In un’epoca di bulimia fotografica, dove siamo quotidianamente bombardati da una quantità spropositata di immagini destinate il più delle volte a vivere il tempo di uno scroll, pare impossibile che ci siano stati anni in cui una foto in bianco e nero, scattata quasi per gioco, poteva diventare prima la copertina di un disco e poi, grazie a quella, una delle immagini più iconiche tra quelle legate a un’epopea trasfigurata nel mito: quella del punk. La foto è quella scattata da Roberta Bayley ai Ramones e poi usata per il loro disco di debutto, ma è solo una delle tante fatte ai protagonisti di quella scena, di cui Roberta non è stata semplicemente testimone ma parte integrante, vivendo giorno per giorno accanto a chi frequentava il CBGB’s, il locale di New York che ha visto svilupparsi il cuore del punk americano degli anni ’70 e in cui lei lavorava come ragazza alla porta.
Ora 50 di quegli scatti compongono la mostra “Roberta Bayley: The Ramones, CBGB’s and New York City” che dal 17 giugno al 6 luglio si svolgerà nelle sale del MarTa, il museo archeologico nazionale di Taranto. Una prima nazionale la cui inaugurazione, con la partecipazione della stessa Bayley, sarà uno dei momenti più importanti della prossima edizione del Medimex, l’International Festival & Music Conference promosso da Regione Puglia e Puglia Culture. In attesa di incontrarla di persona abbiamo raggiunto Roberta Bayley telefonicamente.
Vorrei iniziare dall’oggi: quando hai scattato quelle foto avresti mai immaginato che 50 anni dopo sarebbero diventate un pezzo di storia da esporre in un museo?
Assolutamente no. Immaginavo solo che alcune delle band che vedevo avrebbero avuto successo, pur non avendone la certezza. Quando intorno al 1974 ho iniziato a vedere le band al CBGB’s si poteva avvertire tutta la loro ambizione e la voglia di successo. Ma all’epoca, se togliamo i New York Dolls, che avevano già un loro pubblico, un contratto discografico e avevano girato l’Europa, nessuna band newyorchese si era ancora affermata.
Nessuna sembrava avere reali possibilità?
Speravo che i Television, i Ramones, Blondie, i Talking Heads ce la facessero. Ma non è stato così per diversi anni anni. Patti Smith si è fatta notare con Because the Night nel 1978, i Blondie per passare in radio hanno dovuto aspettare il 1980 e lo ci sono riusciti grazie a un pezzo disco, non erano davvero punk-rock. E i Ramones non sono mai passati per radio e non hanno mai venduto molti dischi. Ma sono ancora qui, la gente ne parla, e penso abbiano avuto una grande influenza sul rock and roll. Per la maggior parte del tempo in cui ero coinvolta nella scena punk, questa non stava sfondando negli Stati Uniti, aveva molto più peso in Inghilterra.
A questo proposito, prima di arrivare a New York tu, californiana, all’inizio degli anni ’70 ti sei trasferita a Londra dove per un breve periodo, nel 1973, hai lavorato da Let It Rock per Malcolm McLaren e Vivienne Westood, che poi sarebbero stati protagonisti della rivoluzione punk inglese. Hai mai avuto la sensazione che stesse per accadere qualcosa di grande?
Per nulla! All’epoca non c’era nessuna scena musicale in corso… Avevano un negozio di abbigliamento e vendevano vestiti, tutto qui. Malcolm non gestiva nessun gruppo e non era coinvolto nell’industria musicale. Ma quando poi è venuto a New York, nel 1974 e 1975, ha colto subito la scena che stava nascendo al CBGB’s. Ha visto i Television con Richard Hell e ha capito che c’era qualcosa di diverso: vestiti logori e strappati, capelli corti e spettinati, spille da balia. Prima ha tentato di reclutare alcuni musicisti newyorkesi, tra cui lo stesso Hell, per portarli in Inghilterra. Ma poi, tornato a Londra, decise di formare il suo gruppo con ragazzi ancora più giovani e plasmabili. Ed è da lì che vennero i Sex Pistols.
Debbie Harry e Joey Ramone nel 1977. Foto: © Roberta Bayley 2026
Nel 1974 ti trasferisci a New York. Come sei finita al CBGB’s a fare la ragazza alla porta del locale?
Sono entrata al CBGB’s grazie a Richard Hell, di cui ero la ragazza. Arrivata a New York non conoscevo quasi nessuno e da appassionata di rock avevo iniziato a frequentare i club, e così avevo conosciuto Richard. Lui era il bassista dei Television che suonavano al CBGB’s ogni domenica sera. Così lui mi ha presentata e sono finita a sedere alla porta dove chiedevo 2 dollari che andavano alla band. Ed è così che sono diventata parte della scena.
