Charli xcx crede nei fantasmi e quindi tende a evitare i posti dove potrebbe incontrarli. Non oggi, visto che ci troviamo nell’enorme Hollywood Forever Cemetery che lei stessa ha scelto come luogo dove fare l’intervista. Qui riposano circa 95.000 anime tra cui quelle di Judy Garland, Cecil B. DeMille e Dee Dee Ramone. Tirare fuori una tavola Ouija non serve, per Charli. «Probabilmente siamo già posseduti», dice osservando il posto attraverso le lenti scure degli occhiali da sole.

Ci troviamo in una sezione del cimitero chiamata Garden of Legends e s’affaccia su un laghetto tranquillo adornato da salici piangenti, palme e mausolei imponenti. Charli indossa un completo Levi’s in denim realizzato su misura, con jeans a vita bassa e giacca con zip dai bordi sfrangiati. Il cielo cupo è perfetto per fare una passeggiata tra le lapidi e a dirla tutta non ci sarebbe neanche bisogno degli occhiali da sole che indossa.
È la prima volta che passeggia fra queste tombe, ma è già stata in questo posto nel 2021, quando si è esibita nel tempio massonico del cimitero durante il tour di How I’m Feeling Now. Siamo circondate dalla morte, ma ci sono anche segni di vita: alcuni pavoni si aggirano nel parco facendo la ruota accanto a un carro funebre Rolls-Royce del 1962, tartarughe, anatre e gatti randagi passano qua la loro giornata. «Questa banda qui», dice Charli indicando un gruppo di anatre che attraversa il prato trotterellando, «adoro il verso che fanno, troppo carine!».
Quattro giorni prima del nostro appuntamento Charli ha pubblicato Rock Music, primo estratto dall’album Music, Fashion, Film che uscirà il 24 luglio. È una svolta sorprendente rispetto al capolavoro dance-pop del 2024 Brat, una brusca sterzata che ha provocato un contraccolpo su Internet quando Charli ha dichiarato morta la pista da ballo. Il pezzo lo canta con la voce filtrata da Auto-Tune, ma il messaggio è chiarissimo: “Adesso stiamo facendo musica rockkkkkkkkkkk”.
La canzone è stata accolta da reazioni sopra le righe e pareri contrastanti. Qualcuno ha adorato il colpo di scena, altri si sono convinti che Charli stesse parodiando i cliché del classic rock nel brano in cui canta di lanciarsi dal palco e nel video in cui getta un televisore dalla finestra. «Bello scherzo, Charli», ha scritto qualcuno, «quando uscirà il vero singolo?». Courtney Love l’ha definita con ammirazione una provocatrice, Madonna ha scritto che «se la pista da ballo ti sembra morta, forse stai ascoltando la musica sbagliata» (tenete a mente la frase sulla pista da ballo e la cosa del rock, ci torneremo poi).
La natura provocatoria del brano e il fatto che sia radicalmente diverso da Brat è una tipica mossa alla xcx. «Tutti i miei dischi funzionano per reazione», spiega. «Si respingono a vicenda ed è proprio questo il filo conduttore». Avrebbe potuto realizzare Brat 2, ma sarebbe stato terribilmente noioso e soprattutto poco… brat. «Ho sempre saputo che non avrei mai più fatto un disco del genere. Fare due volte la stessa cosa non mi dà alcuna soddisfazione».

Charli fa musica da quand’era poco più che adolescente. È co-autrice della hit del 2012 delle Icona Pop I Love It e ha avuto successo con Boom Clap prima di pubblicare gioiellini hyperpop come Vroom Vroom e ILY2, eppure le ci sono voluti anni prima che il grande pubblico si accorgesse di lei. “Prima non pensavo mai alla classifica di Billboard, ma adesso ho ricominciato a farlo chiedendomi se merito il successo”, cantava in Rewind.
