Foto di Andrea Ripamonti | Articolo di Lorenzo Contaldo
C’è un momento preciso in cui capisci che una giornata di festival sta per cambiare marcia. Non coincide necessariamente con l’arrivo dell’headliner, né con il primo accordo della band che aspetti da mesi. Succede qualche minuto prima, quando il palco si svuota, le chiacchiere si fanno improvvisamente più rade e migliaia di persone iniziano a guardare tutte nella stessa direzione. Gli I-Days vivono di questi piccoli rituali collettivi e quello del 5 luglio non fa eccezione: da una parte la curiosità per due opener dal gusto post-punk, dall’altra l’attesa per il ritorno in Italia dei Foo Fighters dopo ben 8 anni dall’ultimo live al Firenze Rocks, una band che negli ultimi anni ha attraversato lutti, cambi di formazione e inevitabili interrogativi senza mai perdere il proprio posto nella scena.
Prima, però, c’è ancora tempo per lasciarsi sorprendere.
FAT DOG
I Fat Dog hanno tutta l’aria di una band a cui interessa poco rispettare le convenzioni. Sul palco convivono groove che guardano alle sonorità latine, elettronica e post-punk, mentre il loro frontman sembra considerare le assi del palco poco più di un punto d’appoggio temporaneo. Passa più tempo tra le transenne e il pubblico che davanti al microfono, urla sopra qualsiasi cosa gli capiti intorno e trasmette la sensazione che il concerto possa deragliare da un momento all’altro, pur mantenendo un controllo quasi inspiegabile su tutto quello che accade.

IDLES
L’energia cambia completamente quando arriva il momento degli IDLES, freschi dalla data a Bologna del giorno prima nella suggestiva cornice del Sequoie Music Park. Se i Fat Dog sembrano vivere nel caos, Joe Talbot e compagni dimostrano invece di saperlo dominare.
Talbot è ovunque e ce lo fa capire sin dallo scoccare di “Never Fight A Man With a Perm” con l’iconico chorus “concrete and leather” che per l’occasione si trasmuta in “polvere e pelle” (questa volta sudata. Il frontman britannico, con la sua camicia in viscosa che ci fa una bella lezione di architettura classica, corre, salta, scalpita e cambia continuamente direzione rendendo la vita impossibile ai fotografi assiepati sotto il palco, costretti a inseguirlo come in una partita di rugby.
La band suona con una precisione chirurgica, ma basta un piccolo imprevisto per ricordare a tutti quanto il rock dal vivo continui a essere meravigliosamente imprevedibile: durante “Divide and Conquer” a David Devonshire si rompe la tracolla del basso e, invece di fermarsi o chiedere assistenza, si siede sulla pedana della batteria a gambe incrociate continuando a suonare come se fosse la cosa più normale del mondo.
Il momento più surreale arriva qualche minuto dopo. Con il termometro che supera abbondantemente i trentacinque gradi, Joe Talbot convince l’intero ippodromo a cantare “All I Want for Christmas Is You”.
“This is why we will never sing on this stage again”, scherza dal palco tra le risate del pubblico. Io, invece, penso che sia esattamente il contrario. Gli IDLES sembrano appartenere a questo tipo di contesti, perché riescono nell’impresa più difficile: trasformare un’enorme distesa di persone in qualcosa che assomiglia incredibilmente a un piccolo club, e su quella distesa ci sguazzano letteralmente Jon Beavis e Mark Bowen diventando protagonisti di uno dei vari momenti di crowd-surfing della giornata (rischiando una piccola wardrobe malfunction con l’iconico vestitino).

Poi le luci si abbassano davvero.
FOO FIGHTERS
Non ci sono scenografie mastodontiche, intro chilometriche o effetti speciali pensati per aumentare artificialmente l’attesa, solo alcuni fumogeni rossi che tingono di rosso il cielo di Milano. Bastano pochi secondi, il tempo necessario perché Dave Grohl raggiunga il centro del palco e “All My Life” esploda dagli amplificatori, per capire che i Foo Fighters non hanno alcun bisogno di costruire un evento attorno alla propria presenza.
L’attacco è quello che ci si aspetta da una band che da trent’anni riempie arene e stadi in ogni parte del mondo, ma dal vivo acquista un peso completamente diverso. “The Pretender” arriva come un pugno strappa viscere, “Times Like These” invece le annoda a forma di cuore e trasforma immediatamente il canto del pubblico in uno strumento aggiuntivo, mentre Rope e Stacked Actors ricordano quanto il lato più ruvido dei Foo Fighters continui a funzionare alla perfezione anche davanti a sessantacinquemila persone.
Dave Grohl scherza continuamente con il pubblico, passa con una naturalezza disarmante dall’inglese a un italiano sorprendentemente fluido, infilandoci dentro un “Va bene”, un “Grazie!”, un “Ragazzi tutti pazzi!” e persino un liberatorio “Minchia!”, nello scoprire quante persone avessero già visto la band in concerto. Poco dopo arriva anche un ironico quanto inaspettato “Che schifo!” nei confronti di chi era lì per la prima volta, e per un attimo mi torna in mente il celebre fuorionda di TRL dopo l’esibizione dei Gemelli Diversi. Che sia una citazione voluta o una semplice coincidenza importa fino a un certo punto. La cosa straordinaria è un’altra: nel giro di pochi minuti Grohl riesce a cancellare qualsiasi distanza tra il palco e il pubblico, comportandosi meno come una delle rockstar più importanti degli ultimi trent’anni e molto più come quell’amico che rivedi dopo tanto tempo e con cui riprendi a parlare esattamente dal punto in cui avevate interrotto la conversazione otto anni fa, o addirittura 11 per chi li aveva visti l’ultima volta a Milano.

