Se le cose fossero andate in un’altra maniera, oggi ci ricorderemmo di Geoff Downes come il tizio che suona le note di Video Killed the Radio Star dei Buggles che il 1° agosto 1981 hanno dato il via non solo ai programmi di MTV, ma anche a un’era di storia della musica popolare. E invece i Buggles hanno rappresentato solo il primo passo di un percorso che ha portato Downes a entrare a par parte degli Asia nel 1982 e degli Yes nel 2011 (era già stato con questi ultimi per alcuni mesi nel 1980, dopo aver registrato Video Killed the Radio Star, ma prima che MTV la trasmettesse: sì, è una storia complicata).
Nessun altro tastierista ha suonato altrettanto a lungo con gli Yes. «Chi l’avrebbe mai detto?», dice collegato via Zoom dalla sua casa in Inghilterra. «Ascoltavo gli Yes ai tempi in cui studiavo al conservatorio e mai avrei pensato che un giorno qualcuno mi avrebbe detto una cosa del genere». Poco dopo essersi diplomato nel 1976, Downes ha risposto a un annuncio sul Melody Maker che recitava: “Artista da classifica cerca tastieristi”. Era stato pubblicato da Trevor Horn, che stava mettendo in piedi una band per accompagnare in tour la cantante disco Tina Charles. «Mi ha scelto tra altri 40 tastieristi. Mi ha poi detto che l’unico motivo per cui ha preso me è che ero l’unico a essersi presentato con un Moog».
Finito quel tour, Horn e Downes hanno formato i Buggles e una delle prime canzoni che hanno scritto col chitarrista Bruce Woolley è stata proprio Video Killed the Radio Star che ha segnato l’inizio di una carriera lunghissima. Oggi Downes si divide tra gli Yes, che stanno per pubblicare Aurora, e una nuova incarnazione degli Asia.
Raccontami com’è nata Video Killed the Radio Star.
Trevor era proprio bravo a scrivere testi, leggeva molta fantascienza tipo J. G. Ballard e altri autori. Gli è venuta l’idea di questi ragazzi che in studio di registrazione aspirano il suono con una aspirapolvere, una roba folle del genere. Ecco perché parlava molto di come la tecnologia stava cambiando tutto, non solo la musica, così come il sonoro aveva ucciso il cinema muto. Una delle idee di base era che la tecnologia nell’arte può rimpiazzare l’esistente, proprio come la musica digitale ha in parte soppiantato cassette e CD. L’argomento ci prendeva molto. C’è un verso della canzone che oggi, con l’AI, è ancora più rilevante: “Si è presa il merito della tua seconda sinfonia / Riscritta da una macchina con una nuova tecnologia”. Era una canzone avanti sui tempi, se ci pensi. Ha quasi 50 anni, eravamo avanti.
Deve essere stato destabilizzante per voi due entrare egli Yes subito dopo, nel periodo di Drama.
Trevor era anzitutto un produttore e quando cantava era abituato a farlo usando degli effetti. Negli Yes è stato spinto in prima linea, un ruolo difficile se pensi che il cantante era stato fin dal principio Jon Anderson. Per Trevor è stata dura. Per me meno, perché gli Yes avevano già avuto tre tastieristi e quindi sono stati più indulgenti. Per molti fan degli Yes era un’idea assurda che quei due “ragazzi pop” entrassero all’improvviso nella loro venerata band.
Non mi viene in mente un altro momento nella storia del rock in cui una band è stata assorbita da una più grande.
È stata una grande mossa. Trevor ed io pensavano che il mondo del pop fosse spietato, lì vali tanto quanto la tua ultima hit. Agli Yes invece non interessavano le hit, volevano fare album e portarli in tour. E quindi abbiamo accettato la sfida con entusiasmo. Chris [Squire], Steve [Howe] e Alan [White] erano un po’ persi dopo che Jon [Anderson] e Rick [Wakeman] se n’erano andati e quindi per noi due non è sembrato così strano entrare nel gruppo, di sicuro non così strano come lo vedevano da fuori.
Drama mi piace, ma dopo il punk e la new wave non era la musica che la gente voleva sentire.
La cosa curiosa è che i fan più integralisti degli Yes erano arrabbiati, ma col tempo hanno apprezzato l’album, lo vedono come una pietra miliare, un passaggio fondamentale affinché gli Yes potessero passare dagli anni ’70 agli ’80. E penso che per gli altri membri sia stato un album di svolta, perché non c’erano quei testi molto spirituali, bucolici… Trevor parlava di tecnologia, le sue canzoni avevano un taglio più moderno. È uno dei motivi per cui gli Yes sono rimasti rilevanti negli anni. Non sono rimasti fermi. Trevor ha poi prodotto 90125, ma è con Drama abbiamo preparato il terreno, ha fatto conoscere gli Yes a una nuova generazione, cosa che hanno continuato a fare nel corso degli anni.
