Qualche avvisaglia c’era stata: una co-curatela di un palco nella giornata di sabato del Mi Ami di quest’anno, il radunarsi a due attorno ad un certo tipo di immaginario luchador (affidato al tratto del tatuatore Marco Sciuto) ed al claim corazon y voluntad, ma era difficile immaginare il rilancio che la strana accoppiata tra un festival musicale (il Mi Ami) e un brand-non-solo-di-abbigliamento (Propaganda, che nasce come management e booking di Noyz Narcos e del Truce Klan ma si è evoluto in mille cose, la più recente è la venture pizzaiola targata Pantera) ha cucinato. Senza premesse, senza preannunci ma, a dire il vero, senza nemmeno troppi annunci, su Instagram hanno lanciato urbi et orbi una, citiamo, «…festa per volere e potere. Per chi sa amare hardcore. Per chi ci ha creduto e anche per chi non ci credeva».
La scusa per tutto questo: entrambe le realtà festeggiano nel 2026 i vent’anni di esistenza. L’obiettivo: «Fare qualcosa di epico» come ci dice Andrew, il primo motore aristotelico di Propaganda, alias Andrea Corona. Bene, ci siamo fatti una lunga chiacchierata con lui e con Carlo Pastore, tra le mille cose direttore artistico del Mi Ami fin dal giorno uno, per farci raccontare che diavolo stia succedendo e, soprattutto, che diavolo succederà davvero al Circolo Magnolia alle porte di Milano il prossimo 19 settembre. Cuore, volontà – ok sì, ma come? Perché?
Oh insomma, vi pare il modo? Annunciare le cose così dal nulla, e senza nemmeno troppi particolari?
Carlo Pastore: Beh, ma perché è andata proprio così, più o meno. Il modo in cui stiamo comunicando rispecchia l’anima di questo evento. Un giorno Andrew mi scrive: «Sai che quest’anno Propaganda fa vent’anni, esattamente come il Mi Ami? Ma senti, perché non facciamo qualcosa assieme?». E quando Andrew ti dice qualcosa, sai che c’è dietro sempre una visione, una voglia di fare che sa essere immediatamente trascinante…
Vero.
CP: E quindi gli ho detto subito: sì, facciamolo. Facciamo qualcosa assieme. A entrambi poi fare tutto a settembre e non prima è sembrata la scelta più naturale, una sorta di back to school, così come naturale è stato scegliere il Magnolia, che per entrambi è stato casa: i festival di Propaganda sono sempre stati fatti lì, e fino al 2024 il Circolo Magnolia è stato la casa dei Mi Ami.
Bene, tutto bello. Resta il fatto che di solito lanciare un festival è qualcosa che si pianifica con mesi di anticipo, non prendiamoci in giro. Non per altro: anche solo per costruire la line up, ci vogliono mesi di trattative ed incastri.
Andrea Corona: Già. In teoria è così. Ma per farti capire come stanno le cose, una settimana fa ero con uno degli artisti che si esibirà all’evento, suonava in una città del Nord Italia come ospite di un tour dove sono ben coinvolto, e a sua esibizione finita lui arriva da me e mi fa: «Ma che figata ‘sta cosa, peccato che questa sia l’ultima data…». «No zio, non hai capito», gli faccio, «guarda che questa non è l’ultima, ne faremo un’altra il 19 settembre, al Magnolia». L’ha scoperto lì. Capisci quanto c’è di pianificato ed organizzato?
Ok, comincio a capire.
AC: Ma è giusto che sia così. È necessario. Il grande senso di tutta questa operazione che stiamo mettendo su è proprio che sia un po’, come dire, situazionista. Mi piace l’idea di annunciare pochissimo. In fondo sia noi come Propaganda che il Mi Ami siamo dei brand you can trust. Anche se devo dire che fra i giovani d’oggi – è triste usare la parola giovani, lo so – il meccanismo della fiducia non è proprio una cosa abituale.
CP: In generale, sono comunque due realtà da cui sai che ti puoi aspettare una visione, un immaginario. Anche dal punto di vista iconografico. Un’identità insomma un minimo profonda, non casuale, con traiettorie ben precise. Quindi se c’è Propaganda è normale pensare che ci sarà questo, ci sarà quest’altro… Ma il principio deve però essere: arrivare lì, e vedere un po’ cosa accade, cosa salta fuori, senza preconcetti, senza certezze. Perché potrebbe esserci quello che ti aspetti, ma anche no.
E quindi cosa ci sarà?
AC: Tanta musica, e non solo. Tutto durerà 12 ore di fila. Tre palchi. Diverse sorprese, soprattutto: e secondo me proprio queste ultime daranno l’idea della particolarità dell’evento, che è un qualcosa che nasce prima di tutto dal semplice e puro piacere di stare assieme. È la somma di due percorsi lungi vent’anni. Ecco, peccato che il Magnolia ne faccia 21, sennò includevamo anche lui nell’equazione… Lo spirito è stato: siamo invecchiati tutti e dai, non siamo invecchiati male – facciamo allora una bella festa per celebrare questa cosa.
