Sexy, irriverente, ironica, mai banale, iconica. In una parola: diva. Amanda Lear è sempre cambiata, non cambiando mai. Nel corso del tempo ha mantenuto quell’allure di ragazza fuori dagli schemi che non le manda a dire: diretta, egocentrica, sensuale. Ha fatto dell’ambiguità il tratto distintivo degli albori della sua carriera (musicale e non). Un modo per farsi puntare i riflettori addosso, anche se poi quel banale escamotage per far parlare di sé è diventato un’etichetta difficile da scrollarsi di dosso (pure se ammuffita). Tanto per mettere un punto: Amanda Lear è una donna e, onestamente, è abbastanza svilente pensare quanto ancora oggi si stia a disquisire su certi aspetti di fronte all’indiscutibile talento di una vera star dalla capacità (quasi) unica di attraversare le epoche trasformandosi sempre.
E mantenendo salda una credibilità riconosciuta dal pubblico di tutte le età: da musa di Salvador Dalí a misteriosa modella sulla copertina di For Your Pleasure dei Roxy Music, da girlfriend di David Bowie a padrona di casa sfacciata di molti programmi di quel piccolo schermo italico abile a scandalizzare e tenere (al contempo) incollate tante teste, Lear si è imposta come personaggio di rottura a tutto tondo attraverso varietà innovativi e spregiudicati come Stryx, fino alle interviste in camera da letto di Ars Amanda. E che dire del cult anni ’90 Il brutto anatroccolo, sui cambiamenti estetici, o il celeberrimo Cocktail d’amore, in cui si scandagliavano onori e oneri della pop culture anni ’70 e ’80? Amanda Lear è tutto questo e anche di più: calca con successo le assi dei più celebri teatri francesi con pièce in grado di mostrare la sua duttilità attoriale. E continua pure la sua carriera da talentuosa pittrice.
Ma torniamo a noi: se da un lato ha messo l’arguzia a servizio della Tv, dall’altro ha scalato le classifiche con hit da milioni di copie vendute in tutta Europa grazie alla voce androgina, profonda e sussurrata. Icona pop poliedrica e magnetica, se dice una cosa l’ha ben soppesata: a lei non interessa lanciare boutade perché ne parlino i giornali. E se ammette che Redlights di Miley Cyrus assomiglia troppo alla sua The Sphinx del 1978, come minimo bisogna ascoltarla. Al di là delle questioni legali, una cosa è certa: Amanda ha intonato brani pazzeschi. Alcuni conosciuti, altri meno, ma ci sono pezzi che, ognuno per motivi differenti, andrebbero ripescati. Cogliamo la palla al balzo per un ripassone, con l’obiettivo di approfondire i capisaldi e le tappe fondamentali dell’ampia discografia della regina dell’eurodisco dalle estetiche camp.
I Am a Photograph
1977
Guidata dal produttore Anthony Monn (non la mollerà fino al 1983), Amanda getta le basi per un synth-pop teatrale, erotico e voluttuoso. Siamo nel 1977, la disco music esplode nei club del Vecchio Continente e la ragazza nata a Saigon ma naturalizzata francese, dopo essersi chiusa a registrare negli studi della Ariola Records di Monaco di Baviera, debutta con un album glam e ipnotico per la label tedesca. Nella tracklist (che ha subìto diverse modifiche a seconda dei Paesi dove veniva commercializzato il disco) figura il pezzo (forse) più famoso che (almeno in Italia) ha cambiato la vita di Amanda: Tomorrow. La hit (riferimento a un appuntamento amoroso e alla sua attesa), con il famosissimo incipit parlato-cantato e il groove incalzante, esplode e raggiunge le vette delle classifiche pure in Germania e Germania Ovest. Il successo è istantaneo e travolgente. Amanda ha più volte dichiarato di non amarla troppo: «Ho venduto 28 milioni di dischi in tutto il mondo e qui si ricordano della canzone peggiore che ho scritto. E posso criticarla perché l’ho scritta io. Ho scritto anche canzoni che mi piacciono, eh! Come The Sphinx e Follow Me. Nei tempi recenti ho pure ricantato brani come Can’t Take My Eyes Off You o pezzi dei Pet Shop Boys. Niente, qui solo Tomorrow, pure in radio. Vabbè che ci prendo dei soldi, ma mi dispiace», confessava proprio a Rolling. In, effetti per il pubblico nostrano, Tomorrow diventa il leitmotiv indissolubile dalla popstar e una costante televisiva: le apparizioni della songwriter infarcivano i più popolari varietà dell’epoca trasformando il tormentone nel veicolo per consegnare Amanda alla storia del pop.
