Lo scorso 20 giugno, durante la terza giornata del Graspop Metal Meeting, abbiamo incontrato Johnny 3 Tears, Charlie Scene e J-Dog degli Hollywood Undead poche ore dopo il loro concerto. Tra una riflessione sulla salute mentale e una critica senza filtri all’industria dei social media, la band californiana ci ha raccontato il significato di Feels Like Home, il rapporto profondo costruito con i propri fan nel corso degli anni e il valore di una musica che continua a nascere dall’esperienza personale, lontano dalle logiche degli algoritmi.
Ecco la nostra intervista:
Iniziamo subito entrando nel vivo di “Feels Like Home”. Questa canzone, così come l’intero EP, ruota attorno a un concetto molto potente: l’idea di arrivare a convivere così a lungo con il dolore e la sofferenza da finire per considerarli la normalità. Emozioni tossiche che, col tempo, diventano parte della routine quotidiana. Cosa vi ha spinto a esplorare un tema tanto profondo proprio in questo momento della vostra carriera?
Charlie Scene: Credo che, in un certo senso, sia qualcosa che riguarda tutti noi. Penso che chiunque possa riconoscersi in questa situazione. Ti abitui a ciò che ti fa soffrire, oppure resti completamente intrappolato nella routine.
Johnny 3 Tears: E quella routine diventa la tua normalità.
Charlie Scene: Ti convinci che vada bene così, che sia sufficiente.
Del resto, siete conosciuti per la vostra musica intensa e pesante, ma i fan vi apprezzano anche per la capacità di mostrarvi sinceri, vulnerabili e profondamente umani.
Johnny 3 Tears: Sì, e penso che oggi non saremmo più in grado di scrivere esattamente quelle stesse canzoni. Alla fine, è proprio questo il punto: raccontare la vita reale e tutto ciò che ci portiamo dentro.
Restando su “Feels Like Home”, e in particolare sulla title track, il brano affronta temi come l’impotenza, l’isolamento e le dinamiche autodistruttive. Pensate che oggi il dibattito sulla salute mentale sia più aperto rispetto agli inizi degli Hollywood Undead?
Johnny 3 Tears: Assolutamente sì. Soprattutto quando si parla di uomini. Io sono cresciuto in un’epoca in cui dovevi per forza essere un duro: era quello che ci si aspettava da ogni uomo. Oggi, invece, credo che i ragazzi si sentano molto più liberi di dire: “Va bene essere fragili. Va bene sentirsi feriti o attraversare un momento difficile”. E questo non significa affatto essere deboli. Negli ultimi cinque anni c’è stato un cambiamento culturale enorme, esistono piattaforme come quella di Joe Rogan, dove vengono invitati continuamente psicologi e terapeuti a spiegare quanto sia importante affrontare questi argomenti. E credo sia una cosa sacrosanta.
Le generazioni precedenti hanno represso così tante emozioni da finire spesso per sfogarle nei modi peggiori, mentre oggi esistono strumenti più sani per elaborarle e penso che questo renda la società, nel complesso, più equilibrata.
Charlie Scene: Pensa che noi stessi abbiamo pianto nel backstage poco prima di salire sul palco. È successo davvero!
Vi capita spesso di piangere prima di un concerto?
Charlie Scene: Non ogni volta, ma succede.
Johnny 3 Tears: Ci mancano i nostri figli, le nostre famiglie. Siamo esseri umani. Per tanto tempo, però, mostrare questo tipo di emozioni non era socialmente accettato.
Charlie Scene: Una volta venivi messo alle strette, eri costretto a stringere i denti. Dovevi essere forte, comportarti da uomo.
J-Dog: Esatto, i nostri padri sono cresciuti con quella mentalità, ma oggi stiamo vivendo una situazione particolare. Ho l’impressione che alcune persone non soffrano realmente, ma cerchino soprattutto l’attenzione che Internet può offrire. È un po’ come gridare continuamente “al lupo, al lupo”, e questa cosa è terribile. Ci sono persone che hanno davvero bisogno di aiuto e rischiano di non essere ascoltate perché qualcun altro monopolizza l’attenzione semplicemente per il gusto di stare sotto i riflettori. Invece di rivolgersi a un terapeuta, preferiscono raccontare i propri problemi ogni giorno sui social.

