorciare la scaletta. La chiusura dello show con Monomyth e CAFO è stata una goduria per i music nerds. A chi serve la voce quando puoi far cantare gli strumenti?
BLACKBRAID

Sgah’gahsowáh – alter-ego dello statunitense di origini messicane Jon Krieger – è senza dubbio uno degli artisti più interessanti nel panorama black metal degli ultimi anni con il suo progetto Blackbraid, che prende grande ispirazione dalla cultura dei nativi americani. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo dopo il suo show ed è stata una chiacchierata molto interessante (potete già trovarla e leggerla online, qui su RockOn), con una persona riflessiva, pacata e tranquilla, che sembra avere pochissimo a che fare con quello che abbiamo visto sul palco: un frontman straripante, in costante movimento, con una presenza scenica enorme. Non è un caso se la sua musica sta avendo notevole riscontro tra i fan del Black Metal, con tre album all’attivo, uno meglio dell’altro. Un live che mi sento di consigliare a chiunque, anche ai meno avvezzi alle sonorità del genere, capace di trasformare la Fortezza di Josefov in un freddo e selvaggio territorio inesplorato.
AMENRA
Chiudiamo questa tranche di honorable mentions con la decisione più scomoda… Perché escludere da un’ipotetica TOP (sebbene soggettiva), uno dei gruppi che ci ha stupito e convinto maggiormente? Semplice, perché abbiamo visto solo gli ultimi 15 minuti scarsi del loro live, per cause di forza maggiore. Poco tempo, ma è bastato a farmi pensare di aver visto uno show incredibile, con gli Amenra che mi hanno svuotato di qualsiasi energia disponessi in quel momento: il sapiente mix creato dalle luci che davano l’effetto black and white, dalla scenografia serale della fortezza, dagli effetti pirotecnici a tempo nel buio, ma soprattutto dalla musica lenta, emotiva, psichedelica e straziante, con le urla di Colin H. van Eeckhout a fare da sfondo, ha dato vita ad un’esperienza che – almeno per me – è stata mistica e onirica, seppur fugace, che non vedo l’ora di ripetere. 15 minuti di puro esistenzialismo.
Già, questa prima parte basterebbe a riempire un intero album di ricordi, ma siamo solo agli antipasti… E la classifica vera e propria comincia solo ora.
TOP 15
PRIMUS

Annunciati fra lo stupore generale (e un certo scetticismo serpeggiante fra gli adepti del metal più estremo), i Primus sono una garanzia di divertimento assoluto per i loro estimatori – specialmente fra i più nerd – da più di 30 anni e hanno agevolmente conquistato la Fortezza e i cuori di moltissima gente con la loro performance. Poche parole, ma sempre ben calibrate per strappare un sorriso, tanta musica, la più strana che potreste immaginarvi ad un festival prevalentemente extreme. La band californiana formata dalla leggenda del basso elettrico – e non solo – Les Claypool, dal chitarrista Larry “Ler” LaLonde e dal batterista John Hoffman ha fatto ballare, saltare e cantare tutti, grazie al loro sound funk metal a tinte spiccatamente progressive, con tempi dispari e contrappunti e con la loro attitude comica e sopra le righe. Durante Too Many Puppies il delirio ha preso il sopravvento, con un wall of death improvvisato dal pubblico. Non è stata solo la musica, quanto soprattutto il contesto ilare e faceto (a tratti anche demenziale), che ha reso il loro show memorabile: persone travestite come i protagonisti di South Park, qualcuno che reggeva lo striscione “Primus Sucks” (lett. “i Primus fanno schifo”, lo slogan storico della band), qualcun altro con il cartello “Primus is not that bad” (lett. “i Primus non sono così male”). Tendo a concordare con il secondo.
SATYRIKON