Ma non finisce qui. In I’m a Photograph spicca una vera perla: Queen of Chinatown, co-scritta con Moon, con le sue suggestioni orientali e il coro che si contrappone alla voce rauca dell’interprete. «Quarant’anni fa il mio produttore tedesco mi diceva: “Canta alla Marlene, devi essere la Dietrich della discomusic”. Mi spingeva verso una voce artificiale, sempre più bassa, che ha fatto il mio successo. Mi faceva fumare e si registrava alle quattro di notte e lui era contento», dichiarò a La Stampa. La composizione sulla regina del quartiere cinese consolida l’immagine da artista trasgressiva della Lear. Il motivo? Racconta di una spacciatrice di sostanze stupefacenti. L’album strappa la certificazione oro, infrange i tabù dell’epoca e regala una vera chicca: Alphabet (Prelude in C by J. S. Bach), in cui Amanda si cimenta in un pezzo intriso di estratti dal Clavicembalo ben temperato di Bach. Non è tanto la versione francese ad essere degna di nota, quanto quella italiana, che raggiunge vette sublimi mentre Lear sciorina in maniera seducente e recitata il nuovo alfabeto, associando a ciascuna parola concetti tra glamour e ironia. La versione tricolore può, effettivamente, apparire un po’ audace, ma con quel timbro la Lear può dire tutto, modellando il pezzo – che poteva serenamente scadere nel trash – in una vera gemma camp chic con questo testo: “C come sei crudele, E sei Eterosessuale, F perché mi dai fastidio e sei un ficcanaso, […] S per sesso e mi chiami sgualdrina, […] Z perché ti darò uno zero se non impari il mio alfabeto“. E via discorrendo. Chiude il quadro il godibile e divertente Blue Tango, che possiamo definire, facendo un parallelismo con l’attualità, come un mix tra La Isla Bonita di Madonna e Mi Chico Latino di Geri Halliwell Lear’s version.
Sweet Revenge
1978
Forte del successo del primo lavoro, la diva si rimette in gioco con Sweet Revenge, concept album sulla storia di una donna che vende l’anima al diavolo per ottenere la fama. Chiaramente la protagonista se ne pentirà e troverà il suo riscatto – guarda un po’ – nell’amore. La hit trascinante è ovviamente la celeberrima Follow Me (che apre e chiude il progetto), col suo inconfondibile riff di tastiera. La voce di Amanda raggiunge timbri oscuri, una sorta di seduzione ammaliante per quello che, per molti critici del periodo (e non solo), sarà il suo cavallo di battaglia, la sua signature song. Ovunque tranne che in Italia, dove pare ci si ricordi – ebbene sì – ancora solo di Tomorrow (rifatta anche nel 1988 in una memorabile versione punk rock con i CCCP).
Nell’album trova spazio pure l’ammiccante Enigma (Give a Bit of Mmh to Me), il cui videoclip fu realizzato proprio all’interno di Stryx, il programma Rai diretto da Enzo Trapani. Amanda, circondata da gattini neri e dai performer del programma, si muove strizzata in una tuta aderente e scintillante su un materasso gonfiabile. La canzone, ironia della sorte, è pure il titolo di un documentario HBO dedicato alla cultura transgender diretto da Zackary Drucker, in cui si associa la figura di April Ashley, pioniera trans britannica, ad Amanda Lear. E proprio Amanda non la prende benissimo: definisce il lavoro un vergognoso tentativo di outing proposto, invece, come una celebrazione. Si è definita vittima di transvestigation, ha rispedito al mittente le illazioni false sulla sua sessualità minacciando querele. Digressioni legali a parte, Sweet Revenge vende oltre due milioni di copie e consacra Amanda Lear come superstella internazionale, capace di vendere dischi dalla Francia al Sud America, e persino in Unione Sovietica.
Never Trust a Pretty Face
1979
La copertina, in cui la Lear appare metà angelo e metà demone con parte del corpo di serpente, incornicia alla perfezione il mood del disco, che, se possibile, cerca di essere maggiormente teatrale, con ispirazioni quasi da cabaret. Addirittura il Guardian evidenzia quanto sia netta la sensazione che Amanda voglia gradualmente dismettere i panni della queen of eurodisco per una dimensione più concettuale, indicando The Sphinx come il brano-simbolo di questo cambio di passo. Già, proprio la canzone oggi pietra dello scandalo: l’estratto rappresenta una svolta più intima, malinconica e cinematografica all’interno della sua produzione.