La routine pre-show di Dave consiste nel bere svariati shot di whiskey e un paio di birre, sembra essere questo il modo in cui sia riuscito a preservare la sua voce. Non so quanti vocal coach possano approvare questo modus operandi, ma ogni urlo era meglio del precedente e quando arriva il momento di “My Hero”, io non posso che lasciarmi avvolgere dalla pelle d’oca. Poi “Learn to Fly”, “These Days” e “Walk” si susseguono senza concedere un attimo di respiro, la sensazione è che il concerto abbia ormai trovato il proprio equilibrio.
Superata la prima ora, i Foo Fighters avrebbero tutte le carte in regola per vivere di rendita, limitandosi a distribuire classici fino ai saluti finali. È proprio in questo momento, invece, che il concerto cambia pelle e assume i contorni di una celebrazione lunga trent’anni, costruita non tanto sulle hit quanto sulle persone che hanno contribuito a renderle tali.
“This Is a Call” riporta inevitabilmente alle origini, a quel 1995 in cui Dave Grohl cercava di rimettere insieme i pezzi dopo la fine dei Nirvana senza immaginare che quel progetto nato quasi per necessità sarebbe diventato una delle ultime grandi istituzioni del rock da stadio. Il passato, però, non pesa mai sul presente. Vive accanto a lui, riaffiora naturalmente tra un brano e l’altro, mentre “No Son of Mine” imperversa con tutta la sua violenza e rimette immediatamente il piede sull’acceleratore ricordando che, anche dopo tre decenni, la componente più muscolare dei Foo Fighters continua a mordere.
Il concerto procede senza forzature, alternando momenti di pura adrenalina ad altri più raccolti. “Wheels” abbassa i giri del motore quel tanto che basta per lasciare spazio alla voce di Grohl e a un pubblico che continua a cantare praticamente ogni parola, il brano rappresenta inevitabilmente uno dei passaggi più carichi di significato della serata, un ponte ideale tra il passato e il presente di Dave, mentre “Big Me” riporta tutti agli anni Novanta con quella leggerezza che i Foo Fighters hanno sempre saputo alternare ai momenti più intensi. Prima di iniziare, Grohl si guarda intorno con aria divertita, raccontando di aver visto, qualche sera prima in Germania, un fan travestito da Mentos salire sul palco, salvo poi puntare il dito verso le prime file: “sono quasi sicuro che quel bastardo sia anche qui stasera”. È una battuta, certo, ma racconta perfettamente il clima che si respira per tutta la durata del concerto, dove ogni pausa diventa l’occasione per strappare una risata e ricordare che, prima ancora di essere una macchina perfetta da stadio, i Foo Fighters sono sempre stati una band capace di non prendersi troppo sul serio.
E lo dimostra il commuovente collage proiettato sul led-wall con i frame più belli dei loro videoclip intervallati da frammenti di live d’archivio. Nemmeno la presentazione dei musicisti sfugge a questa logica.

