Nextones, Val D’Ossola, 16-17 luglio. Le sagge pietre del futuro-passato-presente
Si parte giovedì alle 2 del pomeriggio da una Milano già deserta da settimane, e si parte male, malissimo, nel modo più italiano possibile. Guasto sulla linea Milano-Torino, tutti i treni cancellati, distrutti, polverizzati, tre ore su un Italo che avanza come una portantina secentesca e intorno famiglie olandesi con lo zaino tecnico, ragazze di Basilea con il pass del festival già al polso. Il paradosso, si capirà dopo, è tutto qui. Si viaggia verso uno degli eventi italiani più emotivamente ingegnerizzati dell’estate (oltre all’ormai quasi patronale Lost, nel Labirinto della Masone a Parma, concluso trionfalmente da poco), un festival che mette Helena Hauff e Autechre – in traduzione, ci arriviamo – dentro una cava di granito. Sempre che sei riuscito ad arrivarci. Fantasy contro reality, prima ancora di approdare in valle.
Perché l’area, va detto, è stranissima, almeno per noi. Un grande triangolo del nord che frequentiamo da sempre, ma sempre seguendo vettorialità diverse da questa. Da Milano partono i treni per Locarno o per Basilea, tutti infilati nello stesso tableau e a un certo punto dell’imbuto compare un luogo dal nome misterioso, Gravellona Toce, che suona come un personaggio minore dell’Orlando furioso e invece è il termine di una nota stecca autostradale che parte fin da Genova. Qui intorno succede tutto. La Val d’Ossola è quella terra di mezzo (nel senso proprio del termine, tolkeniano ma non meloniano) dove l’Italia sfuma nella Svizzera senza avvisare, dove le insegne cambiano lingua a metà, dove da secoli si cava la pietra. Il marmo di Candoglia, per dire, quello con cui è fatto il Duomo di Milano, viene da qui, scende da queste pareti da 600 anni, e la Veneranda Fabbrica ne è ancora oggi concessionaria perpetua per grazia viscontea. Poi i boschi, gli uccelli, e una popolazione di presenze che definire fauna sarebbe riduttivo: marmotte, stambecchi, più una quota non meglio quantificabile di druidi. Giuro.
Da Domodossola (di qui passa il Sempione, di qui si sale verso Briga e poi giù fino a Ginevra), parte anche la Vigezzina-Centovalli, il trenino panoramico che d’autunno diventa il Treno del Foliage, versione nostrana e boschiva dei grandi espressi svizzeri attraverso i ghiacciai, e che d’estate arranca lo stesso, quando funziona, perché naturalmente ogni singola linea della zona risulta interrotta in questo stesso mese, e il rito del bus sostitutivo si celebra qui con la solennità di una processione. Si scende, si sale, si aspetta. Intorno, cave ovunque, pareti tagliate a vivo, archeologia industriale della pietra.
In una di queste cave, a Oira, frazione di Crevoladossola, sta il cuore di tutta la faccenda. Si chiama Tones Teatro Natura ed è, tecnicamente, una quinta di granito abbandonata, la ex Cava Roncino, trasformata in teatro, due palchi incastonati nella roccia, con gradinate che guardano la parete, il fiume sotto, la montagna sopra. Dal 2019 la Fondazione Tones on the Stones e Threes Productions (quelli di Terraforma, per capirci, la scena milanese più chic e anche più picky sul fronte musica-ecologia) ci fanno Nextones, che nel giro di pochi anni è appunto diventato uno dei festival di ricerca ricercati (in tutti i sensi) d’Europa, con un albo d’oro che comprende Richie Hawtin, Caterina Barbieri, Squarepusher, Nicolás Jaar per violoncello ed elettronica. Quattro giorni, dal 16 al 19 luglio, campeggio sul prato e nel bosco, bagni nel fiume gelato, sapone ecologico obbligatorio, e un programma che si apre giovedì sera alle Terme di Premia con un babà chiamato Hydromantique, sessione di ascolto subacqueo di Michela de Mattei con Palm Wine, quattro diffusori immersi in vasca, un’anfora di terracotta sommersa al centro come un organismo dormiente, e il pubblico invitato a entrare in acqua e ad ascoltare da sotto, in un rituale collettivo che tiene insieme le storie sommerse, la parola, frammenti di repertori musicali lontanissimi. Si galleggia in varie sfumature di luce (notte compresa) in una piscina termale di montagna ascoltando voci che arrivano dall’acqua. E subito dopo l’arpista Miriam Adefris, con quel cassone lì più elaborazione elettronica, suona per corpi ancora bagnati e avvolti negli accappatoi.
