Ci sono band che costruiscono canzoni e band che costruiscono mondi. The Funeral Portrait appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Attraverso un’estetica fortemente identitaria, una marcata componente narrativa e una dedizione assoluta alla propria arte, il gruppo statunitense sta vivendo una fase di grande crescita, conquistando pubblico e consensi su entrambe le sponde dell’Atlantico. Nel rovente pomeriggio della prima giornata del Graspop Metal Meeting 2026 abbiamo incontrato Lee Jennings, reduce da un incredibile set all’interno del Metal Dome, per approfondire la visione che si cela dietro l’universo dei Funeral Portrait e scoprire cosa alimenta il loro percorso.
Lo scorso 6 giugno siete saliti sul palco del Circolo Magnolia di Milano, davanti a un pubblico incredibile nonostante l’imprevista assenza dei Black Veil Brides. Potresti raccontarci qualcosa riguardante l’esperienza che avete vissuto? Vi piacerebbe ritornare nel nostro Paese da headliner dopo aver già accompagnato in tour band del calibro dei Rasmus e Black Veil Brides?
Onestamente, è stato un concerto divertentissimo. Si è trattato di un set da headliner a sorpresa, un’emozione enorme per noi. Ce lo hanno comunicato solo 24 ore prima, eppure c’era un sacco di gente ad ascoltarci. Era la prima volta che ci esibivamo come headliner al di fuori del Nord America e tutto è successo all’ultimo minuto. Ero veramente meravigliato ed è stato fantastico, perché il pubblico conosceva tutti i testi delle canzoni. È stato davvero sorprendente, io ero felicissimo.
Avete dimostrato grande coraggio, considerando che era la vostra prima volta e che non era prevista. Quali emozioni hai provato nel backstage, prima di salire sul palco? Eri ansioso? Raccontaci qualcosa di più intimo.
Beh, sicuramente. La situazione era questa: mi sono svegliato quella mattina e non riuscivo più a parlare. Pensavo di aver perso la voce perché, nei giorni precedenti, avevamo suonato al Rock am Ring e al Rock im Park e l’aria era molto secca, mi stava soffocando. Dopo essermi svegliato, ho pensato: “Non so nemmeno se stasera sarò in grado di cantare, forse dovremo suonare solo pezzi strumentali. Io ci provo lo stesso”. E indovina cos’ho fatto? Sono salito su quel palco, e alla fine ce l’ho fatta: è stato perfetto. A quel punto ho pensato: “Ma com’è possibile?”. Credo di essermi stressato da solo. Comunque, lo show è stato incredibile, uno di quei momenti in cui ti rendi conto che alla gente importa della tua band. È stato bellissimo!
Lee, tu hai preso parte a una canzone dei Rasmus, presente nel loro ultimo album. Potresti condividere con noi alcuni aneddoti su questo featuring?
Sì, è stato fantastico. A essere onesti, lavorare con i Rasmus è stato un po’ come un bizzarro sogno che si avvera. Ricordo ancora quando In the Shadows era in rotazione su MTV, assieme al celebre videoclip. Credo fosse la loro unica canzone ad aver raggiunto gli Stati Uniti, giusto? Era fighissimo. Un giorno la mia etichetta mi ha contattato dicendomi: “Abbiamo firmato con i Rasmus, ti vogliono assolutamente su questa canzone intitolata Weirdo”. Era la title track del disco e dopo averla ricevuta, ho detto: “Cavolo sì, facciamolo!”. È stato divertentissimo, ma andare in tour con loro lo scorso anno è stata un’esperienza ancora più bella. È stato un vero sballo salire sul palco ogni sera per cantare assieme a loro.

Cercando informazioni sul vostro disco “Greetings from Suffocate City”, mi sono imbattuto nel vostro sito e sono rimasto colpito dalla mappa interattiva che richiama molto l’estetica di Harry Potter. Cosa si cela dietro a questa pazzesca idea? Cos’è Suffocate City e cosa rappresenta per voi, nel suo insieme, questo concept album?
Per noi, il sito web rappresenta il modo più semplice per trasmettere la nostra lore e la storia dietro ciò che cantiamo, dietro ciò che raccontano i nostri video musicali. Basta un click sul nostro sito per esplorare tutto e immergerti fino in fondo nel racconto. Abbiamo persino pubblicato una graphic novel basata su Suffocate City e tutto ciò per noi è fondamentale. La storia viene quasi prima di tutto. Le canzoni sono importantissime, ma anche la storia deve avere un grosso ruolo.
Quindi in pratica mi stai quasi confermando che vi siete ispirati alla Mappa del Malandrino di Harry Potter?
