È un lavoro monumentale, quello che hanno fatto Franco Dassisti e Daniele Follero. “Rock & Cinema” (Hoepli) è un libro che qualsiasi appassionato di rock dovrebbe leggere: oltre trecento pagine di curiosità, retroscena e storie che si dipanano dagli anni Cinquanta fino a oggi.
Dassisti, critico cinematografico e biografo musicale, e Follero, critico musicale e storico del rock, hanno messo insieme le loro competenze per raccontare come il cinema abbia raccontato la rivoluzione del rock’n roll, un fenomeno che è andato ben oltre la sua portata musicale. A volte in prima fila, altre volte dietro le quinte, la musica in questi settanta anni è stata co-protagonista, accompagnando storie diventate immortali nella nostra memoria collettiva.
Dalle prime vibrazioni di Rock Around The Clock nel lungometraggio Blackboard Jungle, anno 1955, ai biopic di oggi che raccontano le leggende del pantheon del rock, passando per film-concerto, rockumentary e mockumentary, fino alla rivoluzione di MTV e dei videoclip con la fruizione che da corale diventa individuale: un percorso che si svela come un tributo appassionato e approfondito all’incontro – sempre emozionante – tra la cultura visiva e quella sonora.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con i due autori per capire come orientarci in questo archivio di emozioni per immagini e suoni (aiutati nel volume anche da box di approfondimento e QR code) e per svelare come il rock sia riuscito a trasformarsi in mito anche sul grande schermo.
* Per chi volesse sentire questi racconti direttamente dalla bocca dei due autori, in dialogo con i MANETTI BROS, l’appuntamento è per il prossimo 6 febbraio alla Coop Ambasciatori di Bologna (ore 19).
Perché abbiate scelto rock e cinema è comprensibile, ma quando avete pensato di raccontare l’interazione tra i due linguaggi?
Follero: era un’idea che avevo già da tempo, ma mi sembrava difficile da realizzare. In modo sorprendente, quando l’ho proposta, Ezio Guaitamacchi – curatore della collana dedicata alla musica di Hoepli – l’ha trovata subito molto interessante e ha proposto di trasformarla in un progetto. A quel punto il nome di Franco è venuto fuori in modo naturale, perché nell’idea di unire due mondi diversi la sua presenza era assolutamente logica, anche perché entrambi facevamo parte della scuderia di Hoepli, quindi il nostro lavoro era già conosciuto. Il libro è nato così: dall’idea iniziale e poi dal lavoro fatto insieme, ciascuno secondo le proprie competenze. Anche se il lavoro era diviso [ogni capitolo è firmato dall’autore che lo ha scritto, ndr], c’è stata una forte continuità che ci ha portato a costruire un racconto vero e proprio, con un inizio e una fine, secondo un filo preciso. L’efficacia narrativa è stata fondamentale e ci ha aiutato a tenere insieme tutti i pezzi.
Dassisti: non ci conoscevamo, anche perché Daniele vive a Bologna e si occupa di musica, mentre io sono a Milano e racconto il cinema; quindi, non c’erano state molte occasioni di incontrarci. L’idea di metterci insieme è stata di Ezio, che ha intuito come questo potesse diventare un progetto importante, anche perché il lavoro era molto ampio. L’obiettivo era unire due sguardi: quello di Daniele, storico del rock, e il mio, che viene dal cinema ma è mosso da una forte passione per la musica, che è la protagonista di diversi miei libri. Per me è stato anche un lavoro di scoperta: molti film li conoscevo già, magari visti anni fa in modo frammentario, ma rivederli – o scoprirli – in maniera organica, seguendo un percorso storico dagli anni Cinquanta in poi, è stato entusiasmante. Mi ha dato una grande soddisfazione e mi ha fatto scoprire tantissime cose, spero che questo entusiasmo si senta nella scrittura.
Follero: in fondo, ognuno ha il suo film rock, il suo rapporto con i film musicali, con il cinema legato al rock e alla musica popolare. Scrivere un libro così, per un appassionato, è probabilmente il lavoro più bello del mondo, perché parla di esperienze che tutti hanno vissuto.
Nel libro ci sono molti aneddoti e retroscena, sicuramente sconosciuti ai più. Anche per voi è stata l’occasione per scoprire cose che non conoscevate?