Voi, in quanto artisti, avete una cassa di risonanza enorme. In un certo senso siete la voce di chi non ha modo di esprimersi, ed è qualcosa che avete sempre fatto durante tutta la vostra carriera.
3 Tears: Durante l’adolescenza avevamo anche noi le nostre band di riferimento. Erano gruppi che riuscivano a dare voce esattamente a quello che provavamo, e quel tipo di connessione è fondamentale. Per questo prendiamo questa responsabilità estremamente sul serio.
Tutti conoscono il celebre ritornello di “We Are”: “We are, we are made from broken parts”. Oggi, ascoltando “Feels Like Home”, sembra quasi che quei pezzi infranti siano finalmente serviti a costruire qualcosa di nuovo, un luogo da poter chiamare casa. Mi piace interpretare il brano in questa prospettiva. Qual è stato il percorso che vi ha portato fin qui? Quali sono stati i momenti più difficili da affrontare? E quale consiglio dareste ai fan che oggi si sentono a pezzi? Come si può ricostruire qualcosa di più forte partendo dalle proprie macerie?
Johnny 3 Tears: La prima cosa che sentirei di dire a chi sta soffrendo è che sentirsi così è assolutamente normale. Molte persone finiscono per convincersi che sia sbagliato sentirsi fuori posto o essere diversi dagli altri, soprattutto quando si è giovani. Vorrei dire loro che siamo molti più di quanti immaginino. È una sensazione che ti isola profondamente, ma in realtà non sei affatto solo. La maggior parte delle persone può immedesimarsi in quello che stai vivendo. Ed è proprio qui che diventano fondamentali il dialogo e la comunicazione. Quando inizi a parlarne, ti accorgi che ci sono tante persone che stanno cercando di rimettere insieme i propri pezzi, proprio come te.
In fondo la vita è questo: nasciamo in un certo modo e passiamo il resto del tempo a costruire un ponte verso la persona che vogliamo diventare. Dobbiamo imparare a incastrare quei pezzi per trasformarci da ciò che eravamo a ciò che siamo oggi, fino ad arrivare a ciò che desideriamo essere.
Charlie Scene: E la cosa più incredibile è che canzoni come “We Are” e “Feels Like Home” non le abbiamo mai scritte pensando al pubblico. Le abbiamo scritte per noi stessi, stavamo semplicemente mettendo nero su bianco quello che provavamo. Poi arrivano le persone e ti dicono: “Questa canzone mi ha salvato, mi ha aiutato tantissimo”. E ogni volta siamo senza parole, perché noi stavamo semplicemente raccontando la nostra verità. Alla fine, questo ci aiuta a capire che non siamo soli. Ti fa pensare: “Allora anche gli altri provano quello che provo io”.
J-Dog: Il consiglio che vorrei dare personalmente è questo: cercate di stare il più possibile lontani dai social media. Smettete di paragonare la vostra vita a quella degli altri, perché il paragone è il più grande nemico e ladro della felicità. Quando lo schermo ti fa diventare spettatore dei momenti migliori della vita di tutti gli altri, è inevitabile pensare: “Merda, la mia vita fa schifo”. Ma la verità è che quelle stesse persone affrontano esattamente gli stessi problemi che affronti tu.
Johnny 3 Tears: Alcune delle persone che sui social appaiono più felici e realizzate sono, in realtà, le più infelici.
J-Dog: Le coppie che pubblicano continuamente post su quanto siano innamorate spesso nascondono i problemi più grandi.