Onestamente, non sono mai stato un grande fan del black metal old school (per usare un eufemismo), ma quando mi sono trovato davanti a dei Giganti del genere come i Satyrikon, ha prevalso come sempre il rispetto per gli artisti e la curiosità nei confronti della loro musica e della loro esibizione. La band norvegese, capitanata dal produttore di vini italiani Satyr (frontman polistrumentista), e dall’ingegner Frost (batterista), mi ha trasmesso una rinnovata spinta ad espandere i miei confini musicali. Artisti affermati e celebrati da un pubblico enorme non per caso, dato che musicalmente e scenograficamente hanno tenuto in pugno il Brutal Assault per tutta la durata del loro live, con una scaletta che ha toccato praticamente tutta la discografia, con tracce come Our World e Midnight Serpent. Per quanto mi riguarda, l’highlight dello show è stato indubbiamente l’esecuzione di Mother North, un brano capace di tirar fuori tutto il meglio dagli spettatori che, travolti dal groove, si sono lanciati in cori, headbanging e crowdsurfing a profusione: un’energia spaventosa. La vecchia scuola la spiega ancora.
PERTURBATOR

Cambiando completamente genere, uno degli ultimi momenti che abbiamo vissuto al Brutal è stato il set di Perturbator (pseudonimo del musicista francese James Kent). La sua musica elettronica a forti tinte darksynth e industrial ha dato vita ad una vera e propria discoteca a cielo aperto in quel di Josefov. È stata la prima volta che ho visto una sua esibizione dal vivo, e posso tranquillamente affermare che non sarà l’ultima (salvo cataclismi). Munito di occhiali da sole e cappuccio, mi sono lasciato trasportare dall’atmosfera esaltante sapientemente creata dai giochi di luci, dal fumo nebuloso, dai bassi potenti, dai beat e dalle melodie cibernetiche di Perturbator. Un po’ sospeso a metà fra il chill e l’hype, credo che il mio battito cardiaco abbia raggiunto i picchi più alti in assoluto durante brani come Neo Tokyo, Future Club e Apocalypse Now, per poi tornare ad uno stato bradicardico di totale relax. Decisamente terapeutico: ammetto che mi serviva tantissimo perdermi nei suoni sintetici della notte, dopo un paio di giorni di stress. Impossibile resistere al groove.
THE GHOST INSIDE

A proposito di healing process e positive mental attitude, lo show dei The Ghost Inside è stato forse uno dei più significativi da questo punto di vista. Il gruppo metalcore della California ha dato vita ad una prova incredibile, dall’enorme impatto sonoro ed emotivo. Il crowdworking del frontman e cantante Jonathan Vigil è stato impeccabile, alimentando incessantemente il pubblico a dare sempre di più, perché la musica è un costante “dare e restituire, uno scambio continuo fra band e pubblico”. E la gente non ha esitato a dare tutto quello che aveva senza risparmiarsi, specialmente durante la toccante Aftermath (brano che racconta delle difficoltà di ricominciare, un chiaro riferimento all’incidente che nel 2015 ha visto coinvolta la band, con gravi conseguenze per il batterista Andrew Tkaczyk, amputato all’arto inferiore destro), e la chiusura devastante di Death Grip. Uno show che ha spinto molto sul lato emotivo, rafforzato scenograficamente da un muro di ledwall sullo sfondo, una delle poche band a farne un uso massiccio e integrato allo show, rendendolo per noi molto efficace anche visivamente. The Ghost Inside, ma fuoco e fiamme outside.
H20

Non credo che una delle band più storiche e rappresentative della scena NY/HC necessiti di presentazioni da parte nostra, né tantomeno di elogi. L’esibizione degli H2O è stata fenomenale, la dimostrazione pura e cruda della loro essenza hardcore punk newyorkese: vera, genuina, senza orpelli, ma diretta, dura e allo stesso tempo estremamente viva. Toby Morse (frontman e cantante), ha lasciato sul palco e sul parterre fino all’ultima goccia di sudore, senza stare mai fermo e continuando ad incitare gli spettatori che hanno risposto alla grande, con mosh pit, cori e crowdsurf durante tutta la performance. Il momento più emozionante e coinvolgente è stato sicuramente il coro collettivo di What Happened, con la dedica all’amico di una vita Lou Koller dei Sick Of It All, amato dai fan della scena punk hardcore – e non – in tutto il mondo (recentemente scomparso in seguito ad una grave malattia). Il brano, che vanta la collaborazione proprio con Lou Koller alla voce, è un inno alla musica vera, al rifiuto verso l’omologazione e le mode (LSimon mi ha fatto notare come sia tutt’ora una canzone dannatamente attuale, fortemente critica, che nei sembra quasi parlare ad alcune band moderne), ma anche un elogio alle cose fatte con passione e tanto sudore. Per l’occasione, Toby è sceso in mezzo al pubblico che l’ha seguito, abbracciato e ha cantato correndo e muovendosi insieme a lui per tutto il pezzo, quasi come un corpo unico, in una di quelle che – per mia modesta opinione – è stata fra le singole scene più memorabili di tutto festival. Uno show dissetante.
TERROR

