Palchi mai visti prima, la prima rock band occidentale oltre la Cortina di ferro, stadi esauriti in un’ora. Il Magic Tour fu l’ultimo dei Queen dal vivo, anche se nessuno allora poteva saperlo
Il 10 agosto 1986 il mondo si svegliò senza sapere che i Queen, intesi come live band, erano finiti per sempre. La sera prima, Freddie Mercury e compagni avevano suonato a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, data extra del Magic Tour aggiunta per via delle numerose richieste di biglietti nel Regno Unito, davanti a più di 120 mila spettatori. Ad aprire il concerto, i giovani scozzesi Big Country, esplosi grazie a MTV, e i vecchi amici Status Quo. Per alcuni, si trattò della più grande performance della storia del gruppo. Di certo, nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe anche stata l’ultima in assoluto. Se però, nel giugno del 1985, aveste detto a qualcuno del loro entourage che, solo un anno dopo, la band sarebbe partita per uno dei suoi tour più imponenti di sempre, probabilmente vi avrebbe riso in faccia.
Pochi mesi prima, Freddie Mercury aveva fatto il suo (disastroso) debutto solista, gli ultimi non esaltanti concerti dei Queen erano stati quelli in Australia e Giappone per la tranche finale del Queen Works! Tour e tutti, fuori e dentro la band, davano il gruppo ormai sostanzialmente sciolto. Se non fosse bastato quello, i Queen erano stati inseriti nella lista nera delle Nazioni Unite per aver suonato in Sudafrica, cosa che aveva messo loro contro anche gran parte del gotha della musica mondiale. E ancora, l’America li aveva sostanzialmente banditi dopo la pubblicazione del video di I Want To Break Free. Poi arrivò il Live Aid, con tutto quello che ne conseguì: Mercury e soci dimostrarono a miliardi di telespettatori di possedere ancora quel sacro fuoco che in molti davano perduto per sempre.
Rinfrancata dalla risposta di Wembley e della stampa, che definì senza dubbi di sorta la loro esibizione la migliore dell’evento benefico, la band tornò subito in studio, dando vita a One Vision, che di fatto rappresentò il primo tassello del loro successivo album da studio, A Kind Of Magic. A parte il Golden Rose Pop Festival di Montreux, nel giugno 1986 era quasi un anno che i Queen non apparivano su un palco, e le richieste per un tour della band stavano diventando pressanti. In origine, il 1986 avrebbe dovuto essere un anno di sosta, un po’ come era stato il 1983, perché i concerti del Queen Works! Tour non avevano portato alla band l’iniezione di vitalità di cui aveva bisogno dopo lo stressante Hot Space Tour del 1982. Il Live Aid aveva però cambiato completamente la situazione e i componenti della band erano di nuovo eccitati all’idea di esibirsi davanti a un pubblico, anche perché dopo quell’esibizione erano tornati il gruppo più richiesto d’Europa e del Regno Unito. Così, quando le sedi furono annunciate e furono mesi in vendita i biglietti, la maggior parte degli spettacoli registrò quasi immediatamente il tutto esaurito.
Come per ogni altro tour, la band ristrutturò la setlist includendo nuovo materiale e dando una rimescolata generale ai vecchi brani preferiti dai fan. Soltanto quattro delle nove canzoni del nuovo album furono inserire (One Vision, A Kind Of Magic, Who Wants To Live Forever e Friends Will be Friends), mentre ci furono le inclusioni sorprendenti di In The Lap OfThe God… Revisited e di un rock’n’roll medley acustico comprendente (You’re So Square Baby) I Don’t Care, Hello Mary Lou (Goodbye Heart) e Tutti Frutti. Ad uscire dalla scaletta, invece, furono molti pezzi da novanta del vecchio repertorio, i più clamorosi dei quali furono certamente Somebody To Love, suonata praticamente sempre dal 1976 in poi, e Killer Queen. La band iniziò le prove per il tour nel maggio 1986 ai JVC Studios, saltando solo un giorno che fu dedicato alle riprese del video promozionale per Friends Will Be Friends e a dare un’occhiata al palco che avrebbe utilizzato nelle settimane successive: venti metri di lunghezza, con due ali di tredici metri, che permettevano a Freddie di scorrazzare per quasi duecento metri quadrati. Circa a metà delle prove, Roger Taylor concesse un’intervista alla BBC, facendo un efficace lancio pubblicitario al tour: «A Wembley suoneremo sul più grande palco che sia mai stato costruito, con il più fantastico spettacolo di luci mai visto. Penso che al momento siamo probabilmente la migliore band live del mondo e lo dimostreremo. Nessuno di quelli che verranno a vederci rimarrà deluso», aggiungendo con un pizzico di ironia che l’effetto complessivo sarebbe stato «più grande del concetto stesso di grandezza. Farà in modo che Ben Hur al confronto sembri The Muppets».
