L’inizio
Una delle creature musicali più preziose degli ultimi venticinque anni è stata, almeno per alcuni, la modern classical. Definirla non è semplicissimo, in quanto non è facile delimitarne regole o confini, ma a grandi linee potrebbe definirsi come una musica scritta da compositori con studi classici alle spalle – fortemente influenzati dal post-minimalismo – che utilizzano, oltre alla strumentazione tradizionale (pianoforte e archi), strumenti elettronici, manipolazioni sonore e registrazioni ambientali. Ma questo non basta ancora a definirne tutti i connotati essenziali: manca l’aspetto principale della modern classical, quel mood principalmente malinconico e intimista, che da una parte spinge l’ascoltatore a un isolamento pacifico e a una riflessione autonoma sulla propria esistenza, dall’altro è capace anche di giungere – in particolare nei momenti orchestrali – a imperiosi e solenni voli pindarici.
Il compositore modern classical scrive musica certamente minimale, ma non ha quell’utilizzo compulsivo della ripetizione che caratterizza tutta la scuola minimalista e post-minimalista americana. La modern classical punta soprattutto sull’emotività e, molto spesso, su sonorità esportabili nel mondo del cinema. Tra i compositori che hanno aperto la strada alla modern classical, il più celebre e probabilmente il più significativo è Max Richter, ormai una celebrità, nonché punto di riferimento di questa generazione di musicisti.
Tedesco, classe 1966, naturalizzato britannico, Max Richter trova un punto di equilibrio tra il post-minimalismo di Philip Glass, la musica ambient di Brian Eno e la classica contemporanea da Erik Satie a John Cage. La modern classical di Richter si distacca dalla classica contemporanea di compositori come John Adams, David Lang o Arvo Part per aver eroso sempre più il solco che esiste tra la classica colta e la musica popolare. La formula faticosamente trovata da Richter ha successo e ogni sua pubblicazione oggi suscita l’interesse di un pubblico molto trasversale, che può andare tranquillamente dall’appassionato di musica classica a quelli di musica rock o elettronica.
La musica come messaggio di protesta silenzioso
Richter ha definito la sua musica come un messaggio di protesta. Verrebbe da chiedersi il motivo, ma la risposta è semplice: in un’epoca brutale, in cui la violenza è diffusa ovunque, il suo silenzio e la sua pacatezza potrebbero rappresentare un atto rivoluzionario. Questa base di partenza lo porterà negli anni a interessarsi alle guerre in Europa (Memoryhouse), in Iraq (The Blue Notebooks), ai diritti umani (Voices), alle tragedie dell’emigrazione (Exiles), sempre con la consueta pacatezza che rende la sua posizione totalmente alternativa alle urla e al populismo che dominano i nostri tempi.
Memoryhouse, l’esordio sulle macerie dell’Europa
Richter inizia la sua carriera discografica solista nel 2002 con Memoryhouse, album che contiene già in nuce tantissime nuove idee che diventeranno i pilastri del post-classical. Dalle lente note di piano e archi, alle registrazioni ambientali di “Europa, After The Rain”, dalle improvvise accelerazioni di piano di “The Twins (Prague)” al concerto per archi potente e cinematico di “November” fino allo straziante canto lirico di “Sarajevo”, struggente requiem in memoria degli atroci eventi nei Balcani di quegli anni. Il compositore apre la strada a una carriera che lo vedrà sempre legato all’attualità: in questo caso con un lungo requiem dell’Europa sconvolta dalla guerra nella ex-Jugoslavia, successivamente con lo sguardo rivolto all’Iraq e poi cercando di ricordare l’importanza dell’ormai dimenticata “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.
The Blue Notebooks: una pietra miliare modern classical
Sono tutte idee che Richter svilupperà ancora meglio negli anni successivi, in particolare col successivo The Blue Notebooks (2004) – Lp nato idealmente sia come atto di protesta per la guerra in Iraq, sia come meditazione sulla propria infanzia travagliata – che ad oggi può considerarsi il suo capolavoro nonché il manifesto fondante della modern classical.