Quello che, in moltissimi concerti, si riduce a una sfilza di assoli più o meno autoreferenziali, qui diventa un piccolo viaggio nelle vite dei singoli componenti. Chris Shiflett rende omaggio ai No Use for a Name con “Invincible”, Nate Mendel sorprende tutti intonando Seven dei “Sunny Day Real Estate”, Rami Jaffee passa da “One Headlight” dei Wallflowers, Pat Smear riporta sul palco i Germs con “Manimal”, mentre Ilan Rubin si prende la scena con “Tap Dancing in a Minefield”, arricchita da una citazione di “Heartbreaker” dei Led Zeppelin che strappa l’ennesimo boato dell’ippodromo.
È proprio osservando Grohl durante questi minuti che mi torna in mente una riflessione letta nei giorni precedenti al concerto. Dopo il discusso addio a Josh Freese, molti si erano chiesti se Ilan Rubin sarebbe riuscito a inserirsi in una macchina tanto rodata senza alterarne gli equilibri. Basta guardare il modo in cui Dave continua a cercarlo con lo sguardo, quasi a controllare ogni sua risposta, ogni sorriso, ogni colpo di batteria, per capire che quella chimica è già nata.
Quando “Monkey Wrench” e “Breakout” riportano improvvisamente il concerto sui binari dell’energia più sfacciata, l’impressione è quella di assistere a una band che, dopo tre decenni di carriera, continua a divertirsi esattamente come il primo giorno. E forse è proprio questo il segreto dei Foo Fighters: non dare mai l’impressione di stare celebrando il proprio passato, ma continuare a viverlo insieme al pubblico, una canzone dopo l’altra.
Dopo aver attraversato trent’anni di storia con la leggerezza di una rimpatriata tra vecchi amici, i Foo Fighters decidono di fermarsi per qualche minuto. Non serve abbassare i volumi o cambiare completamente atmosfera: basta una frase.
Dave Grohl prende il microfono e decide che è arrivato quel momento, quello di “Aurora” con la dedica al nostro amato e compianto Taylor Hawkins.
Alle spalle della batteria compare la sagoma del falco che da sempre rappresenta la figura di Taylor e che oggi ne accompagna inevitabilmente il ricordo. Le ali rimangono aperte per tutta la durata del brano, immobili, quasi sospese sopra il palco e sopra un ippodromo che, per la prima volta dall’inizio della serata, sembra trattenere il fiato.Per un attimo ho l’impressione che quelle ali si estendano ben oltre lo schermo, fino ad abbracciare non soltanto Dave Grohl e il resto della band, ma anche le sessantacinquemila persone che, quasi senza accorgersene, si ritrovano unite dallo stesso identico silenzio. In quel momento il concerto smette di essere soltanto un concerto e diventa memoria condivisa, il modo più semplice e più sincero che i Foo Fighters abbiano trovato per continuare a portare Taylor Hawkins sul palco insieme a loro.

L’attacco di “The Sky Is a Neighborhood” riporta bruscamente il pubblico dentro il concerto, preparando il terreno a quello che, inevitabilmente, è uno dei momenti più attesi dell’intera serata. “Best of You” esplode come un unico gigantesco coro, cancellando qualsiasi distanza tra palco e pubblico. Non importa dove ci si trovi, se nelle prime file o all’estremità opposta dell’ippodromo: per qualche minuto sembrano esistere soltanto la voce di Grohl e decine di migliaia di persone che la restituiscono amplificata, trasformando una canzone in qualcosa di molto più grande.
È proprio mentre si consumano le ultime note di “Best of You” che, sugli schermi laterali, compare un piccolo timer.
Segna le 22:33.
Lo guardo quasi distrattamente e mi rendo conto soltanto in quel momento che Dave Grohl e i Foo Fighters sono sul palco da oltre due ore. La cosa più sorprendente, però, non è il tempo trascorso, ma il fatto che nessuno sembri essersene accorto. Grohl continua a correre da una parte all’altra con la stessa energia con cui aveva attaccato “All My Life”, mentre il pubblico canta ancora come se il concerto fosse iniziato da pochi minuti.
Eppure non è ancora finita, il bello deve ancora arrivare.
Il concerto non finisce davvero quando dovrebbe.
I Foo Fighters hanno sempre avuto questo modo particolare di prolungare il tempo, come se ogni finale fosse soltanto un altro inizio mascherato. Dopo l’immagine del timer che continua a ronzare nella mia testa più che sugli schermi, arriva il tempo dell’encore, quello vero, quello che nessuno vuole ammettere di stare aspettando.
“Exhausted” riporta tutto al punto di partenza. Non c’è enfasi, non c’è bisogno di sottolineare nulla: è semplicemente una canzone che arriva dal primo disco della band e che, in questo contesto, suona come una dichiarazione d’identità più forte di qualsiasi slogan. È il passato che ritorna senza nostalgia, solo come conferma che tutto quello che è venuto dopo non ha mai davvero cancellato ciò che era all’inizio.
Poi, senza lasciare il tempo di metabolizzare nulla, arrivano le prime note di “Everlong”.
Non importa quante volte la si sia sentita, non importa in quanti festival o stadi si sia già presentata: “Everlong” continua ad avere la stessa capacità di comprimere tutto dentro un unico istante, come se per qualche minuto il tempo smettesse di scorrere in avanti e decidesse di restare fermo lì, tra le mani di sessantacinquemila persone che cantano senza bisogno di guardarsi.
Non è un finale spettacolare nel senso classico del termine. È un finale inevitabile.
Quando l’ultima nota si dissolve, Dave Grohl resta ancora qualche secondo sul palco, come se stesse cercando di trattenere qualcosa che sa già di dover lasciare andare. Poi saluta, sorride, dice qualcosa in italiano che si perde nel rumore generale, e la band si allontana lentamente mentre le luci dell’Ippodromo La Maura iniziano a riempire di nuovo lo spazio.
Il palco si svuota senza fretta, pubblico no.
Sessantacinquemila persone restano lì ancora qualche istante, come succede sempre dopo i concerti che non hanno alcuna intenzione di essere archiviati troppo in fretta, con la sensazione precisa di aver assistito non soltanto a uno show, ma a una di quelle serate in cui la distanza tra una band e chi la ascolta si riduce fino a scomparire. Poi, lentamente, si ricomincia a camminare verso l’uscita. Buon compleanno Foo Fighters, “minchia” che bel concerto!
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
