«Buongiorno, scusate per il messaggio cumulativo, ma siete stati in troppi a farmi gli auguri e non riuscirei a ringraziarvi uno per uno». Chissà se, sulle sue pagine social, Freddie Mercury avrebbe scritto qualcosa del genere nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Chissà se avrebbe usato i social, soprattutto, vista la nota ritrosia ad esporsi pubblicamente. È forse retorico cercare di immaginare come sarebbe oggi il frontman dei Queen, ma è pur vero che chiunque nella vita si è trovato nella condizione di chiedersi come si sarebbe comportato uno dei suoi idoli scomparsi troppo presto. I Queen sarebbero ancora insieme? Sarebbero sopravvissuti al grunge dopo essere riusciti con nonchalance a uscire indenni dallo tsunami del punk? Nel suo caso, peraltro, il gioco potrebbe partire da ancora prima, dal momento in cui scoprì di essere malato e, quindi, condannato a morte. Avremmo avuto The Miracle e Innuendo? Il Magic Tour sarebbe stato comunque l’ultimo? E soprattutto, arrivato a 80 anni, che cosa avrebbe fatto Freddie Mercury?
Un elemento rende questo gioco meno arbitrario: lui aveva parlato del futuro. Non aveva soltanto lasciato dietro di sé canzoni e interviste dalle quali ricavare, a posteriori, il ritratto di una personalità, aveva raccontato abbastanza chiaramente che cosa pensava sarebbe successo quando il corpo non gli avrebbe più permesso di correre avanti e indietro sul palco. Nel 1985 gli hanno chiesto se vivesse soprattutto per il presente: «No, vivo per il domani. È molto diverso: al diavolo oggi, è domani». L’anno precedente, parlando con Mary Turner, aveva immaginato un futuro nel quale avrebbe continuato a cambiare, perché l’idea di passare il resto della vita a guardare i dischi d’oro e di platino accumulati gli sembrava insopportabile. Aveva voglia di scrivere un musical, magari quando le gambe non gli avrebbero più permesso di fare quello che faceva sul palco, e non escludeva il cinema, la recitazione, altri progetti al di fuori dei Queen.
Era interessante soprattutto il modo in cui considerava il cambiamento: un musicista poteva continuare a lavorare senza essere costretto a suonare per tutta la vita la stessa musica, e i Queen, secondo lui, avevano abbastanza creatività per permetterselo. Una dichiarazione che, riletta oggi, cambia parecchio il significato della sua morte. Freddie Mercury aveva 45 anni quando è morto nel novembre del 1991, proprio l’età che qualche anno prima aveva indicato come quella nella quale avrebbe potuto cominciare a fare altro. Il futuro che immaginava non era ancora arrivato e gli era rimasto davanti soltanto il tempo necessario per registrare qualche altra canzone.
Nel giorno di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno, Mercury appare come un uomo al quale sono stati sottratti 35 anni di vita, praticamente lo stesso arco di tempo che separava il ragazzino che in India, a scuola, aveva contribuito a fondare la sua prima band, gli Hectics, dal Freddie Mercury del Live Aid. Non possiamo sapere cosa avrebbe fatto in quei 35 anni, ma possiamo partire da quello che lui aveva già cominciato a fare. Prima che diventasse Freddie Mercury, prima dei Queen e delle copertine, dei palchi e delle feste, c’era Farrokh Bulsara, nato a Zanzibar il 5 settembre 1946 da una famiglia parsi che si sarebbe spostata più volte tra mondi molto diversi. C’erano il bambino mandato in India, la St. Peter’s School di Panchgani, gli anni del collegio e soprattutto la musica, che è arrivata nella sua vita molto prima della fama. A 12 anni ha formato con alcuni compagni di scuola gli Hectics, che suonavano soprattutto rock’n’roll alle feste e agli eventi dell’istituto. Un insegnante arrivò a dire che, tolto il pianoforte, degli Hectics non sarebbe rimasto praticamente nulla, i documenti della scuola lo descrivevano come un pianista eccezionale.
