Antonio Silva, preside in pensione, ha compiuto 80 anni un mese fa e per 50 è stato la voce del Premio Tenco. L’anno scorso in chiusura, sul palco dell’Ariston, ha letto la poesia Itaca di Kavafis trattenendo le lacrime. Un congedo: dal 22 al 24 ottobre la 49esima edizione, intitolata Dio è morto, sarà presentata da Neri Marcorè, Chiara Buratti e Silvia Boschero. Il “bravo presentatore”, com’è soprannominato, la aprirà per ricordare Sergio Secondiano Sacchi, il direttore artistico del Club Tenco, e poi se la godrà, per la prima volta, da spettatore in prima fila. Il motivo dell’addio ce lo spiega con la solita autoironia: rivedendosi in tv si è scoperto «curvo e spelacchiato in questo mondo di giovani prestanti». Ma soprattutto perché il figlio gli ha dato un consiglio: «Vecchio, tirati indietro tu, prima che ti tengano lì per sopportazione».
In questa intervista ricorda il fondatore Amilcare Rambaldi, che «alzava il telefono» e De Gregori e De André arrivavano, e un Tenco mai contro Sanremo, perché «vedeva insieme i due eventi». Ride per la gaffe a causa di Ciampi («Signori e signore, ecco a voi Piero Conte»). Si esalta per la superband del Dopotenco con Guccini alla voce, Paolo Conte al piano, Morgan al basso e Mauro Pagani al violino, per Tom Waits che ascolta un suo brano cantato da un Enrico Ruggeri a cui «tremavano le gambe», per la discussione sul Vangelo con Nick Cave e i balli all’alba sul tavolo con Joni Mitchell. Ammette che i nuovi artisti «se la tirano molto di più». E alla famiglia Tenco, in conflitto con la rassegna, assicura: «Ci lavoriamo gratis».
Antonio Silva e Francesco Guccini. Foto: Archivio Club Tenco
L’anno scorso hai letto Kavafis trattenendo le lacrime. Che momento è stato?
Beh, tu immagina: chiudere una parentesi bellissima, che è durata 50 anni. Il messaggio era quello: ragazzi, l’anno prossimo non ci sarò io a presentare la Rassegna della canzone d’autore, ci saranno altre persone, però dovete sempre avere in mente Itaca. Il bello del viaggio è il viaggio stesso, no? Quest’anno infatti non sarò io a presentare la rassegna. Mi limiterò ad aprirla, giusto per ricordare Sergio Sacchi, il nostro direttore artistico, il mio amico, che è morto a febbraio. Poi ci saranno Neri Marcorè, Chiara Buratti e Silvia Boschero a presentare le altre serate. E io, finalmente, mi godrò la rassegna seduto in prima fila all’Ariston.
Spiegaci meglio quel finalmente.
Perché in realtà in questi 50 anni me la godevo quando tornavo a casa, ascoltando le registrazioni. Come hai visto l’anno scorso (qui il nostro report), dietro le quinte c’è trambusto, tensione, viavai di artisti e tecnici. Dello spettacolo mi gustavo poco, anzi pochissimo.
Perché hai preso questa decisione?
Ti dico la verità, i motivi sono stati due. Primo: quando è andato in onda lo speciale sulla Rai, mi sono visto da fuori e ho detto: cacchio, sembro proprio un vecchietto spelacchiato e curvo in questo mondo di giovani prestanti e performanti. Secondo, la vera motivazione me l’ha data mio figlio, che ha 39 anni. Mi ha detto: «Vecchio, tirati indietro tu prima che ti tengano lì per sopportazione». Nel senso che nessuno mi avrebbe cacciato, sono l’ultimo rimasto dei fondatori, però sai com’è brutto quando capisci che pensano: «C’è ancora lui, che due palle!». E allora ho detto basta, me la gusto dalla platea. Infine, innegabilmente, ho compiuto 80 anni un mese fa e c’è anche un po’ di stanchezza.
Che cosa ti mancherà di più?
Quest’anno mi occuperò delle interviste di mezzogiorno. Quel teatrino lì è ancora roba mia, ci tengo moltissimo. E poi, cosa mi mancherà di più? Sarò sincero, l’adrenalina. Quando si apriva il sipario mi passava tutto: gli 80 anni, gli acciacchi, l’influenza. Ha una potenza difficile da spiegare. Ma, come diceva Orazio, est modus in rebus, sunt certi denique fines (c’è una misura nelle cose, ci sono dei confini precisi, ndr).