Sì, decisamente! Devo ammettere che “malandrino” è una parola buffa, suona decisamente bene. Ci piace spesso usare la parola “whimsy” (ndr. fantasia, stravaganza) o tutte quelle parole che sembrano provenire da un mondo magico, che descrivono sensazioni ed esperienze mistiche. Ad esempio, noi chiamiamo i nostri show “cerimonie di devozione”. Tutto ciò ha un forte significato per noi e per i nostri fan. Quello che abbiamo costruito con amore e sacrificio, si è presto trasformato in qualcosa che non avrei mai pensato potesse diventare. Quindi sono davvero entusiasta di portare avanti questa lore, che sarà una parte importante del prossimo disco.
Ora ti leggerò questa citazione, sempre tratta dal vostro sito web. Immagino che tu la conosca molto bene: “Ogni scelta porta a un futuro diverso”. Ci diresti quali scelte vi hanno portato a essere qui al Graspop oggi? Quali scelte vi hanno portato a intraprendere questo incredibile percorso di carriera, e cosa vi ha portato ad avere una fan base così leale come la vostra “Coffin Crew”?
Sai, penso che sia la dedizione, o quella che noi chiamiamo devozione. “Devozione” è una parola importante che usiamo continuamente nella nostra lore. Abbiamo trascorso circa 10 anni a suonare probabilmente davanti a 15 persone ogni sera, a dormire in un furgone nel parcheggio di un autogrill, o restare in panne quando fuori ci sono 55 gradi. Ed è una di quelle situazioni in cui ti rendi conto che, se non avessimo dedicato tutto quel tempo, se non ci avessimo messo la devozione necessaria per arrivarci, il nostro futuro non sarebbe qui. Noi diciamo sempre di non avere un piano B, giusto? Esiste solo il piano A. Nessuno di noi è andato al college, siamo totalmente devoti a questa band e lo siamo fin dal primo giorno. È per questo che non esiste nulla al di fuori di questa band, The Funeral Portrait appresenta tutto per noi.
È incredibile sentirtelo dire e penso che sia fonte di grande ispirazione, perché credo che molte persone nella vostra fan base siano a loro volta musicisti o aspiranti tali. Qual è il rapporto con la vostra Coffin Crew? Da dove viene questo nome? È nato direttamente da voi o è stato coniato dalla gente?
È nato nel 2014 quando abbiamo fondato la band, è stata la prima cosa su cui abbiamo lavorato: trovare il giusto nome per i nostri fan. E quindi “Coffin Crew” si sposava perfettamente con un nome come il nostro. Siamo convinti che ci sia un legame molto speciale con loro, io sono piuttosto propenso a tenere i miei DM abbastanza aperti, e il nostro gruppo Facebook è molto attivo e in parte il nostro Discord. Ci facciamo un salto ogni tanto per vedere cosa crea la gente, spesso dei disegni o del merchandise personalizzato, o qualunque cosa vogliano. Loro sono fondamentali tanto quanto lo siamo noi in questa band che non è composta soltanto da cinque ragazzi sul palco, la Coffin Crew è parte integrante di ciò che siamo. Non potremmo fare tutto questo se la gente non venisse a vederci.
Il nome della vostra band è chiaramente ispirato alla tradizione vittoriana della fotografia post-mortem, quei celebri ritratti funebri che venivano scattati per preservare la memoria dei defunti. C’è un’affascinante dicotomia tra la bellezza e il macabro in questo concetto. Lee, in che modo questa idea di catturare la fine influenza il tuo modo di scrivere i testi in particolare e il vostro approccio alla composizione della musica in generale?
Sai, è importantissimo. Per noi non si trattava solo di trovare un nome, cercavamo qualcosa che potesse cucirsi addosso e che fosse davvero significativo. Il ritratto funebre rappresenta la tua ultima foto sulla terra, il modo in cui la gente a te cara vuole ricordarti. Noi prendiamo questo concetto e lo portiamo all’estremo. Per noi si riduce tutto a: per cosa verremo ricordati? Tutti vogliamo esserlo, ma per cosa ci ricorderanno? Perché siamo i più gentili? Perché facciamo più musica? O qualcosa del genere. Questo è fondamentale per tutti noi, non solo nel mondo del music business, perché riguarda ciò che facciamo ogni singolo giorno, il modo in cui puoi influenzare la vita di qualcuno. Ovviamente, si spera in modo positivo.
Parlando invece del concetto di bellezza, di tradizione vittoriana e di bruttezza, vorrei citare la vostra canzone “You’re So Ugly When You Cry” con la partecipazione di Bert McCracken. Mi ha particolarmente colpito la parte del testo in cui dici che tutto il mondo intorno a te è veramente brutto. Pensi che dovremmo tutti accogliere a braccia aperte quella bruttezza per migliorare noi stessi e cercare di affrontare e superare le nostre lotte personali?
