Sette anni possono essere un lampo o un’eternità. Per Paola Turci hanno rappresentato il tempo necessario a tornare con un album che affonda le mani nei sentimenti e nelle sue crepe. La genesi di Amore a dismisura, in uscita il 2 ottobre, è una domanda antica e pericolosa: quanto si può amare prima che l’amore cambi volto? E a quanto pare di cose su questo tema ne ha da dire, Paola. Dopo aver riaperto il dialogo con il pubblico attraverso Vita mia, la cantautrice romana si immerge tra passione e ossessione, tra cura e possesso, tra la voglia di restare e la necessità di salvarsi. Turci mette a nudo fragilità, resistenza e rinascita, trasforma le ferite in canzoni e ci regala un pezzo della sua vita cercando di raccontarsi, sperando di essere capita. È un’artista in grado di mostrare le debolezze. Ora più di prima. Come dimostra questa intervista.
Cominciamo con Vita mia. C’è un verso in cui dici: “Mi presento adesso, sono io, sono vera”. Quindi chi è oggi Paola Turci? Il pubblico cosa non ha ancora conosciuto di te?
Io sono quella di sempre, in ripartenza. Ho parlato tanto di rinascita dopo l’incidente, dopo un po’ di guai che ho avuto, ed era vero, c’era una nuova vita da affrontare e da riorganizzare.
E adesso?
Qui c’è semplicemente una ripartenza. Sono stata un po’ assopita, un po’ in pausa, un po’ ferma. Però sono sempre io. E sono vera.
C’è stato un momento preciso in cui hai sentito il bisogno di ricominciare da te stessa?
Sì, dal giorno in cui sono ritornata a casa, a Roma. Perché sai, ho passato un po’ di anni in Toscana. E solo quando sono tornata a Roma ho ritrovato me stessa e, automaticamente, tutto il resto: le mie amicizie che avevo un pochino abbandonato, il mio quartiere, Testaccio. Qui se manchi da un po’ e ritorni, ritrovi gli amici, il negoziante ti saluta e ti chiede: «Ma che hai fatto fino adesso?». È un ritrovare la tua la tua vita di sempre con qualcosa di più, con qualcosa di nuovo.
Ok, ma hai ritrovato te stessa?
Sì, forse mi sono un po’ perduta… una domanda non facilissima per me, però penso di sì, credo di non essermi mai davvero persa. Forse mi sono soltanto messa in pausa.
E in quel momento di pausa, cosa ti mancava di più di quella Paola?
Be’, non lo sapevo, non potevo saperlo, ma sicuramente poi, dopo, è emerso e mi mancava molto. Mi mancava casa, mi mancava stare con le mie cose, ma non quelle materiali: casa come rifugio, casa come il tuo ritrovo. A me non piacciono le ripartenze, le rinascite.
E quella che stai vivendo allora come possiamo definirla?
Mi piacciono molto i capitoli nuovi. Quindi questo è, forse, un ennesimo capitolo: c’è sempre qualche cosa di nuovo che accade, una sensazione che illumina, che sorprende. È successo a me.
Cioè?
Non ho scritto per cinque anni. Per l’ultimo disco che ho fatto, Viva da morire, ero un po’ una supervisor, quindi non l’ho sentito così bene.
E invece Amore a dismisura?
Come sono tornata, due mesi e l’ho scritto. Anzi, ho composto molto di più del materiale messo nel disco.
Che cosa è successo?
Una nuova luce mi ha illuminato.
Cosa ti ha dato questa luminosità, questa luce da dove arriva?
È l’aria che si sente, che respiro, che prima non respiravo. Semplicemente quello. Probabilmente è il ritrovare gli amici, che sembra una banalità, ma è qualcosa da mettere a fondo sul voler bene, sul chi ritrovi, sul come ritrovi, ti fa riflettere. Mi piace non dare per scontato. Ecco, forse questa luce è stata proprio il fatto di non dare per scontato alcune cose che, forse, a un certo punto ho dato per scontato.
Dopo tanti anni di carriera, è stato più difficile trovare parole nuove o il coraggio di dire le parole più vere?