Il tour di Drama è iniziato al Maple Leaf Gardens di Toronto. Com’è stato per te e Trevor salire su quel palco e trovarvi davanti tutti quei fan che magari non sapevano nemmeno che ci sareste stati voi due?
Pensavano che ci sarebbero stati Rick Wakeman e Jon Anderson. È stato un battesimo del fuoco, non avevo mai suonato in un posto di quelle dimensioni. Avevo fatto qualche data in Canada con una cantante disco, ma non avevo mai suonato davanti a un pubblico del genere, è stato sconvolgente, mi ha fatto venire voglia di fare questo mestiere per il resto della vita. L’emozione di quella prima sera è stata pazzesca, essere sul palco con quei grandi musicisti, ricevere tutto quel sostegno dal pubblico – perché lo abbiamo ricevuto – è stato fantastico. E appena quattro sere dopo eccoci a fare tre concerti consecutivi al Madison Square Garden. Le prime due settimane con la band sono state folli.
Torniamo ai Buggles: dimmi del videoclip di Video Killed the Radio Star.
Il mio presunto momento di gloria è stato suonare gli accordi iniziali su MTV, cioè l’intro di tastiera di Video, che è anche l’ultimissimo video trasmesso da MTV in Inghilterra poco prima di Natale. Il video lo abbiamo fatto in un giorno. Russell Mulcahy ha poi diretto i film di Highlander e altre cose, ma all’epoca era semplicemente un regista di videoclip che sperimentava con la tecnologia. Aveva le idee chiare su come assemblare tutto. E ovviamente anche il mio programmatore di tastiere se l’è cavata abbastanza bene nella vita: era Hans Zimmer. Fa un cameo alla fine, mi programmava alcuni sintetizzatori.
Ti ricordi la prima volta che hai sentito parlare di questa nuova cosa chiamata MTV?
Video Killed the Radio Star è uscita alla fine del 1979. Le canzoni entravano in classifica e poi sparivano, e finiva lì, non se ne sentiva più parlare. Ad agosto o settembre del 1981, dopo il debutto di MTV, cioè due anni dopo l’uscita del brano, qualcuno mi ha chiamato. «Hanno appena lanciato questo canale via cavo, soprattutto sulla East Coast, e hanno usato il vostro video». «Carina questa cosa», ho detto, ma non è che ci ho pensato granché. Sai, all’epoca MTV era in una fase embrionale. Col passare delle settimane, mentre si espandeva in tutta America, è diventata un punto di riferimento assoluto. Stava iniziando ad avverarsi la profezia della canzone, secondo cui il video avrebbe rimpiazzato la radio.
In un certo senso gli anni ’80 sono iniziati con la tua intro di tastiera il primo giorno di programmazione di MTV. La tv musicale ha cambiato tutto.
Tempo due o tre mesi MTV era ovunque e le case discografiche hanno iniziato a capire il valore di quella piattaforma, perché raggiungeva un pubblico enorme, soprattutto giovane. Poi la situazione è sfuggita di mano, spendevano centinaia di migliaia di dollari per un solo video, cercando di superarsi a vicenda. Era la vetrina perfetta per vendere dischi, perché offriva un’immagine in grado di catturare una generazione di ragazzi.
Nel 1981 avevate iniziato a lavorare con Trevor al secondo album dei Buggles Adventures in Modern Recording, prima che tu entrassi negli Asia. Cos’è successo?
Abbiamo cominciato a lavorarci quando abbiamo chiuso con gli Yes, alla fine del 1980. Era un album molto, molto sperimentale e credo si sentisse l’influenza del periodo passato negli Yes. Di sicuro avevamo iniziato a lavorare a brani più lunghi, cosa che non piaceva granché alla casa discografica che voleva un Video Killed the Radio Star, Mach 2. Intanto Steve stava lavorando con John Wetton. Alla Geffen stava cercando di mettere insieme gli Asia e avevano già contattato John. Mi ha chiamato a Steve per dirmi che stavano formando il gruppo e che potevo essere la persona giusta per suonare le tastiere. È stata la continuazione del rapporto costruito con Steve nel breve periodo passato negli Yes. Quando è arrivato Carl [Palmer] ho detto a Trevor che avevo l’opportunità di entrare in una band destinata a diventare grande, o quantomeno composta da grandi nomi, fra tutti il mio era il meno importante. Eravamo circa a metà dell’album dei Buggles quando ho detto a Trevor che dovevo andare ed è finita così. Comunque metà delle tracce che ho registrato con Trevor sono finite nel disco.
Dimmi di quando hai scritto Heat of the Moment con John Wetton.