Restiamo in tema hardcore punk, ma ci spostiamo dall’altra parte degli Stati Uniti, sulla West Coast dei Terror. La band di Los Angeles è una delle più influenti del genere beatdown, con più di vent’anni di carriera e una decina di album alle spalle. Hanno insegnato e spiegato all’intero Brutal Assault cosa significa l’aggettivo del loro festival: cinquanta minuti di show tiratissimi, senza pause per respirare, affrescati da un mosh pit altrettanto ininterrotto, per non parlare della quantità di gente che abbiamo visto surfare sul pubblico. Il bello dei live hardcore come questi è che gli artisti sanno bene come accaparrarsi l’attenzione e la simpatia della folla, tirandola dalla loro parte: vogliono che la gente salga sul palco con loro, per saltare e fare casino, e lo dicono apertamente. Più che un concerto, è stato un manuale su come innalzare i livelli di adrenalina oltre al massimo suggerito dal Ministero della Salute della Repubblica Ceca. Per esperienza, non abbiamo mai visto la security di questi festival in difficoltà nel gestire l’esuberanza delle persone… Ecco, c’è sempre una prima volta, tanto che il cantante Scott Vogel si è assicurato in prima persona di dare un attimo di respiro allo staff del Brutal dopo la loro performance, ringraziandoli per il lavoro incredibile che hanno svolto. “Terror” riassume molto bene il concetto di nomen omen tanto caro agli Antichi Romani.
PERIPHERY

Per quanto mi riguarda, questo era uno dei live che attendevo con più ansia. Finalmente la mia occasione di vedere dal vivo i Periphery, un’attesa durata circa 15 anni, ossia dall’uscita del loro album omonimo che conteneva Icarus, Lives! e Jatpack Was Yes! fino al recente A Pale White Dot, uscito a maggio di quest’anno. Una band formata da musicisti incredibili, rimasta praticamente invariata da allora, che in questo live non ha disatteso la mia barra delle aspettative, posta piuttosto in alto. Uno Spencer Sotelo in grandissimo spolvero vocale, ma soprattutto un trio di chitarristi da far invidia a Berklee, composto da Misha “Bulb” Mansoor, Jake Bowen e Mark Holcomb,con un’intesa pazzesca. Il tutto tenuto insieme dalla macchina da guerra e di precisione Matt Halpern alla batteria (avevamo assistito anche alla sua clinic nel pomeriggio, roba fuori di testa). È sempre divertente vedere il pubblico tentare di andare a tempo con i brani più storti e i tempi più dispari tipici del loro repertorio dal sound Progressive/Djent. Ma poi, quando arrivano i breakdown e le parti più dritte e devastanti di brani come Make Total Destroy o Everyone Dies Alone, il delirio è assicurato. Anche se, personalmente, la performance di Unlocking mi ha catturato così intensamente che me la sto cantando ancora adesso, mentre scrivo questa Top senza pretese. Periphery Was Yes!
PROTEST THE HERO

