Rovereto (Trento), Campana dei Caduti – 1 giugno 2026
Articolo di Serena Bressan
Ci sono concerti che puntano all’esplosione. E poi ci sono serate come Poplar Utopia – The Afterglow, che scelgono invece la persistenza della luce prima e dopo il tramonto. Il bagliore che rimane sospeso nell’aria quando tutto sembra essersi già consumato.
Nella cornice solenne della Campana dei Caduti a Rovereto (TN), memoria, silenzio e paesaggio diventano parte integrante dell’esperienza musicale. Alle 21.30, come da tradizione, i 100 rintocchi di Maria Dolens chiudono i concerti e avvolgono il pubblico in una dimensione sospesa, quasi rituale. Una chiusura perfetta per The Afterglow, il format di Poplar Utopia che invita all’ascolto, alla contemplazione e alla riscoperta dell’essenziale.
In questo scenario carico di significato, si incontrano due figure centrali della musica italiana contemporanea: Iosonouncane e Alberto Ferrari, l’anima inquieta dei Verdena. Un accostamento che non nasce soltanto dalla qualità dei rispettivi percorsi artistici, ma anche da una storia condivisa che, nel corso della serata, riaffiora in modo quasi naturale attraverso le canzoni stesse. Non è infatti un caso che vengano eseguiti tutti e quattro i brani legati allo storico Split EP del 2016: Alberto Ferrari apre il proprio set con Tanca, reinterpretazione della celebre canzone di DIE, mentre Iosonouncane propone Diluvio, la rilettura del brano di Endkadenz Vol. I dei Verdena, pubblicata nello stesso progetto. A completare idealmente il cerchio, arrivano poi Carne, eseguita dall’autore sardo, e Identikit, riportata sul palco dal compositore bergamasco.
Lo Split EP nacque da una reciproca stima artistica e dalla volontà di attraversare il territorio creativo dell’altro: i Verdena scelsero di confrontarsi con Tanca e Carne, tratte da DIE, mentre Iosonouncane rilesse Diluvio e Identikit dall’universo di Endkadenz. Un dialogo musicale raro e sincero che, a distanza di dieci anni, continua a produrre nuove risonanze e rende ancora più significativo ritrovare Iosonouncane e Alberto Ferrari nella stessa serata, seppur attraverso percorsi solisti, maturi e profondamente personali.
Quello del primo giugno a Rovereto non è stato un semplice doppio concerto. È stato piuttosto un attraversamento di paesaggi emotivi e naturali, una serata costruita sulla sottrazione e su riarrangiamenti cesellati, sul suono, sul silenzio e sul vento, oltre che sul peso specifico delle canzoni quando vengono lasciate al pubblico a volte nude, a volte vestite di nero o di bianco, sintesi di tutti i colori.

Alberto Ferrari: il cuore “sulle rocce” dei Verdena
Alberto Ferrari incarna una delle figure più enigmatiche e amate del rock italiano degli ultimi (quasi) trent’anni. Con i Verdena, ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più significative della musica, costruendo un immaginario fatto di psichedelia, tensione elettrica e liriche intime e visionarie.
Il progetto solista, portato anche a Rovereto, non ha rinunciato alla ricerca sonora che da sempre caratterizza il suo percorso. Sul palco, accanto alla chitarra elettrica, una costellazione di pedali, loop station e piccoli amplificatori, è diventata parte integrante della narrazione musicale. Da questi elementi, Alberto Ferrari ha costruito stratificazioni sonore, frammenti armonici e ripetizioni ipnotiche che hanno trasformato ogni brano in un organismo vivo e mutevole.
È una scelta di addizione o di sottrazione? Sicuramente non è stata semplice. Forse (semicit.), una ricerca del suo essenziale che vuole lasciare spazio alla voce, alle parole e ai dettagli più nascosti delle composizioni. Distanziandosi dalla potenza tellurica dei Verdena, ma senza rinnegare la propria natura elettrica, in questo tour solista Alberto Ferrari rilegge il suo repertorio attraverso una dimensione più intima e contemplativa, in cui le canzoni sembrano rallentare il respiro, dilatarsi e rivelare sfumature nuove.
La scaletta racconta molto della direzione intrapresa dal musicista. Più che affidarsi ai classici che il pubblico dei Verdena conosce a memoria, Alberto Ferrari sceglie di attraversare soprattutto le pieghe meno battute della propria discografia, privilegiando composizioni provenienti dagli ultimi lavori e da capitoli spesso considerati di culto solo dai fan più attenti. Una scelta che sembra voler costruire nuova memoria condivisa, anziché limitarsi ad alimentare la nostalgia.
L’apertura con Tanca, la rilettura di Iosonouncane nata dallo Split EP del 2016, assume il valore di un filo rosso che collega la serata. È un omaggio che diventa dialogo artistico, quasi una restituzione affettuosa e rispettosa tra due autori che negli anni hanno imparato a riconoscersi pur parlando linguaggi differenti.