Alla fine il successo è arrivato, Brat ha dominato le classifiche di vendita e quelle di fine anno della critica, ma soprattutto ha trasformato Charli in un fenomeno culturale. C’è stata la Brat Summer, il dizionario Collins ha nominato brat parola dell’anno, la campagna presidenziale del 2024 di Kamala Harris l’ha citata. Il verde lime elettrico della copertina è entrato nel mondo della moda e in quello dei meme, mentre la parola brat ha smesso di indicare bambini capricciosi che piangono per farsi comprare un gelato per descrivere adulti sicuri di sé, che non chiedono scusa, le cui imperfezioni li rendono ancora più affascinanti. «Mi è piaciuto il modo in cui ha costruito quel personaggio», dice Emily Ratajkowski, amica di Charli. «È una donna che parla di maternità e intanto continua a sniffare coca e a ballare sui tavoli. Geniale».
Brat ha ispirato sketch del Saturday Night Live prima ancora che Charli vi partecipasse sia come conduttrice che come ospite musicale. Ha fatto un tour nei palasport e ha pubblicato l’album di remix Brat and It’s Completely Different but Also Still Brat con collaborazioni che vanno da Billie Eilish a Lorde. E sì, sono arrivate anche otto nomination ai Grammy e tre vittorie. La rivoluzione Brat si è chiusa con The Moment, il mockumentary dedicato a quell’epoca, uno dei numerosi titoli di una filmografia sempre più ricca che comprende The Gallerist di Cathy Yan e un film ancora senza titolo diretto dal regista horror giapponese Takashi Miike. All’inizio di quest’anno ha pubblicato Wuthering Heights, colonna sonora di Cime tempestose, il sexy-dramma di Emerald Fennell interpretato da Jacob Elordi e Margot Robbie.
Di prendersi una pausa non se ne parla. «Non ho un cazzo di hobby, questa è la mia vita, è in ogni singola fibra del mio essere». O, come dice il suo collaboratore e produttore A. G. Cook, «io sono un maniaco del lavoro, ma Charli mi supera di brutto». Per Ratajkowski, «l’imprevedibilità del prossimo album e il fatto di spingersi in una direzione completamente diversa dimostrano quanto poco la preoccupi restare popolare. Preferisce restare interessante».
Charli la mette giù in un altro modo: «Non sento il bisogno di spiegare le intenzioni dietro a tutto ciò che faccio. Ti dirò questo: trovo che si possa essere sincere e divertenti allo stesso tempo, e che le due cose non debbano essere necessariamente in conflitto. È così che considero gran parte del mio lavoro e, se qualcuno interpreta questa cosa come una provocazione o una trollata, va bene lo stesso». Eppure, nonostante l’atteggiamento da non-me-ne-frega-un-cazzo, a Charli di qualcosa importa, eccome. Nel corso delle ore che passiamo insieme a New York e a Los Angeles si mostra a tratti vulnerabile, poi pungente, ora ha gli occhi lucidi e ora è divertente. Parla apertamente di salute mentale e di quanto le importa – e non importa – dell’immagine pubblica.
«Il chiacchiericcio a volte è opprimente», dice. Anche per questo, spiega, è stanca di fare promozione. «Questa sarà probabilmente la mia ultima intervista lunga con un giornalista per un bel pezzo», dice a un certo punto. «Sei arrivata appena prima della fine».
È da un po’ che Charli pensa al thriller dark del 1973 La rose de fer. Il film diretto da Jean Rollin racconta di un primo appuntamento che prende una strana piega quando la coppia si perde in un grande cimitero. È una pellicola sognante e adorabile (salvo una scena inquietante con un clown), caratterizzata da una palette di colori anni ’70 molto vivida, con la tensione che cresce lentamente. «C’è qualcosa di romantico e assieme strano in un cimitero. È come entrare in un’altra dimensione».
Passeggiando per il Garden of Legends passiamo davanti alle tombe che Charli ha inserito nella lista di quelle da vedere: Janet Gaynor, diva del cinema muto e prima donna a vincere l’Oscar come miglior attrice; Jayne Mansfield, che in realtà è sepolta in Pennsylvania ma ha qui una lapide commemorativa; e David Lynch, scomparso l’anno scorso. Quando arriviamo all’epitaffio del regista “Night blooming jasmine”, che si riferisce al suo fiore preferito e al suo amore nostalgico per Los Angeles, tira fuori il telefono e mi mostra lo sfondo: un fotogramma in bianco e nero di Lost Highway. «È incredibile che ci sia un cimitero dove riposano personaggi del genere. Non so davvero cosa credere riguardo all’aldilà. Penso che quando te ne vai, la tua vita terrena finisce e basta. È curioso pensare che persone famose sono sepolte qui, perché la morte ci rende tutti uguali, no? È una cosa molto cool».