Dassisti: assolutamente sì. Il cinema sul rock nasce negli anni Cinquanta, anche se in realtà i primi segnali erano già presenti tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. C’era già nell’aria un’idea di ribellione, soprattutto generazionale, nei confronti della società borghese occidentale. A un certo punto tutto questo viene riconosciuto, incanalato e definito come rock and roll, ancora prima come fenomeno culturale che musicale. Poi arriva la musica vera e propria, arriva Rock Around the Clock e soprattutto Blackboard Jungle: quando partivano i titoli di testa e si sentiva quel ritmo, i ragazzi capivano immediatamente che quello era un inno generazionale, e nelle sale succedeva di tutto. Da lì in poi, per oltre settant’anni, il rock ha continuato a cambiare pelle nel rapporto con il cinema: documentari, biopic, film di finzione, ma mantenendo sempre una forza precisa. È una musica che dà ai film un tono dialettico rispetto alla società, all’establishment. Se volevi raccontare una sfida al potere, anche solo attraverso una colonna sonora – penso ai film sul Vietnam, per esempio – il rock era la scelta naturale.
E questo resiste ancora oggi?
Dassisti: questa forza semantica secondo me c’è ancora oggi: il rock continua a raccontare ribellione, ricerca di strade alternative, conflitto con lo status quo. Lo si vede anche nei biopic recenti, da Elton John a Freddie Mercury fino a Bruce Springsteen: sono sempre storie di artisti che hanno dato una spallata all’establishment. Il rock difficilmente viene usato in modo tranquillizzante: è quasi sempre il linguaggio di qualcosa che mette in discussione la società del suo tempo.
Pensando ai biopic citati, hanno sempre come protagonisti cantanti del passato. Questo vuol dire che non c’è nessuno che valga la pena raccontare oggi?
Follero: questa è una questione molto importante e infatti ci chiedono spesso quanto è vivo oggi il rock e che senso ha il biopic. La risposta, secondo me, è articolata. Dal punto di vista creativo il rock ha in parte concluso la sua parabola: oggi è sempre più difficile che rappresenti la contemporaneità come faceva trent’anni o quarant’anni fa e non è più una voce del mainstream. Non a caso i biopic si concentrano quasi sempre su figure del passato, su quello che potremmo definire il pantheon del rock: tutti personaggi che hanno segnato un’epoca e che sono anche al centro del nostro racconto. Il rock oggi ha settant’anni di storia alle spalle e questo inevitabilmente porta a uno sguardo rivolto all’indietro. C’è poi anche un aspetto economico: molti biopic, al di là dei casi più riusciti dal punto di vista artistico, servono a rilanciare una discografia o a riportare alla luce una figura che rischiava di finire nell’ombra. In questo senso il rock diventa quasi conservatore, il che è una contraddizione solo apparente, ma in alcune operazioni è inevitabile.
Il rock, soprattutto agli esordi, sarebbe stato lo stesso senza lo schermo? Elvis Presley sarebbe diventato quello che è diventato senza Jailhouse Rock, o i Beatles senza Hard Day’s Night?
Dassisti: dal punto di vista cinematografico, il cinema ha sicuramente agito come lievito per questi fenomeni globali. Parlando di Elvis Presley o dei Beatles: per farli diventare fenomeni internazionali, bisognava poterli vedere, e il cinema era praticamente l’unico modo. La televisione non era ancora diffusa e i diritti per trasmetterli erano limitati, quindi i film di Elvis e dei Beatles sono stati essenzialmente il sostituto dei concerti, permettendo al pubblico di “incontrarli” su grande schermo. Senza quel cinema, probabilmente non sarebbero stati gli stessi.
Follero: concordo pienamente, il rock non esiste senza il suo immaginario visivo. Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, ma anche i rapper e i trapper, vivono attraverso l’immagine oltre che attraverso la musica. Dalla nascita del rock fino agli anni ’80, il cinema è stato il veicolo principale di questa immagine collettiva. Documentari come Woodstock erano esperienze uniche, e concerti come Monterey diventavano iconici grazie al film. Con l’avvento del videoclip e della televisione, il rock scopre strumenti più economici e immediati per diffondere la propria immagine, ma le immagini iconiche rimangono legate al cinema: Hendrix che dà fuoco alla chitarra a Monterey, Janis Joplin sul palco, i Beatles in A Hard Day’s Night. Proprio quest’ultimo film, girato con un budget ridotto, è diventato un amplificatore globale della Beatlemania, mostrando ancora una volta quanto il cinema fosse fondamentale per far esplodere il fenomeno rock nel mondo.
Qual è stato, secondo voi, il genere cinematografico che è riuscito a rappresentare meglio il rock?