È un particolare che non va dimenticato perché il personaggio ha finito per diventare molto più grande del musicista. Quando pensiamo a Freddie Mercury vediamo immediatamente il frontman, il microfono, la canotta bianca, la corona, i gesti, la capacità quasi spaventosa di comandare il pubblico; eppure, tutto questo era arrivato dopo, mentre il primo Freddie che possiamo andare a cercare è un ragazzo seduto davanti a un pianoforte. La sua formazione artistica è proseguita a Londra, all’Ealing Art College, dove ha studiato grafica e illustrazione e ha sviluppato un gusto particolare per le immagini che più avanti avrebbe riversato nella costruzione dei Queen. È stato lui a disegnare il logo della band, assemblando i segni zodiacali dei quattro componenti, e sempre lui ha compreso molto presto che una canzone, per diventare davvero un’esperienza, doveva possedere anche un corpo visivo. Nel 1977, intervistato da Circus, raccontava di amare le cose belle e di voler vivere circondato da uno «splendido disordine», una definizione che sembra quasi un manifesto della sua estetica.
La nascita del suo personaggio, dunque, non era accidentale, Mercury lo ha costruito con la stessa attenzione con cui costruiva una canzone. È proprio qui che compare una delle contraddizioni più interessanti della sua personalità: l’uomo che aveva imparato a trasformare se stesso in spettacolo non aveva alcuna voglia di consegnare completamente la propria vita al pubblico. In una delle tante interviste radiofoniche degli anni ’80 raccontava la trasformazione del proprio look, dagli abiti di Zandra Rhodes al trucco, dalle unghie dipinte ai capelli lunghi, fino alle camicette femminili e alle entrate teatrali con cui aveva contribuito a ridefinire l’idea stessa di frontman. Poi, parlando della persona che esisteva dietro quell’immagine, diceva che c’erano giorni nei quali si svegliava pensando: «Mio Dio, quanto vorrei non essere Freddie Mercury oggi». Immaginarlo oggi, in un mondo nel quale la celebrità funziona attraverso una disponibilità praticamente continua, dove il personaggio pubblico vive dentro una sorta di finestra sempre aperta sulla vita privata, è davvero difficile.
Coi Queen alla Ridge Farm, luglio 1975. Foto: Watal Asanuma/Shinko Music/Getty Images
Mercury aveva costruito una relazione diversa con il pubblico, nella quale poteva mostrare quasi tutto durante un concerto e contemporaneamente proteggere con attenzione quello che accadeva quando il concerto finiva. Probabilmente avrebbe capito immediatamente i social, perché aveva un’intelligenza visiva troppo sviluppata per non comprenderne le possibilità, ma è molto più difficile immaginarlo disposto a trasformare ogni giorno della propria esistenza in una nuova puntata del Freddie Mercury Show. Magari avrebbe postato qualche foto in camicia hawaiana e un gatto come l’amico Rob Halford, prendendosi molto poco sul serio. È stato uno delle poche star di quegli anni a mettere una distanza netta tra personaggio e persona.
Tra tutte le testimonianze post mortem, quella che forse ancora oggi riesce a mettere in luce quella distanza è The Untold Story, il documentario realizzato nel 2000 da Rudi Dolezal e Hannes Rossacher attraverso le testimonianze di familiari, amici e persone che hanno lavorato con lui. Il film prova a togliere qualcosa alla figura pubblica per restituire un uomo che, nel corso della vita, aveva accumulato identità diverse senza riuscire, o forse senza volerle, ricomporre completamente. Ci sono la famiglia, la sorella Kashmira e i ricordi dell’infanzia; ci sono Mary Austin e il rapporto che sarebbe sopravvissuto alla fine della loro relazione sentimentale; ci sono Peter Freestone, Jim Hutton e le persone che gli sono state accanto negli anni di Garden Lodge; c’è Montserrat Caballé, che racconta la nascita di una collaborazione artistica nella quale Freddie ha ritrovato per certi versi la curiosità del ragazzo che aveva ancora qualcosa da imparare.
