Il regolamento di Sanremo 2027 vieta l’intelligenza artificiale quando sostituisce il contributo creativo umano, e un producer ha già trovato cinque modi per aggirarlo. Il rischio, secondo l’avvocato Fabio Falcone, è che al Festival vinca non chi usa meno l’AI ma chi la nasconde meglio, magari facendo risuonare da musicisti un brano nato su Suno.
Torna Dillo all’avvocato, la rubrica in cui Falcone, specializzato in diritto d’autore e diritto dello spettacolo, racconta le domande che arrivano nel suo studio da chi lavora nella musica. Nell’ultimo appuntamento aveva analizzato il caso di Giusy Ferreri, che ha depositato la sua voce come marchio contro i cloni creati con l’AI.
Ciao ragazzi, sono l’Avvocato Fabio Falcone e oggi vi parlo di una cosa che, da quando è uscito il nuovo regolamento di Sanremo, mi sta facendo squillare il telefono molto più del solito.
Producer, artisti, autori, etichette, manager. Tutti con la stessa domanda, detta in modi diversi: “Avvocato, ma quindi adesso con l’intelligenza artificiale che succede? Se uso Suno sono fuori da Sanremo? Se ci passo dentro una canzone, l’ho bruciata? Se mi faccio dare un’idea, sto violando il regolamento?”.
Poi mi ha chiamato un producer, uno di quelli che lavorano con artisti professionisti, e mi ha detto una frase che mi ha fatto sorridere, ma anche riflettere: “Fabio, io ho già trovato cinque modi per aggirare questa regola senza che nessuno se ne accorga”.
E sapete qual è la cosa più interessante? Che certe domande un producer difficilmente le farebbe al proprio editore, al manager o alla casa discografica con cui lavora. Perché, diciamocelo, chi avrebbe il coraggio di telefonare alla propria major e chiedere: “Scusate, ma se uso Suno e poi risuono tutto, Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo se ne accorgono?”.
E allora a chi le fai queste domande? Al tuo Avvocato, naturalmente. Perché è proprio nel rapporto riservato tra Avvocato e cliente che emergono i dubbi, le preoccupazioni e anche quelle domande che nessuno avrebbe il coraggio di fare pubblicamente.
Ed è proprio ascoltando queste domande che ho capito una cosa: il vero problema del nuovo regolamento di Sanremo non è soltanto stabilire cosa sia vietato, ma capire come distinguere un utilizzo legittimo dell’intelligenza artificiale da uno che rischia di compromettere la creatività umana.
Perché se una regola fa venire subito in mente il modo per aggirarla, forse il problema non è solo chi vuole fare il furbo. Forse il problema è anche capire come quella regola possa essere applicata concretamente.
Cosa dice il regolamento di Sanremo 2027 sull’intelligenza artificiale
Il nuovo regolamento del Festival di Sanremo 2027 dice una cosa molto chiara nelle intenzioni: le canzoni devono essere espressione della creatività umana. Fin qui, personalmente, nulla da dire. Anzi. Sanremo è il Festival della canzone italiana, non il Festival del prompt migliore. Testo, musica, interpretazione, identità artistica: tutto deve restare, prima di tutto, umano.
Il passaggio delicato arriva subito dopo. Il regolamento prevede che non possano essere utilizzati sistemi o strumenti di intelligenza artificiale nell’ideazione, nella composizione di musica e testi e nella realizzazione delle canzoni, quando tale utilizzo comporti la sostituzione, l’alterazione o lo snaturamento del contributo creativo umano.
Rai e Direzione Artistica si riservano inoltre la possibilità di utilizzare mezzi tecnologici per verificare l’eventuale impiego dell’AI.
Ed è qui che si apre il problema vero. Perché detta così sembra semplice: l’uomo sì, la macchina no. Creatività umana sì, canzone generata dall’AI no.
Ma chi lavora davvero nella musica sa che oggi le cose non sono così pulite. Non c’è una linea rossa perfetta, bella dritta, facile da vedere. C’è una zona grigia enorme. E dentro quella zona grigia stanno già lavorando autori, producer, artisti, editori, etichette e studi di registrazione.
Suno e Sanremo: i quattro modi di usare l’AI
Oggi, quando si parla di intelligenza artificiale applicata alla musica, inutile girarci troppo intorno, il nome che circola più spesso è Suno. Non è l’unico strumento, ovviamente, ma è quello che più di altri è entrato nel discorso comune. Il punto, però, è che Suno non viene utilizzato da tutti nello stesso modo.