Follero: c’è sicuramente un genere che nasce con il rock: il “film concerto”. I primi tentativi risalgono ai festival della fine degli anni ’60 o al primo documentario su Bob Dylan, in cui il regista segue il tour del musicista negli Stati Uniti. Questo tipo di film aveva un forte senso documentaristico, ma secondo me il vero passo avanti è stato il rockumentary: documentari come Woodstock o Gimme Shelter non si limitano a filmare il concerto, ma documentano l’evento nella sua totalità, mostrando anche il pubblico, creando un nuovo tipo di esperienza. L’uso di tecniche come lo split screen aiuta molto in questo senso, mettendo in relazione palco e pubblico e avvicinando gli artisti allo spettatore come mai prima d’ora.
Dassisti: è difficile scegliere un genere cinematografico che abbia rappresentato il rock più di altri. Ci sono bellissimi biopic, documentari come This Is Spinal Tap – ricordando il grande Rob Reiner recentemente scomparso – e tantissimi musicarelli. Hanno tutti un loro valore, ma secondo me il momento in cui il cinema mostra il suo potenziale più esplosivo, è quando i film non sono strettamente “rock”. Penso alle canzoni dei Creedence Clearwater Revival nei film sul Vietnam o alle colonne sonore di Robbie Robertson nei film di Martin Scorsese. In questi casi il cinema usa il rock per raccontare storie diverse dalla musica stessa, ed è lì che la forza di questa musica emerge in tutta la sua potenza, arrivando al pubblico come un’onda che travolge. È un po’ quello che ha fatto Francis Ford Coppola in Apocalypse Now con La Cavalcata delle Valchirie: usare una musica potente e diversa dal contesto narrativo per dare un impatto enorme.
Succede tante volte anche con brani rock più “quotidiani”: suonati in radio, in macchina, o in momenti come Easy Rider, sulle moto. In tutti questi casi il rock diventa un lievito, un motore che permette al cinema di andare oltre la musica stessa, di uscire dal suo bacino naturale e di arrivare al pubblico in maniera più intensa e sorprendente. Ancora oggi funziona così. Pensiamo a Stranger Things, che utilizza brani rock degli anni ’80 per costruire atmosfera e ambientazione: in contesti particolari, il rock mantiene tutto il suo potere evocativo e narrativo.
Il rock non è solo musica ma anche ribellione generazionale e politica. Quanto di questo è passato sul grande schermo?
Dassisti: certo, il rock ha sicuramente espresso un impegno politico, e questo emerge sempre. Però io direi che, più che politico, ciò che risalta è l’aspetto sociale. Come diceva Daniele, il rock ha incarnato soprattutto la ribellione generazionale, la voglia dei giovani di sfidare certe regole e di rompere con la società dell’epoca. È più una questione di ribellione sociale e culturale, di atteggiamento e di stile di vita, che non una ribellione politica diretta.
Follero: senz’altro il cinema rock ha sempre seguito la storia del rock anche nelle tematiche. Negli anni ’60, tra metà e fine decennio, il rock era molto politicizzato e lo stesso vale per il cinema. Pensiamo a Jean-Luc Godard con Sympathy for the Devil, o ai film sul Vietnam di cui parlava Franco: raccontano una fase storica in cui la politica era profondamente presente nella società. L’attivismo era forte, e il sociale e il politico spesso coincidevano.
Anche film meno apertamente politici, come Tommy, riflettono quella contestazione generazionale: erano gli anni in cui la ribellione sociale e culturale era anche politica. Lo vediamo anche nei testi di Roger Waters, che parlano della politica inglese, della destra e del nazionalismo. In pratica, più il rock era politico, più lo era anche il cinema che lo raccontava. Oggi, se guardiamo ai film che abbiamo scelto, alcuni hanno ancora grande attualità. Per me The Wall è un esempio perfetto: attraversa cinquant’anni di storia e affronta temi ancora molto presenti, come l’artista tormentato e isolato, rappresentato dal personaggio di Pink. Anche Tommy resta sorprendentemente attuale: parla di un ragazzo che, dopo un trauma, diventa sordo e cieco e si isola dal mondo. Non è un film sull’autismo, ma la metafora della difficoltà di comunicare e relazionarsi con gli altri è qualcosa che possiamo leggere ancora oggi, nelle relazioni tra generazioni.