Il secondo Lp di Richter fa subito pensare alla nascita di una nuova scena musicale che può aprire la strada a un’intera generazione di artisti. Un disco diviso in undici brani spesso brevi – alcuni semplici abbozzi di appena un minuto, altri più lunghi fino a otto minuti – che, nonostante questa frammentarietà, appare come un unico flusso sonoro compatto e indivisibile. I quaderni blu sono un lungo viaggio nella memoria con pianoforti estremamente minimali che fanno da sfondo a giornate passate sulla spiaggia con una vecchia macchina da scrivere, con il suono delle onde del mare e le letture di Franz Kafka e Czesław Miłosz a fare da cornice. Sono affascinanti i due comuni denominatori dell’album: il battito della macchina da scrivere che raccoglie idee e pensieri liberi e la voce femminile che sussurra più che declamare: insieme formano un diario intimo e personale.
The Blue Notebooks mette a fuoco definitivamente tutte le intuizioni precedenti di Richter raggiungendo apoteosi assolute con l’evocativa e cinematica “On The Nature Of Daylight”, che gli è valsa la fama internazionale e la presenza in vari film hollywoodiani. Il piano e gli archi che due anni prima cercavano faticosamente una sintesi, la trovano perfettamente in questi sei minuti malinconici, ma prossimi all’estasi, tristi e catartici, come se la luce del giorno squarciasse le nebbie di un’umanità ormai perduta.
Nei brani brevi convivono piccoli pattern armoniosi di piano con sovraincisioni ambientali (la title track e “Horizon Variations”). Tutto è perfetto ed equilibrato. Anche quando è solo il pianoforte protagonista, accade il piccolo miracolo di “Vladimir Blues”, una composizione di appena un minuto, estremamente semplice, ma nella sua accelerazione capace di evocare mondi lontani.
Negli episodi più lunghi, come “Shadow Journal”, le letture dei “Quaderni in ottavo” di Franz Kafka, ad opera dell’attrice Tilda Swinton su loop di synth e distese di archi, creano un effetto intimo e spaesante. I sintetizzatori con cori femminili di “Iconography” assumono connotati quasi religiosi e gli varranno il premio agli European Film Awards come miglior colonna sonora per il film animato “Valzer con Bashir”.
“Arboretum”, “Old Song” e “Organum” possono definirsi un trittico di brevi abbozzi in successione di modern classical ed elettronica, ancora una volta da intendersi come colonna sonora per pensatori solitari nello spazio e nel tempo. “Old Song” gioca sull’avanzare del tempo e sul deperimento dei ricordi e dei supporti musicali, “Arboretum” è un piccolo e riuscitissimo abbozzo di beat elettronici e archi, “Organum” trova una struggente armonia di organo.
Il terzo brano lungo è “The Trees”, che dopo un inizio in linea col resto dell’album (lettura, piano e archi) continua in un insistito crescendo di piano commovente e cinematico, uno di quei voli pindarici che Richter è in grado di regalarci.
Il consolidamento, da Songs From Before a Infra
Songs From Before (2006) riprende tutte le intuizioni precedenti, diventando quasi un clone, un modello da seguire senza correre rischi. Arricchito dalle letture di Robert Wyatt (“Flowers For Yulia”, “Harmonium”, “Time Passing”, “Lullaby”, “Verses”) dello scrittore Haruki Murakami, l’album concilia ancora una volta classicismo e modernità; brani come “Autumn Music”, “Fragment”, “Sunlight”, “From The Rue Vilin” hanno ormai uno stile e un’emotività che sono un marchio riconoscibile del compositore tedesco.
Si muove su un percorso appena differente 24 Postcards In Full Colour (2008), dove Richter propone ben ventiquattro brevi bozzetti di brani della durata media di circa un minuto, miniature sonore che approfondiscono il ruolo delle suonerie che ormai inondano quotidianamente le nostre giornate.
Infra (2010), ispirato al poema “La terra desolata” di T.S. Elliott e commissionato dal celebre coreografo Wayne McGregor per un suo balletto omonimo, accentua l’aspetto minimale; pianismo e silenzi coesistono, il quintetto d’archi, sempre presente nei precedenti lavori, diventa flebile sino all’inconsistenza. E’ questo finora il disco più sperimentale di Richter, anche se le influenze classiche sono ancora riconoscibili, seppur sempre più disperse nelle due composizioni (“Infra” e “Journey”).
