Citare Flaubert in un articolo sui System of a Down può sembrare un filo azzardato, ma stiamo pur sempre parlando di una gruppo che ha messo nello stesso disco una canzone dedicata alle storture del sistema carcerario americano e una sulla gioia di saltare su un trampolo a molla. Vale tutto. Flaubert esorta a essere «regolare e ordinato nella vita, così potrai essere violento e originale nel lavoro» e mi pare che la frase renda bene l’esperienza di Serj Tankian dentro e fuori i System. Del resto l’aforisma è citato nell’autobiografia del cantante Down with the System da poco pubblicata in Italia da Il Castello. Ma è anche vero, e lo scrive Tankian, che Flaubert non ha mai aperto un concerto degli Slayer.
Tankian è sia l’adulto nella stanza, sia il tizio che sente il bisogno di sdrammatizzare la musica dei System of a Down quando diventa troppo seriosa. È l’anima politica del gruppo, ma anche uno che è arrivato a suggerire agli altri tre di trovare un nuovo cantante e continuare senza di lui. È l’animatore e, me lo perdonerà, il guastafeste nel senso che è quello che spesso frena i piani che prevedono grandi tour. Dopo un periodo non facilissimo fatto di incomprensioni e rapporti sporadici, pare che i quattro abbiano trovato un equilibrio. Non lo vogliono alterare e quindi per ora ci vanno piano.
Più che uomo metal, Tankian è uomo flessibile: fa dischi solisti di natura molto varia, dipinge, scrive poesie, compone colonne sonore, produce film. E sì, fa anche il cantante di una band che quando suona fa ribaltare la gente. Ci parliamo per una quarantina di minuti su Zoom mentre è a Parigi. Parliamo di come vanno le cose nel gruppo, delle storie di Down with the System, ovviamente di politica. Sul palco contribuisce con Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan a scatenare l’inferno, di persona è di una gentilezza rara nel rock. Ha la testa, il che non guasta. Ha fatto conoscere al pubblico rock l’esistenza del genocidio degli armeni, il che se ci pensate è incredibile. «E assurdo» aggiunge lui. Si vede che è uno che la mattina si sveglia di buon umore.
I video che girano dalle date dei System a Stoccolma e Parigi sono impressionanti, il campo pieno di circle pit furiosi, gente che fa crowdsurfing, colpi che volano e corpi che saltano, un entusiasmo direi non rabbioso, forse persino giocoso. Se è così lo scopriremo questa sera agli I-Days di Milano. I System tornano a suonare in Italia dopo nove anni nel 25esimo anniversario dell’uscita di Toxicity. Nel frattempo il loro culto si è talmente ingrandito che a fare da gruppo spalla sono i Queens of the Stone Age. A vederli ci sarà anche Dave Grohl, che si è esibito ieri sera all’Ippodromo La Maura coi Foo Fighters.
Anzitutto, come va la schiena? E come sono state queste prime date del tour europeo?
La schiena è a posto, grazie. Ci stiamo divertendo un sacco, la risposta del pubblico è incredibile. Siamo immensamente grati perché, sai, sono passati un sacco di anni e a quanto parte la nostra popolarità non è diminuita, ma aumentata. È un onore e un privilegio.
Che cosa dobbiamo aspettarci dal concerto a Milano?
Esplosioni (ride).
Quelle le ho sentite quando ho visto per la prima volta in vita mia i System of a Down durante il tour di Toxicity. Era il 2002 a Milano. Ero sulle gradinate, l’intero palazzetto tremava, c’era da aver paura.
Me la ricordo quella sala. Era tipo un grande club, no?
Un piccolo palasport, credo tenesse 5000 o 6000 persone. Dopo tanti anni c’è un’energia diversa?
Sai, niente rimane uguale. Cambiano le persone e il modo in cui la musica viene percepita. I fan invecchiano, ne arrivano di nuovi. C’è chi fa conoscere la nostra musica ai figli ed è una cosa bellissima. E anche noi siamo cambiati. Ci siamo evoluti. All’inizio eravamo più grezzi, oggi la musica è un po’ più rifinita ed è normale dopo tutto questo tempo. Però abbiamo la stessa intensità, la stessa emotività, lo stesso senso dell’umorismo. È solo tutto un po’ più curato. Ma c’è anche un’altra cosa interessante…
Dimmi…
Non andiamo spesso in tour. Quando lo facciamo, diventa un’occasione speciale. Ci divertiamo, rispolveriamo canzoni che non suonavamo da un pezzo e, quando siamo sul palco, ci godiamo ogni istante. È questo che arriva al pubblico, credo, è questo che la gente apprezza di più.