Faccio un salto all’indietro. Il giorno in cui hai conosciuto Amilcare Rambaldi, il fondatore, pensavi che il tuo rapporto con il Tenco sarebbe durato 50 anni?
Quando ho conosciuto Amilcare Rambaldi la prima impressione è stata: cazzo, ma che cos’ha in mente questo vecchio qui? Amilcare era del 1911, quindi nel 1974, quando l’ho conosciuto io, aveva 63 anni e a me sembrava un vecchietto, hai capito? E invece poi si è rivelato un personaggio straordinario: intelligenza, preparazione, ma soprattutto doti umane incredibili. Perché Amilcare non era un megaesperto di musica. Era un buon conoscitore, però aveva questo savoir-faire, questo rispetto della persona, per cui alzava il telefono e diceva: «Adesso chiamo De Gregori e gli dico di venire». E De Gregori veniva. Dico De Gregori, che è uno dei più schivi, ma anche De André.
Come ci riusciva?
Tutti erano innamorati persi di questo straordinario personaggio che si era inventato il Festival di Sanremo, aveva preso un sacco di pesci in faccia dall’amministrazione comunale e alla fine aveva vinto. Con delicatezza, modestia, ma anche con la sua perseveranza.
Il Festival di Sanremo e poi il Club Tenco. Ha costruito l’istituzione e, in qualche modo, l’opposizione?
A due cose Amilcare teneva molto. Lui ha sempre pensato al Club Tenco non come a un fan club di Luigi Tenco. Infatti noi non abbiamo nessun cimelio di Tenco. Anni fa, quando per l’ennesima volta hanno riaperto il caso, sono venuti a perquisire la sede per vedere se avessimo qualcosa, ma non abbiamo niente. E non voleva che fosse il controfestival. Mai, non l’ha mai voluto, non l’ha mai pensato. Negli anni ’70, in quegli anni particolarmente accesi, forse qualcuno l’ha letto come un controfestival. Ma non non è mai stata nostra intenzione, soprattutto Amilcare.
Perché?
A Sanremo, durante il Festival, i sanremesi fanno festa da 15 giorni prima a 15 giorni dopo. È una grande kermesse, una grandissima iniziativa anche popolare. E Amilcare non aveva alcuna intenzione di opporsi a questa cosa. Voleva semplicemente far sapere che c’era anche altro nella musica. Infatti una delle sue prime proposte era stata: dedicate una serata a Sanremo alla canzone d’autore. Poi una mezza serata. Ma no, neanche questo hanno fatto. Alla fine ha detto: vabbè, allora faccio io il Tenco. Ma fin dall’inizio vedeva insieme i due eventi: va bene il Festival di Sanremo, però serviva dedicare un po’ di tempo anche a questi giovani, a questo modo nuovo di fare musica, di fare canzoni.
Antonio Silva balla sul tavolo al Dopotenco. Foto: Archivio Club Tenco
Del Tenco è famoso lo spirito. A partire dal vino utilizzato nella Farmacia dietro le quinte per curare gli “infortuni”.
La famosa farmacia del Tenco! Perché l’Ariston, come tutti i teatri, ha una sua farmacia. Uno dei soci fondatori era il mitico Renzo “Bigi” Barbieri, ex partigiano e farmacista di Dolceacqua, che nei giorni del Tenco svuotava la farmacia dai medicinali e la riempiva di buoni vini. Il motto è quello di Vinicius de Moraes: la vita, amico, è l’arte dell’incontro. Questo al Tenco è rimasto imprescindibile. A chi alza l’obiezione «non è più il Tenco di una volta» rispondo che è vero, non lo è più. Ma neanche Santa Romana Chiesa è più quella di una volta. Si è rinnovato in base alle epoche che ha attraversato. E il Dopotenco, però, dove lo trovi? In nessuna parte del mondo trovi quella roba lì.
I tavoli senza prenotazione, dove tutti si mischiano, oltre alle jam session fino all’alba.