Dall’album Volevo magia, arrivano alcuni dei momenti più intensi del concerto. Chaise Longue, Paladini, la title-track Volevo magia e soprattutto Cielo super acceso mostrano quanto l’ultimo lavoro dei Verdena sia diventato centrale nell’immaginario creativo di Alberto Ferrari: canzoni che rinunciano alla ricerca dell’immediatezza per inseguire una scrittura più libera e visionaria, qui riportata a una dimensione fedele, ma quasi più pronta e confidenziale.
Lo stesso accade con Sci desertico, Identikit e Puzzle, provenienti dal dittico Endkadenz, uno dei punti più avanzati della ricerca compositiva della band bergamasca. In questa veste, i brani sembrano liberarsi delle loro architetture originarie per lasciare emergere dettagli melodici e tensioni emotive che nel passato sono rimaste sommerse.
Non mancano alcune incursioni in territori più familiari. Rossella Roll Over, Badea Blues e Don Calisto vengono accolte con un trasporto immediato dal pubblico, ma senza trasformarsi in esercizi celebrativi: Alberto Ferrari le tratta come materiale vivo, continuamente riscrivibile, sottraendole alla dimensione del semplice repertorio.
Particolarmente toccante Fuoco amico II (Pela i miei tratti), che conserva intatta la sua fragilità dopo oltre dieci anni anni, mentre la geniale reinterpretazione di Airplane dei Beach Boys offre una finestra privilegiata sulle radici musicali dell’artista, ricordando a tutti quanto la sensibilità melodica abbia sempre abitato, anche a volte sottotraccia, l’universo di Alberto Ferrari.
È una dimensione che sorprende tanto chi lo segue da anni quanto chi vi si avvicina per la prima volta. In questo contesto, ogni parola acquista un peso diverso, mentre loop, riverberi e tessiture musicali non servono a riempire lo spazio, ma ad amplificarne la forza espressiva. Ogni pausa, ogni ripetizione, ogni sovrapposizione diventa parte integrante del racconto.
Più che un semplice concerto solista, quello di Alberto Ferrari appare come un’immersione nel laboratorio creativo da cui prendono forma le sue canzoni. Sul palco, si assiste alla costruzione progressiva del suono: frammenti che si accumulano, si rincorrono e si trasformano, mantenendo però sempre al centro l’intensità della composizione e della scrittura.

Il pubblico ha seguito questo viaggio passando da un silenzio quasi sacrale all’esplosione, consapevole di trovarsi davanti a un’occasione rara: osservare uno degli autori più influenti del rock italiano contemporaneo mentre smonta e ricostruisce il proprio universo musicale, in una veste intima e profondamente autentica.
Iosonouncane: la forza della sottrazione
Quando Jacopo Incani sale sul palco, la sensazione è quella di assistere a qualcosa di puro e al contempo speciale. Da anni, Iosonouncane rappresenta una delle figure più originali della musica italiana, capace di costruire un linguaggio personale che attraversa elettronica, canzone d’autore, sperimentazione e ricerca sonora.
Eppure, in questa fase del suo percorso artistico, il musicista sardo sembra voler compiere un gesto quasi opposto rispetto alla stratificazione monumentale di lavori come DIE e, soprattutto, IRA. Chitarra e voce. Nient’altro. Una scelta che, nelle mani di Iosonouncane, non impoverisce ma amplifica. I brani rivelano la forza originaria della scrittura, mostrando la precisione con cui Jacopo Incani riesce a trasformare immagini, memoria e tensione in materia poetica.
Il corpo del reato apre la serata come una dichiarazione d’intenti: il racconto di una provincia sospesa tra inquietudine e disincanto emerge con una nitidezza quasi brutale. Con Buio, una delle composizioni più amate di DIE, la sottrazione esalta il peso delle parole e il senso di smarrimento che attraversa il brano, trasformandolo in una confessione collettiva. Carne, eseguita subito dopo, porta quella tensione ancora più in profondità: è una canzone che sembra interrogare la materia stessa dell’esistenza, il confine fragile tra corpo, memoria e identità, lasciando nell’aria una sensazione di vulnerabilità quasi disarmante. Summer on a spiaggia affollata conserva tutta la sua capacità evocativa, tra nostalgia e straniamento, mentre Novembre assume i contorni di una meditazione sul tempo e sull’assenza, resa ancora più intensa dalla nudità dell’esecuzione.
Particolarmente significativo il passaggio attraverso Diluvio, la reinterpretazione del brano dei Verdena pubblicata nello Split EP del 2016. In una serata condivisa con Alberto Ferrari, quella canzone assume inevitabilmente il valore di un ponte simbolico tra due percorsi artistici che, pur diversissimi, hanno saputo ridefinire il linguaggio della musica italiana. Poi, con Viudas, uno dei capitoli più recenti del percorso di Iosonouncane, emerge invece la sua capacità di continuare a reinventare il proprio lessico musicale senza smarrire coerenza e identità. Torino pausa pranzo riporta poi il pubblico alle origini, a quella scrittura urbana e cinematografica, che già lasciava intravedere l’autore che sarebbe diventato.