Foto: press
Sei armeno, hai passato la prima infanzia a Beirut, poi ti sei trasferito in California e hai vissuto in Nuova Zelanda. In un certo senso Down with the System è anche la storia della ricerca di un’identità o di una identità composita se preferisci, è la ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa, no? Quali sono gli aspetti positivi e quelli più difficili di un’identità come la tua?
Non direi che si tratta di cercare la propria identità quanto di capire la situazione peculiare in cui ti trovi in quanto essere umano e quali aspetti dei luoghi che hai attraversato contribuiscono a costruire la tua identità. Non è quindi ricerca dell’identità, è comprensione dell’identità. Il libro ha rappresentato la migliore terapia che abbia fatto in vita mia, mi ha aiutato a capire la mia stessa esistenza: i miei nonni, i miei genitori, la mia infanzia, i primi anni nella musica, quelli di oggi. Non capita quasi mai di fare un’immersione tanto profonda nella propria storia. Dico sempre che è stato il miglior investimento in terapia della mia vita. Grazie a questo percorso ho iniziato a capire molto meglio me stesso e sono riuscito a mettermi alle spalle tante cose a cui ero rimasto aggrappato. Alla fine si è rivelata una delle esperienze migliori che potessi fare. All’inizio non volevo neanche scrivere un’autobiografia, avevo in mente un libro completamente diverso. Poi… non voglio dire che mi abbiano manipolato, ma mi sono lasciato convincere e mi ha entusiasmato l’idea di affrontare la storia in un modo differente. Ecco perché nel sottotitolo è definita A Memoir (of Sorts) (in Italia il sottotitolo è Un’autobiografia (o quasi), nda). Provo a capire le lezioni filosofiche della vita che ognuno può trarre dalla propria esperienza personale.
È anche un modo per capire meglio cos’è questa band?
È un modo per capire meglio tutto quello che fa parte della mia vita, compresa la band.
I System of a Down sono il punto d’incontro di tantissimi elementi che li rendono unici: le personalità diverse ed eccentriche, la tua voce, le vostre origini armene, una musica che è metal ma non fino in fondo, le influenze folk, l’impegno politico. E poi una cosa che forse non sempre è valorizzata: il gusto per l’assurdo e il senso dell’umorismo.
C’è una bella dose di dadaismo ed è una cosa che mi diverte molto.
Da dove viene?
Dalle nostre personalità. Dal fatto di non prendersi troppo sul serio. Ho sempre considerato il metal un genere fin troppo serio. Io, tra l’altro, non sono cresciuto ascoltando metal in senso stretto. Shavo e Daron sì, loro lo prendevano parecchio sul serio. Quando esageravano, io scoppiavo a ridere e li prendevo in giro. Per come la vedo io, una vita senza umorismo non vale la pena di essere vissuta. Se non riesci a ridere, allora non hai davvero una vita. A volte io e Daron giochiamo con gli opposti. Prendi Prison Song: io snocciolo dati, fatti, informazioni, e arriva lui con quel controcanto umoristico che riequilibra tutto. Così, all’interno della stessa canzone, possiamo muoverci tra varie dinamiche e divertirci, in uno stile quasi zappiano. È musica serissima e allo stesso tempo comica.
È una delle cose che rende i System interessanti.
Non siamo l’unica band della storia a fare una cosa del genere, però è una cosa che celebriamo volentieri. Ci sono brani serissimi e altri come Bounce con quel “jump, pogo, pogo, pogo, pogo, pogo, pogo, pogo” completamente assurdi. Tra l’altro quella canzone inizialmente doveva parlare di pigiami. Mi avevano chiesto un’idea per il testo di una musica pesantissima e la prima cosa che mi è venuta in mente per contrasto è stata “pyjamas!”. Ovviamente agli altri non è piaciuta: «Fratello, non è una buona idea». Perché allora non pogo stick?