A quel punto però non avevi ancora una macchina fotografica professionale. Cosa ti ha convinto a comprarne una?
È stato nel novembre del 1975. Avevo un certo interesse per la fotografia, ma non avevo mai pensato di diventare una fotografa professionista. Lavorando al CBGB’s vedevo che quelle persone e quelle band erano molto interessanti e avevano bisogno di foto. Così ho cominciato a fotografare le band che erano essenzialmente miei amici, senza far pagare nulla. Probabilmente mi ingaggiavano proprio per questo, all’epoca nessuno aveva soldi… Ma gli affitti erano bassi in quel quartiere, quindi ci si arrangiava.
Il CBGB’s nasce come locale di country, bluegrass e blues. Come mai è diventato il quartier generale del punk?
In realtà non è mai stato un club di country e bluegrass, quella era solo l’idea del proprietario Hilly Kristal. Poi un giorno mentre stava preparando il cartello della serata fuori dal club si sono presentati i Television chiedendo di poter suonare lì la domenica sera. Il loro manager Terry Ork lo convinse spiegando che avrebbero portato gente senza che lui dovesse pagarli. Io sedevo alla porta a chiedere 2 dollari che andavano alla band.
Hilly Kristal ha avuto fiuto nel dare spazio a questa nuova realtà o è stato un colpo di fortuna?
Hilly lasciava suonare chiunque scrivesse musica originale. A dire il vero detestava i Ramones, pensava fossero orribili, ma disse lo stesso: proviamo. Pian piano capì che c’erano moltissime band che non avevano un posto dove suonare la loro musica. I bar volevano la top 40. Così nel 1975 organizzò un grande festival con le cento migliori band che non avevano un contratto. Uscirono dal nulla, erano tutte lì, senza un posto dove suonare tranne il CBGB’s.
Il senso di fratellanza tra quelle band era reale o sotto sotto c’era più rivalità?
La competizione c’era, ma non puoi odiare qualcuno quando nessuno guadagna niente. Le persone si prestavano gli amplificatori, erano amichevoli. Devo dire che l’unica eccezione era Patti Smith: pensava di essere un gradino sopra gli altri, la regina di tutto. Non era molto amichevole con gli altri, forse perché aveva avuto un po’ di successo prima del CBGB’s e considerava quel posto come un passo indietro. Però è stata fondamentale: il club ha iniziato ad attirare sempre più gente quando lei e i Television, dopo che Richard Hell se ne era andato, fecero diverse settimane suonando quattro sere a settimana. La cosa iniziò ad attirare la stampa e sempre più pubblico e lì è nato il mito.
La foto dei Ramones scattata per la rivista ‘Punk’ e poi finita sulla cover del primo album. Foto: © Roberta Bayley 2026
Il CBGB’s oggi non è più un locale, ma un brand. Ti sembra fedele a quello che era davvero quel posto?
Era un posto per migliorarsi suonando davanti alla gente senza pressioni. Tutti i vari musicisti venivano a controllare le nuove band. Parliamo di un gruppo ristretto di persone, una ventina, trenta nelle serate migliori. Ma le band si sviluppavano, socializzavano, si scambiavano idee. Io ci sono stata solo fino al 1978, poi i gruppi che conoscevo cominciarono ad avere contratti discografici e a suonare in posti più grandi lasciando spazi a nuovi artisti. Il locale ha continuato a evolversi mantenendo però quella politica della porta aperta, l’idea di offrire una chance a tutti. I primi gruppi punk inglese arrivati negli Stati Uniti sono andati subito a suonare lì, ma anche Madonna ci ha suonato agli inizi. E così è sopravvissuto fino al 2003 circa, il che è già insolito. In genere i locali notturni nascono e muoiono con il loro periodo di riferimento. I Beatles suonavano al Cavern Club, e il Cavern Club non è durato cinquant’anni.
Tra le tante foto che hai scattato una ti ha cambiato la vita, quella poi finita sulla copertina del primo album dei Ramones: come è nato quello scatto?
Quella foto non era stata scattata per essere una copertina. Stavo lavorando per la rivista Punk e avevamo bisogno di fotografie per l’interno del terzo numero, che aveva una grande intervista ai Ramones. Prima abbiamo fatto delle foto nel loft di Arturo Vega, il designer che ha realizzato il loro logo. Poi siamo usciti per fare alcuni scatti con la luce naturale. C’era un parco giochi diroccato l’accanto, con muri di mattoni, cemento, recinzioni a rete. È lì abbiamo scattato. Johnny non voleva nemmeno me per quel servizio, disse «ma non possiamo prendere un fotografo vero?». Ma quelli di Punk vollero me. E questo contribuì a creare una situazione rilassata, quasi familiare.