Dalle quattro stagioni a Sleep, i due lavori più ambiziosi
Arriva quindi il momento del suo ingresso presso la storica etichetta Deutsche Grammophon che gli commissiona, come segno indiscutibile di stima, la rivisitazione di uno degli grandi classici della musica barocca settecentesca, “Le quattro stagioni” di Vivaldi. Progetto ambizioso e rischiosissimo per Richter, che nel 2012 pubblica Recomposed by Max Richter: Vivaldi – The Four Seasons, grandiosa rivisitazione storica in versione post-minimalista del capolavoro vivaldiano. La versione di Richter è molto legata all’originale, ma i loop e l’utilizzo occasionale dell’elettronica lo legano costantemente alla modernità. Alle dodici composizioni vivaldiane rivisitate segue “Shadow”, opera divisa in cinque parti dove l’elettronica invece predomina su vaghi sentori di archi barocchi tradizionali.
L’ambizione di Richter, dopo aver sfidato Vivaldi, si supera col colossale Sleep (2015), addirittura otto ore di musica divise in trentuno composizioni di circa venti minuti ciascuna, a loro volta frammentate in più parti per un totale di duecentodue brani. Concepito idealmente per essere ascoltato come in un sogno o mentre si dorme, l’album è un immenso calderone che ben rappresenta come andrebbe intesa la modern classical oggi, laddove il legame con la tradizione ottocentesca si disperde nel mare di influenze ambient e minimaliste, nelle sperimentazioni vocali di “Non-Eternal”, in momenti cosmici che si allontanano dagli orridi mondi sonori di Ligeti o dai bui claustrofobici di Klaus Schulze, per diventare tutt’altro, accoglienti e persino umani (“Cassiopea, “Space17”, “Sublunar”).
Musica per balletto su testi di Virginia Woolf
Nel 2017 il compositore tedesco pubblica la musica per balletto Three Worlds: Music From Woolf Works con la lettura dei testi di Virgina Woolf. Divisa in tre parti (“Mrs. Dalloway”, “Orlando” e “The Waves”) questa musica per balletto preannuncia i lavori successivi e consolida lo stile di Richter con un mix sinfonico ed elettronico e ripetizioni che accelerano verso finali convulsi chiaramente ispirati a Philip Glass, mentore principale di questi anni.
Nel 2018, quindici anni dopo la pubblicazione di The Blue Notebooks, la Deutsche Grammophon propone una ristampa con doppio cd per ricordare l’anniversario (The Blue Notebooks – 15 Years Edition). La pubblicazione è arricchita da lunghi testi dell’autore, da un nuovo brano per piano (“A Catalogue Of Afternoons”), da alcuni remix dimenticabili e soprattutto da una versione riuscitissima di “On The Nature Of Daylight”, con la sovraincisione della voce della cantante jazz Dinah Washington e del suo brano del 1960 “This Bitter Earth”, con testi che si adattano perfettamente al mood del brano.
La trilogia sui diritti umani e sugli esuli: La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo diventa una sinfonia per non dimenticare.
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione
(Articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo)
Max Richter ha sempre visto la sua musica come impegnata nella ricerca di un angolo di pace e di conforto, in contrasto con una società vista come un continuo scontro violento di opinioni senza costrutto. In questi tempi dove chi urla ha sempre la meglio su chi ragiona e dove i diritti umani vengono ormai percepiti come un fastidioso fardello, l’artista tedesco compone uno dei suoi lavori più potenti ed evocativi, Voices (2020). Ha quindi l’idea geniale di rispolverare uno dei testi capolavoro del Ventesimo secolo, quell’inno all’umanità nato dalle macerie del secondo conflitto mondiale, la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, che, riletta oggi, appare quasi come un miracolo di poesia e bellezza, capace di far riflettere su quanto il mondo oggi sia regredito rispetto a quegli illuminati principi fissati nell’anno 1948.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese
(Articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo)
Richter ne è consapevole e punta tutto sulla bellezza e sulla profondità del testo, cercando di dare voce (come fa intendere il titolo) alle vittime silenziose della negazione dei diritti umani di oggi e di ieri. La musica diventa lo strumento di questa operazione: non innovativa ma potente, non troppo diversa da quella a cui Richter ci aveva già abituati, ma capace di moltiplicare l’impatto emotivo con l’ascoltatore a livelli del tutto nuovi. Piano e violino – nel consueto stile del musicista tedesco – creano mondi dilatati e sognanti, minimalisti e (a volte) ripetitivi, ma capaci di aprirsi in imperiosi crescendo melodici che da vari anni rappresentato uno stile divenuto unico e riconoscibile.
Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni
(Articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo)
Vari lettori si alternano scandendo tutti i trenta articoli della Dichiarazione, dall’iniziale “All Human Beings”, nella quale vengono illustrati i primi articoli sui concetti basilari di libertà ed eguaglianza. La musica accompagna prima silenziosa la lettura, poi emerge lentamente sino a uno straziante crescendo di archi che tocca i sentimenti più nobili. Un piano minimalista fa da base a “Origins” con in sottofondo vecchie registrazioni di voci ormai dimenticate, di pensieri di libertà soffocati dal tempo.
“Journey Pieces” è il brano più etereo e, insieme al successivo “Chorale”, è dedicato alle libertà individuali che nessuno stato dovrebbe mai limitare: ne nasce una sorta di requiem dove il canto lirico diventa la voce sofferente delle molteplici vittime del sopruso e del narcisismo del potere; il brano non può che terminare, come in un cerchio che si chiude, con il primo e fondamentale articolo della Dichiarazione (“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”).
“Little Requiems” e “Mercy” chiudono il disco accentuando gli aspetti neoclassici, in particolare i cinque minuti di “Mercy” non hanno più bisogno di parole in quanto il piano e gli archi riescono a parlare da soli, commuovendo come in una sorta di ringraziamento agli autori di questi testi tanto significativi per la storia dell’uomo.
Si potrebbe dire di trovarsi di fronte a uno dei migliori album di Richter. Certamente è quello con cui il compositore tedesco entra più profondamente dentro la società di oggi, cercando di carpirne le contraddizioni quotidiane e di avvisare che la strada dell’odio non potrà che portare a nuove tragedie. Richter si pone come un “alieno” rispetto a questa nuova società manipolata dalla demagogia e dal populismo, ci sottolinea l’importanza della riflessione, del silenzio e soprattutto dell’empatia verso il prossimo. Se la sua musica in Voices riprende gli stilemi tipici del genere di cui è capostipite, la capacità emotiva raggiunge probabilmente il culmine della sua carriera.
Voices 2 (2021) non è proprio un Lp nuovo in senso stretto, ma una variazione in tema dei brani più evocativi di Voices. Scompare la lettura dei testi per dieci composizioni strumentali che Richter definisce come la colonna sonora giusta per riflettere in pieno sul significato della Dichiarazione. Quindi Voices 2 si collega ancor più saldamente al primo album, come continuazione meditativa sul significato più profondo di un testo immortale e, ahimé, letto poco o senza l’attenzione necessaria.
Exiles (2021), suonato a Tallin dalla Baltic Sea Philharmonic, chiude la trilogia sui diritti umani e sugli esuli di ogni parte del mondo, con composizioni tipicamente post-minimaliste (“Flowers Of Herself”), alcune rivisitazioni orchestrali sui vecchi brani e la lunga title track di trentatré minuti, che evolve con estrema lentezza partendo con due note di piano per poi arricchirsi di un’intera orchestra e un tutti insieme finale che coglie in pieno l’epica tragica dell’esiliato.
Il ritorno a Sleep
SLEEP: Tranquility Base, un Ep di trenta minuti, pur nella sua brevità rispetto al colossale modello di partenza, rappresenta la naturale prosecuzione dell’opera madre Sleep, un’unica sinfonia classica divisa in sedici composizioni brevi che interpretano ancora una volta la classica moderna. Tranquility Base è il luogo della Luna dove gli astronauti americani sbarcarono nel 1969, luogo per certi versi ambiguo, punto di assoluto silenzio ma allo stesso tempo simbolo della massima ambizione umana.
La componente elettronica nella musica di SLEEP: Tranquility Base diventa sempre maggiore minuto dopo minuto, partendo dall’organo iniziale, che tradisce un legame con il sound ormai classico del compositore tedesco, padre della modern classical, che apre a un breve canto femminile come fondamento dell’intera composizione e segna una vicinanza sia con la tradizione lirica che con lavori recenti come Voices. Passando i minuti, l’opera prosegue con cambiamenti minimi ma costanti, tanto da trasformarsi quasi senza accorgersene in tutt’altro: da tipica composizione modern classical (le prime sette tracce) a opera elettronica vicina all’idea minimalista di Terry Riley (dall’ottava traccia i poi) per poi riunire le due influenze di Richter in un unico grande calderone dall’undicesimo brano, come a voler omaggiare e ringraziare le due scene musicali senza le quali il compositore tedesco probabilmente oggi non sarebbe quello che è.