In questa hit Amanda si paragona all’enigmatica Sfinge, riflettendo sulla solitudine, sulla finzione dello star-system e su quanto sia complicato farsi conoscere davvero al di là della maschera pubblica. Ottiene un ottimo riscontro sia nei club sia nella programmazione radiofonica europea, confermando la capacità di coniugare il ritmo da discoteca con una profonda vena decadente e melodrammatica.
Tra i pezzi imprescindibili c’è anche Fashion Pack, sfrontata e divertita satira del jet-set internazionale e del celeberrimo club Studio 54 di New York, con citazioni dirette a Andy Warhol e Yves Saint Laurent: gente che Amanda ha conosciuto e frequentato. In particolare, di Warhol ha dichiarato, a Domenica In, che non si capiva mai cosa pensasse ma poi, quando tornava a casa, scriveva male di tutti sul suo quaderno. Altro momento altissimo dell’album è la cover orchestrale e decadente di Lili Marlene (reso immortale da Marlene Dietrich), riletta con quell’inconfondibile registro grave che la rende un pezzo dark-cabaret indimenticabile.
Diamonds for Breakfast
1980
Con l’inizio degli anni ’80 Amanda è più rock e new wave prima del lancio Tv in Italia, dove sarà l’irriverente conduttrice di Premiatissima su Canale 5. L’album regala una chicca scritta da Cristiano Malgioglio, Giuni Russo e Maria Antonietta Sisini: Ho fatto l’amore con me. E pure qui spicca un verso da stamparsi bene in mente: “Domani sera cerco te / Giorni feriali voglio me“. Il brano parla chiaramente di masturbazione femminile, ma Amanda non se ne accorge subito come ha poi ammesso a Belve. Noi tutti, però, ce la ricordiamo mentre canta, vestita da sirena, “Ho fatto l’amore con me / Mi sono amata da me / E figuriamoci se / Se ci cascavo con te (ah ah)“. L’album ottiene un successo strepitoso, specialmente nei Paesi scandinavi, dimostrando la capacità di reinventarsi “Made in Lear”, sempre al passo con le correnti musicali del tempo.
Gli altri album
Dopo Incognito (1981), l’esperimento più d’avanguardia e concettuale, a metà degli anni ’80 Amanda tira fuori dal cassetto tre progetti che non hanno goduto delle luci dei riflettori come gli altri dischi: il singolo Assassino, perla del 1982 cantata in italiano e prodotta da Giusto Pio, in cui sonorità elettroniche incontrano le atmosfere da poliziesco d’autore; Tam-Tam (1983), registrato in Italia sempre con la collaborazione di Giusto Pio, oltre a essere il primo senza la collaborazione di Mr. Moon esplora ritmiche euro-pop e atmosfere minimaliste (come il singolo No Regrets); nel 1986 esce invece Secret Passion, destinato principalmente al mercato anglosassone e americano. Tre i singoli estratti: Wild Thing (cover di un successo dei The Troggs, anno 1965), Aphrodisiac e She Wolf, realizzati anche in lingua francese con il titolo, rispettivamente, di Aprhodisiaque e Les femmes.
Non finisce qui. Con il passare degli anni, Amanda Lear è diventata conduttrice di Mediaset e La Cinq, ma non ha mai smesso di registrare musica e sperimentare pubblicando progetti come Cadavrexquis (1993, primo album in lingua inglese che, oltre a segnare il ritorno alla dance con la collaborazione del gruppo techno Bass Bumpers, permette all’artista di rielaborare i classici Follow Me, Fashion Pack e Lili Marlene). Il titolo dell’album è un riferimento al gioco surrealista del “cadavere squisito”. Arrivano poi Alter Ego (1995) e l’elegante With Love (2006), in cui reinterpreta i capisaldi della chanson française e standard jazz già interpretati da grandi dive del passato. Degno di nota anche Tuberose (2021), raffinato lavoro acustico e intimista cantato in francese e inglese, in cui intona brani di Gainsbourg, Trenet e Moustaki, dimostrando una maturità vocale calda e profonda.
Amanda Lear poteva essere una meteora degli anni d’oro della disco, ma ha avuto l’intelligenza di buttarsi diventando una visionaria del pop capace di anticipare estetiche e linguaggi. Insomma, non è soltanto un fenomeno di costume o una presenza ironica della Tv commerciale, ma un’artista che ha plasmato l’immaginario pop europeo degli anni ’70 e ’80 a colpi di synth, provocazioni d’autore e dischi d’oro. E adesso, alla domanda che fece il famoso libro del 1979 Chi ha paura di Amanda Lear?, cosa rispondereste?
Antonio Santini for SANREMO.FM