Da una band “technical” all’altra, stavolta tornano anche le sonorità e l’attitudine tipiche dell’hardcore con i canadesi Protest The Hero. Avevamo un’intervista fissata con loro, che purtroppo non abbiamo potuto portare a termine per cause logistiche che hanno fatto slittare il loro arrivo al festival (edit: in realtà siamo riusciti a effettuarla successivamente online, grazie alla gentilezza della band e del loro management: potete trovarla qui sul sito… Ve la consiglio tantissimo, senza nessun secondo fine). Sicuramente è stato il live più divertente a cui abbiamo assistito in questa edizione del Brutal Assault. Per svariati motivi: primo fra tutti, la cazzimma e la verve da stand-up comedian del frontman e cantante della band, Rody Walker. Una battuta dopo l’altra, fra una provocazione ironica e una critica sociale, un aneddoto personale e una barzelletta spinta durante il cambio di accordature, è difficile vedere qualcuno con migliori capacità di crowdworking, a meno di non trovarsi ad uno spettacolo di Matt Rife. Uno scambio continuo con il pubblico, che non ha mai smesso di pogare e surfare, cantare e saltare. Una scaletta veramente hardcore, tecnica, frenetica e tutta d’un fiato, che ha preso da tutta la loro discografia, in particolare da Fortress e dall’ultimo album Within. Nonostante i vari cambi di formazione (con Rody e Tim MacMillar che sono gli unici musicisti live rimasti rispetto a quella originale), i Protest sono tornati nel vecchio continente belli carichi e hanno mostrato un’alchimia davvero notevole sul palco, alla faccia dei Metal Church (inside joke). Li aspettiamo presto in Italia.
CARPENTER BRUT

Una volta, un saggio mi disse: “se il primo è andato bene, non bisogna rinunciare al secondo appuntamento”. E così avevo deciso di fare, dato che Carpenter Brut mi aveva letteralmente stregato lo scorso anno. Per cause di forza maggiore, delle quali siete ormai ampiamente a conoscenza, mi è stato impossibile partecipare al suo live al Brutal Assault (di sera, all’aperto, in una fortezza dell’Ottocento, con effetti pirotecnici e giochi di luci… Che rosicata!), ma LSimon mi intima di dirvi che lo show di Carpenter Brut (pseudonimo del musicista darksynth francese Franck Hueso), è stato magico. Un’apoteosi di layer sonori e luminosi, fino a creare il climax perfetto, con brani come Leather Temple, Night Prowler e Disco Zombi Italia e l’ormai classica chiusura con la sua rivisitazione di Maniac di Mike Sembello. Non posso e non voglio aggiungere altri dettagli, primo perché le ferite per essermelo perso sono ancora in via di guarigione, secondo, perché potremo vederlo presto in Italia nel suo tour a novembre, in quel di Milano. Qualora voleste salutarmi, farmi qualche domanda o magari – perché no? – anche insultarmi (specialmente dopo aver letto questa classifica), potrete trovarmi lì (salvo catastrofi nucleari).
PALEFACE SWISS

A mio gusto personale, La Sorpresa per antonomasia di questa edizione del Brutal, con la L e la S maiuscole. Li seguo e li tengo d’occhio da un po’, specialmente dopo averli visti l’anno scorso al Rockstadt in Romania (di cui potete trovare il resoconto qui su RockOn). Mi avevano incuriosito, perciò avevo già deciso di segnarmi il loro show sul piano ben studiato che io e Luca abbiamo orchestrato prima di arrivare al festival. È bastato il primo brano in scaletta per farmi venire in mente una famosa citazione di Leonardo Di Caprio: “Signori, avevate la mia curiosità… Ora avete la mia attenzione”. In un solo anno, il miglioramento nella presenza scenica è aumentato esponenzialmente, con il frontman e cantante Marc “Zelli” Zellweger che ha ulteriormente innalzato il suo livello di presenza scenica sul palco, sia dal punto di vista canoro che dell’interazione con il pubblico. L’alchimia un po’ scanzonata fra i componenti originali della band (Zelli, il chitarrista Yannick Lehmann e il bassista Tommy Lee), è – per quanto mi riguarda – una nota di colore molto positiva. Ma il vero valore aggiunto, secondo noi, è stata l’inclusione nel gruppo del batterista Luigi Paraventi, astro nascente brasiliano del drumming (uno a caso, che ha sostituito solamente un certo Mario Duplantier dei Gojira in un paio di date del loro recente tour nordamericano, non esattamente roba da poco…), che ha portato ancor più furia e precisione alla performance già di alto livello dei Paleface. Brani come Nail to the Tooth, Best Before: Death e I Am a Cursed One sono un certificato di brutalità assoluta e Luigi contribuisce a renderle ancor più massicce di quanto già non fossero. La scaletta è stata granitica e devastante (in senso buono), e il pubblico ha risposto alla grandissima, pogando, surfando durante tutto il live e dando vita ad un Wall of Death da record mondiale durante Best Before: Death. Il tutto sottolineato da un muro visivo di effetti pyro, fiammate e giochi di luci estremamente scenografici, magistralmente eseguiti a tempo di musica. Personalmente, non ho dubbi: i ragazzi hanno un futuro luminoso davanti.
WARDRUNA