E come è successo che da servizio per una rivista è diventata la copertina del disco?
Alla Sire Records non piacquero le foto del fotografo professionista che avevano ingaggiato. Erano disperati perché il disco stava per uscire. Girarono da tutti i fotografi che avevano fotografato i Ramones, guardarono i miei provini e scelsero quella foto. In un certo senso mi ha cambiato la vita. Quella foto incarna i Ramones in modo così totale che è l’immagine che tutti hanno in testa. Ne sono molto orgogliosa. Una delle cose più belle: durante una partita di baseball americana, gli speaker radiofonici stavano parlando dell’anniversario del primo concerto dei Ramones e hanno detto «e la copertina del loro disco è stata scattata da Roberta Bailey». Quando i Ramones finiscono sui Simpson o vengono citati durante una partita di baseball, allora sei davvero parte della storia, della cultura.
Hai lavorato a stretto contatto con Blondie per un anno. Come descriveresti Debbie Harry?
Debbie è una persona molto dolce e generosa. Non è aggressiva, non comanda a bacchetta nessuno. È consapevole della sua bellezza e la usa con grande effetto, ma la prende come un dato di fatto, senza sfoggiarla. È anche una musicista e un’autrice di valore, la gente spesso non pensa al fatto che molti dei testi dei Blondie sono stati scritti da lei. Ho frequentato il mondo del rock and roll da quando ero una ragazzina e ho incontrato molta gente. La maggior parte è abbastanza a posto, ma Debbie è una delle migliori. Si merita tutto il successo che ha avuto.
Debbie Harry. Foto: © Roberta Bayley 2026
C’è uno scatto che avresti voluto fare e che non hai fatto?
Non posso dirtelo. Era una persona molto famosa che stava dormendo nel mio letto e ho pensato: se scatto… ma poi non l’ho fatto. Dovrai indovinare chi era.
C’è qualcosa della New York di quegli anni che non è mai stato raccontato davvero?
Tutti dicevano che New York stava andando a pezzi, che la criminalità era alta, che fosse un posto orribile. Io non lo pensavo affatto. Pensavo fosse il posto più bello in cui fossi mai stata. Ci sono arrivata per caso, avevo un biglietto di sola andata, volevo uscire da Londra e pensavo di tornare in California. Invece ho scoperto di amare davvero New York. Vivevo in un quartiere di immigrati da cui molti se n’erano andati man mano che avevano avuto successo, lasciando affitti bassissimi e ristoranti economici. Quando hai 20 anni è l’ambiente perfetto, non devi lottare, hai tempo libero per essere creativo. Ed è per questo che ha prodotto una cosa come il CBGB’s e la scena artistica dei primi anni ’80. Lo stesso era vero a San Francisco con Haight-Ashbury. La povertà può avere aspetti positivi per gli artisti. Oggi tutto è così costoso, tutto è riservato a una certa classe di persone. E purtroppo sta peggiorando ogni giorno.
A metà degli anni ’80 hai smesso di fotografare. Perché?
Ho perso interesse poco a poco. Per tutta la mia carriera avevo fotografato persone che conoscevo, amici, gente che mi piaceva. L’idea di ricevere incarichi su persone che non conoscevo non mi entusiasmava. L’ultimo lavoro significativo è stato con Mary Weiss, la cantante delle Shangri-Las, il leggendario gruppo femminile degli anni ’60. Dei miei amici la convinsero a incidere un disco dopo quarant’anni di silenzio e lei mi richiese specificatamente. Fu un’esperienza meravigliosa. Per il resto avrei voluto fotografare Prince e Madonna, ma a parte loro, poche altre persone mi interessavano davvero. E loro erano diventati famosi troppo in fretta. L’industria musicale era cambiata, tutto era diverso.
Roberta Bayley oggi. © Roberta Bayley 2026
Oggi tutto viene fotografato in tempo reale. Cosa si perde in questo eccesso di immagini?
Si perde la qualità dell’immagine, certo. Ma si perde anche il tempo che una band ha per svilupparsi. Quando la scena di Seattle esplose, le case discografiche erano lì immediatamente, non c’era tempo per la musica o per l’artista di maturare pienamente. Ora le persone hanno accesso a tutto troppo in fretta. I fotografi di musica che preferisco erano perlopiù degli anni ’60, quando i fotografi facevano parte della scena stessa. Non andavi in un grande studio da uno sconosciuto, conoscevi le persone. È per questo che quelle foto sono migliori.