Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi
LSimon: “Sai vero che prenderemo degli insulti per questa cosa?”
Lorenzo: “Ma sì, dai… È divertente!”
LSimon: “Cosa? Fare questa classifica o farsi insultare?”
Questo è stato a grandi linee lo scambio di opinioni che ci ha portato a stilare questa non-classifica. Un gioco e una sfida, per vedere se voi che state leggendo conoscete già qualche nome fra quelli presenti in questa lista (ne sono assolutamente certo), ma anche un tentativo di raccontarvi la nuova musica che abbiamo scoperto, con tutta l’ammirazione possibile nei confronti di artisti di cui non avevamo mai ascoltato nulla o di cui addirittura ignoravamo (se non entrambi, almeno io) totalmente l’esistenza e che avremmo assolutamente voluto conoscere prima. Per lo meno, a posteriori, possiamo dire di essere stati bravi a scegliere quali live vedere quando abbiamo stilato il nostro piano del festival, veramente ben riuscito. Alcuni di questi musicisti potevano tranquillamente stare nella TOP 15, ma abbiamo pensato che potesse essere più interessante raccontarli in separata sede, anche per dargli maggior risalto.
Cominciamo, anche stavolta, con tre suggerimenti, prima della TOP 8 vera e propria.
Honorable Mentions
VENDED

“Nati da una costola degli Slipknot” in tutti sensi, con Griffin Taylor e Simon Crahan che sono i figli di Corey e Shawn della band di Des Moines, Iowa. I Vended ci sono piaciuti, ci siamo divertiti, ma qualche dubbio lo abbiamo avuto: forse troppo vicini al sound degli Slipknot per risultare davvero originali. Ci sta, sono giovani, hanno appena cominciato, anche se i più malvagi suggeriscono che siano arrivati sul main stage del Brutal solo per raccomandazione, ma per noi si sbagliano: c’è tutta l’attitudine giusta e una bella dose di tecnica, entrambe necessarie per fare grandi cose, con Griffin che si dimostra già un bell’animale da palcoscenico, in grado di interagire magistralmente con gli spettatori. Tra l’altro, pubblico molto nutrito nonostante fossero tra i primi della giornata ad esibirsi, sotto un sole cocente, segno del fatto che i Vended sono stati in grado di suscitare e mantenere alto il livello di interesse. Devono fare il loro percorso, ma sono sulla strada giusta.
CASTLE RAT

Non ho ancora capito se ho amato i Castle Rat o se sia mancato qualcosa per conquistarmi definitivamente. Scenograficamente meravigliosi (lo dico da amante del fantasy medievale e da master/giocatore di D&D), perché capaci di dare vita ad uno show ipnotico che mescola la loro musica doom metal ad una performance teatrale in cui ognuno ha il suo ruolo: Riley Pinkerton (cantante e chitarrista) è la Regina dei Ratti, Franco Vittore (chitarra), è il Conte vampiro, Charley Ruddell (basso), è il Dottore della Peste con tanto di maschera, Joshua Strmic (batteria), è il Druido. In questo teatro dell’opera ispirato dagli scritti dell’autore americano Frank Farzetta e dai Black Sabbath, vengono anche coadiuvati dalla performer Madeline Wright nel ruolo di Falciatrice dei Ratti. I brani sono incastonati fra una scena e l’altra e fanno quasi parte di un musical che racconta una storia goth ambientata in un Reame lontano. Un live indubbiamente divertentissimo che ha attirato tantissima gente e ha fatto cantare tutti, anche se sul lato musicale si potrebbe spingere di più, perché a posteriori è rimasto – credo involontariamente – un po’ in secondo piano se paragonato al resto, nonostante il materiale originale sia di pregevole fattura. “I sudditi del Reame richiedono più metal, vostra altezza”.
DER WEG EINER FREIHEIT
I Der Weg Einer Freiheit avrebbero tutto il diritto di ritagliarsi quantomeno un posto nella TOP8, ma siamo riusciti a sentire solo un paio di brani della loro scaletta, quindi non ce la siamo sentita. Gruppo post-metal tedesco attivo da diversi anni, che non avevo mai sentito nemmeno nominare per sbaglio, il che aiuta a rendere l’idea di quanta musica inesplorata ci sia da conoscere là fuori, specialmente nei festival come questo. Per quello che abbiamo potuto vedere e sentire, una performance davvero notevole. Meritavano almeno una citazione, ma meritano soprattutto di essere visti dal vivo. Magari in Italia, visto che mancano dal 2023.
