Bad Gyal è la girlboss definitiva. Lo sanno bene in Spagna dove da oltre 10 anni guida una nuova scena di donne indipendenti, libere, che non chiedono permesso. Lo sanno in Sud America e nell’America centrale dove il suo nome, grazie a collaborazioni con Karol G, Tokischa, Young Miko, Ozuna, Anitta, J Balvin e alla recente data in cui ha condiviso il palco con Bad Bunny («un momento importante della mia carriera») è oramai così conosciuto da garantirle un tour nelle arene delle capitali, dall’Argentina a Porto Rico. Anche gli Stati Uniti, che di musica latina e spagnola sono ghiotti, ne stanno capendo il potenziale. Ecco, sarà forse il momento di scoprirlo anche qui da noi?
Bad Gyal, il moniker dietro cui si cela la catalana Alba Farelo i Solé, è esplosa dieci anni fa dopo che una sua rivisitazione in spagnolo di Work di Rihanna è diventata virale, tanto da garantirle un contratto con una major. A Rihanna Bad Gyal deve molto, anche il nome, che le è costato a inizio carriera una critica per appropriazione culturale ma che ora porta con orgoglio. Nel 2019 mette la sua prima hit, Alocao, in cima alla classifica spagnola. Nel 2021 Rosalía e Arca la scelgono per la radio che curano per GTA, il videogioco. E la sua carriera è presto in discesa.
La sua musica deve tutto al dancefloor, ai ritmi latini e caraibici, che esplora con attenzione e cura («devi conoscere le radici»), affidandosi ad alcuni dei produttori più cool o storici dei vari generi. La sessualità, l’indipendenza, la libertà sono gli spiriti cardine della sua musica, ovvero quella di una girlboss/partygirl femminista moderna. È eccessiva, spudorata. Gioca con il desiderio, lo esplicita nei video, nelle foto. E per questo è incontrastabile: Bad Gyal sa benissimo chi è e cosa vuole. E se lo sta venendo a prendere con l’Auto-Tune acceso e un nuovo album, il secondo della sua carriera dopo una serie di mixtape, dal titolo Más Cara, un gioco di parole tra mascara, maschera e più lussuosa.
L’abbiamo raggiunta via Zoom dopo la sfortunata data al Primavera Sound di Barcellona, cancellata a causa del maltempo. Partiamo proprio da qui.
Mi spiace molto che la tua esibizione al Primavera di Barcellona sia stata cancellata a causa del maltempo.
È stato tristissimo! Ero super emozionata all’idea di suonare. Ma sai com’è col meteo: non è una cosa che si può prevedere, né controllare.
E cosa passa per la testa di un’artista quando succede una cosa del genere?
Per me suonare al Primavera è una soddisfazione enorme, perché è la mia città ed è uno dei festival più grandi d’Europa. Ero felicissima di farlo da headliner. Mi sembrava di chiudere un cerchio: dopo dieci anni di carriera, avere quest’occasione. Ci tenevo tantissimo.
Passando a come più allegre: Más Cara è uscito ormai qualche mese fa. Che rapporto hai con il disco oggi?
Lo amo, sono molto felice. Il processo è stato divertentissimo: ho lavorato con uno dei miei migliori amici, Cromo X, che mi ha aiutata nella scrittura. Per me è stata la prima volta con un’esperienza così, perché di solito in studio eravamo solo io e il produttore. Stavolta è stato come costruire una squadra. Certo, poco prima di pubblicare hai sempre dei dubbi, delle insicurezze, soprattutto per la pressione che porta con sé l’uscita di un album: hai un po’ paura, ti chiedi se funzionerà, se i fan lo capiranno. Ma è andata benissimo e ora sono felicissima. Penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro: è un disco ricchissimo di suoni, racconta molto bene chi sono adesso e chi sono diventata dopo dieci anni di carriera, restando però attaccata alla mia identità e ai suoni che mi hanno sempre ispirata.
È cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare e di scrivere, avendo un’altra persona in studio? C’è qualcosa che è cambiato nel processo, o che hai imparato?
Sì, si impara molto dalle altre persone in studio. Sono stati molto rispettosi delle mie idee: non è che mi dicessero cosa fare, mi aiutavano piuttosto a rendere più solidi e coerenti i concetti e le cose di cui volevo parlare. È questo che è cambiato: avere una squadra ti dà un’altra prospettiva, non ti tieni tutto in testa da sola. Rende il lavoro più divertente, più eclettico, più comprensibile per più tipi di persone.
In una tua intervista ho letto una cosa che mi sembra racconti piuttosto onestamente chi sei. Hai detto: «Non sono un’artista concettuale, la mia musica è più una vibe». Mi racconti di più? Come la descriveresti, la tua vibe?