Al Sick New World. Foto: Enzo Mazzeo
Alla fine hai capito cos’è una rock band? È sia una fratellanza che una famiglia fuori dalla famiglia, una forma di collaborazione, un’azienda?
Direi di sì. Non è che prima non lo sapessi, ma c’è stato un periodo in cui era difficile viverla e godersela.
Me lo racconti?
Quando ci siamo fermati, sentivo il bisogno di fare qualcosa di mio. Nel libro ne parlo diffusamente, quindi sai già a cosa mi riferisco. Avevo bisogno di dimostrare a me stesso che potevo essere un artista, un autore, un compositore autonomo. Volevo fare tutto quello che faccio oggi: comporre colonne sonore per il cinema e la televisione, scrivere canzoni, suonare con altri musicisti, che fosse una rock band o con un’orchestra. Avevo bisogno di fare tutte queste esperienze per acquisire la sicurezza di poter creare anche senza la band. Ci sono riuscito e continuo a farlo. Dipingo, faccio mostre e tante altre cose diverse che mi danno soddisfazione. Così tornare ai System è stato molto meno pesante. Mi sono detto: non è l’unica cosa che esiste e che sono in grado di fare.
E questo ha reso tutto più semplice…
Però quando abbiamo ricominciato a fare concerti sono ricominciate le pressioni: sempre più date, sempre più tour. Io avevo i problemi alla schiena, mi sono operato, altri problemi di salute complicavano tutto. Sentivo poi che dal punto di vista artistico fare così tanti concerti stava diventando ridondante, così mi sono tirato indietro. Ho detto ai ragazzi: «Per un po’ non ce la faccio». Ricordo ancora il giorno in cui Shavo mi ha chiamato. Era il 2022 o il 2023. Ero appena uscito dalla palestra. Facevo stretching con un fisioterapista, avevo ancora problemi alla schiena. Mi ha detto: «So che non vuoi fare concerti e lo rispetto. Non ti sto proponendo un tour. Però ci hanno offerto un’opportunità speciale: avere un nostro festival. È un solo concerto. C’è tutto il tempo per prepararsi. Un solo concerto. Facciamolo per i nostri figli. Se andrà bene, continueremo con un concerto all’anno. È tutto quello che ti chiedo». Mi sono preso del tempo, ci ho riflettuto e mi sono detto che un concerto era il minimo che potevo fare. L’ho richiamato: «Ok, facciamolo».
Ti riferisci al Sick New World di Las Vegas…
Sì. Quando lo abbiamo fatto stavo iniziando a migliorare dal punto di vista fisico. Mi ero operato, avevo ricominciato ad allenarmi, avevo rafforzato la muscolatura, la schiena, le spalle, le braccia. Anche gli altri, nel frattempo, avevano ritrovato il loro equilibrio e migliorato la loro salute, ognuno a modo suo. E così è accaduta una cosa incredibile: quasi per caso siamo tornati a essere la stessa band che si era conosciuta nel 1993… ma nel 2023. Sorprendente questa cosa. Dopo trent’anni siamo tornati ad essere di nuovo gli amici di allora, perché ognuno ha finalmente trovato un equilibrio nella propria vita e nella propria salute. Quando tutte queste cose si sono allineate, è tornata la magia. Abbiamo messo in vendita i biglietti e abbiamo visto che andavano esauriti. Non riuscivamo a capire come fosse possibile vendere molti più biglietti di quanti ne avessimo mai venduti in tutta la carriera. Non abbiamo pubblicato musica nuova, non abbiamo fatto promozione, non abbiamo fatto praticamente niente. Perché tutta questa gente vuole venire a vederci?
Perché secondo te?
In parte dipende dalla rarità delle nostre apparizioni, in parte dalla gioia nuova con cui affrontiamo quello che facciamo. E così oggi organizziamo solo concerti selezionati. Non esageriamo. Andiamo dove abbiamo voglia di andare. Per esempio, quando stavamo programmando queste poche date europee Daron ha detto: «Sarebbe bello suonare a Stoccolma». Perché lì?, gli ho chiesto. «La mia ragazza ci è nata e cresciuta, sarebbe bello tornare nella sua città». Quelli del management hanno detto che non è uno dei mercati più grandi. Ho risposto: «E allora togliete uno dei mercati più grandi e metteteci Stoccolma». Perché ormai si tratta di noi. Non della band, non del mestiere, non dell’industria, non dei dischi, non del successo commerciale. Tutto questo lo abbiamo già fatto. Adesso conta il nostro rapporto. Conta la nostra amicizia.