Cool è una parola che Charli usa spesso e sulla quale riflette. Ha persino scritto un saggio su Substack dedicato al concetto di coolness e alla sua possibile scomparsa. Tra le altre cose, le piace recensire film su Letterboxd. I suoi commenti spaziano da critiche acute (L’avventura di Michelangelo Antonioni: «Spettacolare e inquietante, con panoramiche da morire») a osservazioni divertenti (L’uomo invisibile: «Oddio tesoro, è letteralmente lì davanti a te»). Il suo profilo Letterboxd fa intuire anche i gusti del marito George Daniel, batterista dei 1975 (di recente ha visto Mean Girls per la prima volta e gli è piaciuto tantissimo). «Non sono affatto una snob quando si tratta di film», dice Charli. «Mi piacciono cose d’ogni tipo. Il mio weekend ideale: svegliarmi tardi, guardare quattro film di seguito e ordinare da mangiare. È come fuggire in un altro mondo».
Anche la sua carriera di attrice sta decollando. Tra i lavori più recenti c’è l’interpretazione apprezzata in Erupcja di Pete Ohs, dove veste i panni di una turista a Varsavia che molla il fidanzato per un amico d’infanzia quando teme che lui le stia chiedendo di sposarlo. «Ho una gran voglia di imparare e sperimentare cose diverse sul set. Voglio assorbire qualunque cosa, come una spugna». Nel nuovo album canta anche del fatto di recitare. Lo fa in uno dei pezzi più euforici in cui dice di non sentirsi in imbarazzo “anche se faccio schifo”. Eppure ecco presentarsi di nuovo la battaglia interiore tipica di xcx, il suo continuo oscillare tra il fregarsene e il preoccuparsene: “Sono una cazzo di stupida” canta “se provo a essere la ragazza sullo schermo mentre sto per compiere 34 anni?”.
Brat è stato lodato per l’estrema vulnerabilità dei testi e nel nuovo album Charli va ancora più a fondo. «La cosa interessante del disco» dice A. G. Cook «è che Charli riesce ancora a guardarsi dentro nei testi e dire verità brutali che funzionano perfettamente con la musica. Ci sono punti in comune con Brat, ma qui c’è ancora più introspezione. Pensavate che Brat fosse un diario? Questo sta a un altro livello».
Charli non aveva pensato di realizzare così presto un altro disco dopo Brat. «Volevo sparire e prendermi una pausa dalla musica. Mi sentivo svuotata dal punto di vista creativo, non sentivo l’ispirazione. Poi all’improvviso è arrivata». Si riferisce all’ottobre del 2025, quando Cook le ha proposto di registrare qualcosa mentre si trovavano a Parigi per la settimana della moda. «Sapevo che, trovandosi nel contesto della fashion week, si sarebbe potuta calare nel personaggio di Charli che registra un disco a Parigi durante la settimana della moda», spiega lui. «Sapevo che questa cosa l’avrebbe stimolata». Anche perché lei ama lavorare avendo tempi stretti. «Alcune tra le mie musiche che preferisco sono nate durante periodi caotici, frenetici e di passaggio, quando sei costretta ad essere concentrata al 100%».
Le session parigine con Cook e Finn Keane sono diventate il cuore concettuale dell’album. Più di ogni altra cosa, Charli vuole semplicemente far musica con gli amici. A Cook è dedicata addirittura una canzone con versi come “solo conoscerti mi fa sentire speciale” e “piangerei se morissi”. I due lavorano assieme dal 2015, hanno un legame istintivo, parlare di musica è quasi superfluo per loro (secondo Cook hanno entrambi «l’energia tipica dei figli unici»). «A Los Angeles c’è questo cliché secondo cui il produttore-compositore pop è una specie di psicologo», dice Cook. «Tipo: “Addentriamoci nella tua psiche, nella tua anima”. Noi due lo facciamo senza aver bisogno di parlare». Come dice Charli, «comunichiamo l’un l’altro la nostra amicizia creando cose».
Cook ha trovato «molto dolce» la canzone che lei gli ha dedicato, ma la considera un’anomalia nel contesto di Music, Fashion, Film. Trova anzi sorprendente che Charli abbia deciso di metterla nel disco. Per fortuna l’ha fatto visto che è uno dei pezzi migliori, un flusso di coscienza con le chitarre di Cook e un cambio di tempo psichedelico.