Niente è stato difficile, davvero. Mi trovavo nello stato d’animo, nella condizione di aprirmi davvero, di non mentire. Perché prima che succedesse tutto questo ero in una fase abbastanza pessimista, un po’ rassegnata dall’idea della musica, di come si faceva la musica, di quello che si doveva essere per fare musica, dei diktat e delle regole che bisognava seguire per farla.
Poi?
Una sera sono stata invitata alla presentazione, a parlare proprio del libro La musica è un lampo di Stefano Senardi. C’era ancora Ernesto Assante e c’era Francesco Motta. Forse ho detto qualche cosa riguardo al fatto che la musica fa fatica, al fatto di essere ancora artisti. E invece i discorsi di Senardi e di Motta mi hanno ridato forza, il coraggio di esprimermi, la voglia di farlo e da lì è scattato qualcosa. E sono andata a ruota libera.
Quindi com’è questo album?
Mi assomiglia, lo vedo, lo sento, mi assomiglia. Forse la canzone che mi assomiglia di meno rispetto alle altre è proprio Vita mia.
Motivo?
La canzone nasce da Veronica (Lucchesi della Rappresentante di Lista, ndr), dal nostro incontro prima ancora che dalla sua penna. È una canzone reale, vera, non costruita, non pensata per qualcosa, con un’idea astratta. Quindi è biografica, non autobiografica, perché c’è pure la storia di Veronica. La condividiamo ed è stato molto bello ritrovarsi, conoscersi: quando è arrivata questa canzone è stato emozionante. Il disco ha il mio suono, la mia penna e mi ci sono ritrovata totalmente.
Come ti è sembrata Veronica?
Stupenda. Il primo aggettivo è stupenda. Poi coraggiosa, lieve, delicata, ma molto combattiva, determinata. È un’artista, una musicista, sorprendente.
Come mai?
Non pensavo riuscisse, in così poco tempo, a pensare e realizzare una roba del genere, una canzone così completa.
C’è una canzone che in qualche modo, proprio perché ti appartiene molto, ti ha messa in soggezione quando la scrivevi?
Non ho proprio la soggezione quando scrivo, quando canto.
Quando ce l’hai?
Quando parlo, quando racconto. Le canzoni si interpretano come uno le vuole interpretare. Io sinceramente avendole scritte non ho dubbi.
L’Amore a dismisura del titolo è l’amore che hai ancora da dare?
No. È la misura della non misura.
Spiega un po’…
È un voler toccare gli estremi. L’accezione non è sempre come dice Sant’Agostino «la misura dell’amore è amare senza misura».
E com’è?
Qui si toccano degli estremi: c’è una dismisura che non è più amore, che passa a un altro colore. A volte il rosso dell’amore può essere rosso sangue, no? O un colore che dà il senso del possesso. Ci sono varie tipologie di amore. La title track è una locuzione molto istintiva.
La cover del singolo Vita mia ti vede molto sorridente. Mentre invece nelle altre cover avevi sempre un’immagine seriosa. È come se volessi comunicare che, finalmente, sorridi.
Sono tutte e due le cose, sai? Mi piace questo dualismo. Poi c’è anche un’altra cover, quella delle prime mille copie dell’album. È simile, però è diversa, perché le prime mille copie, in genere, le compra il mio pubblico, chi mi segue, chi non vede l’ora di ascoltare il disco.

Sei soddisfatta del risultato?
Quando ho sentito i primi mix mi dovevi vedere: avevo la testa dentro il computer e per 35 minuti non l’ho alzata. Ma ti rendi conto? Ho trattenuto il respiro e, quando ho finito di ascoltarlo, ho respirato. Forse è la prima volta che mi capita un’emozione del genere. Ho scritto subito a Ivan Rossi, con cui ho prodotto il disco e che l’ha arrangiato. È stato bellissimo.
Ci sono duetti in questo disco o sei tutta in solitaria?
C’è un’altra voce, ma non svelerei di più.
Almeno un indizio.