Vuol dire sentirsi bene nella propria pelle e non pensare troppo a cosa penseranno gli altri di te; goderti semplicemente le cose che ami. Il non giudicare e tutto il resto fanno parte in pieno della vibe e dell’energia di Bad Gyal.
Hai detto che vuoi fare musica per far divertire le persone, per farle ballare. E la tua musica è senza filtri, piena di desiderio, sessualità, empowerment femminile. Come lavori a un pezzo?
Per me il punto di partenza è sempre la musica. Scelgo un beat, oppure, in base alla vibe del giorno, dico ai miei produttori cosa vorrei e costruiamo un beat da zero. Alcuni sono più legati alla corporeità, al ballo, alla libertà sessuale; altri a una vibe più da girlboss; altri ancora mi portano in una dimensione più introversa ed emotiva. Ma siccome la musica che mi ha sempre ispirata è legata alla festa, al ballo, al divertimento – reggaeton, dancehall, dembow – probabilmente è per questo che finisco su temi come il ballare, lo stare in discoteca, il divertirsi.
Spazi tra molti generi legati al corpo, al ballo, dalla musica spagnola a quella caraibica e latinoamericana. Ma cosa ti stimola di un suono, di un genere musicale?
È una cosa molto fisica, corporea: amo ballare. Quindi è soprattutto il ritmo che mi attira. Se una cosa mi fa ballare, di sicuro mi interessa. È semplicemente chi sono: mi piace ballare, mi piace la mia corporeità, esprimermi col movimento del corpo. Quindi i generi che stimolano tutto questo mi attirano sempre.
Ti è arrivata qualche critica in passato proprio per l’utilizzo di generi che non fanno parte della tua cultura. Qui le posizioni sono solitamente molto differenti: c’è chi pensa che solo i membri di una certa cultura possano farne uso e chi invece pensa che le culture siano di tutti e si possano ibridare. Qual è la tua posizione a riguardo?
Penso che dovremmo essere tutti liberi di ispirarci a qualsiasi genere amiamo. Ma è molto importante riconoscere sempre le radici. Ti faccio un esempio: se ami il reggaeton, dovresti cercare di conoscerne un po’ le radici – la scena portoricana, la storia, come è nato alla fine degli anni ’90, perché suona così, da dove viene. Ma alla fine penso sia bellissimo vivere in quest’era globale in cui ognuno può ascoltare i generi con cui sente affinità.
Oggi c’è tantissima musica latina in giro per il mondo: probabilmente è la prima volta che è diventata davvero globale. Eppure ho l’impressione che molti, soprattutto in Europa, la sottovalutino ancora.
Sì, penso che certi specifici ambienti culturali magari non siano ancora così interessati, o non ci si connettano ancora più di tanto. Ma credo che quello che sta facendo Bad Bunny stia cambiando molto le cose, perché ha generato tantissimo interesse intorno alla sua figura, rendendo il tutto più attraente anche per chi è un po’ più scettico. Penso sia solo questione di tempo, sinceramente.
Foto: press/Acoustyle Communications
A proposito di Bad Bunny: di recente hai condiviso il palco con lui a Barcellona. Cosa ha significato quel momento per te? C’è un bel video che hai postato in cui lui balla sulla tua musica – si sente davvero che gli piace, che ti voleva lì. Inoltre avete cantato un suo pezzo insieme.
È stato emozionantissimo: il fatto che mi abbia invitata a cantare una sua canzone con lui è un sogno che si avvera. Mi è sembrato di aver raggiunto un traguardo. Ha una vibe splendida. È il punto di riferimento per qualsiasi artista latino, di lingua spagnola: è l’ispirazione che ti fa capire che puoi arrivare davvero lontano. Far parte del suo tour mi ha resa felicissima. È stato un momento molto importante della mia carriera.
Tu hai l’ambizione di arrivare al suo livello, suonare negli stadi, con tutto ciò che comporta?
Sono una persona molto ambiziosa e mi piacerebbe continuare a fare passi avanti, a crescere, a diventare un po’ più grande ogni anno. Quindi sì, mi piacerebbe che a un certo punto succedesse: un tour mondiale con stadi enormi. Sarebbe un sogno.
Ho letto un’intervista in cui dicevi che stai imparando a gestire l’essere un personaggio pubblico. Come sta andando?
È una questione di adattarsi e imparare, e allo stesso tempo di essere grata. Oggi sono un personaggio pubblico, e quindi devo rinunciare a un po’ della mia privacy, ma è ciò che arriva con il successo e con la crescita del pubblico. Ogni volta che qualcosa cambia un po’ nella tua vita devi imparare e adattarti. Fa parte del percorso.
In questi anni diversi grandi artisti hanno iniziato a raccontare quanto sia difficile essere così famosi, perché a un certo punto la vita cambia in un modo da cui non si torna indietro. Hai mai avuto, o hai tuttora, paura di questa possibilità?