Quindi oggi c’è un senso diverso di ciò che volete fare e della direzione che state prendendo.
Sì, semplicemente non ce ne frega più niente. Lo facciamo perché ci piace stare insieme. E quando smetteremo, smetteremo. E non importerà cosa significherà per tutti gli altri.

Sono convinto che tantissime persone abbiano sentito parlare per la prima volta del genocidio armeno grazie ai System of a Down e questo è…
Assurdo.
Sì, ma anche notevole.
Notevole, sì, ma resta assurdo.
È una cosa enorme. Negli ultimi anni c’è stato un dibattito acceso a proposito dei palestinesi e dell’uso del termine genocidio. Perché questa parola è tanto importante?
Per una questione di responsabilità. La parola genocidio fu coniata da Raphael Lemkin, un ebreo polacco, per descrivere quel che era accaduto al suo popolo. E citò gli armeni come il primo popolo del XX secolo ad aver subito un massacro di quel tipo. Esiste una definizione giuridica di genocidio, che immagino tu conosca. È contenuta nelle convenzioni delle Nazioni Unite. Non riguarda solo le uccisioni di massa, ma comprende il trasferimento forzato delle popolazioni, lo spopolamento basato sull’appartenenza etnica o razziale. Può essere per esempio considerato genocidio quello che è accaduto nel 2023, quando l’Azerbaigian ha attaccato gli armeni del Nagorno-Karabakh costringendo 120.000 persone a lasciare la terra dove vivevano da migliaia di anni. Certo, loro dicono che non li hanno costretti, però intanto uccidevano la gente, quindi è ovvio che la gente sia fuggita… Per rispondere in breve alla tua domanda: la differenza tra genocidio e i massacri sta nell’intenzione di estirpare dalle proprie terre un determinato popolo, una determinata cultura, una determinata religione. Se viene riconosciuto come genocidio, allora c’è una diversa assunzione di responsabilità. Il problema è che non esiste una struttura punitiva che intervenga automaticamente dopo un genocidio. Dopo l’Olocausto ci fu il processo a… come si chiama la città…
Norimberga.
Norimberga, grazie. Ma non esiste alcuna norma che imponga processi simili dopo ogni genocidio o ogni pulizia etnica ed è questo il problema. Poi hai Paesi potenti guidati da leadership idiote, come gli Stati Uniti, che invece di rafforzare il diritto internazionale lo stanno indebolendo. Prendono di mira i procuratori della Corte penale internazionale, i relatori delle Nazioni Unite sui rifugiati e così via. Politicamente viviamo in un mondo sottosopra. Militarmente viviamo in un mondo sottosopra. Dal punto di vista ecologico viviamo in un mondo sottosopra. Ed è una situazione triste per i nostri figli. Dimostriamo ogni giorno che passa che i più forti riescono a fare quello che vogliono, perfino quando si parla di pulizia etnica e genocidio. Ma non sarà sempre così. C’è tantissima gente che sta lottando per i diritti dei palestinesi, per fermare i bombardamenti su Gaza, per fermare lo sfollamento dei palestinesi in Cisgiordania, per fermare il terrore che i coloni israeliani esercitano non soltanto sui palestinesi, ma perfino sui cristiani. I coloni sputano sui cristiani del quartiere armeno di Gerusalemme, mentre il loro primo ministro prova a riconoscere il genocidio di 111 anni fa per usare quel riconoscimento come arma politica contro la Turchia, visto che Erdoğan sta criticando Israele. E allora la Turchia risponde: «L’Impero ottomano non ha mai fatto una cosa del genere. L’Impero ottomano non è mai stato coloniale». Ci sono questi due fottuti maniaci che usano la storia dei miei nonni e il loro trauma come strumento politico, come arma. Che vadano al diavolo. È una cosa che mi fa incazzare.