Quando dico a Charli che, dal punto di vista sonoro, mi ricorda gli Strokes, mi fissa senza espressione. «Cool», dice. E non aggiunge altro.

Charli non considera Music, Fashion, Film un disco rock, nonostante il primo singolo si intitoli Rock Music e il fatto che un profilo pubblicato da una rivista in primavera descrivesse l’album come una «reinvenzione rock». A prescindere dai paragoni con gli Strokes, non pensa che ci sia un legame tra il disco e la pseudo-band di Cook e Keane, Thy Slaughter, con cui ha peraltro collaborato cantando in un pezzo del 2023 intitolato Heavy. «Ovviamente so che si è parlato di un disco rock, cosa che non ho mai detto. Ma a essere onesta, non ho mai pensato ai generi musicali in modo binario. È un’idea vecchia. Non so nemmeno che genere sia il disco. Siamo io, A. G. Cook e Finn Keane che facciamo le nostre cose».
Vuole anche far chiarezza sul tanto discusso verso in cui dice addio al dancefloor. «Parla del mio rapporto con Brat, della mia esperienza personale con quell’album. Mio marito gestisce una label di musica dance. Di recente sono usciti dischi dance ed elettronici incredibili, tipo Slayyyter, Underscores o PinkPantheress. La musica dance sta benissimo». Cita altre due cantanti che ama: Zara Larsson e Raye. «Ci sono un sacco di artiste che lavorano da tempo e che finalmente stanno avendo successo, come Zara, felice per lei. Una per cui faccio il tifo è Raye». Le due sono amiche da un decennio, Charli è co-autrice e regista del video di I, U, Us. «C’è stato un periodo in cui eravamo molto unite. Il suo percorso, diventare un’artista indipendente e fare le cose a modo suo, è molto cool».
Poco dopo l’uscita di Brat, Charli aveva già in mente di fare qualcosa di diverso. «Voglio fare un disco alla Lou Reed, a dirla tutta», diceva a Billboard nel 2024. «Sarebbe una mossa audace». Entrambi hanno un rapporto conflittuale con le interviste e hanno fatto scelte fuori dagli schemi. Si potrebbe anzi dire che Reed sia una sorta di padrino spirituale per Charli (che ha postato di recente nelle sue storie di Instagram Metal Machine Music del 1975, forse l’album che più gente ha restituito ai negozi di dischi nella storia della musica). È una fan di lunga data di Reed e dei Velvet Underground (la sua recensione su Letterboxd del documentario di Todd Haynes del 2021 sui Velvet: «Caos, sesso, intelligenza, grandi canzoni, droghe, sporcizia, il desiderio di volerne di più, occhiali da sole 24 ore su 24, odiare Los Angeles e a volte odiarsi davvero tanto l’uno con l’altro»). Ha chiamato Nico il suo cane randagio preso da un canile e ha coinvolto John Cale nella colonna sonora di Cime tempestose in un pezzo intitolato House. «Onorata di conoscerlo». Cale dice che «la sua generosità nei confronti della mia storia e del mio lavoro attuale mi fa arrossire. Il suo desiderio di scoperta nella musica e nel cinema non conosce limiti».
Cale è sulla copertina dell’album a rappresentare la musica insieme a Marc Jacobs per la moda e a Martin Scorsese per il cinema. «Non avevo mai incontrato nessuno dei due fino al giorno dello shooting», spiega Cale. «Charli mi ha detto che aveva un’idea da propormi. Sono salito su un aereo e sono finito in una cucina a caso».
Ma non pensate che i Velvet siano un riferimento di Music, Fashion, Film. «Quando faccio musica» dice Charli «non penso ad altra musica. Chiudo fuori il mondo e mi rifugio nel mio. Ho parlato a lungo del mio amore per Lou Reed, John Cale e i Velvet Underground. Ma dire che il disco suona come i loro? No».
