Due concerti condivisi e due storie che continuano a incrociarsi, dopo oltre quarant’anni, per dimostrare che la musica resisterà anche alle rivoluzioni tecnologiche. Il 9 luglio al Circolo Magnolia di Milano e il 19 luglio all’Eur Social Park di Roma saliranno sullo stesso palco Tre Allegri Ragazzi Morti e Sick Tamburo, due band che hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali del rock alternativo italiano partendo da Pordenone. E in questa intervista doppia riflettono su che cosa significhi fare musica nel 2026.
Davide Toffolo e Gian Maria Accusani ci hanno spiegato come vivono nell’epoca degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, della trasformazione dei concerti in prodotti da consumare, del mainstream che non fa paura, della crisi dell’underground e del senso di mettere in piedi una band. «È la cosa più bella del mondo» per Accusani. Toffolo rilancia: «Il contrario della depressione non è la felicità, è la creatività». E mentre il mondo cambia, continuano a difendere un’idea di musica come luogo della condivisione: «La vivo come una poesia che sta dentro una merce», dice il frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Gli fa eco il fondatore dei Sick Tamburo: «Chi segue davvero la musica se ne sbatte degli algoritmi». Due definizioni che raccontano la filosofia che anima questi artisti rimasti fedeli a se stessi, ma senza mai smettere di interrogarsi sul presente.
Quando avete iniziato a fare musica, cosa cercavate davvero?
Davide Toffolo: Un’identità. Ero giovane, anzi, neanche giovane, ero piccolo. La musica prima non è che mi piacesse tanto, ma a un certo punto ho visto questo gruppo di ragazzi fantastici che giravano per Pordenone, vestiti benissimo, che mi hanno fatto capire che la musica si poteva anche suonare e non soltanto ascoltare. Era qualcosa di figo e di attivo. Da lì mi sono innamorato di loro e della musica. Il primo che ho conosciuto è stato Miss Xox, poi diventato HitlerSS e in seguito Andy Warhol Banana Technicolor. Facevano parte di un collettivo che prendeva il nome di The Great Complotto. Era tra il 1978 e il 1980.
Gian Maria Accusani: Io ho iniziato da bambino, perché a casa mia erano tutti musicisti. Avevo circa 6-7 anni e ho capito subito che da grande avrei fatto il musicista. È stata un’attrazione totale, non ho mai avuto bisogno di trovare motivazioni. Anch’io ho avuto la fortuna di entrare in The Great Complotto e io e Davide suonavamo assieme. Una svolta, sono passato dal pensare a fare musica nei concerti in giro per l’Italia a 13 anni. La mia vita è iniziata con la musica e spero finirà con la musica.
E oggi cosa cercate ancora nella musica?
Accusani: Sicuramente è cambiato molto rispetto agli inizi. Il mondo cambia giorno dopo giorno, quindi tutte le cose che ci stanno dentro cambiano insieme a lui. Prima di tutto è cambiata la tecnologia, che ha portato a una diversa fruizione della musica. Dai primi concerti e dischi, fino al successo, molti aspetti sono cambiati drasticamente. Il segreto, però, è quello di cavalcare il cambiamento come se fosse parte di te. È l’unico modo per starci dentro. Credo lo abbiano fatto un po’ tutti quelli che hanno lunghe carriere, perche siamo passati dai vinili ai CD fino ai file digitali, oppure prima andavano i videoclip e ora non più. Il cambiamento è continuo e non si fermerà. Bisogna adattarsi avendo come riferimento i tuoi inizi, cioè sempre la voglia di fare musica.
Toffolo: Sono cambiate tante cose anche per me. Ma quello che non è cambiato è il desiderio di fare musica. L’altro giorno sentivo qualcuno dire che per un musicista il contrario di depressione non è felicità, è creatività. La dimensione del fare continuo credo sia l’unica che tiene insieme la mia esperienza personale dalle origini a oggi nell’ambito musicale.
Nell’era dell’AI la musica può ancora essere considerata una forma d’arte o è cambiata anche la sua natura?
Toffolo: Il contesto cambia, ma non è che noi ci sentiamo poi così tanto dei dinosauri. Quando gli esseri umani hanno inventato la musica noi non c’eravamo ancora. Noi due viviamo in questa cosa qui che prende il nome di mercato musicale e che è nato con Elvis Presley a metà del Novecento. E proseguiamo nell’andare avanti attraverso le sue molteplici versioni. Io la musica continuo a viverla in questo modo: una poesia che sta dentro una merce. L’ho anche scritto in alcune canzoni. Perciò, quando riesco a mettere assieme questi due elementi, che sembrano così lontani, questo si trasforma nel mio superpotere. Quindi cambiano le modalità, la fruizione e i pezzi, ma siamo sempre dentro questa dimensione a metà tra poesia e mercato.