Ti trovi seduto, come in passato, in mezzo a tutti gli artisti, che poi suonano insieme. È successo davvero: Paolo Conte al piano, Morgan al basso, Mauro Pagani al violino e Guccini alla voce. Non sarà il Tenco di una volta, ma i valori sono rimasti. Eccome se sono rimasti.
Sono leggendari anche gli episodi fuori dal palco. Quelli che ricordi con più affetto?
Il primo riguarda me. 1976, al mio esordio, emozionatissimo, dico: «Signori e signore, ecco a voi Piero Conte». Ti rendi conto? Una gaffe dovuta al fatto che dopo sarebbe arrivato sul palco Piero Ciampi. Ero tesissimo perché sapevo che Piero aveva bevuto un po’, e ho presentato Paolo Conte con il nome di Piero. Però sono stato gratificato l’anno dopo. Sul quotidiano La Stampa, alla domanda «perché torna al Tenco?», Paolo Conte rispose: «Per vedere se il mio amico Antonio Silva ha capito che mi chiamo Paolo e non Piero».
E l’altro?
C’entra Francesco Guccini. Viene ospite Silvio Rodríguez (nel 1985, ndr), che è un super cantautore di Cuba, e naturalmente arriva accompagnato dal commissario politico e dall’ambasciatore cubani. Francesco si mette d’accordo per far passare la voce tra i musicisti e, quando attacchiamo l’inno di Cuba, la canzone si trasforma in Quel mazzolin di fiori. Abbiamo rischiato l’incidente diplomatico. I funzionari cubani erano incazzatissimi, ho dovuto tirare fuori la tessera del PCI per dimostrargli che ero un compagno. C’era ancora il Muro di Berlino.
Non sono mancati gli scherzi.
Alcuni belli ai tuoi colleghi giornalisti sì. Ricordo che ce n’era uno, che poi non abbiamo più visto, che era un po’ insistente. Così abbiamo convinto degli amici a travestirsi da carabinieri e, nel bel mezzo del Dopotenco, l’hanno arrestato. Ecco, ti dico, lo spirito è rimasto. Però, dai, è rimasta anche l’alta qualità. Hai visto il programma di quest’anno, dal tema agli ospiti? C’è tanta cultura, tanta intelligenza, tanto lavoro.
C’è stato anche un periodo spartiacque, che potremmo collocare con il passaggio sul palco di Achille Lauro, dove ci furono polemiche per l’apertura a sonorità trap. Come ricordi quel momento?
Uno dei compiti del Tenco nel corso degli anni è stato proprio questo. Pensa che la prima polemica ci fu quando invitammo le band. Nei primi anni ’80 una serata si chiamava “Gruppi a gruppi”, in cui facemmo venire quelli che erano i primi gruppi rock. Alcuni giornalisti si stracciarono le vesti, poi se le sono ricucite. E guarda quest’anno: riportiamo al Tenco Manuel Agnelli e gli Afterhours, rock d’autore, poi c’è Frankie hi-nrg mc, che ha inventato il rap italiano d’autore, Fabri Fibra e tanti altri. Certo, ci furono polemiche con Achille Lauro, che secondo noi allora, e forse ancora adesso, era quello che scriveva i testi più interessanti. L’esecuzione non fu brillantissima, forse anche a causa dell’emozione…
L’Ariston fa tremare le gambe?
Guarda, io l’ho fatto per 50 anni, ma quando si apre il sipario e vedi tutte quelle persone, migliaia di occhi che ti guardano, vai nel panico. Anche al Festival di Sanremo i grandi divi sono sempre emozionati, difficile rimanere indifferenti. La botta che ti dà l’Ariston è unica. Però questo è un altro aspetto fondante del Tenco: l’apertura alle nuove modalità di canzone d’autore è una costante.
Così sono passati praticamente tutti, persino chi non amava esibirsi live.
Come De André, dove però scattava l’amicizia con Amilcare. Ma tu pensa: il più malmostoso di tutti era Gino Paoli, ma bastava che Rambaldi lo chiamasse e non diceva mai di no. C’è poi un altro aspetto, possiamo dirlo: a parte quelli che venivano per amicizia, in seguito alla scomparsa di Amilcare sono venuti nonostante, fino a pochi anni fa, non potessimo pagare nessun cachet. Pagavamo semplici rimborsi spese.