Due settimane prima del nostro incontro a Los Angeles, vedo Charli nel vecchio quartiere di Reed, il Lower East Side di New York. Pranziamo al Corner Bar, vicino all’appartamento suo e di Daniel. Divide il suo tempo tra lì, Los Angeles e Londra. Ci sediamo a un tavolo in una saletta privata tappezzata di moquette blu reale, carta da parati blu reale e tovaglie blu reale. Charli indossa un blazer nero con sotto una canottiera a righe trasparente e un reggiseno di pizzo nero. Ordina una tisana allo zenzero e limone e posa gli occhiali da sole.
Vive nello stesso palazzo del suo amico e collaboratore di lunga data Rostam Batmanglij. È stato lui ad avvisarla che c’era un appartamento libero. Il produttore e co-fondatore dei Vampire Weekend è come un fratello per lei. Si sostengono a vicenda. Rostam ha visto il video di Rock Music la sera prima dell’uscita e ha detto che è una delle sue canzoni di Charli xcx preferite. Quando lui le ha mostrato il video di un brano del suo nuovo album American Stories lei ha detto che non aveva annotazioni da fare. «E se Charli non ha nulla da dire, allora va bene».

Tra due giorni Charli parteciperà al suo quarto Met Gala. Collabora con YSL dall’anno scorso, da quando è diventata la musa del direttore creativo Anthony Vaccarello. Indosserà un abito da lui disegnato ispirato a Van Gogh. Con l’evento alle porte, sta cercando di rigare dritto. Mi racconta quando al Met Gala 2024 aveva passato la serata prima della prova del vestito con Harrison Patrick Smith, che si esibisce come The Dare. Dovevano solo guardare Challengers di Luca Guadagnino, si sono fatti una notte in bianco e il mattino dopo è stato bello tosto. «Credo di aver dormito tipo due ore, ero ancora un po’ fuori». Invece quella di ieri è stata una serata tranquilla, ha cenato con l’amico Troye Sivan e ha resistito alla tentazione di uscire: «Ho mangiato il pesce spada e sono andata a letto».
«Prendiamo dei burger?», chiede. Dico di sì, lei si alza e va dritta dalla cameriera a ordinare. Si siede di nuovo e torniamo a parlare del nuovo album. Tiro fuori No One Lasts Forever, la canzone che chiude il disco e che Charli ha scritto in tempo reale su una notte a Parigi. Il testo (“Tutti pensano che io abbia un problema / Da quando tutti sanno il mio nome / Che sono irresponsabile e maleducata / Che mi faccio di droghe in vena”) sembra alludere al modo in cui Internet percepiva Charli quando è esplosa con Brat.
Le chiedo del titolo del brano e se ha a che fare con la natura transitoria della vita. Mentre aspetto la risposta, mi rendo conto che qualcosa non va. «Questa cosa non è d’aiuto per l’intervista. Non voglio zittirti o roba del genere. Non sto facendo la stronza… Semplicemente non mi interessa parlare del significato dietro alle canzoni».
Le dico che non deve premettere alcunché e che non la considero una stronza. «Non sai mai come verrà fuori per iscritto. Onestamente non l’ho detto per farne un dramma. È solo che mi sento così. La gente pensa che sia una stronza e ci ho fatto pace. Va bene, non è un dramma, sto solo cercando di fare quello che mi fa bene perché ero arrivata al punto in cui la mia ansia si stava ripercuotendo sul fisico e non posso andare avanti così».
Per scrollarsi di dosso una parte di ansia ha ridotto la dose di caffè – lo beve nero, di solito freddo – e ha pianificato un tour meno impegnativo per il fisico. Dice di avere un «rapporto complicato» col palco e che il tour di Brat l’ha consumata, visto che spesso si «rotolava per terra». Ha riportato un danno ai nervi del collo durante il tour, ne canta in Rock Music, e si è fatta male alla schiena girando il video del brano.
Le chiedo se guarda i social e se la rendono ansiosa. Nel tempo intercorso tra le nostre chiacchierate ho notato che ha cominciato a postare sempre di più, che si trattasse di rispondere alle critiche su Rock Music o alle speculazioni sul titolo dell’album alimentate dai fan (che si chiamano Angels). «In realtà sono stata parecchio offline. Non li guardo più così tanto. È meglio per la testa. So che probabilmente la gente non mi crederà, perché sono di natura o almeno sono stata in passato un’artista molto online, ma di recente ho avuto problemi di salute mentale al punto che, se devo essere onesta, non ricordo un altro periodo nella mia vita in cui mi sia sentita tanto male».