Accusani: Sono d’accordo, ma dal mio punto di vista è importante anche che esistano altre dimensioni. E persino tra le nuove leve c’è gente che sta dentro delle dimensioni diverse rispetto al mainstream. Credo che, in generale, esistano dimensioni diverse legate al mondo che va avanti e cambia. Alcune non mi piacciono, ma io guardo verso le nostre dimensioni e me ne frego delle altre.
Oggi ai giovani consigliereste ancora di mettere insieme una band?
Accusani: Sì, perché mettere insieme una band è la cosa più bella del mondo. Non c’è niente che ti possa far stare altrettanto bene. Puoi trovare momenti o persone sbagliate, ma come concetto è meraviglioso. Ti apre al mondo, ma potendo contare su una sorta di corazza. Per noi il mondo è quello della musica e consiglio a tutti di formare un band.
Toffolo: Vale anche per me. Ritengo il gruppo una specie di super identità, che diventa più grande della somma delle persone che ne fanno parte. Magari lo scopri più tardi, all’inizio c’è solo la volontà di stare assieme, ma per noi Tre Allegri Ragazzi Morti è stata l’idea di una rivoluzione personale, che poi è stata condivisa con tante altre persone. Il mio concetto di band nasce dall’idea di cambiare il mondo assieme a qualcun altro nella forma di una super identità. Per cui ai giovani dico: sì, fatelo.
L’algoritmo oggi, per i più giovani, rischia di diventare il nuovo direttore artistico?
Toffolo: Un po’ è vero. A guardare i numeri dei gruppi italiani che piacciono a me, anche quelli storicizzati, sembra che alcune piattaforme potrebbero non esistere visti i loro numeri bassi. Eppure, la musica vive lo stesso anche senza quella forma. Trovare un modo per essere appetibili per gli algoritmi delle piattaforme potrebbe persino essere interessante, ma io credo che la musica funzioni quando la approcci in questo modo: devi avere un’arma che ti assomiglia, e solo nel momento in cui la forma di quell’arma ti assomiglia puoi fare buona musica. Non credo alle mediazioni. Sono convinto che forti come gli artisti non ci sia nessuno, né il marketing, né le strategie. Se per un artista è il suo momento nessuno gli darà né più né meno di quel che merita.
Accusani: Non lo dico io, lo dicono i numeri: per alcuni gli algoritmi possono diventare il direttore artistico, ma della propria vita. Però è anche vero che succede con quelli che il mondo della musica lo legano a quel tipo di identità. Chi la segue con totalità diversa se ne sbatte di certe logiche. Chi va ai concerti per il gusto della scoperta se ne frega degli algoritmi. Certo è che una parte della nuova generazione ascolta la musica come passatempo, o un modo di distrarsi, e quindi l’algoritmo di sicuro la indirizzerà su certe cose e non su altre. Ma c’è spazio per tutti. La musica, l’ha dimostrato, ha diverse strade possibili che non sono solo quella del digitale.
Foto: Elisa Moro
Vi fa più paura che la musica sia tutta mainstream o il vuoto lasciato dalla scena underground?
Accusani: A me che il mainstream prenda sempre più spazi interessa davvero poco. Ma sicuramente l’esperienza che abbiamo fatto noi quando siamo partiti, cioè di portare un ambiente che era alternativo in qualche modo dentro il mainstream, è stato un bel momento che adesso credo sia difficile accada di nuovo. Se poi c’è più musica mainstream che alternativa mi lascia abbastanza indifferente, perché io faccio comunque quello che voglio. Non mi sposterò mai da queste idee, perché è quello che mi fa stare bene. È chiaro, se la musica alternativa torna ad avere più spazi sono contento, ma non smetto di farla neanche con meno spazi.
Toffolo: A me sinceramente non mi fa paura niente. Però è vero, c’è sempre stata questa divisione tra una musica percepita come industriale e una musica più di ricerca. Indie, inteso come indipendente, è una definizione che non si può quasi più usare perché è diventata una chiave di mercato. Meglio se faccio un esempio. Quando ero ragazzino percepivo la musica mainstream dell’epoca come abbastanza estranea a me. Mentre, a un certo punto, ho trovato musica che mi rappresentava e diventava parte della mia identità. Io ce l’ho ancora quella sensazione lì quando ascolto musica. Ci sono musiche che mi eccitano ed altre che mi risultano imposte. E a me la musica imposta non è mai arrivata e continua a non arrivarmi. Mi posso innamorare di altri generi musicali, però mi accorgo che sono sempre altro rispetto a quello che viene inteso come mainstream.
Oggi nei concerti la corsa al sold out è una malattia o è il segno dei tempi?
Accusani: Per noi suonare e stare su un palco è un’emozione che non ha a che fare col concetto di sold out. È chiaro che quando ti esibisci di fronte a tanta gente ti senti una gioia dentro che aumenta sempre di più, ma io ho vedo il bello nel salire sul palco anche con una sola persona di fronte a noi. Quindi queste logiche del dover riempire a tutti i costi le sentiamo abbastanza lontane, anche se i sold out li abbiamo fatti e molte volte, naturalmente per la nostra dimensione. Non posso dire che non sia bello, ma non è indispensabile. Il dover fare i sold out lo capisco per realtà molto grosse, simili alle industrie. Quando sei a un livello medio-alto il tutto è legato alla bellezza di veder salire qualcuno sul palco che canta, suona e balla per te e con te. A me questa meraviglia mi basta.