C’è un primo livello, quello domestico, in cui una persona comune scrive un testo, magari non sa suonare nemmeno uno strumento, ma vuole provare il brivido di sentirlo trasformato in una canzone. Poi c’è il producer amatoriale, che magari ha un piccolo studio, lavora con artisti emergenti e utilizza Suno per realizzare produzioni che successivamente consegna ai propri clienti.
Il terzo livello è quello dei producer professionisti, che lavorano con editori, etichette, major e artisti importanti. Anche in questo ambiente l’AI è entrata nei processi di produzione musicale: si utilizza per cercare idee, provare arrangiamenti, generare bozze, sperimentare nuove soluzioni sonore.
Poi chi ha competenza può risuonare tutto, rifare le parti, cambiare gli strumenti, sostituire le voci oppure tenere soltanto un elemento del materiale generato, magari uno stem, cioè una singola traccia strumentale o vocale.
Infine, c’è il quarto livello, quello dei cantautori e delle band che scrivono le proprie canzoni in maniera tradizionale, magari voce e chitarra, ma utilizzano Suno per sviluppare un arrangiamento o sperimentare una nuova veste musicale prima di tornare in sala prove e risuonare tutto.
Quattro situazioni diverse, quattro modi di utilizzare la stessa tecnologia ed è soprattutto quando entriamo nel mondo dei producer professionisti, dei cantautori e delle band che il regolamento di Sanremo incontra le questioni più interessanti.
Il producer che fa risuonare tutto
Immaginiamo un producer che utilizza Suno per generare una canzone completa, con testo, melodia, accordi e arrangiamento. A quel punto prende il brano, lo porta in uno studio di registrazione, chiama dei musicisti veri, fa risuonare tutti gli strumenti, sostituisce la voce artificiale con quella di un cantante e realizza un nuovo master.
Il risultato finale è una registrazione interamente suonata e cantata da esseri umani. Niente voce sintetica, niente strumenti generati artificialmente nel file definitivo. Eppure, la canzone potrebbe essere stata composta interamente dall’intelligenza artificiale.
Ora ditemi: come facciamo a dimostrare che quella melodia, quegli accordi e quell’idea musicale sono nati dentro Suno? E soprattutto, il fatto che il brano sia stato successivamente risuonato da musicisti veri è sufficiente per considerarlo espressione della creatività umana?
La risposta alla seconda domanda non può essere automaticamente sì. Perché un conto è suonare una canzone e un altro è averla creata. Se una melodia viene generata dall’AI e successivamente risuonata da un musicista, il suono finale sarà anche umano, ma questo non significa che lo sia diventata anche la composizione.
E il problema della verifica rimane. Si parla molto di watermark, cioè di quei sistemi che possono permettere di riconoscere l’origine artificiale di un contenuto. Ma quanto sono affidabili? Sopravvivono alle trasformazioni? Riescono a individuare anche uno stem estratto da un brano generato con Suno e successivamente inserito in una nuova produzione?
E soprattutto, come si può riconoscere una melodia generata dall’AI quando viene completamente risuonata da musicisti veri?
Perché una cosa è analizzare un file audio scaricato direttamente da una piattaforma. Un’altra è ricostruire il processo creativo che ha portato alla nascita di una canzone e il fatto che non si riesca più a riconoscere l’origine artificiale del materiale non significa automaticamente che il contributo creativo sia diventato umano.
Il cantautore che chiede l’arrangiamento a Suno
Ma adesso facciamo un altro esempio, che secondo me è ancora più interessante.
Immaginiamo un cantautore che scrive davvero una canzone. Voce e chitarra. Testo suo, melodia sua, armonia sua.
Poi carica quel brano su Suno e chiede al sistema di immaginare un arrangiamento. Magari Suno gli restituisce una versione più pop, più elettronica o più orchestrale. Lui non usa il master generato, non prende la voce artificiale e non pubblica quel file. Però ascolta l’arrangiamento, prende ispirazione, torna in sala prove e lo risuona con la sua band.
La domanda è: quella canzone è ancora sua?
Se testo e melodia sono stati effettivamente creati dal cantautore, il successivo utilizzo dell’AI non cancella automaticamente il suo contributo creativo ma questo non significa nemmeno che qualsiasi arrangiamento generato dall’AI possa essere utilizzato senza interrogarsi sulle regole del Festival.
Ed ecco il paradosso: se io scrivo una canzone e poi la faccio passare dentro Suno per farmi suggerire un arrangiamento, quella canzone non è più presentabile? Anche se poi risuono tutto con la mia band? Anche se il brano nasce da me?