Uno dei miei gruppi preferiti di questi ultimi anni. Non solo per le performance live a cui ho assistito, quanto per la filosofia e il concetto che sta dietro questo progetto musicale. Il collettivo, nato da una costola dei Gorgoroth, di Einar Selivk e Lindy-Fay Hella, prende a piene mani dalla cultura norrena del passato e la riporta in vita sui palchi di tutto il mondo, ricordando a tutti che non sono necessarie tecnologie fantascientifiche per fare grande musica: bastano molte voci, tanti strumenti acustici, sia antichi che moderni, per eseguire la stregoneria perfetta. Anche stavolta i Wardruna (lett. “Guardiano dei Segreti”) hanno compiuto il loro rito magico, portando al Brutal Assault un’atmosfera intima, riflessiva e ricca di introspezione, solo apparentemente in contrasto con il metal estremo che ha reso famoso il festival su scala internazionale. Una performance resa ancora più spettacolare dai giochi di luci calde (con il predominio del rosso e del giallo, per rievocare il fuoco e il falò attorno ai quali ci si radunava anticamente per raccontare storie), dalle ombre giganti dei musicisti proiettate sullo sfondo (quasi a richiamare le pitture rupestri), ma soprattutto dalla fortezza: un ambiente perfetto per la musica del gruppo ambient/folk norvegese, che quella sera ha richiamato un fiume in piena di persone. Non ne sono sicuro, ma ad occhio direi che è stata l’esibizione più vista e partecipata di tutto il festival. L’highlight dello show per me è stato indubbiamente il discorso di Einar prima del magnifico brano che ha chiuso la setlist, Helvegen, nel quale il cantante ha sottolineato l’importanza di cantare insieme, di raccontare storie, di imparare dal passato ciò che stiamo dimenticando nel presente. I Wardruna hanno fatto cantare tutti, chi più e chi meno, chi meglio e chi peggio, ma non importa: ciò che importa – e che è evidente a chiunque abbia voglia di prestare ascolto – è la forza prorompente e dirompente della musica, anche di quella apparentemente più intima e tranquilla, che fa stare bene insieme.
BODY COUNT feat. ICE-T