Ora che abbiamo concluso questo aperitivo veloce, passiamo subito alle portate principali, tenendo bene a mente che abbiamo cucinato senza seguire un ordine vero e proprio e che discrezionalità e soggettività sono stati i due insaporitori più utilizzati dagli chef…
TOP8
KIM DRACULA

Siamo già al primo empasse generazionale… Kim Dracula (pseudonimo del musicista australiano Samuel Wellings), ha raggiunto la fama internazionale soprattutto grazie ai social, fra cui TikTok, rielaborando brani famosi in chiave extreme metal (degna di nota è la cover di Paparazzi di Lady Gaga). Tuttavia, io e LSimon non abbiamo un profilo TikTok, per cui questa fama non l’abbiamo proprio mai vista arrivare. Nonostante ciò, come farebbe ogni fotoreporter di tutto rispetto, avevamo studiato un grande piano, secondo il quale la visione dello show di Kim Dracula era contemplata ben prima di arrivare alla Fortezza. Un live musicalmente eclettico ed estremamente vario, al limite della schizofrenia, con una scaletta che ha alternato cover e brani originali (tratti dall’album A Gradual Decline in Morale), con una band capace di cambiare genere e registro nel giro di poche battute della stessa canzone (dal rap al jazz, dal metal all’elettronica), senza batter ciglio. Lo stesso Kim Dracula dimostra di avere un repertorio e una libreria vocale molto ampia, passando dal growl al cantato pulito con facilità disarmante e grande precisione. Siamo di fronte a un mostro… Di bravura.
BAEST
Lo show più divertente di questa top, senza se e senza ma: i danesi Baest sono stati semplicemente meravigliosi. In uno dei rarissimi momenti di pioggia intensa del festival, hanno fornito una delle performance più intense possibili, con il loro sound death metal a tinte groove e dal sound moderno, ma crudo e diretto. Un’esibizione con tanto carattere e molta tecnica strumentale e vocale: hanno già l’aura da grande band della vecchia scuola pur essendo “nuovi”, forse anche grazie al loro stile e al look un po’ anni ’90. Brani come Meathook Massacre e Stormbringerhanno fatto smuovere il pubblico dalle prime alle ultime file, specialmente quando Simon Olsen (frontman della band), è sceso dal palco munito di microfono e selfie stick, piazzandosi in mezzo al circle pit che nel frattempo diventava sempre più grande, ricevendo un mare di affetto e ammirazione dai mosher intorno a lui. Baestiali.
A.A. WILLIAMS
Di un registro totalmente diverso, invece, è stata l’esibizione di A.A. Williams. Sarà per il fatto che è una delle poche performance che sono riuscito a gustarmi per intero nella scenograficamente stupenda trappola del palco Octagon (un imbuto logistico/architettonico sempre troppo affollato), resa ancor più speciale dal sound dell’artista britannica, che mescola una voce meravigliosa, quasi gospel, a sonorità goth e post-metal con melodie ipnotiche e sognanti. È stato un live veramente potente dal punto di vista emotivo, nel quale è stato facile perdersi e abbandonarsi per farsi cullare dalla musica di brani come Love and Pain, Wolves e Evaporate (vorrei citare tutta la setlist, in realtà). Una ventata d’aria fresca necessaria in mezzo a tanti show estremi. A.A.ssolutamente da ascoltare e rivedere.
SLIFT
A proposito di melodie ipnotiche e armonizzazioni sognanti, non posso esimermi dal citare i miei preferiti fra le nuove scoperte che non avevo mai sentito nominare manco per sbaglio. Da amante dello stoner e di ogni sottogenere rock e metal con spiccate sonorità psichedeliche, i francesi Slift sono stati una sorpresa inaspettata. Il power trio dei fratelli Jean e Remi Fossat, con il batterista Canek Flores,mi ha fatto volare con un songrwiting stortissimo, ma sempre accattivante, arricchito da un sound spaziale, ricco di fuzz e delay. Tutto lo show mi ha tenuto incollato, ipnotizzato, quasi in trance, specialmente i brani tratti dal loro ultimo album Fantasia, in particolare Corrupted Sky. A vederli, sembra quasi una band improvvisata sul momento, con la maglia della squadra di calcio del Tolosa, l’aria trasandata e i capelli lunghi spettinati, ma appena cominciano a suonare è evidente che sappiano molto bene quello che stanno facendo, con armonizzazioni e pattern ritmici intricati, e lo fanno da dio. Au revoir, tout de Slift.
EIVØR
Scolliniamo la seconda parte di questa classifica, con un’altra voce femminile che ci ha rapiti e portati in un’altra dimensione. Eivør Pálsdóttir, artisticamente conosciuta con il solo nome proprio, è una musicista electro-pop di enorme bravura (con trent’anni di carriera alle spalle, svariati album pubblicati e camei in franchise videoludici come God of War), che ha ampiamente meritato il suo slot da co-headliner della penultima serata del Brutal Assault. Per usare un eufemismo slang, uno show “imballato” di gente: evidentemente era una novità solo per me e pochissimi altri. Poco importa, come Gandalf, anch’io non sono mi sento mai in ritardo quando si tratta di scoprire nuova musica di altissimo livello. Eivør è stata semplicemente clamorosa, inizialmente apparentemente timida, ma poi in grado di smuovere tutta la Fortezza, con un talento vocale illegale, mai sopra le righe e sempre ben amalgamato con il sound pop-folk delle sue canzoni, sia in lingua inglese che faroese. Una performance incredibile… Eivørrei riviverla.