Foto: Dimitri D’Ippolito
Cominciare un festival così significa dichiarare subito il registro: incantamento, con metodo. Il metodo, peraltro, si estende alla logistica, che è di un rigore elvetico applicato a un contesto da saga nordica. Campeggio sul prato sotto la cava (il Next Camp, coordinate satellitari fornite con precisione balistica), pre check-in obbligatorio con documento, braccialetti gerarchici, divieto assoluto di fiamme libere e di mobili in legno (sic), colazione dolce dalle 9 alle 11, food truck, e la regola aurea per cui ci si sciacqua nel fiume con la boccetta compostabile, distribuita al desk come un’ostia. Chi ha il pass del campeggio ha pure lo sconto del 30% alle terme. Provate a immaginare un festival italiano di dieci anni fa con questo livello di cura. Non ci riuscite, e infatti c’è gente che ha attraversato mezza Europa per venire a dormire in tenda tra il muschio. Sesso? Sì, ma acquattato, come micelico.
Il venerdì mattina si sale a piedi verso Ghesc, e qui il fantasy si fa serissimo. Ghesc è un borgo medievale abbandonato nel bosco sopra Montecrestese, pietra su pietra, che la Fondazione Canova ha trasformato in un villaggio-laboratorio dove si insegna l’arte del recupero abitativo con la calce, il legno e le pietre. Cantieri-scuola, studenti di architettura da mezzo mondo, tetti in piode rimessi in opera come si faceva nel Quattrocento. Qui, in questo luogo risorto, dormono i dj. Letteralmente. Gli artisti del festival alloggiano tra queste case di pietra riaperte una a una.
Il pomeriggio, altra camminata nouveau-scout, altro incantesimo: gli Orridi di Uriezzo, gole scavate dai ghiacciai e dall’acqua in millenni di pazienza, un canyon in miniatura di rocce levigate e curve impossibili. Dentro questa cattedrale geologica, l’americano Shane Parish esegue alla chitarra acustica, fingerstyle, il repertorio degli Autechre. La musica più digitale, cerebrale e sintetica degli ultimi trent’anni tradotta in legno, corde, dita e risonanza di pietra, con gli echi che rimbalzano sulle pareti e il decadimento naturale del suono che diventa parte della partitura. Chi scrive ha visto molte cose, diciamo, e questa sta nel podio stagionale delle più cinematografiche.
Foto: Dimitri D’Ippolito
Poi c’è il popolo. Perché il pubblico di Nextones è una nazione a parte, un incrocio tra il rave colto mitteleuropeo e lo escursionismo da funghetti, e infatti a un banchetto del merch parallelo si vende una linea di magliette piena di elfi e di uccelli, disegnata benissimo, legata a una radio comunitaria di Torino (“Togethercore”, il bellissimo motto), e molti di quelli che lavorano tecnicamente al festival vengono appunto da lì, che come è noto è la città esoterica per eccellenza e che qui sembra avere trovato la sua colonia estiva alpina, la sua Rivendell di servizio. I druidi di cui sopra, appunto. Ragazzi bellissimi con tatuaggi runici che montano impianti audio da guerra, ragazze con le trecce e la radiolina che coordinano le navette. L’identità visiva del festival, firmata quest’anno dalla fotografa Rachele Daminelli, va nella stessa direzione: macro di insetti, texture di roccia, flora minima, la valle raccontata come organismo vispo.
Qui conviene fermarsi un attimo e nominare la cosa, perché la cosa ha un nome preciso, come già detto: fantasy contro reality. Da un lato l’incantesimo integrale, i borghi medievali risorti, gli strumenti inventati, i canyon glaciali, gli elfi sulle magliette, le marmotte che fischiano davvero nei prati alti, un mondo che sembra disegnato da un artista con formazione ruskiniana. Dall’altro la realtà italiana in tutta la sua gloria: i treni cancellati, i bus sostitutivi, i cantieri eterni, i gestori che si rimpallano le colpe, l’infrastruttura di un Paese che tratta il proprio nord alpino come una periferia remota.
