Sono le 8:30 del mattino e Alice Cooper è sorprendentemente sereno nonostante abbia dovuto saltare il golf. «Il golf crea dipendenza quanto il crack e io posso dirlo perché li ho provati entrambi», dice ridendo, mentre s’accomoda in un divanetto del bar deserto di un hotel di New York. «Quando siamo in tour normalmente io e il chitarrista ci facciamo nove buche la mattina di ogni concerto, ma durante un tour promozionale come questo, dedicato a un libro, non c’è proprio tempo. Mi tocca superare una specie di crisi d’astinenza da golf».
Cooper ha 78 anni e con la sua giacca di pelle nera, la camicia nera in stile pirata e gli stivali di cuoio sembra pronto per salire sul palco. E invece è a Manhattan dove sta promuovendo il suo terzo libro autobiografico Devil on My Shoulder. Nel precedente Golf Monster del 2007 intervallava racconti di vita con consigli sul golf. In quanto al primo libro, Me, Alice del 1976, lo ha rinnegato da tempo, parlandone come un insieme di storie inventate mentre era ubriaco. Questa volta, dice, si è raccontato nel modo più completo e sincero possibile.
Nel libro ripercorre l’infanzia idilliaca, ma fuori dal comune. La famiglia guidata da un predicatore della Church of Jesus Christ (noti anche come bickertoniti) si è trasferita dalla zona di Detroit in Arizona. Cooper aveva bisogno di alleviare i sintomi dell’asma infantile e il padre voleva dedicarsi all’attività missionaria tra i nativi americani. Oggi Cooper racconta il desiderio di ribellione che lo ha spinto ad abbracciare lo stile di vita sesso, droga e rock’n’roll coi compagni di band negli anni ’70, quando era il pioniere del rock teatrale e portava in scena il suo personaggio, Alice, che commetteva crimini e veniva “giustiziato” sul palco con impiccagioni, cannonate e soprattutto ghigliottine. Il tutto mentre la band sfornava alcuni dei brani più forti e divertenti della storia del classic rock, destinati a diventare grandi successi radiofonici: I’m Eighteen, School’s Out ed Elected, giusto per citarne qualcuno.
L’unico espediente narrativo del libro è il modo in cui il suo alter ego Alice rappresenta la sua coscienza e gli ricorda di dire la verità sulle storie che in passato ha montato ad arte. Così quando torna per l’ennesima volta sul famoso episodio del pollo (o della gallina) che nel 1969 lo ha reso nel bene e nel male famoso dà spazio anche alle versioni raccontate dagli altri.
E poi ci sono i rapporti con amici celebri come John Lennon, Syd Barrett e Jimi Hendrix e le lotte interiori affrontate per conciliare la fede cristiana con la dipendenza da droghe e alcol, un percorso che lo ha infine portato alla sobrietà, mantenuta da oltre quarant’anni, e alla rinascita professionale. Il nuovo stile di vita gli ha permesso di fare quasi 100 concerti all’anno (quest’anno gliene restano ancora una ventina) e di avere uno sguardo positivo nonostante si avvicini agli 80 anni. «A questo punto penso solo: chi se ne frega? Ho fatto questo, ho fatto quello, si impara dai propri errori. Sono qui. Non sono mai stato così felice».
Mi è piaciuta l’idea che sta alla base del libro: correggere le bugie che hai raccontato su te stesso. Hai fatto tua la massima di Mark Twain: se dici la verità, poi non devi ricordarti di nulla.
Posso parlare solo di quello che ricordo. Ieri sera ero col mio vecchio amico Dennis Dunaway, il bassista della band. Gli ho detto: «Non puoi ricordarti quel che hai detto nel 1965». Prendi la storia del pollo, la ricordo esattamente come la racconto. Dennis la racconta come la ricorda lui. E poi c’è la versione di Shep (Gordon, il manager, nda). Qual è quella giusta? Io ricordo che c’era un pollo, che l’ho lanciato al pubblico, che gli spettatori l’hanno ucciso e me l’hanno tirato indietro. Il succo della storia è questo. Ho la tendenza ad abbellire i racconti, ma in quella storia non c’era niente di falso, la sostanza era quella. Il giorno dopo sui giornali è uscito il titolo “Alice Cooper uccide un pollo”. È stato allora che ho capito che la gente voleva un cattivo.