Ci sono collaborazioni importanti.
Nella scrittura?
Sì.
Se dico Sanremo cosa rispondi?
Che il primo pensiero sincero è lontanissimo, anche se non lo è. E penso a Stefano De Martino.
Lo hai sentito?
No, non ci conosciamo… semmai si farà vivo con la casa discografica, con la BMG.
Ma ti piacerebbe tornare? Tante volte in questi anni si vociferava di una tua partecipazione. Erano boutade perché in realtà non ti sei neanche presentata o ci hai provato?
Certe volte faccio finta di presentarmi e non mi presento. Oppure faccio in modo di non venire considerata. Quando non sono convinta succede così. Sanremo funziona soltanto se sei veramente certa, allora succede, altrimenti non succede.
Quest’anno ti vorresti presentare?
Allora, ho scritto delle canzoni, ho ancora canzoni non inserite dentro l’album perché forse non c’entravano nemmeno. Però non lo so ancora, è presto per dirlo. Non so neanche la direzione artistica che strada prenderà: magari ne percorre una diversa, dove non ci sono.
Ma ti piacerebbe esserci?
A me piacerebbe, mi piace quella specie di inferno lì. Mi piace lavorare, soffrire, faticare, stancarmi, provare, avere quell’adrenalina. Amo tutto di Sanremo. Prima non mi piaceva, poi l’ho fatto tante volte e adesso sì, è divertente. Cioè no, aspetta, no, divertente no.
Ah no?
È una sfida con te stessa, è una challenge pazzesca con te stessa e se trovi il momento giusto è bellissimo. Se non è proprio il momento giusto non bisogna farlo. Anche per lungo tempo.
Qualcosa nella tua carriera da non rifare?
Rifarei tutto perché è stata bella fino a qui.
Una scelta, magari impopolare, che rifaresti altre 100 volte?
I primi dischi da Candido a Ritorno al presente sono assolutamente impopolari, però bellissimi. Soffrono lo scolorire del tempo musicalmente, come produzione, quello sicuramente, ma la composizione e la scrittura sono attualissimi: erano molto avanguardisti per quegli anni lì.
C’è stato un momento in cui hai pensato di lasciare la musica?
Questo album esce dopo sette anni ed è la prima volta che succede. Quindi istintivamente penso sempre a un disco nuovo, ma sempre d’istinto penso non smetterò mai di cantare.
Una delusione lavorativa che ti ha bruciato parecchio e qual è stata?
Non me le ricordo nemmeno, sai?
Questa risposta è un tantino paracula.
Sicuramente c’è da qualche parte nella mia memoria qualcosa, però non me la ricordo. Qualche no ricevuto, forse, ma veramente sono rari. Forse non volevo fare qualcosa che poi ho dovuto fare, tipo qualche feste di piazza, ma sono stupidaggini.
Arriviamo alla questione identità. Ho letto una tua intervista in cui dicevi che la parola “lesbica” viene ancora usata da molti come un’offesa. Perché secondo te nel 2026 c’è ancora questa difficoltà nel guardare un amore senza etichette, anche alla luce dei fatti di cronaca?
Mentre facevi la domanda pensavo «Che cosa vecchia questa». Però hai perfettamente ragione. È una questione culturale, non c’è niente da fare. È un retaggio da sradicare, ma che ancora non si leva. Per lo stesso motivo le donne vengono picchiate dagli uomini perché li vogliono lasciare o fanno del male alle persone gay. È proprio una sottocultura che non abbiamo tolto. Noi artisti lo sappiamo perché parlando, cantando, raccontando cerchiamo in qualche modo di mostrare cosa ha valore culturalmente, no? E invece le istituzioni si muovono poco e nelle scuole non c’è la voglia, non si sente il bisogno di lavorare su questi temi e non solo su questi. Pure l’educazione sesso-affettiva è fondamentale: siamo ancora con alcune realtà molto tristi da dover vedere.