Dice di essere una «gran sostenitrice» della terapia, anche se vorrebbe farla più regolarmente. Le dà stabilità passare del tempo con Daniel, idealmente in una città in cui può rimanere abbastanza a lungo e dedicarsi ad attività creative con gli amici. Vorrebbe dialogare in modo più diretto coi fan, cosa che sta facendo attraverso eventi su invito, dove può incontrare gli ascoltatori e parlare di creatività (dopo il nostro pranzo a New York è attesa a una di questi incontri e ne organizzerà un altro a Londra a fine maggio). Se Brat era un disco «molto colloquiale e vulnerabile», la campagna di marketing, come il gigantesco muro verde lime a Brooklyn, è stata sproporzionata. «Ora le cose sono cambiate. Mi interessa creare un rapporto intimo col pubblico, sedermi faccia a faccia con una persona e farci una chiacchierata». È nuovo modo di dare priorità al suo tempo. «La mia vita finirà, come quella di tutti noi. Voglio viverla esattamente come desidero perché non ce ne sarà una seconda».

Il giorno prima di vederci all’Hollywood Forever incontro Charli sul set del servizio fotografico per la copertina di Rolling Stone con Gus Van Sant. Charli voleva un regista, sperando in particolare di ottenere foto intime e in bianco e nero. Si tratta dell’ennesima svolta rispetto all’estetica di Brat e ai servizi moda patinati. «Non voglio nascondermi dietro capelli, trucco, teatralità. Non fraintendermi, adoro i servizi di quel tipo, ma mi piaceva l’idea di fare una cosa più sincera».
I due pastori australiani di Van Sant, Leo e Burroughs, scorrazzano entusiasti nella sua proprietà sulle Hollywood Hills. Il giardino si affaccia sull’insegna di Hollywood e sull’Osservatorio Griffith. Sul bancone della cucina ci sono quattro pacchetti di Parliament, la marca preferita di Charli, tre limoni e un enorme mazzo di fiori inviato da Steve Lacy, che di recente ha lavorato con Van Sant. Le cose di Charli sono sparse per la camera da letto, tra cui una toletta, un appendiabiti con vestiti neri e tacchi alti, e diversi vassoi con gioielli d’argento.
Con indosso Asics viola, jeans e una maglietta nera, Van Sant fotografa Charli in ogni angolo della casa, dal garage alla vasca da bagno. «Scusa se sto graffiando le piastrelle con la fibbia della cintura», dice lei, che indossa un reggiseno di pelle nera e pantaloncini abbinati. Van Sant continua a scattare con la Leica, sorride in modo calmo e bonario e le dice di non preoccuparsi.
Charli e Van Sant hanno un amico in comune, Matt Copson, che ha adattato in opera Last Days, il film di Van Sant del 2005 ispirato a Kurt Cobain. Hanno parlato al telefono non molto tempo fa, ma si sono incontrati solo oggi. Entrambi hanno frequentato scuole d’arte, Charli ha studiato per un breve periodo alla Slade School of Fine Art di Londra, dove ha conosciuto Copson, mentre Van Sant ha frequentato la Rhode Island School of Design cimentandosi nella pittura. «Stavamo entrambi fuggendo dal mondo della pittura», mi dice Van Sant dopo il servizio fotografico. «Lei dipingeva, poi ha iniziato a dedicarsi a pratiche artistiche più vicine alla performance. Io invece mi sono dedicato ai film».
In tutta la casa si possono trovare tracce del lavoro di Van Sant: la colonna sonora di Drugstore Cowboy, il film del 1989 con un giovane Matt Dillon, una foto che lo ritrae insieme all’attore appesa a una parete, un libro fotografico di Gucci del 2021 che raccoglie alcune delle sue foto. Van Sant scatta ritratti da decenni. Spesso si è ritrovato a scattare Polaroid agli attori che incontrava per i ruoli. «Serviva una documentazione perché nel 1994 Internet non c’era».
Passare del tempo a casa di Van Sant è esattamente ciò di cui Charli ha bisogno. «È così tranquillo da Gus» e la tranquillità è la cosa di cui ha più bisogno. «Sai cosa vorrei davvero fare, con tutta me stessa? Vorrei andare in Svezia quest’estate. Andarci mi fa sentire coi piedi per terra. Molti scandinavi che conosco sanno come stare al mondo». Le chiedo se le piacciono le spa. «Bitch, stai scherzando? Ma certo!».