Il festival vive esattamente su questa faglia, iniziatica, e chi arriva ha la faccia di chi ha attraversato qualcosa. I festival inglesi vendono da decenni la parola journey come metafora aziendale. Qui il journey è letterale, e costa due ore e mezza di bus non annunciato.
Foto: Dimitri D’Ippolito
C’è una parola che continua a tornare, in tutto questo, ed è la parola insieme. Ascoltare da sotto l’acqua, insieme. Camminare un’ora nel bosco per sentire un flauto-corno, insieme. Ballare fino alle 3 in una cava, insieme, e la mattina dopo fare colazione allo stesso tavolo di legno. È la stessa parola che regge le arene romane del Cinema in Piazza che abbiamo appena raccontato la settimana scorsa, i festival di paese risorti, tutte le migliori cose di questa estate italiana, la risposta seria, forse l’unica, alla situazione attuale, al 2D digitale di ogni esperienza condivisa. Un concetto antico e insieme organicamente politico, che qui assume una forma nuova, quasi biomimetica. Si sta insieme come un bosco, come una parete di roccia colonizzata dai licheni, ognuno attaccato all’altro senza smettere di essere sé. Togethercore.
Intorno, il resto del regno, perché la Val d’Ossola non è una valle ma un sistema di valli, un delta rovesciato che raccoglie Formazza, Antigorio, Vigezzo, Anzasca, ognuna con il suo dialetto, il suo santo e la sua pietra. C’è pure il Monte Rosa, la più himalayana delle Alpi, 4600 metri di muro glaciale piantati sopra i tetti. Stambecchi al pascolo, memoria dello sci estivo sui ghiacciai (oggi ridotti al lumicino, e anche questo è fantasy contro reality, reality che purtroppo vince), i Walser e le loro case di legno annerito, arrivati qui dal Vallese nel Duecento e mai più ripartiti. La valle sfocia da un lato nel traforo del Sempione, l’ottava meraviglia del 1906, e dall’altro precipita verso il Lago Maggiore, che è l’altro emisfero di questo piccolo pianeta.
Il ritorno, sabato, diventa infatti una discesa dantesca e insieme una crociera involontaria. La linea Domodossola-Milano è ovviamente devastata pure lei, un viaggio che diventa un’odissea. Autostop fino a Domodossola (grazie, ragazzo del furgone con i sub-woofer), poi due ore e mezza di bus sostitutivo fino ad Arona, la città del San Carlone, il colosso di rame di San Carlo Borromeo alto 35 metri dentro cui si può salire come dentro un cavallo di Troia controriformista, e infine un favoloso regionale che promette Porta Garibaldi per le 18:40. Sei ore in totale – va bene, quattro e mezza effettive – comunque un viaggio interamente onirico. Però dal finestrino del bus, e poi del treno, il premio, il Lago Maggiore, dello stesso identico colore del fiume lasciato la mattina, i motoscafini, le piccole vele, i traghetti bianchi con le bandierine, le tre bandiere svizzera austriaca francese che sventolano insieme sugli imbarcaderi, e poi le isole. Le Borromee, le superville, gli alberghi enormi e un po’ spettrali della belle époque, le sedie di ferro sulle terrazze.
Un’altra visione, l’ultima, quella dell’arcipelago, del ritiro, della comunità di nuovo, della partenza e dell’arrivo, dell’esilio, di un certo monachesimo dorato. Come se tutta la zona, dalla cava techno al borgo dei dj dormienti fino alle isole dei principi, declinasse da tre secoli la stessa domanda: come si sta al mondo, appartati e insieme? Non ho una risposta, ho un’immagine. La parete della cava illuminata, la gente che balla dentro la montagna, gli stambecchi più su, i treni fermi più giù. Un’immagine del futuro, se il futuro avrà almeno un sentire non dico tanto, ma almeno pacato.