Mary Austin rappresenta forse il filo più lungo che ha attraversato la sua vita adulta. Si erano conosciuti quando Freddie era ancora lontano dalla fama e la loro relazione ha cambiato forma senza finire, fino a quando Austin è diventata una delle persone alle quali ha affidato una parte essenziale della sua vita privata. Quando Freddie le ha detto della propria sessualità, lei ha capito che qualcosa dentro di lui aveva finalmente trovato una definizione e ne è stata francamente sollevata. E negli anni successivi ha continuato a rappresentare per lui un legame con quella parte dell’esistenza che non aveva bisogno di essere trasformata in spettacolo. Garden Lodge è così diventata qualcosa di più di una casa. Era il luogo nel quale poteva finalmente chiudersi la porta alle spalle, dopo avere passato la giornata a essere Freddie Mercury per il resto del mondo.
Anche le feste, spesso raccontate per gli eccessi, acquistano un significato diverso se osservate da questa prospettiva. Amava organizzare, invitare, mettere insieme persone che non si sarebbero mai incontrate altrimenti, creare un ambiente nel quale il divertimento diventasse quasi una forma di arte. Era generoso con gli amici e amava circondarsi di oggetti, abiti, musica e persone, ma quella teatralità domestica non cancellava la necessità di avere un luogo nel quale essere semplicemente se stesso. Nell’intervista del 1977, quando il giornalista di Circus gli chiede come vorrebbe essere ricordato, lui risponde «come un musicista di un certo valore e sostanza». Aveva capito che il suo personaggio avrebbe potuto diventare talmente ingombrante da rischiare di cancellare ciò che stava dietro il costume.
Brian May lo ha raccontato in più occasioni, soprattutto quando gli è stato chiesto di descrivere il rapporto di Mercury con il pianoforte. Non era un pianista virtuoso nel senso accademico del termine, ma aveva un tocco, un senso dell’armonia e soprattutto un modo di concepire la struttura delle canzoni che gli altri Queen riconoscevano immediatamente. Quando ha fatto ascoltare per la prima volta Bohemian Rhapsody, aveva già nella testa l’architettura del brano, le sezioni, gli incastri e il modo in cui la canzone avrebbe dovuto svilupparsi. May ha raccontato di aver avuto davanti non un cantante con un’idea informe, ma un autore che aveva già costruito mentalmente l’intero edificio. Il chitarrista ha insistito anche su un altro aspetto che il mito tende a nascondere: Mercury era un ottimo chitarrista. Lui stesso scherzava sulle proprie capacità e diceva di conoscere solo pochi accordi, ma May ha raccontato che l’amico aveva una tecnica tutta sua, spesso poco ortodossa, nella quale utilizzava quasi esclusivamente pennate verso il basso, con una velocità e un’energia che colpivano persino un chitarrista come lui. Ogre Battle era nata dalla chitarra di Mercury, così come Crazy Little Thing Called Love. May è arrivato a dire di aver desiderato suonare bene quanto lui su quella registrazione perché Mercury, semplicemente, era «dannatamente bravo».
Con Brian May e i Queen a Montreal nel 1981. Foto: press
Freddie Mercury non era un cantante che ogni tanto si sedeva al pianoforte per accompagnarsi, ma un musicista che aveva scelto di utilizzare il canto come uno strumento. Il pianoforte gli serviva per costruire armonie, la chitarra per trovare riff e accordi, la voce per dare forma definitiva alle idee e il palco per trasformare tutto questo in un’esperienza collettiva. Era un po’ come se Elvis si fosse anche scritto i classici che interpretava. Quando a un certo punto della carriera ha cominciato a suonare meno durante i concerti, non ha abbandonato la musica. Aveva capito che sul palco il suo corpo poteva diventare uno strumento altrettanto efficace. May ha spiegato che il cantante voleva la libertà di muoversi, di correre, di interagire col pubblico, e che quella scelta aveva un senso preciso: la performance era ormai parte integrante della sua musica. Lo aveva detto lui stesso già nel 1977: «Un concerto non è una versione dal vivo del nostro album. È un evento teatrale».