È stata scritta verso la fine delle session. John Kalodner, capo dell’A&R della Geffen, ci ha detto che mancava un pezzo forte perché l’album avesse successo. Così un pomeriggio mi sono messo lì con John al pianoforte e gli ho detto: «Abbiamo ricevuto queste indicazioni da Kalodner, che facciamo?». E lui: «Ho qui una melodia, è una specie di pezzo country». Lui aveva un pezzo del ritornello di Heat of the Moment, io avevo una strofa, abbiamo messo insieme le due cose. Ci abbiamo messo un po’ a convincere Steve a suonare la chitarra in modo potente perché non è come suona di solito. Tutto si è incastrato molto rapidamente e, alla fine, siamo entrati in studio e l’abbiamo registrata come ultima traccia dell’album. E Kalodner ha detto: «Eccola, è questa». Poi ovviamente è uscita e, boom, ha spopolato.
Molti ragazzi lo associano a South Park.
O di 40 anni vergine. È un evergreen. Il mio nome è associato a due hit, una è Video e l’altra Heat of the Moment. Le radio le passano ancora. Tutto quel primo album degli Asia ha spaccato, credo sia rimasto al numero uno per nove settimane.
Le cose si sono complicate quando Greg Lake è entrato e uscito dal gruppo e Steve ha mollato prima di Astra.
Quando succedono cose del genere si perde lo slancio. È successo perché eravamo tutti sottoposti a una grande pressione e ognuno reagisce a modo suo. Io non ho mai litigato con nessuno. Non credo che qualcuno abbia litigato con qualcun altro. Sono le situazioni che ti fanno agire in un certo modo e poi ci sono le mogli, i manager, i commercialisti, gli agenti e tutto gli altri. Detto questo, credo che il secondo fosse un buon album e penso che anche ai tempi del terzo, senza Steve, quando arrivò Mandy Meyer, fossimo ancora una buona band con un buon sound.
Negli anni ’90 hai fatto molta musica con gli Asia e con John Payne, ma i tempi erano cambiati e quel tipo di musica non passava più in radio o su MTV.
È stato un periodo difficile, ma di nuovo, secondo me erano dischi buoni. Col senno di poi, molte persone li riascoltano e li apprezzano per quello che sono, ma il clima era effettivamente cambiato. Negli anni ’90 c’era molta più enfasi sulle band orientate alle chitarre, soprattutto i gruppi hair metal e heavy come Poison e W.A.S.P. Noi invece eravamo basati sulle tastiere.
Come sei finito di nuovo negli Yes nel 2011?
A Trevor era stato chiesto di produrre un loro album e Chris aveva in mano una canzone chiamata We Can Fly from Here, che avevamo suonato nel tour del 1980. La avevamo registrata per Drama, ma alla fine non era stata pubblicata. Chris insisteva molto sul fatto che dovessero recuperare quel brano e costruire l’album attorno a esso e siccome io ero co-autore del pezzo e avevo partecipato alla registrazione originale, hanno pensato di coinvolgermi. Non erano insoddisfatti di Oliver [Wakeman], credo piuttosto che pensassero che io fossi più adatto a quell’album specifico e al concetto che volevano sviluppare. È stato bello tornare a suonare con loro. Chris, Alan e Steve suonavano da paura, e quella che secondo me era probabilmente la migliore sezione ritmica di sempre: Chris Squire e Alan White, che roba. E ovviamente c’era anche Trevor alla produzione, quindi per me è stato come tornare indietro nel tempo.
Nel 2011 siete stati in tour con gli Styx. Anni fa ne ho parlato con Benoît David. Mi ha detto che è stato un incubo perché la voce non reggeva.
Credo che fosse costretto a cantare in un registro per lui innaturale e che quindi si sia provocato dei danni alla voce forzandola troppo. C’è anche che gli Yes erano una band molto rumorosa sul palco… Il set-up di basso di Chris Squire lo chiamavano “the rig from doom”, era una quantità gigantesca di casse e probabilmente questo non ha aiutato Benoît che cercava di cantare sopra tutto quella massa sonora. Verso la fine del tour, credo fossimo a Stoccolma quando mancavano ancora tre concerti, si è girato verso di noi e ha detto: «Io non ce la faccio più. Non riesco più a cantare».
Jon Davison è stupefacente, sembra nato per cantare con gli Yes. Non importa quanti concerti facciate, la sua voce regge e ogni sera prende note altissime.
È incredibile, ha una voce fantastica e un’estensione incredibile. Lo tengo molto alto nei miei monitor in-ear perché mi piace sentire la melodia, ed è assolutamente impeccabile. Non l’ho mai sentito stonare. Ha gli Yes nel dna. Era in una tribute band degli Yes e conosce questa musica probabilmente meglio di chiunque altro, persino meglio dei membri degli Yes. Conosce tutti i pezzi oscuri ed è estremamente diligente. Siamo molto, molto fortunati ad averlo con noi.