Tu sei un’artista che a un certo punto si è esposta, perché abbiamo visto le foto con la tua ex compagna, Francesca Pascale. Prima non avevi mai parlato della tua sfera intima. Fermo restando che ognuno decide e valuta il momento giusto per fare determinate scelte, qual era la motivazione? Prima non hai mai tirato fuori la sfera intima perché, in qualche modo, pensavi potesse danneggiare la tua carriera?
Assolutamente no. Semplicemente penso che le scelte della mia vita privata riguardino me. E non devo raccontare, spiegare e far vedere niente. Mi hanno molto criticato per questo. Se fosse stato per me, se avessi potuto decidere, la mia ultima relazione, diventata poi pubblica, assolutamente non sarebbe mai venuta fuori. Mai.
Motivo?
Non c’è bisogno. Io in questo sono assolutamente d’accordo con De Gregori. Però lui non parla di questioni private, parla di questioni pubbliche.
Foto: Fabrizio Cestari
Restiamo su questo tema. De Gregori ha detto di provare sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello lo lascia abbastanza indifferente. È giusto, secondo te, che un artista si esponga a livello politicamente e su determinati argomenti caldi della società oppure no?
Intanto De Gregori dice una cosa: che l’arte, le canzoni durano nel tempo, i proclami no. C’è anche una sua coerenza in questo.
Ma…?
Diciamo che in un momento storico come questo, è difficile dire una cosa del genere, però trovo assolutamente difendibile la sua posizione artistica. Forse l’ha comunicata in un modo un po’ così. Però è De Gregori: bisogna approfondire sempre quello che dice, che pensa. Non è così spicciolo e rapido nelle sue considerazioni.
Cosa ti commuove oggi?
Proprio ritornando al discorso di De Gregori, questa non distanza dalle questioni, questo scendere in piazza a me piace. Mi ha molto emozionato essere tutti insieme in piazza per difendere persone innocenti, per difendere un popolo che rischia di essere spazzato via in modo così violento. L’immedesimazione, la compassione, questo mi emoziona, mi emoziona sempre.
La cosa che hai impiegato più tempo a perdonarti?
L’essere stata cambiata dagli eventi fisicamente: la cicatrice me la sono perdonata dopo tanto tempo. Così come l’aver sbagliato per l’ennesima volta, insomma. Gli errori che si fanno correndo il rischio.
Ti riferisci, immagino, al matrimonio, all’ultima relazione.
Sì, in generale sì. Anche ad altre cose però.
Esempio?
Forse qualche disco di meno avrei potuto farlo.
Quindi se potessi rincontrarti quando hai vinto Sanremo negli emergenti, che cosa diresti a Paola?
Le farei proprio la filippica, sai, le attaccherei una pippa peggiore di quelle che attacco alle mie nipoti.
Cosa le diresti, nello specifico?
Sii femminista fino in fondo.
C’è una ferita invece che non si è mai chiusa del tutto, ma con la quale ha imparato a convivere, ad abitarla in qualche modo?
Forse il rapporto con mia madre, però insomma, qui lo dico e qui finisco.
Mi potresti accennare a qualcosa?
Be’, incomprensioni, sempre lotte, lotte continue, grande amore, ma tante incomprensioni.
E mamma come ha vissuto questo amore finito così?
Guarda, in realtà più che mamma è proprio una cosa familiare: sono molto più discreti di me. Quindi quando mi ritrovo sui giornali, quando racconto qualche cosa un pochino si dispiacciono.
Senti, io sul matrimonio con Francesca Pascale non ti ho chiesto quasi nulla perché quando parli della Toscana penso ti riferissi a quello. Immagino che quello che dovevi dire l’hai detto.
Non c’è altro da dire, non c’è proprio altro da dire.
Chi è oggi Paola Turci?
Una ragazza fortunata, una persona che ha sempre più voglia di vivere.
C’è un sospeso con una persona che non c’è più a cui chiederesti chiarimenti?
Mi viene in mente soltanto mio padre.
E cosa gli diresti?
Gli chiederei se è vero di lassù, voglio sapere tutto.
Sei credente?
Sono credente, credo in un rapporto che ti costruisci tu. Non ho avuto le visioni, io.
