Il “mistero” attorno a Levante si scioglie più facilmente del previsto, e forse è anche complice la coda lunghissima di un’estate iniziata troppo in anticipo, che non permette congelamento. Claudia Lagona e il suo alter-ego attendono dall’altro capo dello schermo di una videochiamata: ho una domanda che vorrei lanciare per prima, ma è meglio tenersela in borsa. Ha a che fare, naturalmente, con la hit estiva collaborativa guidata da Serena Brancale, Al mio paese, parlando d’estate.
Se ci penso anzi non è solo una: perché questa ragazza di Palagonia, classe 1987, al pubblico ha sempre solleticato questioni, a cavallo tra la legittima curiosità artistica e la malalingua nervosa e invidiosa, che a volte desidera la sua capacità vocale, altre il suo aspetto o ancora la capacità, davvero, di fregarsene. Mi dice infatti che ha lavorato al suo ego nell’ottica di una de-creazione, e lo mette come testa del discorso, Levante. Non è la prima volta che racconta il cambiamento radicale che l’ha investita dall’interno, negli ultimi anni, però dalle sue parole scivola freschezza e ancora un genuino entusiasmo tanto per i risultati, quanto per una meraviglia che forse aveva perso, e che probabilmente ha ritrovato.

A Sanremo 2026, Levante c’era entrata a qualche centimetro da terra: una canzone, Sei tu, che «finalmente metteva in gioco un soggetto dialogante, che apriva una conversazione» al di fuori di sé, ma cominciando dall’interno di sé; e una felicità schietta che nulla avrebbe potuto avere a che fare con un intervento esterno sulle circostanze personali di Claudia Lagona. Quel benessere se l’era procurato da sé, e se lo stava godendo.
Non è sempre stato così. Carriera cominciata nel 2013 con Alfonso, singolo poco dolce e molto amaro sulle complessità di una vita (in Italia, lasciatemelo dire) disincantata al termine degli studi, la voce comincia a girare che questa siciliana sia non altro che l’ennesima cantautrice – pure giovane, peccato capitale da Nord a Sud – che, «come ogni donna che scriva canzoni», di solo amore vuole parlare. «Come se la scena non fosse piena di uomini malesseri che cantano solo di donne. Però loro sono cantautori senza asterisco, noi invece dobbiamo essere cantautrici romantiche». Ci torneremo.
Non è sempre stato così, per la Levante che ri-incontro oggi da remoto. Perché una musicista non può scrivere romanzi, recitare, cucire vestiti, appassionarsi alla moda, essere giudice a X Factor e scrivere canzoni che finiscono nelle colonne sonore dei film, e di certo la lista è ancora lunga… non può, secondo alcuni. Occhi e bocche che hanno bisogno di classificazioni univoche per l’esistente. E invece, va’ che beffa, Levante esiste, è qui, ed è tutte queste cose. Per rubare alcune parole che mi donerà più avanti: ma che dicessero che la sua musica fa schifo, piuttosto, e non che fosse intrinsecamente sbagliata, a priori antipatica.
Che poi lo sa, Levante, naturalmente sa tutto. Nella conversazione che segue scioglieremo vari nodi a cuore aperto: «Ho avuto bisogno sul palco, per molto tempo, di fare un po’ quella cattiva, di essere muscolare». Paradossale, perché Claudia, quando nessuno la guarda, ama coprire le braccia, pure d’estate. «E ho avuto bisogno di sembrare una dura da fuori, una di quelle che poi fa dire agli altri: ma no guarda, non è come sembra, è una persona molto dolce, è solo un po’ così… però non volevo essere quella persona».
Ora la sua versione la sanno meglio anche i fan, di nuova e vecchia data. Dal 9 ottobre 2026 è disponibile il suo sesto album in studio, Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, 16 tracce che spaziano tra le sonorità, che cuciono insieme storie che sulla carta nulla avrebbero a che fare una con l’altra, e che creano un raccordo tra la Levante che è stata e la Levante che è ora. Capeggiati da una cover che ritrae la nostra vestita di blu, in preda sembra proprio a un passo di quella citata danza, in cima a una piramide umana composta (letteralmente) dagli affetti privati e professionali nel suo percorso (dal compagno Pietro alla madre). Con un titolo che è stato fortemente soggetto a reinterpretazioni esterne. E una Sei tu che finalmente possiamo ri-ascoltare cresciuta, allargata, e pienamente calata nel contesto che si è sempre meritata.