Capite bene che qui non siamo più nel territorio semplice del “vietato usare l’AI”, perché un conto è presentare a Sanremo una canzone interamente generata da Suno, testo e musica, attribuendosene la creazione, un altro conto è utilizzare l’AI per provare un arrangiamento, realizzare una demo o cercare una soluzione sonora per una canzone già scritta da un essere umano.
Sono due situazioni profondamente diverse, che non possono essere valutate soltanto chiedendo se Suno sia stato utilizzato oppure no.
E attenzione: non sto dicendo che l’intelligenza artificiale debba sostituire gli autori, i musicisti, i producer o gli artisti. Sarebbe una follia. La creatività umana deve restare al centro.
Una canzone non è solo una sequenza di accordi con sopra una melodia. È intenzione, vissuto, scelta, errore, gusto, identità, corpo, voce, storia. L’AI può generare un risultato, ma non vive quello che canta.
Il punto è un altro: l’industria musicale ha già iniziato a usare questi strumenti. Li usa per curiosità, per velocità, per sperimentazione, per cercare idee.
Un po’ come in passato sono entrati nei processi creativi il campionatore, l’Auto-Tune, i plugin, le librerie sonore, i preset e i loop.
Ovviamente non sono la stessa cosa, perché l’AI generativa può incidere molto più profondamente sulla composizione, però il ragionamento di molti operatori è simile: se questo strumento è già dentro il mio lavoro quotidiano, come faccio a capire quando lo sto usando legittimamente e quando invece sto superando il limite?
Il rischio: premiare chi nasconde l’AI
Da avvocato, la cosa che ho notato subito è questa: quando esce una regola percepita come troppo ampia o poco chiara, le persone non si chiedono soltanto “come faccio a rispettarla?”. Spesso si chiedono anche “come faccio a non risultare colpevole?”.
Ed è qui che nasce il rischio. Perché se il messaggio che passa è “chi usa l’AI è sospetto”, molti potrebbero smettere semplicemente di dichiararla. Non necessariamente di usarla, ma di parlarne e questo sarebbe il vero paradosso: il rischio è che a Sanremo non venga premiato chi utilizza meno l’intelligenza artificiale, ma chi è più bravo a non far vedere che l’ha utilizzata.
Chi usa l’AI in modo trasparente, magari soltanto per una parte marginale del processo, rischia di esporsi al controllo. Chi invece la utilizza pesantemente e poi nasconde il proprio processo creativo potrebbe risultare molto più difficile da individuare.
Non significa che nascondere l’utilizzo dell’AI renda una canzone conforme al regolamento. Significa che una regola, per quanto condivisibile nelle intenzioni, deve anche poter essere applicata concretamente.
Dove finisce lo strumento e dove comincia la sostituzione
Anche Enzo Mazza, CEO di FIMI, intervenendo sul tema, ha precisato un punto importante: non si tratta di un divieto assoluto. Il regolamento limita l’impiego dell’intelligenza artificiale quando questa sostituisce, altera o snatura il contributo creativo umano.
Questa precisazione è fondamentale. Però apre subito un’altra domanda: chi decide quando c’è sostituzione? Chi decide quando c’è alterazione? Chi decide quando c’è snaturamento?
Se uso Suno per generare tutta la canzone e poi cambio due parole, siamo davanti a una situazione. Se scrivo io la canzone e uso l’AI per provare un arrangiamento, siamo davanti a una situazione molto diversa. Ma in mezzo c’è un oceano e quell’oceano è esattamente il luogo in cui oggi lavorano tantissimi producer, autori e artisti.
Il punto quindi non è difendere l’AI contro l’uomo, bensì difendere la creatività umana dentro un mondo in cui gli strumenti sono cambiati. Se fingiamo che questi strumenti non esistano, rischiamo di costruire regole lontane dalla realtà. Se li lasciamo entrare senza limiti, rischiamo invece di svuotare di significato il contributo creativo degli autori e degli artisti.
Il regolamento di Sanremo ha il merito di accendere un faro su un tema che riguarda tutta l’industria musicale ma adesso bisogna fare un passo in più: definire con maggiore precisione dove finisce l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento e dove comincia la sostituzione del contributo creativo umano.
Altrimenti rischiamo di ottenere l’effetto opposto: non meno AI nella musica, ma meno sincerità su come viene usata.
E allora, tornando alla telefonata del mio cliente, la vera domanda non è se Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo possano accorgersi che una canzone è passata dentro Suno, la vera domanda è se Sanremo riuscirà a distinguere chi utilizza l’AI per sviluppare la propria creatività da chi lascia che sia una macchina a creare al posto suo.
Avv. Fabio Falcone
www.fabiofalcone.com
Foto: ufficio stampa Rai