Johnny 3 Tears: Lo stesso vale per i soldi. Conosco moltissime persone ricche e c’è chi pensa che il denaro risolva ogni problema. Ti assicuro, invece, che alcuni degli individui più disperati che abbia mai conosciuto erano milionari. Cambiano semplicemente i problemi: passi da un livello di difficoltà all’altro. Come dicevi tu, non bisogna mai confrontarsi con quella vetrina né pensare che chi possiede qualcosa che a te manca sia automaticamente più felice. È tutto un lavoro interiore. Costruisci il tuo tempio con ciò che custodisci dentro di te, non con i pezzi che arrivano dall’esterno.

A proposito di felicità, vorrei uscire per un momento dal copione. Sono cresciuto guardando i vostri videoclip su MTV e su Vevo: sono un vostro grande fan. Ho vissuto in pieno l’epoca delle maschere, come del resto molti ragazzi della mia generazione. Voi avete fatto parte della mia adolescenza. Vi sentite più felici con o senza maschera? Non mi riferisco alla vostra carriera nel suo complesso, immagino abbiate avuto ottime ragioni per metterle da parte, ma a questa fase specifica del vostro percorso umano.
Charlie Scene: In realtà stiamo per riportarle sul palco. Ci siamo resi conto che rappresentano una parte fondamentale della nostra identità visiva e del nostro marchio.
Johnny 3 Tears: Senza, finisci quasi per sentirti nudo. Il motivo per cui avevamo smesso di usarle era molto semplice: avevamo esaurito gli stimoli creativi per modificarle. Non volevamo continuare a riproporle senza un’evoluzione, solo per abitudine. Eravamo arrivati a un punto morto. Poi abbiamo deciso di ripartire completamente da zero insieme a Jerry Constantine, uno straordinario artista degli effetti speciali vincitore anche di un Emmy. Abbiamo ripensato tutto insieme e creato una nuova linea di maschere.
Quindi sì, torneremo a usarle. A volte non ti rendi conto di quanto qualcosa sia importante finché non smetti di averla. È stata una presa di coscienza anche per noi.
J-Dog: La vita va a fasi: in quel momento sentivamo il bisogno di lasciarle da parte, mentre oggi siamo entusiasti di rimetterle. Ci siamo presi una pausa e adesso siamo pronti a riportarle sul palco.
Johnny 3 Tears: E poi stiamo invecchiando, quindi ci serviranno anche per nascondere le rughe. Magari il prossimo passo sarà scambiarci le mogli… chi può dirlo?

Johnny 3 Tears: Secondo me qualcosa si è perso, senza alcun dubbio.
All’epoca pubblicavi una canzone e le persone la giudicavano esclusivamente per quello che era. Piaceva oppure no, fine. Oggi TikTok rende tutto molto più artificiale e di fatto non stai più promuovendo la tua canzone. Ti ritrovi a realizzare dei video in cui la musica diventa semplicemente la colonna sonora del contenuto, il tuo unico obiettivo è far sì che l’algoritmo possa spingerlo e renderlo virale. Una volta non esistevano tutti questi espedienti visivi per mascherare il valore di un brano.
Era un approccio molto più onesto: “Ecco la nostra canzone. Ascoltala. Se ti piace, bene, altrimenti va bene lo stesso.” Oggi, invece, il contenuto visivo ha preso il sopravvento sulla musica. Il “content” è diventato più importante dell’arte stessa, per noi è estremamente frustrante, e credo che lo sia per moltissime band. Ti ritrovi costretto a vendere continuamente la tua immagine e la tua musica.
Charlie Scene: Devi pubblicare qualcosa ogni singolo giorno, altrimenti l’algoritmo ti penalizza e smetti semplicemente di esistere.
J-Dog: È assolutamente vero. È cambiato anche il modo stesso di scrivere la musica. Oggi molte band costruiscono una canzone inserendo al suo interno cinque momenti diversi, sperando che almeno uno di quei frammenti diventi virale su TikTok.