Dassisti: eh sì, purtroppo è così. Mi piacerebbe poter dire che anche un film come Hair, con i ragazzi a Central Park che strappano la cartolina di reclutamento come atto di ribellione, possa rappresentare ancora oggi una forza simile, ma mi sembra che i movimenti attuali facciano fatica davanti all’enormità di quello che stiamo vivendo. Al contrario, The Wall – che avrei citato anche io – resta incredibilmente attuale. Parla di chiudersi in se stessi, dei muri che costruiamo intorno a noi, dell’incomunicabilità, dei traumi, della pressione di genitori iperprotettivi o scuole troppo rigide. È un film che racconta molto bene i tempi di oggi, in cui spesso ci ritroviamo isolati, con un telefonino davanti agli occhi. Alla fine, The Wall mi sembra l’opera che più di tutte è riuscita a resistere al tempo e a rimanere attuale.
Oggi il rock è cambiato, così come sono cambiate le modalità di ascolto della musica. Come si può rappresentare tutto questo?
Follero e Dassisti (alternandosi nella discussione): le cose sono cambiate molto nel tempo, e noi ne parliamo così perché abbiamo vissuto certe epoche. Io, ad esempio, ho seguito la musica di massa dagli anni ’60 fino agli anni ’90: l’album era il centro di tutto, il prodotto più importante di un artista. Oggi, invece, siamo tornati a una logica simile a quella della popular music degli anni ’50: la centralità è del singolo, della singola canzone. I ragazzi che incontro, a scuola o in famiglia, raramente parlano di album; parlano degli artisti e ascoltano i brani in maniera più frammentata, spesso tramite piattaforme come Spotify o i social. La musica è polarizzata: da un lato c’è chi ascolta senza troppo interesse, dall’altro tante piccole nicchie molto specifiche – dai vinyl maniacs ai fan di dubstep. In questo contesto, il videoclip continua a essere centrale per promuovere la musica, dal rock all’hip hop, e funziona ancora oggi come elemento principale per veicolare un’identità musicale.
È importante capire come si esprimono, quali generi ascoltano, come trovano la loro identità attraverso la musica. La trap, ad esempio, è un genere riconoscibile e potente per le giovani generazioni, e spesso contiene riferimenti sociali o politici, nonostante quello che molti adulti possano pensare. Alcuni artisti contemporanei, come Kid Yugi o Caparezza, hanno una capacità straordinaria di raccontare le tensioni e i dilemmi della loro generazione, usando testi complessi e poetici. Rispetto alla nostra epoca, oggi la trasgressione dei ragazzi è più introspettiva, più autodistruttiva, e spesso manca lo spirito utopico e antagonista che avevamo noi negli anni ’90. Ma questo non significa che non ci sia creatività o forza espressiva: la musica racconta ancora qualcosa di profondo, anche se in maniera diversa. Con un linguaggio nuovo, che sfugge agli adulti, la musica contemporanea continua a raccontare quello che il rock raccontava agli inizi: identità, ribellione e percezione generazionale. Non si può demonizzare.
Se aveste una macchina del tempo e poteste tornare indietro a uno dei decenni raccontati nel vostro libro, quale scegliereste?
Follero: io sceglierei un decennio di mezzo, dal 1965 al 1975
Dassisti: io faccio di più, non dico un decennio, ma un anno e un film. Vorrei essere una mosca sulla spalla di Michelangelo Antonioni mentre gira Blow Up (1966). Immaginate Tonino Guerra e Antonioni che girano per Londra, visitano i club per vedere The Animals suonare… tutta la preparazione che ha portato poi alla realizzazione di quel film dev’essere stata incredibile, un vero divertimento creativo. Per quanto riguarda il periodo storico, concordo con Daniele: tra i Beatles all’apice e i Pink Floyd che esplodono, quel segmento racconta tutto il potenziale di quegli anni.
E se anziché critici, voi due foste dei registi e aveste la possibilità di fare un film su un artista, chi scegliereste?
Dassisti: fortunatamente non sono un regista! Diciamo che, per me, sarebbe più interessante scegliere un personaggio minore. Non metterei mai mano a un David Bowie (come dicono anche i Manetti Bros nella conversazione che apre il volume, ndr), perché è una poesia già completa; meglio concentrarsi su figure meno eclatanti ma in cui si può entrare più a fondo, nel loro intimo.
Follero: il problema resta economico: i biopic più frequenti continueranno a essere quelli sui grandi nomi – Jim Morrison, Jimi Hendrix – perché sono i fan storici che supportano ancora il cinema. I ragazzi ci vanno meno, anche se a volte rimango sorpreso: alcuni miei alunni, per esempio, sono andati a vedere il biopic su Bob Dylan. Può essere un primo contatto con il rock, una sorta di introduzione, che può avvicinarli a generi e artisti che altrimenti non conoscerebbero.
Daniel D`Amico for SANREMO.FM