IMMINENCE

Da fan e – tutto sommato – da discreto conoscitore del genere metalcore, peraltro con un background di musica classica, mi sono sentito abbastanza in colpa nel non conoscere gli svedesi Imminence. La band del frontman, cantante e violinista, Eddie Berg ha catturato l’attenzione di una grande quantità di gente, con un live di invidiabile tecnica strumentale e con un altrettanto enorme impatto vocale, sonoro e visivo. Una scaletta quasi interamente composta da brani tratti dagli ultimi due album, The Black e Axis Mundi (quest’ultimo in uscita ad ottobre, ma con già tre singoli pubblicati fra cui l’epica, cattivissima e a tratti struggente False Light), segno del fatto che hanno lavorato molto in questi ultimi anni. Il loro metalcore moderno, a tratti quasi djent, funziona davvero alla grande con le parti di violino che si fanno strada e s’intrecciano alla perfezione fra i breakdown più pesanti e i riff più serrati, spiccando soprattutto nei ritornelli più melodici. Eddie è davvero il valore aggiunto di una band che entra di diritto fra le nostre preferite di questo festival. Fra l’altro, il loro ritorno in Italia (a gennaio, con House of Protection e August Burns Red) è davvero imminente.
HEALTH
A proposito di sound moderno, quello degli Health è very interesante: la band californiana di Los Angeles è stata un’altra di quelle scoperte che ci hanno fatto divertire davvero un sacco, con il loro sound electro-rock/industrial-metal. Il trio formato da John Famiglietti (producer e bassista), B.J. Miller (batterista) e Jake Duzsik (cantante e chitarrista), ha creato un’atmosfera da rave metropolitano, divertente e delirante, con trenini improvvisati e balli di coppia fra sconosciuti, con una setlist potente e incisiva, alternando brani più melodici e cantabili ad altri più carichi ed esplosivi. Famiglietti ha conquistato il pubblico anche grazie al suo lato comico molto particolare, con battute spinte (“Siamo qui in Repubblica Ceca, il paese famoso in tutto il mondo per…? No, non per la birra, per il por…to, gente”) e giochi di parole altrettanto osceni (che coinvolgono la pronuncia di Brutal Assault). È stato uno degli ultimi show del festival, ma anche uno dei più coinvolgenti. Anche qui, potremo rivederli presto in Italia, sempre a Milano, con Carpenter Brut. Caldamente suggerita la presenza, prescritta anche dal vostro medico di famiglia: Health cares.
ELDER
Ad un certo punto del festival, mi era chiaro che l’Obscure stage – con il suo panorama naturale -, fosse il palco prescelto per le esibizioni rock o metal più psichedeliche, che stuzzicano sempre il mio piacere aurale. E lo so, anche gli Elder non sono certamente una novità in senso stretto. Sia io che LSimon abbiamo sentito parlare molto di questa band americana, soprattutto negli ultimi anni, ma non avevamo mai approfondito. Poco male, perché questa era l’occasione perfetta. Non so voi, ma non sono una di quelle persone a cui piace guardare le scalette prima dei concerti: preferisco lasciarmi stupire dal momento. Stessa cosa per i gruppi: mi è capitato un sacco di volte di andare a concerti di artisti che non avevo mai sentito, solo perché qualcuno me li aveva suggeriti. Con gli Elder, è stato un mix dell’una e dell’altra cosa: volevo vederli perché ultimamente me li avevano consigliati in tanti (l’ultimo era stato Zeb Horsemann, allo show dei Converge al Magnolia, di cui potete trovare il nostro live report, sempre qui su RockOn), ma allo stesso tempo non volevo ascoltare nulla prima di questo live, per non rovinarmi la sorpresa. E sono contentissimo di aver fatto questa scelta, perché la band di Nick di Salvo (chitarrista e cantante), ha dato luogo ad una performance di puro godimento, che mi ha stupito tantissimo: brani ipnotici, con ampi spazi riempiti da riff psichedelici ripetuti quasi a loop, melodie stordenti e armonie vibranti. Gli Elder hanno cucinato un’esibizione clamorosa, alternando sapientemente la calma sognante tipica dello stoner, alla brutalità devastante più consona al doom metal. Non sono stati gli unici a stupirci (credo sia evidente a questo punto), ma sono stati sicuramente i più affini ai miei gusti musicali, soprattutto di songwriting.
Ed eccoci finalmente arrivati a destinazione.
Sono state due classifiche molto intense da stilare, soprattutto per la quantità di scelte non facili da fare, che spero abbiate apprezzato.
A questo punto, manca solo il dolce… Il nostro recap di questa emozionante edizione del Brutal Assault. Arriva prestissimo, non dubitate. Nel frattempo, gustatevi la musica, senza fretta.
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