Bad Bunny, Ippodromo La Maura, Milano, 18 luglio. Qui piovono enormi spade di cristallo
E proprio quando l’infinita tradotta, che ricordava certi passaggi, certi passi dolomitici o alpini attraversati una volta alla fine dell’Ottocento, giungeva a Milano, lì cambiava tutto, perché un enorme popolo colorato, fatto di gonne di paillettes, di cappellini finto tradizionali di paglia portoricani, di corpi maschili molto torniti uniti a ragazzone non completamente in forma (ormai si può dire, dai), di quintetti di giovani signore mature che però avevano studiato ritmi sudamericani tutto l’anno da anni, si dirigeva verso l’Ippodromo della Maura. Un pubblico che, nelle sue diverse forme, si potrebbe definire di cosplayer latino: occidentali, orientali e latini stessi.
L’Ippodromo della Maura è un grande mistero delle venue milanesi, un luogo di disgrazia. È lontano da qualunque cosa, non ha nemmeno la comodità di San Siro, per quanto tecnicamente meno caldo, meno afoso; non ha ovviamente, come venue da 40, 50, 60.000 posti, la bellezza e la naturalità per esempio del Circo Massimo di Roma, che è nato per questo. È un luogo circondato da palazzotti, palazzotti che da sempre, da una decina d’anni e anche più, accusano tremori simili a terremoti dagli impianti dei concerti più importanti d’Europa. È rimasta leggendaria qualche anno fa la telefonata ai vigili di Eugenio Finardi, il cantautore, che li chiamò avvisandoli di un terremoto. Proprio lui che aveva fatto gli anni ’70 addirittura a Parco Lambro.
Alla Maura si accede dopo un cammino infinito da stazioni della metro comunque scomodissime, ed è priva di qualunque forma di accoglienza, per quanto l’organizzazione abbia fatto il massimo perché questo potesse essere chiaro; ma anche la segnaletica dava dei problemi non da poco, e tutto veniva affidato a un vagabondare afosissimo dentro un terreno urbano, uno sprawl privo di qualità e a volte incastonato con antiche cascinette messe a posto. Pubblico peraltro eterosessuale, fatto ormai piuttosto raro, perlomeno nella piazza milanese. Gente da tutt’Italia.
Se Nextones è un piccolissimo festival internazionale, il concerto di Bad Bunny rappresentava invece il trionfo dell’estate per regionalità di ogni genere: molto fitti i romani, molto fitti i toscani, ma accenti da tutto il Paese, dal Cilento a Napoli, molta Roma. Molto faticoso il meccanismo dei token, delle file incredibili per andare a prendere panini estremi o semplicemente un po’ d’acqua; circolava inutilmente, come neanche allo stadio, gente con frighi di polistirolo con solo birra e basta. Vabbè.
Foto: Gaia Menchicchi
Nonostante tutto l’inizio è stato bruciante, perché il teatrino in piena luce alle 8 e mezza ha annunciato l’arrivo di Bad Bunny, il quale, bisogna dire la verità, non era particolarmente in forma. Probabilmente travolto dal successo del giorno prima, ma anche stanco e basta, faceva faccette di finto ringraziamento e di finta prostrazione nei confronti del pubblico. Molto poca politica applicata al ritmo, nonostante il pugno chiuso dei coristi, che come nella struttura classica delle orchestre stavano in terza fila, con una seconda fila data da fiati e strumenti e poi una pletora di musicisti.
Il concetto? Semplice, all’inizio: niente scenografia, perché la scenografia era stata affidata a un periplo itinerante all’interno del concerto stesso, e quindi si presentava con una forte nudità, eccessivamente sottolineata dalle riprese, eccessivamente professionali a loro volta, fino al punto da generare un controcircuito. Impossibile non guardare solo lo schermo infinitamente migliore rispetto a ciò che si vedeva nella realtà, molto più qualitativo e in formato scope fin troppo ben fatto. Tra le riprese dalle tinte pastello e lo show televisivo in livestream che riproduceva appunto Bad Bunny, anzi Benito, eccoli lì gli sparuti condomini e un cielo troppo carico. Considerato poi che dal lungo campo arato, in questo caso dal trattore tritura-corpi (che poi eravamo noi), solo uno spettacolo televisivo senza quinta ed esacerbato in maniera graduata a tratti fumé.