Veniamo alla mia nota dolente. Al nervo scoperto. Alla ferita aperta. All’… Avete capito. Avevo dei video stupendi di questo show, perduti per sempre, come lacrime nella pioggia. Non posso certo dire che il live dei Body Count non sia stato clamoroso: caotico, frenetico, divertente, musicalmente violento, di fortissimo impatto scenico e sonoro. E non lo dirò. Anzi, è stato talmente caotico che non mi sono nemmeno accorto di non avere più il telefono in tasca. Questo dovrebbe bastare a farvi capire che delirio ci fosse davanti al palco Sea Shepherd durante la performance del rapper Tracy Lauren Marrow (più conosciuto come Ice-T) e compagni, con il loro hardcore metal a tinte crossover. L’attesa trepidante del pubblico prima dell’ingresso della band era talmente forte che si poteva quasi toccare e, una volta cominciato lo show, nel pit non c’è stato un attimo di respiro né di pausa, con persone ovunque, anche e soprattutto sopra ad altre persone. Indubbiamente uno dei mosh pit più devastanti in cui mi sia mai ritrovato, non in questo festival, ma in tutta la mia vita. Una setlist pensata per “distruggere” fisicamente gli spettatori, con brani come Manslaughter, Talk Sh*t, Get Shot, The Purge e Cop Killer, oltre ad un paio di cover, fra cui Raining Blood degli Slayer. Anche visivamente, con gli abiti che richiamavano allo stile delle gang di Los Angeles e il simbolo della band che è una citazione a quello degli Oakland Raiders del football americano, l’impatto è fortissimo. Come pure l’intesa fra Ice-T, Ernie C, Lil’ Ice (il figlio di Ice-T) e gli altri membri del gruppo… Un continuo “botta e risposta” fra di loro, con tanto di effetti pratici e scene recitate. Una performance che rispecchia la musica dritta, diretta e tematicamente violenta, che racconta tratti della vita di chi l’ha scritta: non posso parlare per gli altri, ma quando Marrow ha spiegato che lui sa davvero – al contrario di noi fortunati – cosa significa “essere metal” e “being hardcore” perché a Newark (New Jeresy), e a Los Angeles la gente doveva stare attenta alle pallottole quando andava in giro per i quartieri… Qualche brivido sulla schiena l’ho sentito.
ALCEST

Altro progetto musicale francese in questa top, dopo Perturbator e Carpenter Brut. Evidentemente, oltralpe c’è un terreno estremamente fertile per chi abbia voglia e necessità di sperimentazione nel panorama della musica extreme di ogni genere. E gli Alcest sono forse uno dei grandi nomi, fra i più in voga e più rappresentativi di questa wave: Neige (pseudonimo del polistrumentista francese Stéphane Paut), è il punto di riferimento per il genere blackgaze (un blend fra black metal e shoegaze), di cui è stato pioniere con la sua band. Sfortunatamente non posso darvi molti dettagli sul loro live, dal momento che quella sera mi trovavo al Lost&Found, scosso e incazzato per aver appena perso tutti i dati degli ultimi mesi, per cui mi baso sul racconto che mi ha fatto Luca per tentare di spiegarvi ciò a cui lui ha assistito (con un’enorme dose invidia e giramento di huevos, mentre scrivo): con il loro stile musicale spiccatamente post-black e – per l’appunto – blackgaze, gli Alcest hanno dipinto un quadro sonoro, uno show altamente emotivo, dalle forti atmosfere oniriche e quasi fiabesche con brani come Sapphire ed Écailles de Lune – part 2, ma anche più malinconiche con Kodama e Autre Temps. Un live che ha coinvolto e convinto tutti i presenti (“ma porca tr…!”), sicuramente fra i migliori del Brutal Assault (“ma vaff…!”). Fate in modo che vengano presto in Italia, perché altrimenti rischio seriamente di impazzire.
DEAFHEAVEN

rimanendo nell’ambito del blackgaze… Avete presente quella sensazione di vuoto totale nel petto? Quanto sentite di non avere più nemmeno un briciolo di energia, dopo aver vissuto un momento incredibilmente felice o particolarmente intenso ed emozionante, che vi ha tolto il respiro, come su una giostra? Ecco, quello era il mio stato psico-fisico dopo aver assistito al live dei Deafheaven. Inizialmente non comprendevo la scelta di far esibire una band con un seguito sempre più importante sul palco Obscure anziché su uno dei due main stage, ma anche quella si è rivelata perfetta: con la natura a fare da sfondo e il tramonto a colorare il panorama con le mura della fortezza, non poteva esistere scenografia migliore per lo show del gruppo californiano. George Clark è stato una dinamo, sempre in movimento costante, con una presenza vocale e scenica da paura. Era ovunque, saltando e incitando il pubblico, prendendosi anche la libertà di scendere a cantare in mezzo al pubblico numerosissimo, dando il cinque e abbracciando tutti quelli nelle prime file durante Dream House: un frontman sempre più padrone del microfono, del palco e del pubblico. Ma la parte più emotiva, stordente, devastante e psichedelica è indubbiamente quella armonica e melodica, dipinta dalle intricate atmosfere strumentali superbamente intessute dalle chitarre di Kerry McCoy e Shiv Mehra e dal basso di Chris Johnson, sospinta dal drumming intenso, vario e frenetico di Daniel Tracy. La loro intesa dal vivo crea un muro sonoro, l’equivalente musicale di trovarsi davanti a Lucio Fontana che squarcia in diretta un quadro di Friedrich: bellissimo, stupefacente, ma anche emotivamente straziante. La chiusura della setlist con Winona è stato il pugno nello stomaco finale, che mi ha lasciato stordito per diversi minuti. La sensazione è che ci abbiano davvero fatto entrare tutti nel Deaf-paradiso.
BLEED FROM WITHIN