Non ho mai voluto essere famosa, non è mai stato un pensiero per me. Volevo più che altro essere un’artista. Non ero nemmeno così consapevole di cosa fosse davvero la fama e di cosa comportasse. È qualcosa che ho affrontato vivendolo. Non avrei mai pensato che sarebbe stata una cosa così seria. È qualcosa che impari nel percorso, e a cui devi adattarti: non hai altra scelta.
Torniamo alla musica. La prima volta che ti ho ascoltata è stato nel 2009 con Internationally, brano prodotto da Jam City, all’epoca uno dei miei producer preferiti. Lavori sempre con tantissime persone, come scegli i tuoi collaboratori, i tuoi produttori?
Ha molto a che fare con l’idea che ho in testa. Sono molto precisa con le mie idee. Magari ascolto un pezzo reggaeton del 2010 che mi ispira: allora vado a vedere chi l’ha prodotto e lo contatto, perché voglio farlo nel modo giusto e andare alla radice dell’ispirazione. È così che decido con chi lavorare.
Hai da poco pubblicato una traccia con Kybba, un artista italiano conosciuto di certo più all’estero che in patria. Come nasce questa collaborazione?
Ci stavamo già parlando da un po’. Ero andata a vedere alcuni dei suoi concerti e lui sapeva che sono una grande fan della sua musica. Quando ha finito la canzone, me l’ha mandata. Mi è piaciuta tantissimo e ho deciso di buttarmici a capofitto.
Questo disco ha un po’ di quella vibe che sta tornando molto, l’R&B anni Duemila. Penso a un brano come Un Coro y Ya.
Sì, vero. Quel beat è stato costruito da zero in studio. I produttori ci hanno messo il loro tocco mentre io chiedevo cose specifiche, come quei violini che danno il feeling R&B. È stato un lavoro di squadra, un «vediamo cosa può portare ciascuno di noi».
In un’altra tua intervista hai detto che scrivere musica è una terapia, per te. Che tipo di terapia è? Qual è la tua idea di terapia, nel fare musica?
Mi piace isolarmi dal mondo. Il momento in cui scrivo le canzoni è un momento bellissimo tra me e me stessa. Lo condivido con le persone presenti in studio, ma resta un processo molto personale, intimo, e mi piace tantissimo. È questo, di per sé, a curare qualsiasi cosa io abbia in testa.
Il tuo album parla al dancefloor, ma qua e là c’è anche uno spazio più intimo. È difficile parlare di cose più intime quando la propria immagine è quella della party girl?
No, non è una cosa che mi mette a disagio. Mi sento a mio agio nel far convivere questi due mondi. Essere una party girl non significa non avere un lato più emotivo e intimo. I miei fan hanno accolto benissimo i momenti più emotivi e introspettivi.
Voglio parlare di due canzoni. Una è De Por Vida, perché credo contenga il verso più scuro dell’album: “La mia unica relazione è con l’alcol”.
Quel verso può suonare molto più serio di quello che era in realtà. Volevo semplicemente restituire l’immagine di tante ragazze che oggi preferiscono far festa piuttosto che mettere energie nel costruire qualcosa con un uomo. Quindi, invece di avere una relazione con un uomo, con un partner, rendono più solida e fanno crescere la loro relazione con il divertimento, con le feste. So che tante ragazze lo vivono.
L’altra è Fashion Girl pt.2, una canzone con un artista scomparso, Jadiel. Cosa significa per te fare un pezzo del genere?
Sono una grande fan di Jadiel ed ero una grandissima fan di quella canzone in particolare: sentivo che rappresentava molto di chi sono. Mi ci identifico ogni volta che la ascolto. Quindi era un obiettivo che avevo: fare un remix di quel pezzo. All’inizio non sapevo se sarebbe stato possibile, perché lui è scomparso qualche anno fa, e ora sono la sua famiglia e il suo team a prendere certe decisioni. Ma alla fine si è potuto fare, e sono felicissima di aver fatto conoscere anche al mio pubblico Jadiel e questa canzone iconica.
La tua estetica e la tua musica sono davvero dirette, senza mezzi termini o filtri. In una società patriarcale come la nostra, pensi che questo possa averti rallentato?
Ci sarà sempre una parte di persone con una mentalità vecchia, che non capirà. Ma ho imparato presto, nella mia carriera, che è meglio mettere le energie nel fare passi avanti ed essere grata per le persone che capiscono davvero ciò che voglio esprimere, piuttosto che concentrarmi sulla negatività, o su quella parte di pubblico maschile che ancora non accetta la libertà delle donne. Il fatto che possiamo fare quello che vogliamo e dire quello che vogliamo nella nostra musica è fondamentale.