Gli ho parlato qualche mese fa. Mi ha detto che è stato difficile fare l’album Heaven & Earth perché Roy Thomas Baker non dava alcuna una direzione.
Credo che per lui sia stato difficile anche perché ci si è trovato dentro da un giorno all’altro. Ci sono alcuni momenti niente male là dentro, ma non verrà mai considerato un classico degli Yes, nessuno era particolarmente coinvolto dal punto di vista musicale, era una cosa che sentivamo di dover fare. Non credo che Roy Thomas Baker, che Dio lo benedica, fosse il produttore migliore per quel disco. Credo sia stato coinvolto per avere un nome famoso. Non era molto selettivo con le canzoni. Non era un bel modo di lavorare. Detto questo, ci sono cose discrete lì dentro. È un pezzo di un’epoca, fa parte della storia degli Yes e quindi non puoi cancellarlo.
Quando gli Yes sono entrati nella Hall of Fame non ti hanno incluso. Ti ha infastidito?
Non particolarmente. Credo che in un caso, forse i Parliament-Funkadelic o qualcun altro, avessero cercato di inserire tipo 35 membri e allora hanno deciso di considerare solo le due ere d’oro della band, la formazione classica degli anni ’70 e quella di 90125, che è di gran lunga l’album degli Yes che ha venduto di più. Bello che Tony Kaye sia entrato, e credo che alla fine sia andata come era giusto che andasse.
Perdere sia Alan che Chris dev’essere stato devastante.
Durissimo. Chris era quasi un mentore per me, era la forza trainante della band. E Alan era un grandissimo amico. Stavamo sempre insieme. Eravamo molto legati.
Steve mi impressiona ogni volta. La destrezza delle sue dita è incredibile considerando la sua età. Suona praticamente come faceva 50 anni fa.
E si avvicina agli 80 anni, incredibile. Sono grato di aver avuto un rapporto così lungo con lui. Mettere insieme un tastierista e un chitarrista è sempre complicato, ci sono zone in cui possono intralciarsi. Con Steve abbiamo costruito una certa intesa. Lui è molto fluido, un solista molto personale più che un chitarrista ritmico. E credo che il mio stile di tastiere completi bene il suo modo di suonare.
I Buggles sono andati in tour con Seal qualche anno fa, ma tu non c’eri.
Coincideva con un tour degli Yes e aveva a che fare col fatto che Trevor suonasse con la band di Seal, di cui era il produttore. Era uno show di Seal più che dei Buggles. Se non fossi stato così impegnato con gli Yes probabilmente l’avrei fatto, ma credo che suonassero solo cinque o sei canzoni a sera. Preferisco fare tre ore con Close to the Edge, Going for the One e tutto il resto.
Speri di tornare a suonare dal vivo coi Buggles?
Ne sono sicuro. Con Trevor ci sentiamo ogni pochi mesi e andiamo d’accordo. Posso tranquillamente dire che, tra tutte le persone con cui ho lavorato, soprattutto nelle tre band per cui sono più conosciuto, non ho mai avuto un litigio con qualcuno. Potrei prendere il telefono e parlare con tutti oggi.
Dimmi del nuovo album degli Yes, Aurora, e del lavoro di Steve come produttore.
Il songwriting è cambiato parecchio. Molte idee vengono scambiate via Internet, mentre un tempo la band si chiudeva in una stanza a provare insieme fino allo sfinimento. Quei giorni siano finiti. Lo scambio di file è probabilmente la forma di collaborazione musicale più comune oggi. È così che ci siamo scambiati idee per i tre album che abbiamo fatto negli ultimi anni. Con questo disco abbiamo cercato di avere una collaborazione un po’ più “da studio” e ci siamo riusciti un po’ di più. Billy lavorava con Steve, io andavo giù a lavorare con Steve, ma Steve è il punto focale dell’album. Conosce gli Yes meglio di chiunque altro, quindi penso abbia senso che sia lui il centro attorno a cui tutti orbitano.
Se Steve dovesse ritirarsi, gli Yes continuerebbero o sarebbe la fine della band?
Difficile dirlo. Secondo me ci sarà sempre una qualche versione degli Yes in giro. Mi piace pensare che sarà così perché la musica è senza tempo e il repertorio degli Yes non merita di essere messo da parte. Idem per gli Asia. Non mi piace pensare che non sentirò mai più quella musica dal vivo. Sarebbe triste. La musica che ho fatto merita di continuare a essere eseguita e presentata in tutto il mondo il più a lungo possibile.
Da Rolling Stone US.