Sì, totalmente. Credo che, in realtà, la canzone parli dei diversi modi in cui si guardi e si percepisca la vita. Cioè, se guardi la vita sempre da una prospettiva orribile e sei solo scontroso, cattivo, e odi tutto, avrai una vita che riflette esattamente questo. E quindi, quando qualcuno è pieno d’odio e cattivo verso l’altro, la maggior parte delle volte non se la sta passando bene, perché la sua vita è fatta così. E penso anche che qui al Graspop ci sia anche un sacco di bontà nelle persone, perché tutti fanno crowdsurfing, tutti si aiutano a vicenda. Ci stiamo divertendo un mondo e il nostro set è stato uno sballo.

Assolutamente sì. Noi non scriviamo solo di ciò che ci succede personalmente, ma di ciò che vediamo nel complesso, magari nel mondo. E molto ha a che fare con la nostra crescita, ciò che qualcuno ci ha fatto, oppure le nostre battaglie mentali. Per noi, quindi, avere queste canzoni che parlano di sentimenti reali che tutti provano è molto intimo perché le persone possono davvero immedesimarsi in quello che diciamo e cantiamo, e questa è l’unica cosa che conta davvero per noi. Ovviamente cerchiamo di inserire delle piccole metafore, ma servono ad aiutare le persone a comprendere al meglio cosa stiamo cercando di dire.
È un modo artistico per esprimere te stesso, quello che hai dentro, e condividerlo con gli altri.
Esatto.
A proposito di condivisione e collaborazione, nel corso della vostra carriera, specialmente negli ultimi anni, avete avuto l’opportunità di lavorare assieme ad alcuni dei principali artisti della scena heavy e della musica teatrale, come Spencer Charnas degli Ice Nine Kills nel brano Shiver. Quanto ti senti parte di questa nuova ondata di band che stanno riportando horror, gore e un’estetica rivoluzionaria nel rock alternativo e nella musica heavy moderna? Come ricolleghi tutto ciò alla vita di tutti i giorni?
Siamo stati davvero fortunati a incontrare grandi artisti così tanto entusiasti di voler lavorare con noi. Quindi, anche se la band esiste da una vita, eravamo proprio agli albori della nostra carriera “seria”, questo è tecnicamente quello che definisco il nostro disco di debutto. Anche se avevamo già rilasciato musica in precedenza, non suoniamo più nulla di quel periodo, era una band completamente diversa in un periodo diverso per noi. Siamo stati fortunati del fatto che così tante band abbiano creduto in noi fin da quello che chiamiamo l’inizio dei Funeral Portrait 2.0. Siamo stati fortunatissimi con Spencer, e adoro quanto gli Ice Nine Kills siano teatrali. Noi tutti siamo cresciuti ammirando questo tipo di band e la loro presenza scenica, proprio come i My Chemical Romance. Ammiro soprattutto Spencer, perché lo fa da così tanto tempo, la loro band esiste da quasi 20 anni. Penso a quanto sia bello il fatto che siano riusciti a conquistare il mondo dopo anni di sacrifici, e questo per loro è stato possibile soprattutto grazie alla tenacia e dedizione nel tempo.
Ti piacerebbe apparire in qualche nuovo film horror, dato che ora sta prepotentemente tornando come uno dei principali generi da blockbuster?
Sì, sai, adoro i film horror. Ad esempio, ho adorato tutti i film della saga di Terrifier, perché li trovo esilaranti.
Loro (n.d.r. Ice Nine Kills) fanno proprio parte di quella saga.
Esatto, personalmente preferisco di più le commedie dark o prodotti del genere. In questo momento stiamo ancora cercando di capire cosa ne sarà del nuovo disco, il secondo. Vorremmo lavorare su qualcosa di più simile a un musical e vedremo come si evolverà il tutto, se saremo in grado di farcela.
Per concludere, c’è qualcosa che vorresti condividere con i membri italiani della vostra Coffin Crew, magari sul nuovo album? Hai un messaggio speciale?
Ovviamente abbiamo nuova musica all’orizzonte e sono così grato per la loro devozione, per essersi presentati specialmente all’ultimo minuto per lo show dell’altro giorno. Non vediamo l’ora di rivelare ciò che abbiamo in programma per il futuro: cercheremo di tornare in Italia almeno due volte l’anno prossimo, magari la prima a inizio anno e la seconda verso la fine. Abbiamo una gran voglia di suonare e di portare in giro tanta nuova musica. Vogliamo organizzare uno spettacolo grandioso, vogliamo realizzarlo il più fedele possibile a come lo abbiamo immaginato nelle nostre teste.
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