E adesso?
Col fatto che non si vendono più dischi, qualcosa in più diamo, ma cachet pieni non ne paghiamo ancora. Perché non potremmo. Una volta valeva la formula di Guccini, che diceva: pagate i miei musicisti a tariffa piena, io vengo gratis, come gli altri artisti. Ecco, in qualche modo è ancora così. Nessuno degli artisti che vengono prende un cachet pieno, non potremmo permettercelo. Eppure arrivano tutti.
Antonio Silva, Paolo Conte e Vincenzo Mollica. Foto: Archivio Club Tenco
In questi 50 anni qual è la differenza che noti nell’atteggiamento tra artisti come Paoli, De André, Conte e i più giovani?
Molto è cambiato, bisogna ammetterlo. È cambiato proprio tanto l’atteggiamento. Potrei sintetizzarlo con una brutta frase, senza che se la prendano i più giovani, ma diciamo che, tra virgolette, in generale se la tirano molto di più. I grandi sono ancora grandi come una volta. Lucio Corsi, per esempio, non se l’è tirata per niente. Perché i grandi capiscono lo spirito e ancora oggi non se la tirano. Io cito sempre Tom Waits. Quando è venuto nel 1986 eravamo tutti lì a dire: oddio, chissà com’è questo qui. Invece è andato sul palco e ha detto: «C’è nessuno qui che vuole cantare?». Mi ricordo, come fosse ieri, che c’era Enrico Ruggeri. L’ho mandato dentro, gli tremavano le gambe, e ha cantato il pezzo di Waits mentre Tom era in sala ad ascoltare. Alla fine gli ha detto: «Fine, fine, fine». E se n’è andato.
Immagino che non sia trascurabile l’aspetto tecnico, visti i tanti artisti con stili e richieste diverse.
Nel corso del tempo siamo diventati più attenti alle prove, ai soundcheck e alla parte tecnica. È un insegnamento di Amilcare. Parlavamo dei rimborsi spese, ma lui, soprattutto quando arrivò Roberto Coggiola, che se ne intendeva, volle sempre il meglio dei servizi tecnici, dai microfoni all’amplificazione. Diceva: a questi qui non diamo niente, ma dobbiamo metterli in grado di dare il meglio di se stessi. Per cui sì, l’atteggiamento è cambiato, ma i grandi, quelli veri, hanno capito questo: vengono al Tenco, fanno cose belle e non rompono le balle.
Sono tanti i grandi artisti stranieri passati dal Tenco. Chi ti ha colpito di più?
Sicuramente la prima è Jane Birkin (Premio Tenco all’operatore culturale nel 2003, ndr). Ero dietro le quinte e non so se impazzivo più per la sua interpretazione o per l’aplomb di questa signora. Straordinaria! Poi ci sono Silvio Rodríguez, che mi dava soddisfazione per la militanza, se è una parola che si può ancora dire in pubblico. Oppure Joan Manuel Serrat. Ma sai, io sono un grande cultore della musica francese, per cui i francesi che sono passati da noi come Jacques Higelin e Charles Trenet li ho adortati. Ah ma il momento più bello l’ho vissuto alle 5 del mattino mentre ballavo sul tavolo dell’Hotel Méditerranée con… non mi ricordo come si chiama. Vedi che sono rimbambito?
Ci torneremo in seguito. C’è stato anche Nick Cave nel 2000.
Grandissimo Nick, da pelle d’oca la sua esibizione. Allora aveva appena pubblicato il commento al Vangelo di San Marco. Tu pensa che cose mi sono capitate al Tenco: io comunista, anche se con un passato di formazione cattolica, che discuto del Vangelo con Nick Cave. Perché mi ero laureato in filosofia con una tesi sull’interpretazione dei testi, quindi questa cosa mi appassionava.
Da preside, ora che è passato un po’ di tempo, puoi dircelo: Nick Cave aveva studiato?