Lo stesso sta accadendo nel cinema. Gli studios stanno modificando il modo di realizzare i film perché la soglia dell’attenzione del pubblico si è abbassata enormemente. Le storie vengono raccontate con ritmi sempre più veloci e le trame sono diventate più semplici, proprio perché ormai siamo abituati a consumare qualsiasi contenuto a una velocità impressionante.
Johnny 3 Tears: Basta avere quella clip d’impatto, quei pochi secondi che catturano subito l’attenzione.
J-Dog: Esatto, sono continue micro-scariche di dopamina. Il mondo, sotto questo aspetto, sta cambiando in peggio. Quindi, per rispondere alla tua domanda: sì, è cambiato tutto. E noi non abbiamo alcuna intenzione di adeguarci. Su TikTok non seguiremo i trend del momento e non ci metteremo certo a ballare davanti a un muro di mattoni. Non è quello che siamo.
Eppure, ve la cavate benissimo anche a ballare.
Johnny 3 Tears: (ride) Sì, ma non ci filmeremo certo per pubblicarlo online. Se vuoi vederci ballare e fare spettacolo, vieni a un nostro concerto. Sul palco lo facciamo eccome. Il punto è che oggi la situazione è diventata assurda: la musica si è trasformata in una continua televendita. Dovrebbe parlare di arte, di canzoni, di espressione personale. Invece ormai sembra che tutto ruoti attorno alla produzione compulsiva di contenuti, relegando la musica in secondo piano.
J-Dog: Viene spontaneo chiedersi dove passi oggi il confine tra un artista e un influencer. Io non voglio fare l’influencer, voglio fare l’artista. Tutto il resto può anche andare a fanculo.

Anche perché appartenete a una generazione cresciuta con presupposti e valori completamente diversi.
Johnny 3 Tears: Siamo millennial. Abbiamo vissuto in prima persona tutta la transizione tecnologica. Ti rispondo con la massima sincerità: credo che oggi la situazione sia decisamente peggiore rispetto ai nostri esordi. Ti ricordi come funzionava MySpace? Passavi un sacco di tempo a scegliere la canzone da mettere sul tuo profilo. Era una scelta importante, perché quella traccia diceva qualcosa di te, rappresentava la tua identità. Oggi, invece, tutto è diventato estremamente usa e getta. L’unico obiettivo è trovare la clip perfetta di quindici secondi per soddisfare l’algoritmo. E, come dicevamo prima, basta smettere di pubblicare anche solo per un giorno perché l’algoritmo ti faccia sparire.
Su questo sono completamente d’accordo. C’è però un aspetto che vi distingue da molte altre band: avete costruito una fanbase incredibilmente fedele. È una cosa che ho sempre ammirato di voi, perché avete instaurato un rapporto molto diretto e sincero con il vostro pubblico. Sentite di essere più vicini ai vostri fan oggi, grazie ai social, oppure pensate che le prime community online riuscissero a creare un legame più autentico?
Johnny 3 Tears: Direi che oggi esiste molta più interazione, almeno dal punto di vista quantitativo, semplicemente perché tutto è immediato. Io, ad esempio, vedo continuamente i contenuti che pubblicano i nostri fan. Qualunque cosa postino, mi passa davanti agli occhi. Da questo punto di vista il contatto è costante. Allo stesso tempo, però, credo che il mondo sia diventato paradossalmente più vicino e più distante.
Sai tutto quello che una persona decide di mostrarti, ma non sai quasi nulla di chi sia davvero. Sui social nessuno mostra la realtà: vedi fotografie perfette, immagini filtrate, vite curate nei minimi dettagli. Quindi sì, oggi c’è molta più interazione, ma è una connessione che, secondo me, ha perso una parte importante del suo valore umano.
Charlie Scene: Detto questo, ci consideriamo incredibilmente fortunati. Abbiamo dei fan straordinari, persone che ci vogliono davvero bene, ed è un sentimento assolutamente reciproco. Il legame che abbiamo costruito con loro è sempre stato uno degli aspetti più importanti della nostra identità come band.