Nella parte finale del concerto, l’intensità cresce progressivamente. Giugno si trasforma in una riflessione sospesa tra fragilità e resistenza, mentre Stormi conserva intatta la sua forza visionaria. Sacramento, ultimo brano in scaletta, assume un significato che va oltre la musica stessa. Quando le sue ultime note si diffondono nello spazio della Campana dei Caduti di Rovereto, il pubblico si alza lentamente in piedi e si avvicina al monumento.
Non è il gesto istintivo di chi cerca una visuale migliore, ma qualcosa di più vicino a un rito collettivo. Le persone convergono verso la Campana mentre la musica accompagna gli ultimi istanti di luce, trasformando il concerto in un momento di raccoglimento condiviso. In quel dialogo tra canzone, memoria e luogo, la performance di Iosonouncane trova forse il suo significato più profondo: ricordare che la musica può ancora essere uno spazio di comunità, riflessione e silenziosa partecipazione.
Un formato, quello portato il primo giugno in Trentino da Jacopo Incani, che accompagnerà il nuovo tour acustico estivo annunciato nelle scorse settimane, e che arriva mentre Iosonouncane continua parallelamente il proprio lavoro come compositore per il cinema, il documentario e le installazioni sonore.
Dal vivo, però, tutto torna alla canzone. Le composizioni perdono l’apparato produttivo che le ha rese celebri e mostrano il loro scheletro emotivo. Le parole acquistano una centralità nuova, mentre le melodie emergono con una purezza che spesso nei dischi rimane nascosta sotto le architetture sonore. La sensazione è quella di assistere a una sorta di dialogo diretto tra artista e pubblico, senza mediazioni. Un concerto che non cerca effetti, ma presenza. Anche a Rovereto, Iosonouncane ha confermato ancora una volta la sua capacità di abitare gli spazi intermedi: tra tradizione e avanguardia, tra canzone e performance, tra memoria e visione.

The Afterglow: una questione di tempo
In un’epoca in cui gran parte dell’esperienza live sembra inseguire la spettacolarizzazione permanente, Poplar Utopia – The Afterglow sceglie un’altra traiettoria. Quella dell’ascolto. Quella delle sfumature. Quella del tempo necessario perché una canzone possa sedimentarsi.
Iosonouncane e Alberto Ferrari, pur provenendo da universi artistici differenti, finiscono per incontrarsi di nuovo, dopo dieci anni, proprio qui: nella convinzione che la forza della musica non risieda necessariamente nelle produzioni monumentali, ma nella capacità di creare uno spazio condiviso di attenzione.
E mentre la notte avanza sulla Vallagarina e il profilo della Campana dei Caduti di Rovereto si staglia contro il cielo e le montagne con i suoi 100 rintocchi, il senso della rassegna sembra rivelarsi proprio nel suo titolo: non il lampo, ma ciò che resta dopo. Non l’esplosione, ma il riverbero. L’afterglow. Per ricordarci che, come successe ad Icaro, a volte è pericoloso avere l’ardire di volare troppo vicino al sole.
Alberto Ferrari – La scaletta del concerto di Rovereto
- Tanca (Cover di Iosonouncane da DIE, 2015 – Split EP, 2016)
- Chaise Longue (Verdena – Volevo magia, 2022)
- Sci desertico (Verdena – Endkadenz Vol. I, 2015)
- Caños (Verdena – Requiem, 2007)
- Rossella Roll Over (Verdena – Wow, 2011)
- Identikit (Verdena – Endkadenz Vol. II, 2015)
- Paladini (Verdena – Volevo magia, 2022)
- Badea Blues (Verdena – Wow, 2011)
- Puzzle (Verdena – Endkadenz Vol. I, 2015)
- Fuoco amico II – Pela i miei tratti (Verdena – Endkadenz Vol. II, 2015)
- Airplane (Cover dei Beach Boys da Love you, 1977)
- Volevo magia (Verdena – Volevo magia, 2022)
- Cielo super acceso (Verdena – Volevo magia, 2022)
- Don Calisto (Verdena – Requiem, 2007)
Iosonouncane – La scaletta del concerto di Rovereto
- Il corpo del reato (Iosonouncane – La macarena su Roma, 2010)
- Buio (Iosonouncane – DIE, 2015)
- Carne (Iosonouncane – DIE, 2015)
- Summer on a spiaggia affollata (Iosonouncane – La macarena su Roma, 2010)
- Novembre (Iosonouncane – Singolo, 2020)
- Diluvio (Cover dei Verdena da Endkadenz Vol. I, 2015 – Split EP, 2016)
- Viudas (Iosonouncane – Singolo, 2024)
- Torino pausa pranzo (Iosonouncane – La macarena su Roma, 2010)
- Giugno (Iosonouncane – IRA, 2021)
- Stormi (Iosonouncane – DIE, 2015)
- Sacramento (Iosonouncane – Qui noi cadiamo verso il fondo gelido, 2023)
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