Abito e bracciali con piume: Lorenzo Seghezzi Collant: Wolford Scarpe: Paris Texas
Questa intervista, però, comincia da tutt’altra parte, immediatamente dopo la fine dello shooting fotografico per questa cover story: che è in movimento, proprio come la Levante di Dell’amore il fallimento e altri passi di danza. E che «finalmente» – uso scientemente parole di Claudia – non si è concentrato sul capo indossato in sé, ma sul corpo che lo viveva. E la sua prima frase riprende inconsapevolmente il tema tutto di questa chiacchierata: «È da 13 anni che mi vedo praticamente in qualsiasi veste. Questa cosa che abbiamo fatto, qui, è stata bellissima». Passo di una danza ripetuta che finalmente può essere tradito, spezzato.
Ha a che fare anche con un categorizzazione che ti lanciano addosso gli altri? Ti ha stancato vederti limitata in questo modo?
In realtà ti devo dire di no, cioè, quando parliamo del rapporto anche istintivo del mio corpo per la moda e con la moda. Fin da prima di intraprendere questa carriera mi fermavano per strada, indicavano il vestito che indossavo, mi chiedevano dove l’avessi preso. Sono figlia di sarta, e son cresciuta tra modelli di carta e tessuti. Per me l’abbigliamento è una modalità d’espressione, e mi piace tanto. Invece, il fatto che ormai moda e musica siano molto legate, come ecosistemi, ci omologa tutti un po’, ci rende tutti simili per certi versi, e intendo i miei colleghi artisti. Personalmente continuo ad amare gli abiti e i brand, in questo senso no, non sono stanca di questo mondo. Ma posare per il quattordicesimo anno con i look di stagione che magari ha indossato qualcun altro può essere limitante a livello creativo, lo dico per tutti gli artisti. Come diceva Miranda Priestley, la moda entra nelle vite di ognuno di noi e siamo tutti vittime delle tendenze. Io dico per fortuna! Perché siamo esseri sociali e ci condizioniamo nel bene e nel male, e il bello di tutto questo è che alla fine ci rende una comunità in cui ci si può sentire rappresentati. Però bisogna trovare un equilibrio sano.
Aspetta: non hai mai voluto fare la sarta, la stilista, o semplicemente disegnare una collezione?
Da piccola avrei voluto. Ho anche indossato alcuni capi fatti da me. L’abito a una spalla che porto nel video di Alfonso, per esempio, l’ho cucito io, e mi piace tantissimo. Ecco più che mondo del fashion, mi piacciono gli artigiani, sono innamorata delle persone che creano. È una questione quasi famigliare per me, mia nonna e poi mia madre cucivano… e anche oggi, se vado a vedere come lavora una maison, scelgo sempre di sbirciare dietro le quinte. Ti faccio ridere: in maniera anche presuntuosa, quando le mie amiche mi dicono, «guarda che bello quell’abito», io penso: ma te lo so fare pure io.
Abito e bracciali con piume: Lorenzo Seghezzi
Questa sarebbe dovuta essere la prima domanda dell’intervista: come stai? A Sanremo eri radiosa, non dico nemmeno per la competizione o tutta quell’energia da palco lì.
È una percezione vera, ci ho messo un po’ a stare bene, sono stati anni di ricerca. Mi piace prendere la vita come una sorta di gioco con tanti livelli da superare, così cerco sempre di migliorarmi e di aggiustare cose di me che non mi fanno stare bene. In questo tempo mi sono liberata di un po’ di pesi che non mi appartenevano, che erano retaggi famigliari e culturali. Ho impegnato molte energie per capire quale fosse la strada giusta per trovare un mio vero equilibrio, e ce l’ho fatta, ce la sto facendo. Ho lavorato sul mio ego, l’ho voluto combattere e poi distruggere. Perché a volte per varie ragioni, legate al nostro vissuto e a chi siamo, può diventare ingombrante, può non riuscire più a lasciare spazio agli altri. L’ego serve, per carità, prima di tutto dobbiamo riconoscerci noi stessi. Però poi dobbiamo anche scansarci per fare spazio all’altro. E io nel tempo ho capito che l’ego mi è servito per autodeterminarmi, ho capito di averlo usato come un’arma e per questo. Diventato limitativo nei rapporti, sia personali che lavorativi.
E quindi che hai fatto?