Sì, si è dimostrato un profondo conoscitore della materia. La lettura del suo libro mi aveva colpito perché non mi aspettavo tanta competenza, tanta conoscenza e tanta intensità da uno che cantava le canzonette. Ma non vorrei dimenticare Laurie Anderson, che mi faceva impazzire con le sue sonorità. Quando mi fanno la domanda «ma tu come hai vissuto questa roba qui?», rispondo sempre così: io non sono un appassionato di sport, non per fighettitudine ma perché non l’ho mai seguito, però è come se un appassionato di calcio una volta all’anno si trovasse al fianco di Maradona e Pelé. Al Tenco sono passati tutti i migliori e con alcuni è nata una vera amicizia. Francesco Guccini su tutti.
Antonio Silva e Gino Paoli. Foto: Archivio Club Tenco
Guccini, scomparso lo scorso agosto, è stato una colonna del Tenco.
Tra i compiti che mi aveva affidato Amilcare c’era anche quello di far partire il cosiddetto Dopotenco. Ma finché non partiva Francesco, non succedeva niente. Se partiva lui, la serata era fatta e io stavo tranquillo, perché poi dovevo solo respingere quelli che volevano esibirsi.
Girano video esilaranti e artisticamente incredibili delle jam session al Dopotenco.
Sono tantissimi, molti momenti non sono neanche stati filmati. Uno che mi aveva esaltato, che gira in rete, è quello con Morgan e Sergio Cammariere. Marco Castoldi ha presentato con me due festival e con lui è nata una bella amicizia. Ogni tanto, alle 3 o alle 4 del mattino, mi suona il telefono: «Antonio, ascolta questo pezzo». Va bene Marco, gli rispondo, lo ascolto, però tu registralo, fai ’sto grande disco! Morgan è un artista complesso, ma quando suona è straordinario. Quando l’hanno sfrattato, a Monza, io ero lì a occupare la casa insieme a lui. E poi c’era sempre Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food, con il famoso Trio di Bra. Al Tenco sono nate anche tante idee. Come quella di Arcigola Slow Food, oppure, con Sergio Staino, della rivista Tango, poi diventato Cuore di Michele Serra. Su Cuore c’era la rubrica “Giudizio universale – Le cinque cose per cui vale la pena vivere”, ma sai che ero io a scriverla sotto pseudonimo?
È una rivelazione inedita?
Ti ho fatto fare lo scoop! Michele Serra mi aveva detto di non rivelarlo, ma ormai è caduto tutto in prescrizione.
In questo clima così positivo, c’è una nota stonata: il contrasto della famiglia Tenco alla rassegna. Come te lo spieghi?
Ci dispiace, perché quella polemica non ha senso. Così poco senso che non l’abbiamo ancora capita. Il sospetto, ma è un sospetto mio e parlo a titolo personale, è che forse pensano che noi ci facciamo chissà quali soldi. Vorrei rassicurarli, tutti noi del Tenco lavoriamo gratis. Io non ho mai preso neanche un rimborso per le spese dei taxi, hai capito? Credo che abbiamo dato lustro e continuità all’opera di Luigi, che comunque, anche senza il Premio, non sarebbe caduta nel dimenticatoio, perché è uno dei più grandi… Joni Mitchell, cazzo! (è l’artista di cui non ricordava il nome, nda). Era lei con cui ho ballato sul tavolo del Dopotenco. Il cervello è una roba… Ma anche stavolta ho scampato l’Alzheimer.
Con tutte le canzoni che hai ascoltato in 50 anni al Tenco, qual è il tuo brano del cuore?
Posso sceglierne tre?
Certo.
Eskimo di Guccini, perché quando canta “e alcuni audaci in tasca L’Unità” sono io, mi riconosco. Aquellas pequeñas cosas di Joan Manuel Serrat, che parla di un amore finito, ed era il mio, finito in quegli anni. Infine Giorgio Gaber. Perché è venuto al Tenco, ha fatto il suo set, poi dopo i bis gli applausi non finivano più e non sapeva come andare avanti. Gli ho detto: «Fai Al bar Casablanca». Lui torna sul palco e dice: «Faccio Al bar Casablanca perché me l’ha detto Antonio». Sono quelle cose che, nei 50 anni che ho vissuto al Tenco, mi porto strette nel cuore.
Ma soprattutto, anche stavolta, ci hai fregato. Non presenterai, ma sarai ovunque come sempre.
Sì, non sono ancora scappato. Sarò lì, in un altro posto invece che sul palco, ma è difficile liberarsi di me. T’è capì?