Mi piacerebbe sapere la tua sul boicottaggio degli artisti israeliani. Non del governo, ma degli artisti in quanto tali, indipendentemente dalle loro opinioni personali sulla Palestina o sul governo Netanyahu. O addirittura di artisti che suonano con gli israeliani, come Jonny Greenwood dei Radiohead.
In linea di principio gli artisti non dovrebbero essere coinvolti in questo tipo di dinamiche. Solo perché un artista appartiene a una determinata nazione non dovrebbe essere sanzionato dalla comunità artistica o dagli altri artisti. C’è però un’eccezione. Se un artista fa propaganda a favore del genocidio o della pulizia etnica, e altri artisti collaborano con lui, allora stanno condividendo quella visibilità negativa ed è inevitabile che vengano criticati. Ma se un artista non fa questo, se semplicemente viene da un determinato Paese – Israele o qualunque altro – ed è un grande artista, perché dovrebbe essere colpevolizzato? Non ha alcun senso.
Vale anche per gli artisti russi o turchi.
Ma certo. Trovo che sia stato assurdo sanzionare gli artisti russi per la guerra in Ucraina. E poi, perché proprio gli artisti? Sono le ultime persone che dovresti colpire, perché spesso sono proprio quelle che denunciano l’ipocrisia dei governi. E lo stesso vale per la Turchia. Non ho alcun problema con gli artisti turchi. Conosco grandi artisti, scrittori e persone straordinarie che vengono da lì. Non conosco però nessuno che sostenga che il genocidio armeno non è mai avvenuto. Se ne conoscessi uno, non vorrei lavorare con lui ovviamente.
Oggi da una parte c’è chi dice «zitto e canta», dall’altra chi dice «se non parli sei complice».
Gli artisti sono persone. Gli idraulici sono persone. Gli elettricisti sono persone. I giornalisti sono persone. I politici sono persone. Tutti dovrebbero poter dire una verità morale. Non importa chi sei o quale lavoro fai. Il tuo mestiere non dovrebbe determinare quello che puoi o non puoi dire.
Foto: Armen Keleshian
Per usare una metafora di Howard Zinn, non si può essere neutrali su un treno in corsa. Secondo te questo treno, oggi, sta andando verso un posto migliore o peggiore rispetto a quando hanno cominciato i System? Oppure te la metto così: sei ottimista o pessimista di natura?
Io di natura sono ottimista. Mi sveglio sempre di buon umore. Ci sono persone che si svegliano arrabbiate, ne ho anche in famiglia. Io invece mi sveglio felice, sono ottimista. Detto questo, la realtà geopolitica, la devastazione ambientale e tutto quello che sta succedendo nel mondo… Il fatto che stiamo per superare la soglia di un grado e mezzo di riscaldamento globale causato dall’uomo… Siamo l’unica specie che contribuisce consapevolmente alla distruzione del proprio ambiente. Ecocidio. Suicidio. Un disastro. Quando penso a queste cose mi sento male per i miei figli, che sono ancora piccoli. Quindi sì, resto ottimista, ma finché non assisteremo a un cambiamento radicale del nostro sistema politico e del nostro modo di vivere – e forse servirà addirittura un evento distruttivo per provocarlo – non andremo nella direzione giusta.
Sai qualcosa della politica italiana?
Molto poco. So quello che ho letto e sentito negli anni. Avete una delle politiche più incredibili del mondo (ride). La gente pensa che la politica americana sia incredibile. Non conoscono quella italiana.
Alle presidenziali del 2024 praticamente tutti gli artisti più famosi e quelli più cool erano contro Trump, che ha vinto lo stesso. Così molti hanno iniziato a dire: vedete, la gente non segue più gli artisti, la loro opinione non conta più nulla…
E che cosa dice questo di una nazione? Quando una nazione ignora i propri artisti, ignora la propria cultura. E quando una nazione ignora la propria cultura, che ne è della sua identità? Abbiamo iniziato questa intervista parlando proprio di identità. Qual è l’identità di una nazione del genere?
Nel libro racconti che John è o era un sostenitore di Trump.
Sì.
Siete la dimostrazione che persone con idee politiche radicalmente diverse possono convivere in una band, in una famiglia, in un gruppo di persone, nella società.