Ed eccoci finalmente giunti all’ultima (non certo per importanza), voce di questa classifica, con quello che per noi è stato uno degli show più belli, più divertenti e più coinvolgenti di questa edizione del Brutal. Sono almeno 12 anni che cerco di vedere i Bleed From Within dal vivo (da quando avevano vinto il premio “Best New Band” dei Metal Hammer Awards, nel 2013), e questa è stata l’occasione perfetta. La band metalcore scozzese capitanata da Scott Kennedy è in costante crescita, sia sul lato musicale e artistico, che del numero di fan, di pubblico e di ascolti. La motivazione è evidente: sono una macchina da guerra sul palco, con una formazione stabile e ben rodata, in grado di “deliverare” performance memorabili. I riff di chitarra prominenti di Craig “Goonzi” Gowans e Steven “Snev” Jones (anche voce “clean” del gruppo),sono sorretti magistralmente dalla sezione ritmica formata dal talento di Ali Richardson alla batteria e dal groove di Davie Provan al basso: è evidente soprattutto nei brani più massicci come I Am Damnation o In Place of your Halo (con le cornamuse ad arricchire il muro sonoro). La setlist ha inevitabilmente ruotato molto attorno al loro album Zenith, pubblicato nel 2025, che a mio avviso ha portato un ulteriore salto di qualità nel sound e nel songwriting della band, ma anche l’impatto dal vivo è stato devastante, con brani come God Complex che hanno mandato il pubblico su Marte a furia di crowdsurfing e circle pit. L’impatto scenografico, sottolineato da un ampio uso di effetti pirotecnici che hanno contribuito a riscaldare una giornata già estremamente calorosa, è stato incredibile. Anche l’outfit di Kennedy con il suo kilt nero è una scelta azzeccata e apprezzata, che sottolinea e risalta l’essenza del gruppo. Insomma, è stata un’esibizione studiata ed eseguita alla perfezione, accolta alla stragrande da tutti. L’interazione costante e la genuinità di Scott Kennedy nei confronti del pubblico sono un manuale d’uso per qualsiasi frontman di ogni genere. Ma, in generale, la genuinità, l’umiltà e l’intesa mostrata da tutti i membri dei Bleed From Within sono il vero punto di forza, quasi tangibile: la sensazione è quella di assistere ad un concerto di amici, che vogliono divertirsi fra di loro e far divertire chi li sta ascoltando. L’highlight dello show, secondo noi, è stato il momento di The End Of All We Know, con la magnifica voce di Hannah Boulton (presenza ricorrente nella discografia dei BFW, annunciata e acclamata da Scott come nuovo membro permanente del gruppo): un inno metalcore che si è abbattuto sulle mura della Fortezza e ha fatto vibrare la terra e i cuori del Brutal Assault. Nel finale, si prendono una standing ovation meritatissima.
Sipario.
Questo è quanto, per il momento: speriamo che abbiate apprezzato questa classifica in ordine sparso e il nostro tentativo di dare un ordine compiuto, perché non è stato facile fare alcune scelte e decidere come e cosa raccontare. Qualora aveste dei complimenti o delle critiche da sottopormi, potete scrivere direttamente alla mail trvemetaldudesucks@myopinion.net o contattarmi sul mio profilo MySpace.
Rimanete collegati per la nostra TOP 8 delle novità più interessanti del festival (molto soggetive), arriva subito…
A presto!
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