E perché lo voleva?
Avevamo tanti Peter Pan, ma nessun Capitan Uncino. Il pubblico voleva qualcuno di pericoloso. Jim Morrison lo era stato, ma ormai non c’era più. Anche gli Stones erano pericolosi, ma erano ragazzi di strada. Questo personaggio chiamato Alice, con il boa, il trucco e le ghigliottine aveva qualcosa di minaccioso. Se poi ci abbini grande musica e dischi di successo, wow, ecco che il pubblico ha il suo cattivo.
Nel libro citi le memorie di Dennis Dunaway e altri libri che parlano di te. Li hai davvero letti mentre scrivevi?
Non ho il tempo di leggere libri su di me. Guarda, ho finito di leggere Devil on My Shoulder forse una settimana fa e ci ho trovato due o tre cose che mi hanno fatto pensare che non erano giuste (il libro è stato scritto da Cooper con Daniel Richler, nda).
Quali?
Quando parlo di Elton John. Avevo detto che vedermi esibire nei panni di Alice Cooper gli aveva dato l’idea di diventare il nuovo Liberace, ma in una versione moderna, alla moda, rock’n’roll. Nel libro c’è scritto: «E a quel punto Elton è arrivato di corsa dicendo: “Sarò Liberace”». Messa così è terribile. Allora ho contattato Elton e gli ho spiegato che non era quello che ci eravamo detti, ovvero che avrebbe potuto farsi quel tipo di immagine. C’è comunque una corrispondenza interessante tra i due. Liberace era un brillanti. «E anche tu lo sei», ho aggiunto.
Ho trovato interessante i racconti della tua infanzia. Scrivi che Steven Spielberg si è diplomato lo stesso anno in una scuola vicina alla tua. Hai visto The Fabelmans, il film in cui ha raccontato quel periodo?
No, non l’ho visto. Lui frequentava la Arcadia High School, dove sono andati i miei figli, io andavo alla Cortez, nella zona ovest. Ho capito una cosa quando ho visto Incontri ravvicinati del terzo tipo. C’è quella montagna, poi arriva l’astronave, con le nuvole e quei colori sullo sfondo. È esattamente così che appare il cielo in Arizona quando sta arrivando l’haboob, una tempesta di polvere. Quando si avvicina, ci sono nuvole nere e tutti quei fulmini sullo sfondo. Ho guardato la scena e ho pensato: «Ecco, ha preso spunto dai nostri temporali monsonici, perché di sera il cielo era proprio così».
Sei cresciuto nella Church of Jesus Christ, che riconosce il Libro di Mormon, ma i cui fedeli non fanno parte della principale Chiesa mormone, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Da bambino ti sentivi trattato diversamente a causa della tua religione?
Immagino di sì, anche perché mio padre si chiamava Ether Moroni, un nome che viene dal Libro di Mormon. Seguiva la Bibbia più di chiunque altro.
Scrivi che tuo padre e tuo nonno credevano che fossero i nativi americani la tribù perduta di Israele.
Se leggi il Libro di Mormon come un testo storico, il ragionamento fila. Mio padre e mio nonno lavoravano praticamente soltanto con i Sioux e gli Apache. E sì, credevano che fossero una tribù di Israele.
Tu ci credi?
Credo che sia possibilissimo. Non arriverei mai a dire che il Libro di Mormon è autentico. Se non lo è, è scritto molto bene. La maggior parte delle persone che lo legge pensa alle storie sulla poligamia, ma quelle vengono da Brigham Young. Sono contenute nella Perla di gran prezzo. Nel Libro di Mormon non c’è niente del genere. Io credo alla Bibbia, a ogni singola parola, ma non posso dire lo stesso del Libro di Mormon.