Non saprei spiegarti quale sia il segreto, ma siamo stati davvero fortunati ad avere persone che vivono questa band come qualcosa di profondamente personale, quasi come una parte della propria identità. E per questo non smetteremo mai di essere grati.
Johnny 3 Tears: Ed è proprio questo che ci spinge ad andare avanti.
Quando ti accorgi che quello che fai significa così tanto per qualcuno, capisci che il tuo lavoro ha davvero un valore. Credo sinceramente che, senza i nostri fan, avremmo smesso molti anni fa. Durante i meet & greet incontriamo persone che ci raccontano quanto la nostra musica abbia inciso sulla loro vita, e in quei momenti ti fermi a pensare: “Ok, allora tutto questo conta davvero.”
È questo che dà un significato profondo anche alla nostra esistenza. Per noi la band è la nostra identità. È quello che facciamo da tutta la nostra vita adulta. Quando qualcuno ti dice che ciò che hai creato è stato importante per lui, quella stessa cosa diventa ancora più preziosa anche per te. È la nostra linfa vitale di cui abbiamo bisogno per continuare.
Charlie Scene: Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare uno scopo. Tantissime persone attraversano la vita senza sapere quale sia il proprio posto nel mondo o perché siano qui.
Johnny 3 Tears: Noi, invece, abbiamo avuto il privilegio di scoprirlo.

Siete riusciti a trovare uno scopo, ed è un traguardo enorme. Siete davvero fortunati. Credo che vi meritiate tutto questo successo. In un contesto gigantesco come il Graspop, con cinque palchi e tantissime band di altissimo livello che suonano contemporaneamente, migliaia di persone hanno scelto di essere davanti al vostro palco, a cantare e saltare insieme a voi.
Johnny 3 Tears: Per noi significa tutto, davvero. Ne parliamo spesso anche nel backstage, poco prima di salire sul palco. Ci ricordiamo a vicenda quanto siamo fortunati.
Quando fai questo lavoro da tanti anni e suoni centinaia di concerti, è fin troppo facile lasciarsi trascinare dalla routine. Rischi che diventi un mestiere come un altro.
Ma questo non è un lavoro qualsiasi, il fatto di essere consapevoli di avere tutte queste persone al nostro fianco è qualcosa che non daremo mai per scontato.
Ora vorrei soddisfare una curiosità che mi porto dietro da tantissimo tempo. Come dicevo prima, vi seguo praticamente da sempre e, per molti fan della mia generazione, Dead Bite rappresenta uno dei punti più alti della vostra carriera. C’era un videoclip straordinario, una canzone potentissima, le maschere… e poi, all’improvviso, compare RJ Mitte, Walter Jr. di Breaking Bad. Ricordo di essere rimasto completamente spiazzato e di essermi chiesto: “Ma come diavolo è possibile?”. Di chi è stata l’idea di coinvolgerlo? E quanto è stato difficile convincerlo a entrare, anche solo per un video, nel mondo degli Hollywood Undead?
Johnny 3 Tears: Prima che diventasse famoso, lui e la sua famiglia abitavano nello stesso complesso di appartamenti dove vivevo anch’io. Era il mio vicino di casa. All’epoca era ancora molto giovane, avrà avuto tredici anni circa, e capitava spesso che passasse del tempo da noi. Era davvero un bravo ragazzo. Poi, proprio nel periodo in cui stava iniziando a recitare in Breaking Bad, mi disse qualcosa tipo: “Sai, ho seriamente intenzione di diventare un attore.”
E io pensai: “Sì, certo…”. A Los Angeles lo dicono praticamente tutti. Solo che lui ce l’ha fatta davvero. Ci siamo ritrovati qualche anno dopo e, quando abbiamo iniziato a girare il videoclip, gli ho semplicemente telefonato per dirgli: “Ehi, stiamo realizzando un nuovo video. Il problema è che non abbiamo budget.” E lui ha risposto subito di sì, partecipando gratuitamente. Gli abbiamo chiesto se gli andasse di fare un cameo e ha accettato senza pensarci due volte. È venuto sul set, si è divertito un sacco ed è sempre stato un ragazzo incredibilmente alla mano.