Eccoci il giorno dopo all’Hollywood Forever nel tempio massonico illuminato da luci soffuse. Charli si leva gli occhiali da sole e guarda il posto inaugurato nel 1927 e che dal 2008 ospita concerti. Ci sono tende scarlatte, file di sedie vuote che trasmettono una vibrazione alla Shining, imponenti travi di legno sul soffitto. «Non sono esperta di architettura, ma questa roba è estrema, no?».
Charli è arrivata per la prima volta a Los Angeles attorno al 2009. Non c’è stato alcun arrivo sensazionale («Non ho un ricordo alla Miley Cyrus tipo “‘hopped-off-the-plane-at-LAX”», dice citando Party in the U.S.A.). Ricorda però alcuni dettagli: il primo yogurt gelato che ha mangiato e le feste in casa che le hanno fatto ricordare il film Swingers. Non aveva la patente e spesso si faceva dare un passaggio dal produttore Ariel Rechtshaid (che ha lavorato anche con le Haim e i Vampire Weekend). Alloggiava nell’ormai chiuso Grafton on Sunset, su Sunset Boulevard. Ricorda di essersi seduta a bordo piscina a mangiare del cibo di In-N-Out a mezzanotte. Si sentiva piuttosto sola, a 8000 chilometri da casa e con una carriera appena iniziata.
Charli è nata Charlotte Emma Aitchison il 2 agosto 1992 nell’Essex. È figlia di Jon, un imprenditore autonomo, e di Shameera, un’assistente di volo e infermiera indiana di origine gujarati (accenna alle sue origini in SS26, usando con ironia il gergo del marketing aziendale: “Per le mie origini potrei avere un bell’USP”, canta riferendosi alla unique selling proposition). Ha iniziato a scrivere canzoni da adolescente e lo ha fatto con una tale determinazione che a soli 14 anni ha detto al padre Jon che andando avanti così la sua carriera «non sarebbe andata da nessuna parte». I genitori l’hanno sostenuta fin dall’inizio finanziando il primo album intitolato giustamente 14 e accompagnandola ai rave a Londra (Charli li ha ripagati per l’album non appena ha firmato il contratto). Ha iniziato a pubblicare canzoni su MySpace con il nome Charli xcx tratto dal nickname che aveva su MSN Messenger attirando nel 2008 l’attenzione di un responsabile A&R della Atlantic, etichetta con cui ha firmato un contratto due anni dopo.
Affiancata da Rechtshaid, Charli ha pubblicato nel 2013 il debutto con una major True Romance (il pezzo che lo apre è Nuclear Seasons e contiene una frase che oggi suona stranamente familiare: “No one lives forever”). Nel 2014 è arrivato Sucker, che contiene Boom Clap, la sua prima hit. «Prima di Brat ero quella di Boom Clap per chi non mi conosceva. E ora, per chi mi conosce solo grazie a Brat, sono la ragazza che fuma, indossa occhiali da sole e ama il verde». Pochi artisti riescono a parlare della propria discografia come Charli, che ha una visione nitida di ogni fase della sua carriera. Riascolta i suoi album spesso, cosa che i musicisti fanno di rado, e di recente ha risentito True Romance e l’EP Pop2. «Riascolto spesso i miei vecchi dischi, cosa che probabilmente fa di me una narcisista», dice scherzando.
L’EP Vroom Vroom del 2016 ha rappresentato uno snodo fondamentale nella carriera di Charli, segnando la prima collaborazione con Sophie, la produttrice scozzese scomparsa qualche anno fa. L’EP e in particolare il pezzo da cui prende il titolo è oggi considerato uno dei capisaldi dell’hyperpop, ma all’epoca aveva suscitato pareri contrastanti. «La sua etichetta discografica lo considerava terribile, un disastro fatto e finito. Non riuscivano a capire che si trattava della stessa artista che aveva realizzato Fancy e Boom Clap», racconta A. G. Cook. I due hanno iniziato a lavorare assieme in quel periodo. «Sono stato coinvolto proprio per sostenerla nel nuovo mondo in cui si stava addentrando».