Per prima cosa ho smesso di criticarmi e di giudicare, l’ego si nutre delle insicurezze. Volevo distruggere un malessere interiore e ci sono riuscita. Per la prima volta mi sono trivata senza quella maschera di difesa, senza quell’insicurezza che mi spiegava a essere la cattiva del palco, a fare la muscolare. Infatti se noti quest’anno a Sanremo non c’era più un brano come Tikibombom (in gara nel 2020, nda), non c’era Vivo (in gara nel 2023, nda), c’era Sei tu: nel titolo c’era un’altra persona, era un parlare fuori di me. Nonostante poi fosse un brano intimo e personale, che raccontava di emozioni fisiche provate dall’interprete cioè da me. Però si trattava delle conseguenze di una presenza. Questa volta l’energia del palco nasceva per buttarla via, per donarla agli altri, non era una maschera per qualcuno che in realtà si stava difendendo. Oggi sto bene, per darti una risposta breve dopo una domanda lunga, perché ho deposto le armi.
Domanda a favore di chi debba ancora ascoltare Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, e che magari ora si sente perso: sei cambiata solo tu o anche la tua musica?
Non credo che in questo disco ci sia una mia trasformazione musicale, ho indagato tanto sul personale. Anche se si tratta di un lavoro corale, perché l’amore ci riguarda tutti ed è il tema più trattato di sempre e da sempre. Questo album è nato a braccetto con un percorso di crescita personale, e quindi mentre rimettevo in ordine il mio passato, e le mie vecchie relazioni, sono nati questi testi per prendersi carico di chi sono stata, e delle mie emozioni.
Perché ormai l’abbiamo capito, tu vuoi cominciare dal personale.
Ti rispondo così: qui l’amore è il centro perché è sempre stato il tema della mia vita e perché le relazioni sono sempre state aspetto più ingombrante e meno costruttivo della mia esperienza. Lavorativamente parlando ho costruito molto, idem per le amicizie. Sono stata circondata a lungo da fortissime energie positive, che però non si intersecavano con la sfera della sentimentalità. I miei rapporti finivano ripercorrendo sempre gli stessi passi e attuando sempre lo stesso pattern. Quindi ho affrontato queste relazioni, sia dal punto di vista terapeutico che musicale, e questa cosa è succesa nell’album. Alcune situazioni sono diventate storie più leggere e semplici, altre più drammatiche e tossiche. E c’è nella progressione delle canzoni anche un meccanismo di botta e risposta, per esempio Dell’amore il fallimento (che apre il disco, nda) e Abissale (che è il brano di chiusura, nda) si parlano, sono una conseguenza dell’altra. È stato un momento di grande destabilizzazione, ho conversato in absentia con mio padre, sono andata a cercare rabbia nel passato e l’ho trovata. Non che fosse una grande scoperta, sapevo di avere dentro un’assenza gigantesca, e sapevo che arrivava da lì. Solo che poi mi ero intrappolata in un pattern fatto di paure, abbandoni e insicurezze. Per questo è una conversazione da cui esce l’arrabbiatura, ma pure il perdono. Non è che scrivere canzoni faccia guarire, intendiamoci bene, certi traumi non guariscono. Però le ferite si possono riconoscere e si può trovare una cura che eviti il sanguinamento e il dolore.
Abito: Francesco Murano Calze: Wolford
Ci sono un paio di brani nell’album, anzi soprattutto uno, Sono blu e l’altro è Sorry Boy, che suonano proprio come inviti a ballare, a buttare fuori tutto, anche questo dolore.
Io su questi brani vedo davvero dei ballerini, un corpo che torna tra le varie canzoni, per esempio in Allegria. Questa immagine è stata il regalo inconsapevole di un autore sardo, Sergio Atzeni. La scrive in questo libro, Passavamo sulla terra leggeri, dove racconta una leggenda sulla nascita della Sardegna e del popolo sardo. E lui definisce i sardi danzatori delle stelle. Con tutto il rispetto per i sardi, che amo, io vedo tutti noi come danzatori. Siamo tutti dei ballerini che passano sulla Terra e che affrontano la musica che capita. E quindi in quei brani nello specifico avevo voglia di piangere e ballare allo stesso tempo, perché è il modo in cui affronto la vita. A tratti sono evitante, davanti a un dolore o una situazione complessa cerco di essere pragmatica e andare, divento una persona del fare per non perdermi nel dramma. Poi, attenzione, sono sempre siciliana: amo tantissimo piangere, battermi il petto, vengo da una terra che si dispera. Il ballerino ecco, invece, mi sembra uno che si destreggia nella danza della vita. Ed ecco quei passi di danza del titolo del disco.