Toffolo: Il termine sold out è brutto. In italiano sarebbe esaurito, ma non è una bella parola neanche questa. Tecnicamente è legata a una dimensione di mercato, quindi forse dovresti chiederlo più a qualcuno che organizza concerti rispetto a chi sale sul palco per fare un’azione artistica. Come ha detto Gian Maria, abbiamo suonato in tantissime condizioni diverse: dagli uno contro uno per capire cosa potevamo fare davvero, fino a concerti grandi, e noi Tre Allegri Ragazzi Morti abbiamo aperto i concerti di Jovanotti in una condizione di gigantismo. Però la parola sold out è brutta, invece è bello quando tutti i posti sono pieni. Io poi sono meno attratto da certi concerti, che in generale oggi sono diventati più retorici. Perché sono a consumo, cioè vai a consumi quello che già ti aspettavi. Fino a qualche anno fa, per un lungo periodo, i concerti erano in situazioni dove non c’era solo un consumo, ma anche una dimensione collettiva. Oggi è più difficile trovarne di simili, se non in alcune scene. Oppure ai nostri concerti, che prevedono la condivisione di uno spazio che va oltre al consumo del concerto.
Ma per caso avete qualche guilty pleasure musicale più mainstream?
Toffolo: La musica è una cosa strana, che ti entra nelle orecchie, a volte te le perfora e può rimanere incastrata lì. Un musicista che conosco e bravissimo a fare musica che non ti molla è Gian Maria Accusani.
Accusani: Grazie Davide! Ma noi ci vogliamo bene.
Toffolo: Sì, ma lo dico a prescindere. Trovo che la tua scrittura abbia una capacità di aggancio fortissima.
Però di questi ascolti non c’è nulla di cui vergognarsi.
Toffolo: No, no, figurati. L’altro giorno sono andato a sentire Jack White a Zagabria e, nel mentre, ho saputo che avremmo fatto questa intervista. Allora, mentre lo sentivo suonare, ho fatto caso che nel suo sound c’è dentro praticamente tutta Detroit, dagli MC5 a Iggy Pop. Quindi ho avuto la sensazione che anche nel nostro sound, dai Prozac+ e i Sick Tamburo ai Tre Allegri Ragazzi Morti, qualcuno potrebbe trovare tutta Pordenone. Qualcosa che unisce questa visione musicale. Per il resto, ultimamente sono intrippatissimo con un gruppo di Bogotà, i Romperayo, una delle mille vite del Frente Cumbiero, che sono incredibili. Poi mi sono innamorato della musica sarda dei cantores, come di un gruppo sempre sardo che si chiama Gentilesky.
Accusani: Io ammetto di non ascoltare, tendenzialmente, nulla che è lontano dalla mia visione e di cui mi potrei vergognare, però una volta mi è successo. Quando ero ragazzino ascoltavo la musica ultra alternativa, ma era anche appena uscito un gruppo con un successo intergalattico, che in qualche modo poteva rientrare nella nostra visione ma aveva delle sonorità un po’ troppo commerciali. Si trattava degli Eurythmics con Sweet Dreams. In quel periodo ero così estremo che arrivavo persino a vergognarmi di apprezzarla e mi toccava ascoltarla di nascosto. Però, in fondo, mi è capitato con musiche che erano già vicine al mio modo di sentire e la vergogna era più dovuta alle estremizzazioni dell’età giovanile. Qualche volta mi capita di sentire qualche canzone italiana lontanissima da me, ma che è fatta talmente bene che la apprezzo, solo che si tratta di episodi isolati. Comunque io rimango legato a certe sonorità, che probabilmente è anche un difetto perché non mi aiuta ad allargare le mie vedute.
Tutti questi discorsi sono stati utili anche per capire in che modo arriverete ai due concerti che vedranno i vostri gruppi insieme sul palco a Milano e Roma. Com’è nata l’idea e cosa dovrà aspettarsi il pubblico da questa condivisione?
Toffolo: Per me era l’unico modo per andare a un concerto dei Sick Tamburo, che è strepitoso. Siamo costantemente in giro a suonare e così per vederci abbiamo dovuto organizzare dei concerti assieme. Ma poi spero che qualcosa tra noi andrà oltre questi concerti.
Accusani: Anni fa avevamo condiviso il palco per il tour di Pordenone spacca, veramente bello. Già per questo, ritornare a quella situazione, è bellissimo. Siamo della stessa città, siamo amici, io e Davide abbiamo iniziato a suonare assieme a 13-14 anni, c’è dietro una storia parallela che, in qualche modo, quando si unisce può creare un momento interessante non solo per noi.