A proposito del tempo che passa, quando per la prima volta si intrecciarono le traiettorie di Noyz e di Propaganda e del Mi Ami io c’ero e fu abbastanza surreale, eravate davvero agli antipodi all’epoca, direi proprio antropologicamente, fu un po’ un incontro fra alieni.
CP: Ma gli alieni esistono.
E quindi?
CP: È una cosa che ci ripetiamo spesso: gli alieni esistono, e proprio per questo vogliamo conoscerli. Per me la musica è sempre stata una terra di scoperte interessantissime. Questo significa che non mi sono mai posto il problema di quale dovesse essere il profilo del Mi Ami, la percezione che se ne poteva avere. Se ci pensi, quasi fin da subito noi ci siamo tolti un certo tipo di tag: perché inizialmente Mi Ami sta va per “musica indie a Milano”, ma dopo la terza edizione è diventato “musica importante a Milano”. C’era troppa energia e troppa figaggine in quello che passava per il festival per confinarlo ad una etichetta, ad un recinto…
Ma dicevamo dei vostri primi incontri.
CP: Il mio primo ricordo legato ad Andrew è un live dei Truce Klan al Mi Ami nel 2008, c’era anche Miss Violetta Beauregarde con loro, e lei quell’anno era stata messa nella personale top 5 di dischi dell’anno da Beck. Insomma, nel mio ruolo da direttore artistico, ma anche semplicemente per la curiosità che voglio sempre avere, era inevitabile intercettare quelle esperienze così particolari, così potenti e comunque underground. Poi pensaci: vent’anni fa sia noi che loro eravamo una banda di diversi, di squinternati, di gente a cui nessuno probabilmente avremmo dato un centesimo. Ora, vent’anni più tardi, vent’anni in cui abbiamo fatto un certo tipo di percorso, possiamo permetterci di fare una bella festa insieme.
Ma tu Andrew come lo vedevi l’universo Rockit, quando ancora lo guardavi da fuori?
AC: Non nego che non fosse la mia cup of tea…
Ecco.
AC: …ma tuttavia mi piaceva molto. Ne parlavo giusto con Motta via Instagram, pochi giorni fa: pure con lui ci siamo conosciuti grazie al Mi Ami. Nella sua diversità, il Mi Ami è stato un grande aggregatore. Quando ho avuto la fortuna di fare una consulenza artistica per una venue a Roma per un paio d’anni, attorno al 2009, 2010, l’indie stava iniziando a mettere i primi semi di quella che poi sarebbe diventata una storia di grande successo. All’epoca c’era Calcutta che iniziava a farsi largo, e lui era un amico. E guarda dov’è adesso. Ma anche i Cani, per dire – sono contentissimo del loro ritorno. Abbiamo imparato molto da come si è mossa la scena indie, ecco, a questo volevo arrivare. Magari all’epoca musicalmente la dileggiavamo, non lo nascondo, ma in realtà non sono nemmeno sicuro lo facessimo… Sai, con l’anzianità certi ricordi si diluiscono. (risate)
Ecco, bravo… (altre risate)
AC: Con l’età si diventa più buoni e saggi, questa è la verità. A parte gli stronzi veri: quelli restano tali anche da vecchi. Però ecco, da giovane ci sta essere un po’ arrogantelli, no? Ma quello che era sotto gli occhi di tutti era il grande percorso di crescita che stava facendo la scena indie, grazie al talento indiscutibile di molti artisti, e proprio parallelamente pure il rap stava vivendo in Italia un’esplosione che fino ad un attimo prima nessuno avrebbe pronosticato. Oggi entrambi i mondi, parlano i numeri su questo, sono al vertice: sia dal punto di vista discografico che da quello del mondo del live. Io però vedo arrivare alcune trasformazioni all’orizzonte: ed è normale sia così, perché sono mondi che vivono a cicli. Credo che il prossimo biennio regalerà molte sorprese. E allora, questa festa dei vent’anni reciproci facciamo che serva anche da trampolino per i prossimi vent’anni, con la consapevolezza che tutto è in continua evoluzione.
Domanda per entrambi, e vi chiedo di rispondermi sinceramente: proprio alla luce di questo discorso che faceva Andrew, avete un po’ di senso di rivalsa, oggi? Sia rap che indie erano in Italia erano – a esser buoni – figli di un Dio minore, mentre adesso invece… Quanta voglia c’è di battere il pugno sul tavolo del mainstream, sillabando un “vaffanculo, avevo ragione io”? Oh, sarebbe comprensibile.