Che peraltro contiene un’anastrofe mi verrebbe da dire folgorante, nel mondo di comunicazione drittissima che ci circonda…
Grazie! Non tutti la capiscono, in moltissimi hanno già storpiato il nome del disco, che ne so, in radio quando annunciano…
Ah! Raccontamelo meglio, allora.
È un titolo figlio di musicalità. Io sono molto musicale quando scrivo, vale anche per i libri (Levante ha pubblicato quattro romanzi, tutti con Rizzoli: Se non ti vedo non esisti, 2017, Questa è l’ultima volta che ti dimentico, 2019, E questo cuore non mente, 2021, Opera quotidiana, 2024, nda) anche a costo di scrivere cose banalissime. Mi piace usare il suono delle parole. Quindi capisci che scrivere “il fallimento dell’amore” era brutto-brutto. Ho accontentato l’orecchio più che la comprensione.
Però ti sostengo: sembra che, scavallato il Novecento, la lingua italiana debba giacere inerte, che non ci si possa più giocare. Invece è sempre quella, con la stessa potenza di chi ha scritto cose pazzesche solo qualche decina di anni fa. Sembra che non ci si possa più giocare e divertire: si diventa noiosi.
Esatto, la lingua sempre quella è. So che una scelta del genere può sembrare snob, ma non è così! È il desiderio, fortissimo, di tenersi stretti. E di proteggere un mondo che può sembrare barocco, ostentato, arzigogolato, ma io lo voglio portare avanti. Questo barocchismo, se si può dire, mi appartiene proprio: quando vivo, quando arredo casa, quando mi vesto… Non mi piace spogliare le cose, le voglio vestire e arricchire. Mi dispiace che tutto debba sempre rifuggire la complessità, ce ne siamo stancati. Ma io non voglio essere complice di questa cosa, perché vorrei che la gente pensasse e leggesse. Quindi scrivere un titolo così, nel 2026, è una scelta di campo, per dire che non stiamo giocando lo stesso campionato: io sto dando spazio al pensiero complesso, pur sempre nella semplicità di una musica pop. Mi piacciono i ritornelli, per carità, tutto quello che può essere anche facile. Però mi piace scavarci complessità, e forse così la rendo più digeribile.
Giacca e gonna: Dior Scarpe: Paris Texas
Quali sono gli altri aspetti, le altre ramificazioni di questa complessità virtuosa?
Ti rispondo con il contrario: soffro tantissimo quando vedo che gran parte dei prodotti delle industrie creative sono frutti di rimasticazioni, o che dall’altro lato tutto debba essere acchiappaclic. Sono manifestazioni culturali che non mi rappresentano nemmeno a livello estetico, perché ho un gusto più complesso di così. Poi devo dire che nei testi delle nuove canzoni, rispetto agli altri dischi, sono stata più sintetica, ma forse perché nel titolo avevo spiegato già tutto quanto. Ho messo subito le mani avanti: cosa ci sarà mai in questo album? Il fallimento dell’amore, punto. Si balla e si piange, non cercare altro. Ti espongo anche un altro aspetto della complessità: l’altro giorno, una ragazza al firmacopie di Napoli mi ha chiesto, in modo anche molto carino, dove fosse la Levante politica. Solo che su questa cosa non ci sono dubbi, eccola qui! È davanti a te e a me. Prendersi cura delle mie ferite per diventare un essere sociale migliore è una Levante politica. E la Levante politica è quella che parla d’amore. Però, ecco, su questo punto…
Sì?
Sfatiamo il mito del cantautore che deve per forza, e per essere tale, parlare solo del mondo che lo circonda. C’è un mondo interiore che può aiutare tante persone, ed è giusto che si canti anche di quello e che sia politico come il resto. Soprattutto per le donne, poi, c’è uno stigma: se sei una canatutrice, allora vuol dire che scriverai d’amore in modo melenso. Ma non è vero! È pieno di uomini malesseri che scrivono solo di donne. Quindi che cosa ho fatto? Ho iniziato subito a parlare d’altro. Alfonso, il mio primo singolo, non parla d’amore, ma di una persona frustrata che non riesce a rialzarsi dopo la laurea, ha “in mano alcolici e niente più”. Però ero la ragazza giovane e carina, e quindi hanno subito detto che parlava d’amore. Ma se si guardano bene i miei singoli radiofonici, Duri come me dove canto “Capisco la difficoltà di viver di sogni”, o anche Bravi tutti voi, “C’è confusione dentro alle città, cerco persone e trovo macchine”… tutta una fila di canzoni che non parlano né di maschi, né dell’altro in generale. Poi chiaro, l’amore è una mia ossessione, ma perché senza non si fa un cazzo di niente. Allora ecco la seconda giustifica: Dell’amore il fallimento. E basta così.