Charli ha collaborato con Sophie fino alla morte avvenuta in seguito a un incidente nel 2021. Si commuove parlando dell’amica. «Ho perso una persona che mi ha cambiato la vita. È una cosa che devo elaborare perché lavoravamo assieme, avevamo un bel rapporto, ma a volte era difficile. Riuscire a esprimere quei sentimenti attraverso il mio lavoro è stato catartico».

Ci troviamo ora sul tetto del Gower Mausoleum a Hollywood Forever. È alto 30 metri ed è composto da cinque piani, con spazi aperti e zone verdi con piante grasse e ulivi. I versi dei pavoni arrivano fin qui. Charli si appoggia alla ringhiera e osserva lo skyline di Los Angeles. «Strana cosa il lutto, no?».
A quanto pare, la serata del Met Gala è stata decisamente lunga. Non era nei piani, ma stiamo pur sempre parlando di Charli xcx: davvero pensate che possa andare a dormire alle 22? Affrontare i postumi della sbornia è una seccatura, ma lei sa come gestirli. «Li cavalco», mi dice durante la nostra ultima ora insieme. «Le cose vanno meglio quando ti lasci andare, quando entri in uno stato di delirio. Devi solo continuare ad essere allegra e spensierata. Magari bevendo un mimosa». Le chiedo come sta dopo che abbiamo parlato a New York della sua salute mentale. Ha parlato col suo amico Matty Healy dei 1975 («È stato d’aiuto… a modo suo»), ma sta ancora cercando di fare i conti col chiacchiericcio online. «È difficile… non so. A esser sincera, mi sento decisamente instabile in questo momento. Tu sei stata fantastica, molto gentile e rispettosa. Mi commuove, davvero».
Inforca gli occhiali da sole e dice con la voce che si spezza che «non mi sento al sicuro quando faccio queste cose, ma tu mi hai fatto sentire al sicuro».
Charli non sa come sarà il futuro, ma sa che vuole fare musica con gli amici. Sta per volare a Parigi dove girerà il video di SS26. Brat le ha stravolto la vita, ma ha ancora molto altro da fare e da creare. «Strano come il successo finisca per imprigionarti. Ma nella mia carriera ho vissuto ogni tipo di successo e di fallimento. Chi mi conosceva prima di Brat sa quali alti e bassi ho vissuto e io conosco gli alti e bassi della musica pop e della cultura pop, e quindi mi sento libera di fare qualsiasi cosa».
Si alza per uscire dal cimitero e andare a prendere l’aereo. Mi abbraccia per salutarmi. «Grazie per essere stata così cool».
***
Styling: Chris Horan for The Wall Group
Hair: Matt Benns for Total World Management using Wavytalk
Makeup: Lilly Keys at A-Frame Agency using YSL Beauty
Production: Brandon Zagha
Lighting Director: David Katzinger
Photo Assistant: Mike Steinpichler
8×10 Photo Assistant: Kevin McHugh
Styling Assistance: Angelina Vita Arena, Sanam Celine, Jared Benedict, Isabelle Lange
Hair Assistance: Austin Weber
Video DP: Grant Bell
Camera Operators: Zoe Lubeck, Conner Bell
1st AC: Melissa Baltierra
Sound Engineer: Paul Cornett
Gaffer: Lenna Lee
Production Assistance: Mykel Aguirre
Cover & Tub
Bra: Alexander McQueen
Shorts and Belt: Chrome Hearts
Rings: Chrome Hearts and World Vintage
Scarf: Daniil Antsiferov
Tee & Capris
Shirt: Denim Doctor
Pants: EB Denim
Belt: Chrome Hearts
Shoes: YSL
Jewelry: Chrome Hearts and World Vintage
Shirt & Tie
Shirt: Alexander McQueen
Tie and Shoes: YSL
Pants: EB Denim
Belt: Chrome Hearts
Jewelry: Chrome Hearts and World Vintage
Living Room
Dress: Aya Muse
Cross Necklace: via World Vintage
Rosary: via Two Fold
Black Jewel Necklace: David Yurman
Rings: Chrome Hearts and World Vintage
Garden
Jacket and Necklace: Ann Demeulemeester
Shoes: Dior via Aralda Vintage
Da Rolling Stone US.