CP: Rispondo io intanto, per il lato “nostro”. E vorrei stare intanto sull’evento del 19 settembre. Evento che è da un lato una festa fatta sulla base di un’amicizia vera, dall’altro di una voglia mischiare le carte – e quest’ultima cosa penso serva a tutti, noi per primi, ma non solo noi. Quando si creano spazi di amplificazione e condivisione, come in questo caso, penso infatti sia un vantaggio per tutti.
Ci sta.
CP: In più lo facciamo in un posto, il Magnolia, che anche lui sta attraversando una fase di passaggio: ha rappresentato tantissimo negli anni, ora deve attraversare un periodo storico in cui i club e le live venue in generale soffrono tanto, tantissimo, soprattutto se decidono di non aderire ad un certo tipo di modello. Credo anche io, come ha detto Andrew, che il prossimo biennio sarà molto interessante: si stanno palesando dei cambiamenti che sono davvero pronti ad arrivare e manifestarsi. Ma proprio questo è il bello della musica, no? Arriva sempre una fase in cui all’improvviso cambia tutto, si stravolge tutto. Poi il capitalismo riesce a riassorbire anche questi nuovi paradigmi. E fra cinque anni di nuovo parleremo di un’altra rivoluzione in arrivo.
Possibile, sì.
CP: Il Mi Ami è sempre stato sul baratro, tendenzialmente tra la vita e la morte: il modello di festival che abbiamo è, a livello di sostenibilità, veramente ma veramente difficile. Lo dimostra il fatto che i festival multipalco in Italia sono pochissimi. In Europa sono molti di più – ma moltissimi di questi sono stati nel frattempo acquisiti dalle multinazionali dell’intrattenimento. Ecco che insomma ogni singola edizione di Mi Ami ha un po’ un senso di rivalsa, per tornare alla tua domanda. Ma credo che chiunque si approcci alla musica in una carta maniera ce l’abbia. Il mantra di John Lydon in Rise, “Anger is an energy”, per me è sempre stato un leit motiv fortissimo: la rabbia è sempre stata un motore che mi ha spinto a lavorare su di me, su di noi, su tutto quello che facevamo. Ecco che allora questo mettersi in discussione porta anche ad immaginare feste impossibili, che uniscono mondi apparentemente diversi, come il caso di quello che faremo il 19 settembre.
Andrew?
AC: Io più che parlare di rabbia, parlerei di fame. Ti ricordi cosa faceva dire Collodi a Geppetto, quando Pinocchio va via? «Ma la fame era più forte della paura». Probabilmente non è un caso che nella nostra giornata ci sarà anche la “fame”: nel senso che uno degli ospiti sarà di sicuro Pantera, la catena di pizza al taglio alla romana. Il format comunque è chiaro: 20 anni Mi Ami, 20 Propaganda; 20 artisti invitati da una delle realtà, 20 dall’altra. “Artisti” va inteso in senso multidisciplinare. Perché per noi tutto può essere arte: la musica, il cibo, la performance… E potendo contare su un’ampia pletora di amici, persone con cui si condividono sensibilità ed anche percorsi, il nostro lavoro è di armonizzare e rendere in qualche modo omogeneo il percorso che ci sarà nelle 12 ore, che è il tempo di durata che abbiamo scelto per l’evento.
CP: Effettivamente faremo delle cose matte, e cercheremo di andare al di là del classico schema della “esibizione”. I numeri comunque sono chiari: 3 palchi, 40 act, 12 ore. L’unica regola è: chi partecipa a quest’avventura, deve sentirsi coinvolto ed essere preso bene.
AC: Verissima, questa cosa. Vera e necessaria. Perché il nostro non è uno di quei festival dal budget faraonico, dove puoi permetterti di investire. No: qui si sta parlando davvero di una rete di amici, che incidentalmente sono anche ciascuno nel proprio campo dei grandi professionisti. Vediamo se con questo approccio alternativo riusciamo a fare qualcosa di bello, qualcosa che resti, avendo un budget complessivo – questa è la verità – che di suo basterebbe forse a malapena per uno o due fra gli invitati.
CP: Quello che dovete aspettarvi sono anche altri festival che diventano degli act, e si prendono dei palchi o parti di palco. Così come ci saranno back to back inaspettati. Ci sarà più di un momento di intersezione fra mondo del clubbing, mondo del rap più di strada e novità emergenti varie. L’ìdea collettiva è quella che mette insieme amore ed attitudine hardcore. E sarà un one shot: un’unica giornata in cui dare tutto, inventarsi di tutto.
AC: Sarà incredibile, vogliamo qualcosa di epico.
CP: E poi sai cosa sogno, personalmente, al di là di quello che succederà sui palchi? Sogno una biglietteria sempre aperta, che non smette mai. Come ai vecchi tempi. Una biglietteria che ti fa accedere ad un posto dove la gente va e viene, di continuo, e però non è mai troppa, stai sempre bene. Respirando una festa sempre viva, sempre carica, sempre piena di idee e si sorprese.