Racconti che tuo padre si era lamentato perché la rivista Circus aveva descritto la band come un branco di zingari, forse perché durante la Grande Depressione la sua famiglia era sempre in movimento. Come conciliavi la band e il modo in cui lui la vedeva?
Ma sai, mio padre era uno di quelli a cui i Beatles e gli Stones piacevano davvero. Era stato da ragazzo un musicista jazz e suonava il sax. Era un campione di jitterbug. Lui e mia madre sapevano ballare. I suoi gruppi preferiti erano gli Animals e gli Yardbirds, perché avevano radici nel blues. Non aveva alcun problema con la musica e nemmeno con lo spettacolo. Diceva: «Quello che non approvo è lo stile di vita. Non posso accettare che andiate a letto con chiunque», cosa che naturalmente facevamo, «e che vi droghiate e beviate». Poi aggiungeva: «Ma lo spettacolo non mi dà nessun problema. So che non siete satanisti».
Ripensando al periodo in cui ti drogavi e avevi rapporti occasionali, nel libro scrivi che ti giustificavi di fronte alla tua fede dicendoti: «È quel che devo fare in questo momento». Quando sei riuscito a conciliare le due cose?
Quando finalmente sono tornato sobrio, 43 anni fa, ho capito che avevo bisogno di recuperare il mio rapporto con Gesù Cristo. Razionalmente sapevo che, se fossi morto senza aver accettato Cristo, mi sarei trovato in una situazione pericolosa. Quando sono stato battezzato e sono diventato cristiano, ho detto al mio pastore: «Credo di dover mettere da parte Alice Cooper». E lui mi ha risposto: «Davvero? Pensi che Dio commetta degli errori?». Ho detto di no. E lui: «Be’, guarda dove ti ha portato, con i Filistei». E poi: «Non eri semplicemente uno della banda, eri Fonzie. Quindi continua pure a fare rock’n’roll quanto vuoi, ma vivi secondo lo stile di vita che il Signore desidera per te». Ed è quello che faccio. Le due cose possono stare assieme.
Pensi che la tua educazione abbia contribuito in qualche modo alla creazione del personaggio di Alice Cooper?
No, ho inventato Alice Cooper per creare la mia rockstar preferita. Mi sono chiesto: se esistesse la rockstar definitiva, che aspetto avrebbe? Tutta vestita di pelle nera, come Emma Peel, il personaggio di Agente speciale. E il trucco? Doveva essere fatto in modo approssimativo, doveva ricordare quello di Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane?: sbavato, quasi quello di una bambola di porcellana, con il nero sotto gli occhi per renderlo inquietante. Ricorda che eravamo nel 1970, era una cosa che andava oltre lo standard di quello che si vedeva in giro, andavano per la maggiore personaggi come David Cassidy.
La cosa si rifletteva bene nella musica.
La musica doveva essere grandiosa. Per noi la musica era di gran lunga più importante del teatro. Se facevamo sei ore di prove, cinque le dedicavamo alla musica, perché dovevamo competere coi Led Zeppelin. E a quei tempi dovevi essere una grande band ancora prima di firmare un contratto discografico. Eravamo orgogliosi più della band che degli effetti teatrali.

Nel libro parli molto dell’amicizia con John Lennon. Lui ti incoraggiava a esprimere le tue idee politiche, tu ti rifiutavi. Come la prendeva?