Torno su quel barocco che hai menzionato prima: qual è la tua anima siciliana?
Qualsiasi cosa: il mio modo di pensare, di parlare, di rapportarmi è siculo. Passi un giorno con me e te ne accorgi, sono tanto, in senso ricco ed emotivo. A proposito, sei anche tu a Milano? Passami a trovare, ti faccio una torta di mele! Comunque dicevo, mi esprimo in maniera violentemente dolce. E chiedo tanto agli altri. Voglio entrare tanto in contatto. Questo modo di pensare io lo definisco barocco.
Abito: Francesco Murano Calze: Wolford
Siamo agli sgoccioli. Qual è la tua canzone preferita di Levante, oggi?
Ma io me le dimentico, le canzoni di Levante! Però in questo momento la mia preferita è Sono blu, proprio da quest’ultimo disco, perché mi rappresenta perfettamente dal punto di vista lirico della scrittura, ma anche perché desideravo tanto fare una canzone così e ci sono riuscita, volevo addentrarmi nel mondo dell’elettronica e l’ho fatto nel modo in cui volevo, parlando tanto, cantando tanto e ballando tanto.
Ma perché blu?
Blu è il mio colore preferito, ed è il colore che sento di essere quando sono triste. Blu è la notte più scura, di un blu che riesci a vedere e distinguere. Quel brano è tristezza e separazione: parla di due che vogliono scoprire la verità dell’altro prima di lasciarsi per sempre. Siamo in un vicolo cieco ma vogliono separarsi con dignità.
Senti, quest’estate ci hai fatto un bello scherzo, partecipando alla canzone meno Levante di sempre, Al mio paese.
Ci credi se ti dico che non me l’ha mai chiesto nessuno? È così! Allora, è vero che una Levante non avrebbe mai cantato una canzone così tanto estiva, da tormentone, alla Serena Brancale. Ma io l’ho fatto, di nuovo, per distruggere il mio ego. Perché quest’anno ho fatto piccoli passi di danza che nessuno si aspettava. Anche accettare una miniserie Rai, per esempio. E nel caso del singolo c’è stata una persona, che è una mia amica, che fa il suo percorso, che mi ha chiesto di andare alla sua festa. Ok, le ho detto, come mi devo vestire? E così è nato tutto. C’era una strofa già scritta per me, ma ho detto no, e così me la sono scritta io. Il mio racconto parla di un paese che è Palagonia e della Festa di Santa Febbronia, che rappresento nel video. La Rosalia che nomino invece è mia nonna. Le polemiche per esempio ci sono state, ci hanno dato delle finte intellettuali, perché volevamo parlare dei problemi del Sud all’acqua di rose. Ma quali finte intellettuali? I problemi del Sud sono una cosa, e posso mettermi a discutere quando vi pare, ma non era proprio questa la sede! Si trattava di un brano estivo e leggero, e infatti Serena con questa idea ha fatto centro. Non è accettabile dare a questo brano un significato che non ha. Io ho scritto Lo stretto necessario, le Madonne nelle teche… evidentemente so di che cosa si parla, quando si tratta di Sud Italia, perché ci sono nata e cresciuta. Ma poi, perché dare a Serena Brancale un ruolo che non ha e che non aspira ad avere? Altrimenti di’: la canzone fa schifo e basta, bocciate tutte e tre. Ma non venirmi a parlare dei problemi del Sud.
Total look : Valentino
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Photographer: Dalila Slimani
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art Director: Pierfrancesco Gallo
Levante Press Office: Elena Tosi
Levante Management: Stefania Giuffrè
Levante Personal Stylist: Lorenzo Oddo
Levante MUA: Valentina Raimondi
Levante HS: Sergio Castiglia per Grant Hairdresser
Director/DOP: Silvio Cuomo
Style Assistant: Francesco Baldassarri
Photographer Assistant: Viatceslav Senkevic
Lights Specialist: Team Shypholumex
Dancers Creative Coordinator: Alessandra Boschello
Dancers: Giulia Lastella, Andrea Piras, Antonio Cardelli
Location: si ringrazia Spazio Sannio per la disponibilità e la gentilezza