Difficile non essere d’accordo con lui: nonostante nella parte finale degli anni Ottanta alcuni tour di U2, Rolling Stones e Pink Floyd avrebbero portato gli eccessi dal vivo a un nuovo livello, ai tempi nessuno aveva mai concepito nulla di simile. Purtroppo, l’America rimase esclusa ancora una volta: le vendite di One Vision e A Kind Of Magic non erano state capaci di riabilitare la band e nessuno aveva voglia di scarrozzare da costa a costa un apparato scenico di quella portata senza la certezza di non perdere un mucchio di soldi. Sorprendentemente, nell’itinerario non vennero inclusi Giappone, Australia e Nuova Zelanda, che secondo voci di corridoio avrebbero però dovuto essere raggiunti all’inizio del 1987. Secondo Brian May, invece, Freddie sapeva che quello di Knebworth sarebbe stato il suo ultimo concerto: «Credo che sia stato da qualche parte in Spagna», spiegava il chitarrista a Classic Rock nel 2003, «Era scoppiata una piccola discussione, e John era abbastanza perplesso su qualcosa, allora Freddie si era girato e aveva detto: “Be’, non farò questa cosa in eterno, questa probabilmente è l’ultima volta”, ed è stata un po’ una cosa che ci ha fatto sobbalzare. Non sapevo si trattasse di una reazione del momento o se avesse qualcos’altro in mente. Credo che sapesse già quello che stava per affrontare». La scelta dei gruppi di supporto fu, come sempre, in linea con la grandeur del tour, comprendendo nomi come Marillion, Gary Moore, INXS e Status Quo. Non a tutti, però, andrò bene: il più delle volte, infatti, il pubblico era così impaziente di vedere i Queen da pensare che il lancio continuo di oggetti sul palco potesse far giungere prima i propri beniamini.
Il tour ebbe inizio il 7 giugno a Stoccolma, accolto da un entusiasmo delirante, anche se lo show era ancora in fase di costruzione: Bohemian Rhapsody giungeva insolitamente nella prima parte del concerto, dopo I Want To Break Free, e Friends Will Be Friends ancora non faceva parte della lista di brani inclusi nella scaletta (sarebbe stata inserita in Olanda ed eseguita per intero solo nelle prime due serate, per poi essere drasticamente tagliata per il resto del tour). Nelle date rimanenti, la setlist standard subì soltanto piccoli cambiamenti. A parte occasionali performance di Big Spender, Saturday Night’s Alright For Fighting, Gimme Some Lovin’ – come le esecuzioni straordinarie, avvenute una sola volta, di Immigrant Song dei Led Zeppelin e della canzone popolare ungherese Tavaszi – la band la eseguiva per intero e senza modificarne l’ordine. Stranamente, comunque, Jailhouse Rock, che nel passato era stata suonata almeno in una data per tour, questa volta non fu mai eseguita.
Gli spettacoli proseguirono attraverso l’Europa per tutto giugno e gli inizi di luglio, prima di giungere allo Slane Castle di Dublino il 5 luglio. Purtroppo, durante lo spettacolo che segnava il loro ritorno sul suolo britannico, i componenti della band furono costretti a fermarsi dopo Seven Seas Of Rhye a causa di una rissa tra ubriachi, che spinse addirittura Freddie ad intervenire in prima persona per calmare la situazione e mostrare la sua disapprovazione. Pochi istanti dopo, Brian fu colpito alla testa da una lattina di birra e per reazione quasi si rifiutò di eseguire i bis. Per fortuna, lo spettacolo della sera successiva a Newcastle upon Tyne andò meglio del previsto, con i biglietti tutti esauriti nel giro di un’ora e i proventi donati al Save The Children. Le due date successive allo stadio di Wembley rappresentarono il vero e proprio ritorno a casa dei Queen, e i relativi spettacoli sono ancora considerati, forse con un pizzico di sentimentalismo, i migliori mai effettuati dalla band. E dire che i due show avevano corso il rischio di essere annullati: il palco prefabbricato dei Queen era talmente enorme che non si riusciva a farlo entrare nello spazio designato; tuttavia, dopo una sostanziale ristrutturazione, la squadra dei tecnici realizzò una soluzione alternativa che funzionò in modo più agevole.
Per questi due spettacoli, durante l’esecuzione di A Kind Of Magic, quattro giganteschi manichini gonfiabili furono lasciati volare per lo stadio come effetto scenico supplementare. Mentre quelli raffiguranti Brian e Roger finirono in mezzo al pubblico, quelli di John e Freddie volarono via fluttuando liberamente, con quello del cantante che andò a finire nel giardino di una sbalordita famiglia a molte miglia di distanza. La prima serata fu parzialmente filmata come test per le macchine da presa in vista della ripresa della seconda, quella che la band aveva designato per ricavarne un album dal vivo un video (il video non sarebbe stato pubblicato fino al 1990, e l’album solo due anni dopo, mentre Is This The World We Created…? dalla prima serata e Hammer To Fall dalla seconda furono inclusi nel dicembre di quell’anno nell’album Live Magic). La seconda serata fu anche trasmessa in simultanea radio e tv l’ottobre successivo, registrando ascolti altissimi e dimostrando che l’idea di farne un prodotto ufficiale era sicuramente quella giusta.