J-Dog: Ricordo ancora quella volta in cui siamo andati insieme a vedere gli Slayer.
Era subito dopo il finale di Breaking Bad e la sua popolarità era esplosa. Pensa che persino Robert Trujillo dei Metallica gli chiese una foto. Fu una scena surreale e fuori dall’hotel c’era una folla di persone che lo aspettava per autografi e fotografie. Continuavo a ripetermi: “Ma è assurdo quello che sta succedendo”.
Johnny 3 Tears: E ci tengo a dirlo: RJ è ancora oggi una delle persone più gentili e genuine che abbia mai conosciuto.

Siete rimasti in contatto?
Johnny 3 Tears: Sì, ci sentiamo regolarmente.
Adesso è tornato a vivere nel Sud degli Stati Uniti. Essendo originario della Louisiana, ha deciso di mettere radici di nuovo lì. Continua a recitare e a lavorare nel mondo del cinema, ma conduce una vita molto più tranquilla rispetto a un tempo.
Una volta uscivamo spesso insieme e facevamo parecchia baldoria. Mi hai fatto venire in mente un aneddoto divertente: il regista del videoclip di “Dead Bite” è in realtà un famosissimo regista di film porno. Dopo quel video, RJ iniziò a uscire spesso con lui. Andavano in giro, facevano serata insieme e riscuoteva un sacco di successo con le ragazze.
J-Dog: La prima cosa che mi viene da dire è che sono semplicemente felice che sia riuscito a vivere così a lungo. Per come aveva vissuto la sua vita, a un certo punto avevo quasi iniziato a pensare che fosse immortale. I Black Sabbath sono stati la prima band metal di cui mi sono innamorato e, ancora oggi, li considero un punto di riferimento assoluto.
Quando attraverso un periodo di blocco creativo e faccio fatica a trovare ispirazione, mi basta mettere su un disco dei Black Sabbath. Ascolto quelle linee di basso e, all’improvviso, tutto torna a scorrere. Sono sempre stato un loro fan sfegatato.
Johnny 3 Tears: Se penso a una figura davvero leggendaria, la prima persona che mi viene in mente è Ozzy. Era un artista immenso, direi quasi ultraterreno, come se non appartenesse a questo mondo. Certo, i Black Sabbath hanno scritto musica straordinaria, ma lui possedeva anche un carisma e un’autenticità assolutamente irripetibili.
Persone così ne nascono davvero poche. Ed è proprio per questo che la sua scomparsa ha colpito così tante persone. Conosco gente a cui non piacciono né i Black Sabbath né il metal, eppure erano profondamente legati a Ozzy come personaggio. Aveva qualcosa che andava ben oltre la musica. È una perdita enorme.
J-Dog: Lui era fantastico, lo è stato fino alla fine. L’ho visto dal vivo moltissime volte e, ogni singola volta, mi ha lasciato a bocca aperta.

Avete mai avuto l’occasione di suonare in una delle storiche edizioni dell’Ozzfest?
Johnny 3 Tears: No, purtroppo no. Abbiamo avuto la fortuna di essere presenti a dei festival dove suonava anche lui, assieme a Zakk Wylde quando era ancora in tour. Però hai ragione: anche negli ultimi anni, nonostante tutti i problemi di salute, sul palco continuava a essere incredibile.
Magari riusciva a muoversi a fatica, ma bastava sentirlo cantare per capire chi fosse davvero, aveva ancora una voce straordinaria e dava tutto sé stesso a ogni concerto.
Per me rappresenta una fonte d’ispirazione assoluta. Era l’originale, lui era totalmente autentico.
Charlie Scene: Esatto, non esistono molti artisti come lui. Tanti hanno provato a imitarne lo stile o l’atteggiamento, ma Ozzy non interpretava un personaggio. Era semplicemente, magnificamente, sé stesso.
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