Anzitutto non voglio parlare al posto di John delle sue idee politiche, non sarebbe corretto. Posso dire che il verbo “era” è corretto. Non posso dire con certezza che lo sia ancora. Credo che anche lui si sia stancato di Trump come è successo a molta gente. Le differenze rendono le cose più difficili? Certamente. Però ci sono anche tanti punti sui quali siamo d’accordo. E poi John non è soltanto il mio batterista, è anche mio cognato. Quindi è ancora più complicato. I nostri figli stanno insieme continuamente. Sono cugini. Ci vediamo alle riunioni di famiglia. Quella parte è complicata. Ma non sono certo l’unica persona al mondo ad avere un cognato con idee politiche diverse. Succede a tantissima gente. Eppure questo non ci impedisce di fare quello che facciamo davvero, cioè volerci bene. Condividiamo tantissime cose: le nostre origini, la nostra identità armena, la nostra cultura, la nostra musica e tutto quello che abbiamo costruito insieme in oltre trent’anni. E questo ha un gran peso. Sì, a volte è difficile. Ma i tempi cambiano. Le opinioni cambiano. Ti dirò una cosa: prima di Trump, John aveva votato Barack Obama. Non so nemmeno se lui lo dica pubblicamente, ma è così. Le persone cambiano. Conosco tantissimi armeni di Los Angeles che hanno votato Trump e oggi se ne pentono. È tutto quello che posso dire. Anzi, aggiungo un’altra cosa. Se guardi quanto gli Stati Uniti hanno investito nell’istruzione dal 1980, da quando Reagan è diventato presidente, fino al 2026, quello spiega tutto.
Il tuo libro ha ispirato la mostra “The Art of Disruption: The Art and Impact of Serj Tankian” all’Armenian Museum di Watertown, Massachusetts. Ti piace la definizione di disruptor?
Mi sento più raptor che disruptor (ride).
È un po’ troppo, eh?
Forse sì, a dire il vero. Ma sai, loro tenevano molto a quel titolo. E poi la parola disruption va di moda. Ma io cosa starei sconvolgendo, di preciso? Un bel niente. Cerco un modo di ispirare le persone. Tutti i miei quadri hanno anche una composizione musicale associata. Quindi forse sto “disturbando” il tuo ascolto mentre guardi un dipinto. In quel senso sì… è davvero the art of disruption (ride).
Foto: Clemente Ruiz
A parte un capitolo sulla vita on the road, il tuo non è un libro pieno di storie rock’n’roll di fattanza. Citi anzi Flaubert: ordinato nella tua vita, violento nel lavoro.
Anni fa ho letto un libro dedicato agli artisti e alle loro abitudini, molto affascinante. Molti degli artisti più radicali della storia seguivano una routine, penso a Frank Lloyd Wright, ma anche a scrittori, compositori da Mozart a Beethoven… i pittori sono un caso a parte, perché sono decisamente più folli. Succede perché senza una routine è difficile essere produttivi come artisti. Grazie alla routine hai uno spazio protetto, un mondo entro cui puoi essere creativo e radicale. Ma se quel mondo non ha confini, è talmente vasto che non sai nemmeno più cosa significhi essere radicale. Quindi sì, credo nelle abitudini, nella disciplina. Gli artisti sono famosi proprio per questo tipo di rituali. I pittori fanno un po’ eccezione… bevono troppo… e lì va tutto a puttane (ride).
Abbiamo un minuto. Lascio a te decidere a quale domanda rispondere: una sul prossimo album dei System of a Down o una sul senso di insicurezza che hai provato per via delle tue posizioni politiche.
Scelta difficile… Per brevità scelgo quella sul prossimo disco dei System.
Ok. C’è qualcosa in cantiere? State registrando? Avete intenzione di…
No.
No e basta?
Te l’avevo detto che tra le due era la risposta più semplice (ride).
Non ne state parlando.
Non ne abbiamo parlato. Non voglio dire che non ci sia interesse, fare un disco sarebbe bello, ma in questo momento ci stiamo divertendo talmente tanto a stare in tour, a fare qualcosa di equilibrato e condiviso, e soprattutto a stare bene insieme, che non vogliamo entrare in uno spazio dove potrebbero riemergere differenze creative. Lo dico perché in passato è successo. Quindi no, al momento non abbiamo parlato di un altro disco. Ci stiamo godendo il presente. Sarà il tempo a dirci se è destino che accada.