Capiva, si metteva a ridere, la cosa lo divertiva. «Tu cerchi di salvare il mondo, io cerco soltanto di intrattenerlo». Credo che vedesse i Beatles come una voce dalla grande impatto. Non penso che Paul la pensasse allo stesso modo. Non credo che Paul fosse interessato alla politica. Per lui era qualcosa del tipo: «Sì, mi esprimerò contro il male, l’ipocrisia e qualsiasi altra cosa, ma non ti dirò per chi votare». Ringo è sempre stato quello del peace & love, che sono due idee bellissime. John era un attivista e cercava di spingere tutte le persone che gli stavano attorno a impegnarsi, a creare un movimento enorme. Da ragazzo mi tenevo alla larga dalla politica. Quando i miei genitori guardavano il telegiornale, me ne andavo in camera e mettevo Chuck Berry a tutto volume, perché odiavo la politica, la detestavo. L’idea era che il rock’n’roll e il mio show erano una via di fuga da tutto questo, non una cosa che attirava la politica. Gli dicevo semplicemente: «John, è l’ultima cosa che voglio fare» e lui lo capiva. C’erano altri musicisti che volevano fare politica, io no.
Ed Sheeran, che ha sempre tenuto la politica fuori dalla sua musica, ha detto di recente di aver sentito il bisogno di parlare dopo quel che è successo a Macklemore. Tu come la vedi?
In fondo è sempre la stessa storia. Ho sempre considerato Springsteen, Sting e Bono persone impegnate sul piano umanitario. Ma quando si arriva a dire alla gente per chi votare e perché, o a dire di fare questo o quello, lì comincio a pensare: ok ragazzi, adesso non siete più musicisti, siete diventati politici. E io non userò mai il mio palcoscenico per dire agli altri cosa devono fare. Però voto.
Nel libro parli dell’assassinio di John Lennon e racconti che in quel periodo bevevi.
Mi facevo di cocaina.
Quando hai cominciato a renderti conto dell’orrore di quello che era successo?
Stavamo lavorando all’album Flush the Fashion con Roy Thomas Baker, nella dépendance a bordo piscina di casa mia, quindi naturalmente ci stavamo sballando (in verità il disco è uscito prima dell’8 dicembre 1980, quando è stato assassinato Lennon, ndr). A un certo punto la notizia è passata in tv. Ti assicuro che è stato come sentire il vuoto. Ho pensato: non può essere vero. Perché lui? Perché non un politico? Ma non era un attentato politico. Ancora oggi mi sembra irreale. Posso capire che qualcuno ce l’abbia con un politico, ma con John? Quello di Give Peace a Chance? Poi si è capito che era soltanto un fan fuori di testa, ma è ancora difficile da accettare. So che tutti i miei amici hanno cominciato a portare armi. Ho iniziato anch’io, perché all’improvviso era diventata una minaccia per tutti noi, anche se non ci mettiamo certo sullo stesso livello di John Lennon. Molti musicisti si sono spaventati, perché quella possibilità era diventata una realtà concreta. David Bowie ne parlava di continuo e io gli ripetevo: «Dave, non parlarne».
Poi sei andato avanti e sei riuscito a ripulirti. I tuoi ultimi 40 anni di vita sono però condensati in due soli capitoli. Come mai?
Ogni volta che finisci un libro, poi succedono altre cose. Magari tra vent’anni scriverò un secondo volume. Per ora, tutto è esattamente come dovrebbe essere.
Sei in tour e aiuti gli adolescenti in difficoltà attraverso la tua Solid Rock Foundation.
Nessuno vuole lavorare con gli adolescenti perché sono un ciclone di ormoni, ma io li capisco. So come ci si sente e mi piace tantissimo lavorare con loro. Vedo tanti ragazzi che partono in un modo e finiscono per diventare persone completamente differenti. Offriamo lezioni di musica gratuite. Li teniamo lontani dalla strada.
Leggendo il libro, dai l’impressione di essere uno che non ha mai avuto difficoltà a credere in se stesso.
Mai avuto problemi a credere in me. Ho sempre avuto fiducia nelle mie capacità. Ho commesso ogni errore immaginabile, ma per me funziona così: fai degli errori e vai avanti. Abbiamo sempre creduto in quello che facevamo, e in fondo è tutto qui.
Da Rolling Stone US.