La collaborazione con Montserrat Caballé dimostra quanto fosse ancora vivo il bisogno di cambiare quando Freddie Mercury era ormai una superstar. Nel 1986 aveva parlato in televisione della passione per l’opera e del desiderio di incontrare la cantante spagnola. Quando finalmente è successo, nel marzo del 1987, le ha portato una canzone che aveva scritto pensando a lei. Da quell’incontro è nato un progetto che ha richiesto mesi di lavoro e che è diventato Barcelona, accolto ai tempi come una specie di Frankestein di cui prendersi gioco e che oggi invece viene considerato un esperimento coraggioso. David Wigg, durante un’intervista realizzata a Ibiza nel 1987, gli ha chiesto perché continuasse a lavorare con quella intensità quando aveva già tutto ciò che una persona potesse desiderare. Freddie ha risposto parlando proprio della collaborazione con Caballé e di come gli avesse dato la possibilità di sentirsi vivo come agli esordi con Brian May e Roger Taylor. Solo pochi anni prima aveva provato a seguire le mode del momento con Mr. Bad Guy e ne era uscito con le ossa rotte. Non sappiamo se avrebbe davvero realizzato il musical che aveva immaginato, se avrebbe recitato, se avrebbe lavorato per il cinema o se avrebbe prodotto altri dischi lontanissimi dai Queen. Possiamo però dire che erano tutte strade che aveva preso in considerazione quando ancora poteva percorrerle, e Barcelona dimostra che non si trattava di semplici fantasie da intervista.
È una cosa rimasta intatta anche negli anni della malattia. Mary Austin, Jim Hutton, Peter Freestone, la famiglia, gli amici raccontano un uomo che, anche quando il corpo cominciava a impedirgli ciò che aveva fatto per tutta la vita, continuava a pensare al lavoro. Quando non poteva più correre sul palco, restava lo studio. Quando andare in tour non era più possibile, rimanevano le canzoni. Brian May ha ricordato le ultime session come momenti nei quali Freddie, nonostante le condizioni fisiche, continuava a portare entusiasmo e idee, Roger Taylor ha raccontato quanto fosse importante per lui evitare che gli altri lo trattassero come un malato da compatire.
Foto: Peter Röshler
Per questo nel suo ottantesimo compleanno forse non si dovrebbe celebrare il mito, ma ricordarlo come una domanda rimasta senza risposta. Che cosa avrebbe fatto Freddie negli anni che non ha avuto? Forse avrebbe cambiato ancora idea, perché aveva passato la propria carriera a cambiare idea, forma, abiti, genere, registro e prospettiva, senza mai smettere di cercare qualcosa che lo stimolasse. In quanto ai social, alla fine, possiamo soltanto giocare. Probabilmente avrebbe avuto milioni di follower. Forse avrebbe trasformato Instagram in un’estensione del palcoscenico, con fotografie studiate, abiti improbabili e feste che sarebbero diventate immediatamente virali. Oppure avrebbe fatto l’esatto contrario, mantenendo quella distanza che aveva sempre difeso e lasciando che fosse la musica a parlare. Di certo non avrebbe parlato di politica. Freddie aveva costruito uno dei personaggi pubblici più esposti della storia del rock e, nello stesso tempo, aveva trascorso una parte enorme della propria vita a difendere l’uomo dietro il personaggio. Aveva capito che mostrare tutto non significa necessariamente raccontare tutto. Ed è una lezione che oggi, nell’epoca dell’esposizione permanente, sembra quasi rivoluzionaria.
Quello che resta è il suo desiderio di essere ricordato come musicista e forse è per questo che oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni, la cosa più giusta che possiamo fare è ascoltare la musica che ci ha lasciato e ricordare la richiesta che aveva fatto quando era ancora giovane e non poteva immaginare quanto sarebbe diventata importante. Voleva essere ricordato come un musicista. Vorremmo dirgli finalmente che a 80 anni ce l’ha fatta. E al grunge sarebbe sopravvissuto di certo, piaceva a Kurt Cobain.