In A Landscape, un omaggio a John Cage
Il titolo del nono album di Max Richter è una chiara citazione di uno dei capolavori di John Cage. “In A Landscape”, per chi ama la musica classica del 900, molto spesso osteggiata e incompresa, è una sorta di monolite iconico, momento spartiacque che contiene elementi sia della musica classica tradizionale sia della musica d’avanguardia minimalista, tanto da poter essere definito – a seconda del proprio punto di vista – una delle ultime composizioni di musica classica o la prima composizione di musica minimalista.
Richter si pone quindi di fronte a questa pietra miliare del Novecento con un disco lungo settantacinque minuti e con ben diciannove brani. Se andiamo a vedere, le composizioni sono in realtà dieci, divise da nove brevi “Life Study” che difficilmente potrebbero risultare interessanti anche al più fanatico ammiratore della modern classical. Nelle dieci composizioni da considerare, Richter ripropone tutti gli stilemi che lo hanno reso celebre, con una capacità di coinvolgere l’ascoltatore e, in fin dei conti, con una classe che è ancora impareggiabile per tutti i musicisti epigoni della scena musicale che ha visto in The Blue Notebooks (2004) il proprio capostipite.
Di certo, è difficile trovare novità nella musica di Richter, ma episodi come “And Some Will Fall”, straziante quasi come uno dei suoi brani più celebrati, “On The Nature Of Daylight”, o “They Will Shade Us With Their Wings”, otto minuti di archi ad altissimo impatto emotivo, confermano l’artista tedesco come compositore capace di ricreare atmosfere emozionanti e cinematiche con una facilità invidiabile.
In A Landscape è dunque un buon disco per chi si approccia per la prima volta alla musica di Richter. Ma l’impressione è che l’ultimo capolavoro di Richter sia ancora Voices (2020), album che ha davvero cercato di ampliare – seppur con la medesima grammatica – gli orizzonti della modern classical, aprendosi alla possibilità di veicolare con successo messaggi di pace universali.
Ancora dormire
Se Sleep era stato concepito come musica da ascoltare durante il sonno o per evocarlo (da qui la durata di otto ore) e il successivo SLEEP: Tranquility Base (2023) voleva essere una sua versione iper-minimale, il nuovo Sleep Circle rappresenta una sintesi: un distillato racchiuso nella durata di un ciclo Rem (circa novanta minuti). Esperimento quindi meno radicale del precedente e più fruibile per il pubblico sempre più vasto che segue il compositore tedesco, Sleep Circle riprende lo stile ben riconoscibile di Richter risultando per certi versi una sintesi di un’idea di musica che è pura atmosfera, realizzata da lente ripetizioni che creano in ogni composizione lo stesso effetto ipnotico. Questo post-minimalismo onirico andrebbe probabilmente fruito nella modalità indicata dall’autore, ovvero durante il sonno: dichiaratamente ed enianamente “musica da non ascoltare”.
Ormai sembra inutile aspettarsi da Richter soluzioni innovative o cambi di registro particolari, soprattutto in un disco che è esplicitamente inteso come una prosecuzione semplificata del suo album più radicale e dall’ascolto più difficile. Di certo, chi dalla musica si aspetta, oltre all’atmosfera, anche un certa evoluzione nel tempo vorrebbe dal compositore tedesco qualcosa di più, dopo anni di comfort zone. Il talento c’è sempre, la voglia di osare forse non più.
Le colonne sonore: un veloce excursus
Max Richter è anche, e forse soprattutto vista la quantità di pubblicazioni, un ricercatissimo autore di colonne sonore per film e serie-tv. Le sue soundtrack sono così diffuse da aver fatto divenire la sua musica quasi onnipresente, tanto che è difficile pensare di non averla mai ascoltata almeno una volta in modo inconsapevole. Non si contano i suoi album per film e produzioni televisive ed è praticamente impossibile citarli tutti dettagliatamente.
Le colonne sonore per serie-tv da segnalare sono quelle di “Black Mirror” (la prima puntata della terza serie, Nosedive), Taboo, The Leftovers, L’amica geniale, Invasion.
Per quanto riguarda i film, le migliori soundtrack potrebbero essere quelle di Hostiles, Ad Astra, Perfect Sense e Spaceman.
Antonio Santini for SANREMO.FM