Il punto più alto di quella serie di concerti, però, resta forse quello della data del 27 luglio al Népstadion di Budapest. Quello show rappresentò un momento rivoluzionario: in un periodo di profondi cambiamenti culturali e politici, i Queen divennero la prima rock band occidentale a esibirsi oltre la Cortina di ferro. Vennero venduti oltre 80.000 biglietti e si stima che circa 45.000 persone abbiano ascoltato il gruppo dall’esterno dello stadio; alcuni fan arrivarono persino dalla Russia e dalla Polonia per assistere al concerto. «Per anni, i fan che vivevano oltre la Cortina di ferro avevano potuto ascoltare la musica dei Queen soltanto attraverso cassette illegali», dichiarò Brian May tempo dopo, presentando il video ufficiale della serata. «Ascoltare gruppi rock come il nostro era proibito, quindi vederci esibire dal vivo sarebbe stato impensabile. Questo concerto, durante il quale poterono finalmente venire a vederci di persona e interagire con noi, fu per loro un momento di enorme intensità emotiva, e lo fu anche per noi. Avevamo la sensazione che fosse qualcosa di davvero importante: si percepiva un’energia incredibile. Non ci sarà mai più un evento simile».
La produzione del filmato fu affidata alla Mafilm, con la regia di János Zsombolyai, che coinvolse i più autorevoli direttori della fotografia ungheresi, con macchine da presa dislocate in ogni punto dello stadio e riprese realizzate dall’elicottero. Lo spettacolo fu filmato professionalmente in 35 mm da 17 tra i migliori operatori cinematografici ungheresi. La produzione impiegò 17 cineprese e circa 40 chilometri di pellicola, vale a dire tutta quella disponibile nel Paese. L’intera operazione fu approvata dal governo ungherese, un fatto senza precedenti per uno Stato comunista. Immagini dei Queen e del loro entourage che arrivavano a Budapest in aliscafo sul Danubio furono filmate e poi pubblicate in Live in Budapest, insieme a sequenze video supplementari di ogni membro della band in giro per la città. I componenti della band furono visibilmente colpiti dalla positiva accoglienza ricevuta; per mostrare il loro apprezzamento, dopo Love Of My Life, Brian e Freddie accennarono l’introduzione della canzone popolare tradizionale ungherese Tavaszi Szel Vizet Araszt, con Frddie che leggeva le parole che si era scritto su una mano. Lasciata l’Ungheria, la band si inoltrò in Francia e Spagna, incontrando ancora problemi di programmazione delle date in entrambi i paesi.
La prima apparizione della band a Barcellona fu degna di nota per il fatto che durante un’intervista televisiva, Freddie dichiarò che la sua cantante preferita era Montserrat Caballé e che gli sarebbe piaciuto registrare qualcosa con lei. Nessuno poteva immaginare che quella boutade si sarebbe trasformata un anno dopo in quella follia chiamata Barcelona. La serata di Marbella avrebbe dovuto essere l’ultima del tour, ma le richieste di biglietti per uno spettacolo nel Regno Unito erano così forti che il promoter Harvey Goldsmith aggiunse la data a Knebworth Park. Lo spettacolo fu filmato e registrato per intero e la maggior parte delle canzoni utilizzate per Live Magic vengono da lì. Purtroppo, il sogno dei fan del gruppo di vederlo pubblicato per intero sembra destinato a non avverarsi mai. Lo spettacolo fu funestato dalla morte di un fan degli Status Quo, accoltellato senza che l’assistenza medica riuscisse ad intervenire in tempo per salvarlo. Di contro, una donna in gravidanza diede alla luce il proprio figlio durante lo show. Si trattò del più grande tour dei Queen? Probabilmente no. Alcune date furono certamente meglio di altre (di quelle rese pubbliche, Budapest surclassava sicuramente Wembley) e per cercare la band all’apice della forma bisogna comunque ancora fare rifermento al periodo ‘77-’82, dove la setlist era ancora piena di brani degli anni settanta e Freddie cantava su tonalità onestamente difficili da replicare persino per lui.
Di certo, è quello rimasto maggiormente nell’immaginario collettivo e non è difficile comprenderne i motivi: l’album Live At Wembley ‘86 venne pubblicato ufficialmente nel 1992, in pieno lutto per la scomparsa di Freddie, finendo per trasformarsi nel concerto dei Queen per antonomasia. La cosa certa è che quel tour dimostrò ancora una volta la capacità dei Queen di andare oltre a tutto: ai dissidi interni, alle mode, alla stampa che mai li aveva amati. Proprio nel concerto del 12 luglio a Wembley, durante l’introduzione di Who Wants to Live Forever, Mercury rispose a chi voleva ancora una volta i Queen sul punto di rottura e, indicando il proprio posteriore, disse: «They’re talking from here!». Durante il discorso, Freddie fece poi un commento che si sarebbe rivelato profetico: «Quindi dimenticate quelle voci, staremo assieme finché, cazzo, non saremo morti. Ne sono sicuro».