La prima parte verrà per fortuna rimborsata, e non solo per il tempo: dato l’assetto estremamente tradizionale, che è sì quello dell’ultimo album del cantantone portoricano, ma male eseguito, l’insieme non si avvicina nemmeno lontanamente alla precisione, alla dinamicità, alla capacità di costruire strutture pneumatiche attraverso ritmo, percussioni, per esempio i fiati, che ne so, di salseri come i leggendari Fania All Stars. E lo dico perché tre giorni prima il concerto di Bruno Mars – altrettanto vintage e tradizionale – aveva invece dimostrato una capacità di esecuzione clamorosa, compresa la possibilità di fare esperienza in modo mirabile di un set perfetto della Las Vegas dell’inizio degli anni ’80. Qui non era questo: si stava preparando, evidentemente, qualcos’altro.
Resta il fatto che del concerto si è fatto solo il primo capitoletto introduttivo, dove Bad Bunny, che qui è solo Benito, butta la questione della casita in vacca. Se la questione è la democraticizzazione di un discorso politico-musicale nazionale, la forza umile del lavoro, la casita-casa contadina in un concerto così non è nulla di più di una vip lounge. Sotto la grandine, senza i riflettori, tra cascine rifatte a gated community e condomini a torre isolati, la casita viene come riportata di senso.
Proprio in quel momento in cui, con la fatica di avere finalmente raggiunto i token, i vassoi di cartone portatili riuscivano a far arrivare ai pochi assetati le soffertissime bevande fresche, e si ammiravano alcune nuvole-bomba che giravano per il cielo sopra il concerto; proprio in quei momenti in cui qualche hit era stata fatta e iniziavano ad arrivare i ballerini, alcuni ospiti non particolarmente di prim’ordine, cose di questo genere; anzi, iniziavano a salire i ritmi vagamente, finalmente digitali: beh, lì si è interrotto tutto, con un annuncio che dava una tempesta in arrivo che sarebbe durata 10 minuti, per cui si invitava a non evacuare l’area, a sopportare la bomba liquida e ad attendere la ripresa del concerto.
Sì, è vero, è arrivata la tempesta per davvero, nel frattempo: a un certo punto una massa scura hanno completamente coperto tutto lo stage, e lì i gadget, le magliette eccetera hanno preso un’altra funzione. Sono saltati fuori dagli zainetti degli strani teli per coprire le emergenze, quelli dorati e argentati; ombrellini, niente, soprattutto niente. I gadget, il merch hanno assunto la funzione di parapioggia. Ma a un certo punto è scoppiato uno spettacolare, enorme nubifragio. E nello stupendo enorme nubifragio si è solidarizzato, si è parlato con questo, con quello: da dove venite, ci date un posto sotto il telone, ma che succede, che carini che siete. È stato un momento bellissimo, per cinque minuti.
Se non fosse che a un certo punto, quando evidentemente la situazione non marcava bene, è arrivato un secondo annuncio che invitava a evacuare. Parola molto pericolosa, cui è seguito un momento di incredibile civiltà da parte delle persone. E un’enorme massa di gente, nel nostro caso divisa in una sorta di due fiumi (perché nel frattempo si stavano formando dei torrenti o delle paludi vere e proprie, a terra), è con passo giusto uscita dall’area. Ed è proprio qui che è scoppiata una grandine mai vista, fatta di palle da tennis e di cristalli molto grossi, acuminati. Devo dire attutita dai teli, per chi ce li aveva, e dallo strafottersene di avere l’acqua marrone fino alla mezza caviglia, dentro fiumi a questo punto furibondi che scorrevano in mezzo.
Durante l’esodo degli 80.000, comunque, non si è visto dolore (tranne per i feriti leggeri, sia detto): se c’è stato era nascosto, lo spirito era bello alto, i cellulari continuavano a riprendere. Una volta nelle strade, il fiume di persone entrava nei giardini privati in cerca di riparo, cacciato dalle urla dei proprietari alle finestre, che non facevano il paio con lo spirito di comunione che si era formato. E a questo si è aggiunta un’esplorazione infinita, perché ci sono volute le ore per uscire da un quartiere misterioso. Non funzionavano, a causa dell’enorme quantità di gente, i geolocalizzatori, e quindi si è andati a caso, insieme a quasi tutti non milanesi, verso un destino comune che si presentava mano a mano sempre più possibilmente ignoto, perché ancora più nuvole con fulmini erano di fronte a noi. Cioè: abbiamo sbagliato di nuovo la direzione, siamo andati in bocca alla tempesta. Che stavolta ci ha graziato.
A un certo punto, come in un’apparizione, l’astronave della stazione bus di Lampugnano, quella da cui partono i FlixBus per mezza Europa, è risultata una possibilità reale. Ancora una volta acqua, collettività e togethercore. Che vorrà mai dire?
G8 2001-2026, Genova, 19 luglio. No Regrets
E poi c’è stata domenica pomeriggio la manifestazione per i 25 anni dal G8 del 2001 e dall’uccisione di Carlo Giuliani, il 20 luglio 2001, di cui ricorre oggi l’anniversario. La raggiungo col FlixBus, appunto, per non mettere piede su Trenitalia. Una tiritera di non-fermate. Pazienza. In questo caso si è trattato di fatto di un altro tipo di reenactment, di una rimessa in scena. Sembrava in qualche forma una rievocazione storica piuttosto impressionante, come se i 25 anni, anche semplicemente in termini estetici o di ciò che veniva detto, non fossero trascorsi. Qua e là alcuni segnali: una maggiore presenza naturalmente del CALP, specie dopo le straordinarie intemperanze di Riccardo Rudino anche durante la commissione comunale (è quello del “Blocchiamo tutto” ai tempi della Flotilla e che avevamo intervistato). Questo contro le opposizioni in aula mentre per tentavamo di bloccare delle disposizioni contro lo scambio e la movimentazione di armi in porto. Risultato? Si è andati quasi alle mani.
Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
È brutto dirlo, ma si intuisce: non è né fitta, né smilza la manifestazione e, seppur in ritardo di due ore, presenta appunto dei caratteri molto bizzarri, avendo anche delle grosse bandiere di Rifondazione Comunista all’inizio (partito da tempo fuori dall’arco parlamentare). Sono molte le magliette identiche “Genova antifascista”. Non ci sono schieramenti di polizia, in apparenza, cosa confermata dagli ordini di scuderia interni a stare molto quieti, preceduti da un notevole lavoro di intelligence/Digos preventiva. Buonista o quasi l’approccio, mai innocente. E così il corteo del 2001 può riavvenire proprio lungo lo stesso corso Gastaldi, attiguo a piazza Alimonda, dopo 25 anni. Ridottissimo nei ranghi, senza sbarramenti, un po’ di fumogeni di fronte al luogo dell’uccisione di Giuliani.
Non ci sono riferimenti alla questione governativa, se non in maniera molto leggerina, se non in maniera molto poco incisiva. Non sono moltissime le bandiere palestinesi. Viene applaudito un ragazzo che fa una microscopica scritta antifa su un pannello di un negozietto. È una pacificazione eccessiva, specie se si tiene conto di ciò che realmente accadde 25 anni fa, cioè dell’incredibile violazione dei diritti civili che lacerò corpi e menti in quella occasione, contro ogni carta dei diritti umani internazionali, ad iniziare naturalmente dalle zone franche, che franche non furono: gli ospedali, le carceri, le stesse autoambulanze, gli ospedali. Un po’ questo enorme dolore, che si è trasformato col tempo anche nel trauma delle persone che furono trascinate in caserme di mezza Italia, sembra essersi dissolto in questa festicciola che a tratti assomiglia, per paradosso, proprio alle feste improvvisate che si sono viste seguire, alla Maura, alla débâcle meteorologica di Bad Benito Bunny.
Che dire? Non è vero che il tempo non è passato: è passato eccome. Il tempo vede una vita largamente peggiorata rispetto al 2001, vede l’esacerbarsi di tutte le dinamiche che allora furono messe in piedi, e quindi questi cori ed esultanze studentesche poco hanno a che vedere con il reale presente. Per paradosso, naturalmente, è la cosa meno contemporanea che si sia vista in questo momento. Eppure ci parla di un frangente, sempre togethercore che poteva accendersi anche in quel caso, che fu cercato in ogni modo e forma, ma che fu schiacciato a gomitate che rompevano i denti, e non certo i bozzi e i lividi della grandinata dell’altro giorno. Stasera, old but gold, suoneranno persino gli Assalti Frontali ai Giardini Luzzati. In versione AI? Speriamo.